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venerdì 3 gennaio 2014

UNIONE EUROPEA: LA FASE TRANSITORIA PRIMA DEL CRACK di Fiorenzo Fraioli


3 gennaio. Un articolo che ci porta dritti al Convegno di Chianciano Terme "OLTRE L'EURO". Fraioli ritiene che la crisi dell'eurozona, di cui l'Italia è epicentro, dipenda da due fattori principali: gli squilibri delle bilance commerciali e la deregulation nel mercato dei capitali —a loro volta causati dall'entrata in scena della moneta unica. E' la tesi sostenuta da alcuni economisti, tra cui Alberto Bagnai. Si colgono in effetti due aspetti importanti dell'attuale marasma in cui versa l'Unione europea, tuttavia parziali. Sui limiti di questa spiegazione e sulle cause più profonde della crisi sistemica avemmo modo di scriverne nel maggio scorso, ed a quell'articolo rimandiamo per chi voglia conoscere le nostre analisi.

Il Rapporto Werner 

Esso fu adottato nell'ottobre del 1970. In esso si raccomandava la costituzione di un'unione economica e monetaria nell’arco di un decennio con l'obiettivo finale di rendere libera la circolazione dei capitali e fissare permanentemente i tassi di cambio tra le valute della CEE, ipotizzando anche l’adozione di una moneta unica. 
Pierre Werner, primo ministro democristiano del Lussemburgo


Nel Rapporto si raccomandava di rafforzare il coordinamento delle politiche monetarie man mano che le fluttuazioni valutarie si fossero smorzate. Veniva posta l’attenzione sulla necessità di coordinare le politiche fiscali dei paesi della CEE e veniva ribadita la necessità di un accordo sul modo di finanziare i disavanzi di bilancia dei pagamenti e di utilizzare i surplus.

Ci sono, in questa sintetica descrizione del Rapporto, alcuni concetti che possono non essere chiari per il lettore medio; costui può essere persona di grande cultura, ad esempio uno stimato dantista o un profondo conoscitore della storia medievale o di scienza delle costruzioni, e al contempo non intendere il significato dei termini testé usati. 
Ricordiamo allora che il "tasso di cambio" esprime il rapporto tra due monete, ad esempio quanti euro servono per comprare un dollaro, o viceversa. Come è noto, questi rapporti non sono costanti nel tempo. Il Rapporto Werner indicava il percorso per addivenire, in una prima fase, ad una fissazione definitiva dei rapporti di cambio tra le monete dei paesi europei, condizione preliminare per il successivo passaggio alla moneta unica. Cosa che è effettivamente avvenuta, sebbene con quasi venti anni di ritardo rispetto alla data (il 1980) indicata nel Rapporto Werner.

Occorre altresì chiarire che la libera circolazione dei capitali  all'interno dell'Unione Europea non è un obiettivo ulteriore rispetto alla fissità dei cambi (o alla moneta unica), ma ne reppresenta la precondizione assolutamente necessaria. Sarebbe come se, al tempo della lira, i capitali privati italiani non avessero avuto libertà di movimento sul territorio nazionale! 

Dunque, moneta unica europea significa, necessariamente, libertà di circolazione dei capitali, almeno all'interno dei confini dell'Unione
Nel seguito chiariremo quanto la libertà di circolazione dei capitali sia indispensabile alla moneta unica, e le ragioni per cui gli "architetti dell'euro" abbiano "spinto" in questa direzione fino a fare dell'eurozona l'area economica più liberista del mondo.


Mettiamo anche a fuoco un altro importante concetto: in economia quello che è veramente importante non sono le differenze assolute, ma le variazioni, nel tempo, delle grandezze macroeconomiche. Ad esempio, se in un dato istante il reddito della Calabria è il 50% di quello della Lombardia, e dopo 10 anni tale rapporto è ancora lo stesso, possiamo dire che la distribuzione del reddito tra le due regioni è costante. Meglio ancora se il reddito della Calabria cresce più velocemente di quello della Lombardia, mentre, se accade il contrario, c'è qualcosa che non va. 
Le differenze di reddito tra le regioni di una entità politica possono approfondirsi anche se il reddito complessivo del paese cresce, il che è quello che è accaduto spesso in Italia. La situazione peggiore, ovviamente, si ha quando le differenze di reddito tra le regioni si accentuano e il reddito complessivo è in calo. Questo è quello che sta accadendo in Italia e, se le cose non cambiano, finirà con il succedere all'Europa nel suo complesso.

Squilibri della bilancia commerciale
 
Gli squilibri che possono manifestarsi all'interno di una comunità politica hanno origine sostanzialmente in deficit della bilancia commerciale (import-export di merci) tra le sue regioni. Quando ciò avviene si mettono in moto meccanismi di riaggiustamento automatici che sono di natura finanziaria, fiscale e dipendenti dalla mobilità del lavoro. Quest'ultimo aspetto è particolarmente importante, perché la disponibilità dei lavoratori a trasferirsi dalle regioni in deficit a quelle in surplus limita l'ampiezza dei riaggiustamenti finanziari e fiscali. Ovviamente la mobilità del lavoro è funzione di fattori di natura geografica, normativa, linguistica, culturale, religiosa et-cetera, che non sempre sono favorevoli. 

In sintesi possiamo affermare che la mobilità del lavoro è una conseguenza dell'esistenza di un "popolo", perché le persone sono più facilmente disposte a trasferirsi da una regione all'altra quando ciò non viene vissuto come un abbandono della comunità di origine. Inoltre, in presenza di uniformità culturale, anche le tensioni (e i costi sociali e finanziari) conseguenti all'arrivo di immigrati nelle regioni in surplus sono minori. Quando la mobilità del lavoro, al contrario, è limitata da questi ostacoli, il riaggiustamento finanziario diventa assolutamente necessario. Questo può avvenire per via fiscale e/o per effetto della mobilità dei capitali finanziari privati.

