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mercoledì 23 maggio 2018

LE SINISTRE E IL GOVERNO

[ 23 maggio 2018 ]

A chi fosse interessato, presentiamo una carrellata con la posizione che i vari partiti, movimenti e gruppi di sinistra hanno preso rispetto all'eventuale governo giallo-verde.



Due essenzialmente le posizioni: la prima e la più diffusa: opposizione senza sé e senza ma: la seconda: né-né. C'è poi chi non ha ancora preso una posizione, e chi non sa che pesci pigliare.

C'è però un trait d'union tra tutti quanti i soggetti della sinistra, da quella moderata a quella più estrema, ed è ben espresso dal confronto tra la vignetta n.1 apparsa su CONTROPIANO e quella (indegna!) n. 2 (il verbo del sociologo che scrive su il manifesto Alessandro Dal Lago)...



Ma veniamo a noi, anzi, a loro...


SINISTRA ITALIANA 
(Opposizione senza sé e senza ma)

POTERE AL POPOLO  (Opposizione senza sé e senza ma)
“Rispetto al governo che si profila, sulla base delle indiscrezioni e delle dichiarazioni sul programma, Potere al Popolo si schiera in ferma e radicale opposizione. Contrasteremo le misure repressive e autoritarie che si annunciano verso i migranti, i poveri, il dissenso ed il conflitto sociale, misure che raccolgono la violenta eredità delle leggi Minniti Orlando. 
… Per queste ragioni la nostra opposizione al governo Lega M5S non avrà nulla a che vedere con quella euroatlantica, rappresentata dal PD e dai residui berlusconiani e interpretata dalla grande stampa a partire dal quotidiano La Repubblica”. 
https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo-governo/ 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA (Opposizione senza sé e senza ma)

EURONOMADE-NEGRIANI  (Opposizione senza sé e senza ma)
«Le sinistre “radicali” la lingua del nazionalismo di ritorno (la vera sostanza di ciò che viene denominato populismo) fondata sull’astrazione di un popolo che esiste solo nell’autolegittimazione di chi pretende di incarnarne la volontà. Di proprio, le une e le altre, hanno conservato brandelli di una lingua morta che ruota attorno alla figura e al ruolo dello Stato sulla cui natura contemporanea, e sul cui rapporto col Mercato nessuno sente più il bisogno di interrogarsi. Così, nel susseguirsi ininterrotto delle sconfitte, le sinistre finiscono col replicare, attraverso il mantra della rifondazione, quella stessa astrazione mascherata da concretezza che governa l’agire politico di chi ha oggi conquistato il centro della scena.»
UNA FALSA IDEA DI CONCRETEZZA, TRA NEOLIBERISMO E SOVRANISMO 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI(Opposizione senza sé e senza ma)
“Deriva reazionaria” 

SINISTRA ANTICAPITALISTA(Opposizione senza sé e senza ma)
Il contratto tra Lega e M5S per un governo reazionario e di destra

PROLETARI COMUNISTI (Opposizione senza sé e senza ma)
Governo fascio-populista

PARTITO COMUNISTA ITALIANO (Né-Nè)
“I comunisti sanno, al di là dei contraddittori aspetti contingenti, che l’impossibilità, da parte di Lega e M5S, di spingersi sino in fondo nella lotta contro l’imperialismo USA e la NATO e contro l’Ue, risiede nella loro stessa natura ideologica e politica, non conseguentemente antimperialista e anticapitalista, ma segnata da un populismo e da un qualunquismo che, se fino ad oggi ha pagato, alla lunga costringeranno leghisti e grillini (qualora continui a prevalere la linea Di Maio) a spostamenti ondivaghi, con un chiaro destino: la stabile ricollocazione nel campo liberista e capitalista. Se qualcuno, anche in certa sinistra “comunista”, crede di individuare nella Lega e nel M5S le nuove avanguardie della lotta antimperialista e contro l’Ue, crediamo che avrà ben presto un amaro risveglio.” La fase attuale, l’ipotesi di un governo M5S-Lega e noi 