La leva fiscale ha il pregio di essere uno strumento automatico. Infatti, quando il reddito di una regione inizia a declinare per effetto dei deficit commerciali, scende anche il prelievo fiscale, mentre i trasferimenti dal centro, sotto forma di di spesa pubblica (scuole, ospedali, strade, sicurezza etc.), restano costanti, e anzi possono essere incrementati dal governo. In un certo senso la diminuzione dell'imposizione fiscale equivale (ha lo stesso effetto contabile di) a una diminuzione delle importazioni, mentre l'aumento della spesa pubblica equivale a un aumento delle esportazioni.

Da quanto detto è evidente come, nel processo di integrazione europea, la mobilità dei capitali finanziari privati sia stata concepita come un fattore critico, stante il fatto che la mobilità del lavoro è fortemente limitata da ostacoli normativi, linguistici e culturali, mentre la leva fiscale non solo non è stata disponibile perché non si è realizzata l'unione fiscale, ma i singoli stati sono ora costretti, dalle politiche di austerità, ad utilizzarla al contrario, nel tentativo di riparare i danni che il ricorso eccessivo, per non dire esclusivo, al fattore di mobilità dei capitali finanziari privati, come unico strumento di riaggiustamento degli squilibri commerciali, ha provocato. 

Ciò è ormai acclarato, e riconosciuto perfino dal vice-presidente della BCE, Vítor Constâncio (Vítor Constâncio, Vice-President of the ECB, Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area” Athens, 23 May 2013): 
«Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato... finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori... il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica».


Gli squilibri commerciali sono una conseguenza della moneta unica, che ha avuto l'effetto di aumentare la competitività di prezzo dei paesi più forti e di indebolire quella dei paesi più deboli. I primi, zavorrandosi con le monete più deboli, hanno visto aumentare la loro competitività di prezzo; i secondi, già indeboliti commercialmente dal fatto di avere una moneta, l'euro, troppo forte per loro, hanno per sovrappiù dovuto scontare un'aggressiva concorrenza della Germania che, con le riforme Hartz del 2003/2004, è riuscita ad abbattere il costo del lavoro, diminuendo il salario reale medio dei lavoratori tedeschi di oltre il 10%.
 
In italia il settore finanziario, precedentemente regolato dal D.L. 6 giugno 1956, n. 476, convertito con modificazioni dalla L. 25 giugno 1956, n. 786, ha subito a partire dalla metà degli anni '80, dopo il c.d. divorzio Tesoro-Banca d'Italia, sostanziali modifiche nel senso di una piena liberalizzazione. Il combinato disposto del divorzio e del progressivo abbattimento di ogni vincolo alla circolazione dei capitali ha avuto l'effetto di innescare la crescita esplosiva del debito pubblico che è passato dal 59% del PIL nel 1981 al 123% nel 1993.

Ne è conseguita una crescita tumultuosa del rapporto tra attività finanziarie e PIL, come mostrato in figura, alimentata dai rendimenti reali positivi pagati dallo Stato per finanziarsi sul mercato privato. 

Era il prezzo da pagare per un'Europa che stava nascendo zoppa: senza una politica fiscale comune, priva di un centro decisionale politico democraticamente eletto, con una struttura sociale e una stratificazione culturale che ne limitava la mobilità della forza lavoro, l'unico strumento di riaggiustamento previsto dal "progetto" era la creazione di un ampio mercato finanziario interno, per altro realizzato all'insegna della deregulation e con scarsi o inesistenti meccanismi di vigilanza, come i fatti hanno ampiamente dimostrato.


Se gli interessi reali positivi pagati dallo Stato per finanziarsi sono stati la fonte primaria che ha alimentato il trasferimento dei redditi dal lavoro alla rendita, i processi di innovazione finanziaria hanno svolto la funzione di amplicazione del fenomeno, soprattutto attraverso il ricorso crescente allo strumento della cartolarizzazione. Questa consiste nel confezionare prodotti finanziari, il cui sottostante è costituito dai flussi di cassa derivanti dai mutui stessi, che le banche hanno rivenduto ad altre istituzioni finanziarie denominate "società veicolo". Le cartolarizzazioni sono così diventate il meccanismo di trasmissione tra il sistema della finanza speculativa e l'economia reale
La crisi americana del 2008, danneggiando in profondità l'unico strumento di riaggiustamento che gli "architetti dell'euro" avevano previsto per far fronte agli squilibri interni di bilancia commerciale, ha dato inizio alla crisi europea.

Libera circolazione dei capitali

Vale la pena descrivere il funzionamento del meccanismo di riaggiustamento per mezzo della mobilità dei capitali privati finanziari. Un paese in deficit commerciale, per pagare l'eccedenza delle importazioni sulle importazioni, deve vendere obbligazioni finanziarie. Le banche del paese in deficit emettono dunque delle obbligazioni con rendimenti appetibili per i portafogli degli investitori esteri e incamerano la liquidità necessaria per finanziare le importazioni dei residenti. 