RETE DEI COMUNISTI (Né-Né)
“Alla luce di quanto siamo riusciti a decrittare finora nel contratto di governo, possiamo dire che tre questioni decisive costituiscono l’oggetto del contrasto politico tra il nostro mondo e il programma del “nuovo esecutivo”: a) la subalternità e la non rottura con il vincolo esterno (i diktat dell’Unione Europea e la Nato); b) l’assoluta sottovalutazione delle emergenze sociali, soprattutto su reddito, abitazioni, Meridione e tutela dei territori; c) la tendenza alla semplificazione, e dunque alla soluzione autoritaria, dei problemi sociali.  Su altre questioni occorre ammettere di aver visto palesarsi ipotesi parecchio diverse rispetto a quelle messe nero su bianco dai governi di centro-destra e centro-sinistra degli anni precedenti. Il che costituisce un problema serio, non risolvibile con la pura e semplice condanna dei punti più infami. Del resto non è una novità che la reazione “populista” si presenti sempre in forme differenti dal liberismo puro e semplice, perché seleziona alcune figure sociali che annuncia di voler difendere assicurando che saranno altre a pagare il prezzo di quel “salvataggio”. E’ qualcosa di più della sola guerra tra poveri, attiene anche alla scomposizione e/o sopravvivenza di pezzi di borghesia nazionale. Se vogliamo combattere con efficacia la partita che si va aprendo, bisogna inquadrare bene la sua natura”. Un governo che può portare rogne


PARTITO COMUNISTA- RIZZO 
(Non pervenuto - nessuna posizione)

SINISTRA CLASSE E RIVOLUZIONE
Non pervenuto - nessuna posizione)

FRONTE POPOLARE
Non pervenuto - nessuna posizione

SENSO COMUNE (???)

“È per questo che è tempo di dare delle gambe all’ipotesi populista-democratica. Mentre Pd, LeU e PaP si preparano ognuno a proprio modo ad un’opposizione “di sinistra” alla grande coalizione giallo-verde, larghi spazi di movimento si aprono per una proposta che sia equidistante tanto dalla Lega che dal Pd, tanto da LeU che dal M5S. Perché, certo, il governo pentaleghista provocherà scontento. Ma non perché sarà (verosimilmente) un governo repressivo o più o meno apertamente razzista. Il governo Salvini-Di Maio deluderà perché non potrà portare fino in fondo la rivoluzione anti-oligarchica richiesta dal voto del 4 marzo. Lo spazio politico aperto dal governo Giallo-verde

PARTITO DEI CARC (appoggio critico ad un governo M5S)*
GOVERNI CHI HA VINTO LE ELEZIONI: SOSTENERE IL GOVERNO DEL M5S FINCHÉ MANTIENE LE PROMESSE FATTE IN CAMPAGNA ELETTORALE 

LISTA DEL POPOLO  (stiamo a vedere)
“Rispettare il governo della maggioranza..Siamo dunque di fronte a una situazione di grande incertezza politica e istituzionale, sulla quale già gravano le pressioni esterne alle istituzioni e all’Italia. Pressioni di cui il Presidente della Repubblica si è già ripetutamente fatto interprete. Il rischio serio è che si esca dallo strettissimo sentiero i cui margini sono: da un lato la necessità di rispettare il voto popolare, minacciato da qualche diktat alla coalizione (che in questo momento meglio rappresenta il popolo) per impedirle di formare un governo che sia diverso da quello dettato da Bruxelles e dai “mercati”. Dall’altro lato quello di un governo che non sia in grado di rispondere ai problemi reali del paese. 
Rispettare il governo della maggioranza, difendere la Costituzione, risolvere i problemi del paese. 


 dato che il governo è di coalizione con la Lega non è chiaro quale sarà la posizione


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NO AL COLPO DI STATO

[ 23 maggio 2018 ]



Comunicato n. 5-2018 di Programma 101 (P101)

(1) Pur tra forti limiti e contraddizioni il governo giallo-verde è l'unico in linea con la richiesta di profondo cambiamento emerso col voto del 4 marzo. Ogni altra soluzione — tipo "larghe intese" o "governo del Presidente" per arrivare a nuove elezioni — avrebbe solo fatto gli interessi ed il gioco delle oligarchie dominanti uscite sconfitte nelle urne. Esso rischia tuttavia di non vedere la luce a causa del boicottaggio del blocco eurocratico e dei suoi pretoriani che abusivamente occupano le istituzioni, a cominciare dal Quirinale. Mentre tutti i media di regime hanno scatenato una campagna di denigrazione del “governo dei populisti”, Mattarella ha posto il veto sul nome del primo ministro e ancor più su quello dell’economia, rivendicando a sé poteri di veto assolutamente arbitrari e inammissibili in una democrazia parlamentare.

(2) L'ultima stesura del programma di governo (il cosiddetto "contratto"), oltre a cose inaccettabili (dal securitarismo ad una flat tax palesemente contraddittoria rispetto all'esigenza di una redistribuzione della ricchezza a favore delle classi popolari), rappresenta anche un passo indietro rispetto alla prima (sull'euro come sul debito). Tuttavia, anche volesse realizzare solo la metà del programma annunciato, la nuova maggioranza di governo non potrà che scontrarsi con le regole euriste. Nonostante i suoi profondi limiti, nonostante rifletta la visione fondamentalmente liberista di Lega ed M5s, il loro programma resta del tutto indigeribile per il blocco dominante. Esso contiene infatti decisivi elementi come lo stop alle politiche di austerità, la rimozione del “vincolo esterno”, un forte intervento dello Stato in economia, un forte rilancio dei consumi interni e degli investimenti pubblici. In particolare: la riforma della Fornero, reddito e pensioni dignitose, l'istituzione di una banca pubblica per gli investimenti, l'introduzione del salario minimo garantito; Alitalia come compagnia nazionale; il rifiuto di Ttip e Ceta; la condanna della sciagurata “Buona Scuola”; l'affermazione in Costituzione del principio della sua prevalenza su norme e trattati europei.

(3) E’ vero che Lega e M5S mentre rifiutano i Trattati europei ne invocano la “riforma”, ma le loro ricette economiche e sociali, per quanto contraddittorie, potranno sortire effetti solo a due condizioni: la volontà politica di disobbedire all'Unione Europea e di violare i dettami ordoliberisti. Non possiamo sapere ora se il governo giallo-verde sarà capace di realizzare queste misure, di portare avanti la sua politica, di reggere l'urto dell'attacco che gli verrà portato dalle èlites. Quel che invece sappiamo è che si è ormai aperta una partita decisiva per il nostro Paese, e per le stesse sorti della UE. Certo, avremmo voluto che la causa della liberazione nazionale dal giogo eurista fosse in altre mani; avremmo voluto che una sinistra patriottica avesse potuto giocare da subito un ruolo di primo piano. Così purtroppo non è per la responsabilità di tanti, ma non per questo possiamo essere indifferenti all'esito dello scontro che si profila.
Pur senza offrire alcun sostegno incondizionato, siamo quindi favorevoli alla nascita del governo M5S-Lega. Un governo che andrà giudicato dai fatti. Unico modo, fra l'altro, per mettere seriamente alla prova i due vincitori del 4 marzo.

(4) Mentre condanniamo la campagna demonizzatrice delle élites, denunciamo la linea del né né (né con i Diktat euristi, né con il governo nascente) di certa sinistra. E' una linea anzitutto opportunista perché avalla il tentativo del blocco dominante di rendere impossibile la vita al governo giallo-verde. E' una linea suicida poiché conduce ad entrare in rotta di collisione con la grande maggioranza del popolo lavoratore. Una regola fondamentale della politica è infatti quella di distinguere le questioni principali da quelle secondarie, stabilendo dunque un ordine di priorità in base al quale orientare l'azione. Questa regola, valida in ogni circostanza, diventa la prima legge dell'agire politico in circostanze eccezionali come quelle presenti. E la questione principale oggi è se il Paese inizia a riconquistare la sua sovranità o se verrà rafforzato il regime di protettorato euro-tedesco.