Il funzionamento di questo meccanismo presuppone, ovviamente, che il paese in deficit abbia sufficienti risorse finanziarie precedentemente accumulate, oltre al fatto che la normativa comunitaria costituisca, nel suo insieme, un sistema ben regolato e attentamente vigilato. Per quanto riguarda il primo punto, esso è stato disatteso con l'ammissione frenetica di sempre nuovi membri nell'Unione Europea, anche quando (è il caso della Grecia) era evidente che questi paesi non disponevano di sufficienti riserve finanziarie per fronteggiare, non dico uno shock di grosse dimensioni, ma almeno una cronica seppur piccola situazione di deficit senza la necessità di crescenti finanziamenti, sostanzialmente a fondo perduto. Si dirà: "ma la Grecia è il cuore simbolico dell'Europa!". E infatti si è visto con quanto amore i paesi in surplus siano andati in suo soccorso!

Quanto al secondo punto, la costruzione di un sistema finanziario ben regolato e vigilato, questo è stato implementato solo sul lato della completa deregulation, senza prestare la dovuta attenzione né alla regolazione dei flussi né alla vigilanza. 
 In effetti il processo di unificazione europea è stato concepito con l'idea di fare affidamento su un ulteriore, seppur non dichiarato, meccanismo di riaggiustamento di lungo periodo, basato sulla contrazione dei redditi nei paesi in deficit, che ha l'effetto di diminuire le importazioni riequilibrando la bilancia commerciale

Italia, epicentro della crisi dell'eurozona, e la sinistra
 
Questo processo, di per sé politicamente di difficile attuazione, viene tuttavia pericolosamente accelerato se le attività finanziarie dei paesi in deficit sono accettate dai paesi in surplus solo a prezzi decrescenti per mancanza di fiducia (lo spread). La conseguenza è un'ulteriore obbligata riduzione dei programmi di spesa dei governi, e degli investimenti degli operatori nazionali. La bilancia commerciale torna sì in pareggio, ma il rischio è quello di un esito deflattivo dalle conseguenze politiche e sociali devastanti. Al contrario, nei paesi in surplus l'acquisizione di attività finanziarie a condizioni favorevoli, quando non a prezzi di svendita, aumenta il rischio di bolle finanziarie, rendendo problematiche perfino eventuali politiche espansive a sostegno delle esportazioni dei paesi in deficit. 

La situazione è aggravata dal fatto che il confine tra le regioni in surplus e quelle in deficit coincide con quelli degli Stati nazionali che dovrebbero realizzare l'unione politica, e dunque fiscale, che è quello che interessa dal punto di vista macroeconomico.

Nell'estate del 2012 sembrava che l'eurozona fosse sul punto di deflagrare, ma questo esito venne momentaneamente scongiurato dall'intervento del governatore della BCE Mario Draghi, il quale affermò che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per difendere l'euro, e che questo sarebbe stato sufficiente. 
In effetti le parole di Draghi facevano seguito a tre importanti provvedimenti intrapresi dal governo italiano, ovvero la LEGGE COSTITUZIONALE 23 Aprile 2012, n. 1 – “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale", la LEGGE 23 luglio 2012, n. 114 – "Ratifica del Fiscal Compact", la LEGGE 23 luglio 2012, n. 116 – "Ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità - ESM". 

Questa circostanza è un indizio importante del fatto che il nostro paese è l'epicentro della crisi, e che tutta la costruzione europea si regge sulla capacità dell'Italia di sostenere il peso degli impegni sottoscritti. Tuttavia, pur ammettendo la possibilità che l'Italia riesca a sostenere questo immane sforzo, vi sono ulteriori pericoli rappresentati dal fatto che, in Germania, poderosi interessi industriali e finanziari premono per liberarsi dell'euro, anche al costo di notevoli perdite finanziarie. La richiesta, che circola da qualche settimana negli ambienti della Bundesbank, di prezzare la rischiosità dei titoli pubblici detenuti dalle banche nei prossimi stress test di gennaio 2014, qualora venisse accolta potrebbe rappresentare il punto di svolta della lunga crisi dell'eurozona e aprire la fase della sua dissoluzione. 

Uno scenario reso ancora più cupo dal fatto che, a marzo, la FED americana potrebbe essere costretta dalle pressioni dei falchi repubblicani a interrompere il programma di quantitative easing che, iniettando 85 miliardi di liquidità nel sistema bancario americano, alimenta la domanda di beni di importazione dagli Stati Uniti.
 

Nel nostro paese l'incognita che pesa sul piano dei prossimi sviluppi politici è la crescita di élites hanno compiuto nei decenni passati. Queste, costrette dalle scelte del passato a cercare un'impossibile quadratura del cerchio con l'evidenza dei fatti, rappresentano un ostacolo formidabile ad ogni ipotesi di cambiamento di strategia. 
consapevolezza di settori sempre più ampi dell'opinione pubblica dei temi trattati in questo articolo. L'epicentro di questa dinamica si trova, a mio parere, in un angolo minoritario e trascurato, quello della sinistra cosiddetta radicale. Piaccia o no, è proprio in questo universo, che troppi commentatori tendono a trascurare quando non ad ignorare del tutto, che si trovano le risorse morali, culturali e di militanza che, se liberate, sono in grado di attivare una rapida presa di coscienza dei termini reali del progetto di unificazione europea a guida bancaria. Il risveglio della sinistra radicale è oggi ostacolato dagli errori di comprensione e valutazione che le sue

Un'occasione preziosa per stanarle e costringerle a un confronto oggettivo è l'imminente convegno "Oltre l'euro - la sinistra, la crisi, l'alternativa" che si svolgerà a Chianciano il prossimo 11/12 gennaio 2014. Questo blog (ecodellarete.net) parteciperà all'incontro realizzando le riprese integrali e interviste nel backstage, e l'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) di cui chi scrive è socio, sarà presente con molti dei suoi militanti più impegnati. Anche alla luce degli ultimi sviluppi del congresso di Rifondazione Comunista, nonché di moltissimi segnali provenienti dall'area della cosiddetta sinistra radicale, l'appuntamento promette di essere estremamente "frizzante".
Bene, come dice sempre l'amico Mattia Corsini, "ci vediamo in mischia".





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29 commenti:

  • Anonimo scrive:
    4 gennaio 2014 10:58

    concordo su parecchie cose.
    su una cosa però credo che anche l'ars cada su vecchie parole d'ordine del vecchio comunismo (e non solo) "esproprista": la "repressione finanziaria", ovvero la criminalizzazione dell'interesse e del risparmio.
    all'uopo faccio notare che l'enorme bolla nei piigs del 2002-2008 fu causata proprio da tassi reali negativi. stessa cosa negli usa nello stesso periodo.
    tasso negativo è come affittare una casa e poi pagare un affitto all'inquilino... conosco compagni padroni di case ma vedo che l'affitto lo intascano...
    antonio.

  • Anonimo scrive:
    4 gennaio 2014 13:24

    Quando un ammalato è in fin di vita (anche per le drastiche cure chirurgiche a cui volente o nolente è stato sottoposto con amputazioni ed espianti vari) a cosa serve una diagnosi eziologica di prima che la terapia irreversibile fosse messa in atto?
    Ai moribondi, di solito e se sono "credenti", si somministra l'estrema unzione.
    Così è per questa maledettissima Europa dell'Euro: muoia.

  • Ecodellarete.net scrive:
    4 gennaio 2014 13:25

    Nessuno impedisce ai possessori di capitali (alias "i padroni di casa") di trovare impieghi vantaggiosi per il loro gruzzolo, ma sul mercato privato (azioni, obbligazioni etc.), e non con interessi reali positivi pagati dalle tasse dei cittadini. Per di più con prezzo fatto dal compratore, perché dopo il divorzio (1981) lo Stato non può più minacciare di comprarsi i titoli stampando moneta. Dico "minacciare" perché, in effetti, la monetizzazione del debito pubblico fu effettuata saltuariamente da Guido Carli e per importi marginali, ma bastava la semplice minaccia che i titoli potessero essere acquistati dalla Banca d'Italia stampando moneta per indurre i possessori di capitali privati ad accettare i tassi di interesse (negativi) offerti dallo Stato.

    Il paragone con il primo periodo dell'euro non regge: in quel caso i rapporti debito/credito si sono sviluppati tra privati, mentre il debito pubblico italiano era in calo: lo stato emetteva meno titoli di quanti ne rimborsava.

  • Anonimo scrive:
    4 gennaio 2014 15:30

    Ma quando mai.
    Non succederà assolutamente nulla di quello che sperate.
    Se è vero quello che dite ci dovrà essere almeno il 30% di voti per gli antieuropeisti alle elezioni di quest'estate.
    Vedremo.

  • Anonimo scrive:
    4 gennaio 2014 16:22

    Inutile dire che condivido molto di quanto scritto.
    Volevo segnalare, al di fuori della discussione, l'ennesimo articolo e intervento di disinformazione (probabilmente voluta) conpiuto dal Manifesto, con l'intervista a Gallino, un altro dei grandi "padri illustri" della "sinistra estrema"

    Pigghi

  • barbaranotav scrive:
    5 gennaio 2014 10:11

    "hanno per sovrappiù dovuto scontare un'aggressiva concorrenza della Germania che, con le riforme Hartz del 2003/2004, è riuscita ad abbattere il costo del lavoro, diminuendo il salario reale medio dei lavoratori tedeschi di oltre il 10%" quindi praticamente ora i tedeschi guadagnano meno di italiani, greci e spagnoli? Ma per favore

  • Lapalix scrive:
    5 gennaio 2014 18:06

    Barbanotav

    No fesso. Se uno guadagna 5000 e l'altro 3000 e al primo gli levi il 10% e all'altro il 5% finirà che il primo guadagna 4500 e l'altro 2850.
    Quindi al primo gli hai diminuito lo stipendio più che al secondo ma continua a guadagnare più che il secondo.
    Non hai capito, vero?

  • Ecodellarete.net scrive:
    5 gennaio 2014 23:06

    @Barbanotav

    Intanto ti chiedo scusa per il "fesso" con cui sei stato apostrofato. La tua osservazione è corretta, stante il fatto che ovviamente non hai compreso bene la frase, oppure non hai letto con attenzione. Ma questo non è un problema, perché nessuno nasce "imparato", e neppure io lo nacqui.

    Veniamo al problema. Intanto nell'articolo c'è una frase, che ho messo lì proprio perché immaginavo che qualche lettore potesse averne bisogno: "Mettiamo anche a fuoco un altro importante concetto: in economia quello che è veramente importante non sono le differenze assolute, ma le variazioni, nel tempo, delle grandezze macroeconomiche".

    E dunque, se al tempo t1 esiste un certo rapporto tra i salari tedeschi e italiani (mettiamo che quelli italiani sono il 50%) e al tempo successivo t2 i salari italiani sono il 75% di quelli tedeschi, è ovvio che i salari italiani, pur essendo ancora più bassi, sono cresciuti in proporzione più di quelli tedeschi.

    [continua]

  • Ecodellarete.net scrive:
    5 gennaio 2014 23:11

    Inoltre nell'articolo si parla di "salari reali", cioè al netto dell'inflazione, cioè di potere di acquisto reale. Ebbene, tutte, dicasi tutte le statistiche (che prescindono dai casi puntuali, sennò a che servirebbero gli uffici studi?) dicono che i salari reali tedeschi sono diminuiti di circa 10 punti dall'introduzione dell'euro, mentre negli altri paesi sono rimasti stazionari, e in qualche caso sono lievemente cresciuti.