Questa è la partita, e non c’è dubbio da quale parte dovrà giocarla la sinistra patriottica e costituzionale. Di più: contro gli intrighi e le congiure di palazzo, contro i tentativi golpisti — magari in stile Euromaidan — che già si profilano all'orizzonte, va promossa una forte mobilitazione popolare a favore dell'indipendenza del Paese e della sovranità popolare.


il Consiglio Nazionale di P101
Roma, 22 maggio 2018

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martedì 22 maggio 2018

NON UN (DIRITTO) DI MENO! di M. Micaela Bartolucci


[ 22 maggio 2018 ]


Il 22 maggio 1978, in Italia fu promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, confermata da un referendum nel 1981. A quarant’anni dalla sua adozione, il pieno accesso all’interruzione volontaria di gravidanza come previsto dalla legge resta ancora da garantire.


Pubblichiamo questo contributo di M. Micaela Bartolucci.

*  *  *

Aggiungiamo diritti, togliamo differenze, la lotta di classe e/è la lotta per la parità di genere.

Da molto tempo ormai le parole d’ordine del neoliberismo sembrano togliere diritti ed aumentare le differenze, questo per frammentizzare la società ed orizzontalizzare il conflitto così da ostacolare il più possibile la verticalizzazione dello stesso.

Dividi et impera, niente di nuovo.

Affrontare tematiche che, per anni, sono state quasi esclusivamente trattate dalle diverse organizzazioni femministe è, non solo, utile ma di importanza capitale in questa fase storica; affrontarle da un punto di vista di classe, non meramente di genere, cercando di partire dall’osservazione diretta della realtà italiana, interrogandoci e tentando soprattutto di trovare soluzioni percorribili.

Aborto, asili nido, consultori, disparità salariale, distribuzione dei compiti, educazione sessuale, famiglia, femminicidio, figli, maschilismo, parto, patriarcato, prevenzione, prostituzione, relazioni, scuola, separazioni, sfruttamento, transgender, utero in affitto, violenza…

Tanti sono gli argomenti da analizzare se si vuol parlare di diritti: di quelli che ci stanno togliendo lentamente, uno alla volta, molti dei quali legati da un filo che si intreccia con quelli mai avuti o mai realmente riconosciuti.

Parto dalla A di ABORTO:

un diritto inalienabile, vitale, irrinunciabile per le donne, per tutte le donne.

La storia ed il testo possono essere letti su moltissimi siti internet, non mi dilungo.

Il 22 maggio del 1978, esattamente quarant’anni fa, entrava in vigore la legge 194.

Diciamo subito che la 194 nasce già come imperfetta ed incompleta; manca per esempio, una normativa chiara sull’obiezione di coscienza.

Una struttura sanitaria pubblica può ammettere l’obiezione?

Qual è la percentuale di obiettori che dovrebbe essere ammissibile affinché un diritto, sancito per legge, non venga alienato?

Chi dovrebbe sorvegliare sull’applicazione di eventuali regolamentazioni in tal senso?

Oggi, in Italia, la percentuale di obiettori, negli ospedali, chiaramente parliamo di pubblico, è del 70%, con punte che superano, come in Molise o in Trentino, il 90%.

Su 94 ospedali con un reparto di ginecologia ed ostetricia, solo 62 possono garantire l’IVG, cioè circa il 65%.

Le regioni, che sono responsabili delle assunzioni del personale medico non si sono, evidentemente, poste il problema se ci sono ospedali in cui la percentuale degli obiettori sale al 100%, come avvenuto recentemente ad Ascoli Piceno, Foligno o al San Camillo di Roma.