    E' così che la Germania ha fatto concorrenza ai suoi partners di questa un'unione monetaria: diminuendo il potere d'acquisto dei suoi lavoratori!

    Ovvio che, essendo in un'unione monetaria, alla fine anche gli altri debbano seguirla su questa strada.

    Sono riuscito a farmi capire?

  • Anonimo scrive:
    6 gennaio 2014 11:23

    eco,
    "Nessuno impedisce ai possessori di capitali (alias "i padroni di casa") di trovare impieghi vantaggiosi per il loro gruzzolo, ma sul mercato privato (azioni, obbligazioni etc.), e non con interessi reali positivi pagati dalle tasse dei cittadini."

    1)quindi tu sei per una riduzione dell'attività economica statale.
    2) gli interessi escono dalle tasse dei cittadini solo perchè il debito viene usato per operazioni non lucrative o in perdita. se fosse usato per finanziare esempio l'eni, gli interessi uscirebbero dai profitti di questo. ovvero, dobbiamo espropriare i risparmiatori per mantenere i lussi di 15000 dipendenti alitalia (esempio)?
    3) anche i 110mld annui che coprono il buco inps (frutto della festa di milioni di pensionati di fascia medioalta che hanno versato 25 e prendono 100, cosa incredibile esistente al mondo solo in italia) escono dalle tasse e nessuno dice a. allora perchè mazzulare chi non ha fregato niente a nessuno (i risparmiatori) invece di chi ha ricevuto più di quando avrebbe dovuto?
    4) come da punti 2 e 3, cos'è la sinistra, che tizio ruba e i soldi me li riprendo da caio?
    antonio.

  • Ecodellarete.net scrive:
    6 gennaio 2014 12:09

    Eh, caro Antonio, non vuoi proprio capire. Prima del divorzio lo Stato pagava interessi reali negativi sui titoli. In altri termini: tu avevi 100mln di lire? Volevi trasferirli al futuro senza rischi? Li davi allo Stato il quale, poiché ti offriva un servizio, ti faceva pagare. Altrimenti investivi nel settore privato, a tuo rischio. E il bello è che lo Stato li trovava, eccome, i compratori! Si faceva così non solo in Italia, ma in tutta Europa. Nel frattempo, gli Stati Uniti (che sono ovviamente un caso a parte) il debito pubblico lo finanziavano stampando. Tanto loro avevano il dollaro e, in cambio, assicuravano la protezione militare a tutta l'Europa. Così funzionava, e se non ci credi informati, chiedi conferma. Dal 1981 cambia tutto: inizia il liberismo, e dunque divorzio tesoro-banca d'Italia, liberalizzazione dei movimenti di capitale etc. etc., da noi come in tutta Europa. Inizia, cioè, l'era della rendita privata finanziata attraverso il debito pubblico.

    Poi tiri fuori la corruzione, i privilegi pensionistici etc. E a me lo dici? Ho avuto compagni di scuola che sono andati in pensione a 48 anni! La cosa mi ha fatto anche incazzare (io con una laurea a lavorare, loro in panciolle a 48 anni). Mi ci sono incazzato e mi ci incazzo ancora... però il problema odierno NON deriva e non dipende da quelle ingiustizie.

    Se vuoi capire devi mettere da parte la rabbia per queste cose. Queste sono ingiustizie distributive interne al paese, il quale però ha, nel complesso, un problema nei conti con l'estero: un gran bel buco scavato NON dallo Stato, ma dal settore privato, dalle banche. Anche in questo caso, ti invito ad informarti, a chiedere, a studiare.

    Un saluto.

  • Ecodellarete.net scrive:
    6 gennaio 2014 12:20

    Dimenticavo: i miei coetanei andati in pensione a 48 anni, sono al più diplomati, o con la terza media. Ripeto: mi ci sono incazzato.... ma non è quello il problema.

  • Anonimo scrive:
    6 gennaio 2014 15:42

    eco,
    ti ringrazio della pacatezza ma ti informo che ho una laurea in economia, ho lavorato nel settore 20anni e sono piuttosto informatello.
    1) la colpa non è dei privilegi pensionistici, che costano 110mld annui, e invece è degli interessi che costano 80 di cui solo 28 vanno all'estero?
    2) non è vero che prima dell'81 i tassi reali furono sempre negativi. negli anni 60 erano positivissimi. diventarono negativi SOLO PERCHE'negli anni 70 ci furono 2 improvvisi shock inflattivi. allo stesso modo negli anni 80 i tassi tornarono positivi perchè l'inflazione scendeva mentre erano in circolo i titoli a tasso fisso emessi negli anni precedenti a tassi alti. quindi i tassi positivi sono (e devono essere) la regola, i tassi negativi sono stati l'eccezione negli anni 70.
    quindi il problema tassi alti, che si tradusse poi in tassi reali fortemente positivi negli anni 80, nacque negli anni 70, PRIMA del divorzio. c'entra poco il divorzio e il neoliberismo.
    mi sa che siete voi che dovete studiare e informarvi di più, anche se potrete scoprire cose che cozzano con le costruzioni ideologiche che vi siete fatte...

    http://www.lolandesevolante.net/wp-content/uploads/2012/07/Ltro_1-tabella-bagnai2.jpg

    antonio.

  • Anonimo scrive:
    6 gennaio 2014 19:57

    poi francamente il discorso che io devo pagare un interesse allo stato perchè mi custodisce il risparmio fa ridere:
    1) perchè nulla può azzerare il rischio di un default
    2) perchè l'interesse non remunera solo il rischio e l'inflazione, ma anche il fatto che mi privo di un consumo oggi
    3) perchè tu hai bisogno dei miei soldi per fare certe cose.
    andando avanti con certe pittoresche idee va a finire che nessuno risparmia più, ci mangiamo tutto e quello che era risparmio diventa profitto delle imprese.
    e lo stato poi deve indebitarsi all'estero che è molto peggio... e vediamo se riuscirete a imporre "repressioni finanaziarie" anche all'estero. come riuscireste a espropriare pure i creditori esteri?
    - facendo default? poi i soldi non te li presta più nessuno per 30 anni e per far finta di pagare stipendi e pensioni non ti resta che stampare a manetta e l'inflazione schizza al 30% (argentina)
    - svalutando periodicamente? i tassi schizzano al 10%.
    insomma... vedo che a sinistra continuate a non capire che FORZARE LA NATURA NON FUNZIONA (l'interesse positivo è natura come è natura dare 1 pesce all'indio se ti presta la sua canoa con la quale tu peschi 10 pesci e se non gli dai il pesce ti becchi le frecce al curaro, vagli a spiegare che LUI deve dare un pesce a te perchè gli hai custodito la canoa!).
    antonio.

  • Ecodellarete.net scrive:
    6 gennaio 2014 20:35

    Antonio, mi permetto di linkarti un'immagine più leggibile.

    Per quanto riguarda i tassi di interesse, osservo che dal 1960 al 1982 solo per 7 anni su 23 i tassi reali furono positivi. Nel grafico è riportato anche il deflattore del PIL, che è praticamente speculare al tasso reale. Questo ci dice che, per avere tassi reali negativi, è sufficiente una moderata inflazione, che è esattamente quello che si propone l'ARS: un'inflazione moderata e costante tale da mantenere il tasso reale nell'intorno dello zero o poco sotto.

    Osserva come la dinamica cambia bruscamente in concomitanza della doppia decisione SME+divorzio: il deflattore scende e diventa addirittura inferiore rispetto ai tassi reali, guarda caso come era avvenuto già nel triennio 1966-67-68, che precedette l'autunno caldo. Ovviamente, per avere il risultato desiderato (inflazione moderata e tassi reali negativi o intorno allo zero) una condizione NECESSARIA è un regime di vincoli alla circolazione dei capitali, alias repressione finanziaria.

    Insomma, l'economia è politica, e la coperta sempre tropo corta: o si fanno gli interessi del lavoro, o quelli del capitale. Che ti aspetti, che gente di sinistra faccia gli interessi del capitale? Ah beh... è sucesso anche questo...

    Quanto ai "costi dei privilegi pensionistici", puoi dirmi dove hai preso i dati? Ma poi, di che costi parli? Casomai di "ingiustizia distributiva", perché quei privilegi sono pagati "anche" dalle basse pensioni odierne. Come ti ho detto, questo mi fa incazzare, ma non è il cuore del problema.

    p.s. ovviamente in pubblico si semplifica, ma senza alterare la sostanza dei fatti. Che è una e una solo: l'economia è politica... o non è.

  • Ecodellarete.net scrive:
    6 gennaio 2014 21:55

    Caro Antonio, non ti alterare. Esaminiamo le tue obiezioni:

    1) "perchè nulla può azzerare il rischio di un default". Default di chi? Di uno Stato a moneta sovrana che controlla le sue frontiere commerciali e finanziarie? In queste condizioni l'unico default possibile è un'invasione militare... cosa possibile ma che smaschererebbe la vera natura delle cose.

    2) "perchè l'interesse non remunera solo il rischio e l'inflazione, ma anche il fatto che mi privo di un consumo oggi". E allora consuma, che è tutta "domanda" per qualcun altro. Il problema del capitalismo è proprio la tendenza alla tesaurizzazione, insieme con la pretesa di far soldi prestando quelli già accumulati senza neppure correre rischi commerciali e/o finanziari. Comodo vero? Fai una cosa: presta i tuoi soldi a qualche giovane disoccupato pieno di voglia di fare: se ti va bene guadagni, se ti va male ti attacchi. Ma non pretendere che sia lo Stato a garantirti la rendita... ah bello! Forse penserai che questo modo di ragionare sia da "comunisti"... e pazienza. Che t'aggia dì?

    3) "perchè tu hai bisogno dei miei soldi per fare certe cose". No, caro Antonio, proprio non ci siamo. Sei tu, piccolo individuo, che hai bisogno dello Stato, non lo Stato dei tuoi soldini, che ti può riprendere come e quando vuole. Come sopra, converrai che questo è un discorso piuttosto "comunista". Pazienta.

    Se non l'avessi capito, i più moderati tra noi (io sono uno di questi) vogliono soltanto sottomettere il mercato allo Stato. Quelli "arrabbiati" quello che vojono fa nun te lo dico, sinnò 'stanotte nun me dormi.

    p.s. spero per te che, oltre a questo sito di sovversivi comunisti, ne frequenti anche altri dove ci si arrovella per trovare il modo di garantire la pacchia ai rentiers, spennando i lavoratori. Ovviamente senza che questi mangino la foglia e si incazzino di brutto. Buone discussioni.

  • Ecodellarete.net scrive:
    6 gennaio 2014 23:19

    Segnalo infine questa intervista a quel "comunista" del prof. Augusto Graziani, fatta nel 1992.

    Anche quest'altra è interessante.

  • Anonimo scrive:
    7 gennaio 2014 17:27

    - circa le pensioni, è facile trovare i bilanci inps, 110mld di buco annuo.
    - circa i default degli stati, in occidente negli ultimi 100 anni ce ne sono stati decine, tutti paesi sovrani con moneta sovrana. quindi il rischio c'è, io lo accetto ma devi scucì gli interessi (reali positivi). lo stato mi prende i soldi quando vuole? bene, ciao ciao e espatrio! così vedete come si sta bene senza il kattivo kapitale. già successo in russia.
    siete dei ritardati se credete ancora a ste cazzate.
    - circa i tassi, negli anni 60, in 8 anni su 10 sono stati positivi, poi negativi causa inflazione.
    - mi sa che voi non avete capito una cosa fondamentale: oggi i "rentiers" guadagnano già pochissimo e sono la classe mediobassa della società. sono gli ex proletari che grazie alle lotte COMUNISTE hanno ottenuto salari superiori alla sussistenza che hanno permesso loro di risparmiare.
    la classe alta, gli imprenditori, sono debitori netti!
    questa guerra contro i presunti parassiti rentiers è la guerra degli imprenditori che lavorano coi soldi altrui, non vogliono pagare interessi e possibilmente manco restituire i soldi.
    e infatti tutti i gruppi di presunta estrema sinistra sono composti da professionisti e imprenditori, li conosco BENE. tutta gente che guadagna il quintuplo di me minimo.
    e infatti la tua esortazione "consuma!" tende solo a trasformare l'economia in senso "americano", ovvero tutto il capitale in mano alle imprese.
    se per voi questo è favorire i lavoratori...
    circa quello che vorrebbero gli "incazzati" me ne sbatto, tanto sono quattro gatti.
    caro mio, il CREDITO, ovvero usare soldi altrui, esiste da migliaia di anni, se tu prosperi usando soldi altrui DEVI remunerare chi ti aiuta a prosperare. altrimenti è GUERRA e vediamo chi vince.
    le cose che volete voi già sono state fatte in ucraina negli anni 30... e ci fu perfino chi i kattivi rentiers l'ha mandati nei forni.
    antonio.

  • Anonimo scrive:
    7 gennaio 2014 17:59

    p.s. "la coperta è corta"... questa è un'IDEA NEOLIBERISTA!
    sfruttata da "certi" per soddisfare la vecchia psicopatica libidine espropriatrice...
    uscendo dall'euro cresce il pil e si stabilizza il debito senza rubare niente a nessuno. l'ha fatto lula in brasile 12 anni fa.
    ah già... senza rubare niente a nessuno è un "uscita da destra"...
    antonio.

  • Questo commento è stato eliminato dall'autore.
    Ecodellarete.net scrive:
    7 gennaio 2014 20:12

    Questo commento è stato eliminato dall'autore.

  • Ecodellarete.net scrive:
    7 gennaio 2014 22:26

    Commento ri-postato per un errore nella precedente versione.

    Veramente chi parla di uscita "da sinistra" (non io: per me si deve uscire e basta, poi si vede) fa riferimento alla necessità di indicizzare salari e pensioni ("'sti ladroni de pensionati", come dici tu), impedire acquisizioni di aziende e marchi italiani nei primi anni dopo la svalutazione (e cmq controllare sempre queste operazioni, anche dopo), nazionalizzare le banche monetizzando il costo, introdurre severi limiti ai movimenti di capitale, merci e servizi. Io, che contrariamente a quanto pensi non sono un "comunista", ci metterei anche un pizzico di controlli ai movimenti delle persone.

    Ovviamente, siccome sono un democratico e un libertario, darei a quelli come te la possibilità di espatriare, anche portandosi dietro i loro gruzzoli. Poi ci scrivi e ci racconti come ti trovi in Lettonia...

  • Anonimo scrive:
    8 gennaio 2014 10:40

    Chissà perché ogni volta che nascono questi dibattiti tra chi pensa che il problema siano i costi dello stato e chi pensa che il problema sia il globalismo neo-liberista mi viene in mente questa scena :D :D :D

    http://www.youtube.com/watch?v=SECaP0uSioM

    Istvan

  • Anonimo scrive:
    8 gennaio 2014 10:51

    eco,
    mi piace parlare con te. abbiamo già dibattuto mesi fa ma ovviamente non puoi ricordare.
    io sono già espatriato, ma in sudamerica, mi piace il caldo :))
    provo anche a parlare con gente come nardella o d'andrea ma lì non c'è niente da fare, so' popo de coccio :))
    tutte le misure post uscita si possono discutere... ma l'UNICA cosa che mi preme farvi rimuginare è la funzione "naturale" della moneta, del credito, dell'interesse.
    andare contro NATURA alla lunga non funziona, dammi retta.
    la natura è che, tranne eventi improvvisi e temporanei, nel lungo periodo i tassi devono essere positivi in termini reali, non importa se il debitore è privato o pubblico.
    ciò è non solo conveniente ma anche ETICO e per fartelo capire ti racconto una storia (vera).
    la mia compagna è mezza india, viene dalle campagne dell'interno dove sono mezzi indios e vivono secondo tradizioni che di occidentale hanno nulla.
    tutti piccoli contadini... accadeva che una stagione A aveva più terra del necessario e B voglia di espandersi ma poca terra.
    A prestava un pezzo di terra a B. nessun rischio, la terra mica si consuma... quando arrivava il raccolto B ne dava una parte ad A.
    gli indios sentono questo come etico, nessuno si sogna di dare del parassita ad A. tu mi aiuti tangibilmente e io ti ringrazio tangibilmente.
    stessa cosa accade con le sementi: se B non ha sementi e A gliene dà 10kg delle sue, quando c'è il raccolto B non ridà ad A 10kg ma 20.
    la natura, il mondo, la MENTE SANA funziona così... tutto un gomblotto giudaico/massonico delle lobbies finanziarie? diglielo ai tuoi amici "incazzatos"...
    antonio.

  • Anonimo scrive:
    8 gennaio 2014 17:22

    Ottima lezione Antonio. Ma io non credo che i redattori di questo sito o Ecodellarete credano in qualche complotto massonico. Hai ragione quando dici che se io do qualcosa a te io do qualcosa a te. Neanch'io sono tanto convinto di un default ma il ritorno alla sovranità totale è indispensabile.
    Luigi

  • Ecodellarete.net scrive:
    8 gennaio 2014 20:55

    Insomma ragazzi, non lo volete proprio capire che uno Stato sovrano (che vincoli i movimenti di capitale e presidi le dogane) serve proprio a far fare al mercato il suo lavoro, che è "produrre ricchezza senza alzare la cresta". Per uno Stato sovrano a trazione popolare il mercato è un mulo, che deve lavorare per la collettività e non pretendere più della sua razione di paglia, perché il surplus deve andare ai consumi collettivi.

    Capisco che detta così suoni un po' brutale, ma forse è meglio. E dunque, in un mercato dominato da uno Stato democratico, chi vuole far soldi deve rischiare, mentre compito dello Stato è fornire la liquidità necessaria al suo funzionamento. E' legittimo non condividere questa impostazione, mentre non è legittimo che chi sogna un quadro macroeconomico in cui lo Stato sovrano deve indebitarsi con il settore privato per finanziare i consumi collettivi, continui tuttavia a dichiararsi "de sinistra".

    Ricordo, infine, che per "disciplinare" il mercato, qualora non voglia sottoscrivere i titoli di Stato a rischio zero e interessi reali nulli o negativi, oltre alla monetizzazione c'è anche l'imposizione fiscale progressiva.

    Lo so che tutto ciò non piace a molti, e che per quanto ho scritto mi sentirò dare del "comunista", ma io "comunista" non sono, perché il mercato lo voglio.... ma sottomesso.

  • Anonimo scrive:
    9 gennaio 2014 00:05

    eco,
    il problema è che secondo me lo stato NON dovrebbe indebitarsi per finanziare consumi collettivi (per questo ci sono già le TASSE, una robusta sottomissione del mercato) a meno che da quell'indebitamento non scaturisca una PRODUZIONE maggiore dell'incremento dell'indebitamento nominale (deficit). ma in questo caso il debito/pil diminuirebbe... purtroppo ciò non è avvenuto e non avviene. perchè si sprecano i soldi in cose improduttive... allora arrivate voi e dite che per quadrare i conti bisogna razziare i detentori di btp, facendo tra l'altro un favore agli imprenditori (perchè i tassi "di stato" si trascinano al ribasso tutti gli altri). praticamente volete trasferire soldi dai risparmiatori agli imprenditori, e questo sarebbe "de sinistra"?
    circa i controlli di capitali, alle frontiere, ecc. NON FUNZIONA, ci sta provando l'argentina:

    http://www.tradingeconomics.com/charts/argentina-capital-flows.png?s=argentinacapflo

    antonio.

  • Ecodellarete.net scrive:
    9 gennaio 2014 09:55

    Scusa Antonio, ma non mi pare giusto che tu mi metta in bocca quello che pensi tu (trasferire soldi dai risparmiatori agli imprenditori... sic!).

    Quello che dico è abbastanza chiaro: il mercato lavora e produce, lo Stato tassa e redistribuisce. Tuttavia perché non usare (ovviamente con intelligenza) anche altri strumenti? Alcuni risparmiatori vogliono investire in modo risk-free? Ci pensa lo Stato, ovviamente senza retribuirli con interessi reali positivi, visto che gli rende un servizio. Nessuno è interessato a investimenti risk-free? No problem: nel gioco del mercato qualcuno guadagna e altri perdono. Arriva lo Stato e tassa in modo progressivo quelli che hanno guadagnato, per poi redistribuire in favore dei perdenti. La produttività cresce? E allora lo Stato stampa più moneta. Arriva una calamità e c'è una crisi sul lato dell'offerta? Ancora lo Stato interviene. Insomma: il Sovrano DEVE essere lo STATO DEMOCRATICO, non la lobby dei ricchi.

  • Anonimo scrive:
    9 gennaio 2014 14:19

    1) e la lobby dei ricchi sarebbero le vecchiette (o i loro fondi pensione) che investono in btp? io non conosco ricchi tanto rincoglioniti da investire in btp.
    2) redistribuire a favore dei perdenti... bisogna stare attenti perchè così si corre il rischio di azzerare l'efficienza e si finisce come l'urss. se io "perdo" e lo stato mi dà una quota di chi "vince", che lavoro a fare per vincere? se all'università danno a tutti un voto politico perchè disuguaglianza bruttocattivo, perchè dovrei studiare?
    3) comunque io sono un "perdente", guadagno appena 1000 al mese... se tu guadagni di più ti prego di redistribuire, ti do il mio iban :))
    antonio.

  • Ecodellarete.net scrive:
    9 gennaio 2014 15:45

    Antonio...? Antoniooooo....?? Antoniooooooo!!!

    La piantiamo qui? Tanto non ci capiamo, e il moderatore si starà pure a rompe...

    p.s. guadagno più di te, ma per costringermi a "redistribuire" ci sono solo due modi:

    a) tenti di rapinarmi (a tuo rischio e pericolo).
    b) Chiedi allo Stato Sovrano di farlo al posto tuo.

    Scegli tu.

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