La situazione italiana, in tal senso, è talmente anomala da far intervenire la Commissione per i diritti umani dell’ONU che, in una nota, scrive “Preoccupa la difficoltà di accesso agli aborti legali in Italia a causa del numero dei medici che si rifiutano di praticare l’interruzione di gravidanza per motivi di coscienza” (29 marzo 2017).

Questa nota arriva dopo quella, dell’anno precedente, emanata dal Comitato Europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa.

Il problema c’è e si vede benissimo.

Le diverse proposte di legge che sono state avanzate per normalizzare una situazione ormai insostenibile, sono rimaste, fino ad ora, lettera morta.

A questo si aggiunga lo smantellamento dei consultori, in particolare di quelli che si
occupano della salute psicofisica della donna e quindi anche di IVG: i consultori familiari furono istituiti con la legge 405 del 1975 come servizi sociosanitari integrati di base a tutela della salute della donna, nel suo complesso e della famiglia in generale.

Luoghi in cui si potevano trovare non solo medici ma psicologi, non solo prestazioni mediche ma, soprattutto, ascolto.

Nel corso degli anni grazie ai tagli alla sanità il numero dei consultori è drasticamente diminuito: in un solo anno (2010-2011) ne sono stati chiusi quasi 100 e in quelli ancora in funzione è stato ridotto non solo il personale ma l’orario di apertura.

La legge 34 del 1996 ne indicava uno ogni 20000 abitanti, oggi siamo con una media di uno ogni 28500 con punte di 1/50000 in Friuli o addirittura 1/78000 in Molise, questo per il numero di consultori in generale.

Ma se parliamo di quelli esplicitamente dedicati alla salute psicofisica della donna, la situazione ovunque, sul territorio nazionale, è grave: gli orari di apertura sono limitati e, nella maggior parte dei casi, non compatibili con quelli di una donna che lavora; ma non solo, il personale è carente, mancano ginecologi, anestesisti certo, ma anche psicologi, psicoterapeuti, psichiatri…mancano ascolto, supporto, conoscenza e prevenzione.

Osservando sommariamente la situazione umbra notiamo che, per esempio, a Terni ce n’è solo uno aperto dal lunedì al sabato dalle 8,15 alle 13,30 e dal lunedì al giovedì dalle 14,30 alle 17,30; migliore la situazione a Perugia dove si sale a tre ma gli orari di apertura sono a dir poco ridicoli in fatti, per fare alcuni esempi, quello di via xx Settembre è aperto il lunedì dalle 15,30 alle 17,30 ed il martedì e mercoledì dalle 9,00 alle 12,00; a Madonna Alta il martedì dalle 9,00 alle 12,00 e dalle 15,30 alle 17,30, il mercoledì e giovedì dalle 9,00 alle 12,00. A Perugia, una donna che lavora non può, di fatto, assolutamente servirsi delle prestazioni dei consultori, non solo cittadini ma di tutta la ASL 2, perché gli orari di apertura di tutte le strutture sono del tutto incompatibili con gli orari di lavoro.

E’ una presa in giro oltre che una vergogna.

Una carenza pericolosa che si somma alla mancanza di diffusione di informazione organica tra i giovani. Assolutamente insufficiente nelle scuole, quando c’è, la diffusione di un programma di educazione sessuale e prevenzione che permetta di coadiuvare le famiglie nel favorire lo sviluppo di una coscienza sessuale edotta sulle problematiche relative alla contraccezione, ai rischi legati alla sessualità ed alle implicazioni psicologiche.

L’educazione all’affettività ed alla sessualità in Italia, non è obbligatoria perché non fa parte del Programma Ministeriale, tutto è delegato alle iniziative proprie delle singole scuole. Questo fa sì che non esistano standard nazionali per il suo insegnamento e che le singole organizzazioni che se ne occupano siano legittimate a portare avanti i messaggi che vogliono, ogni scuola insomma ha il diritto di scegliere se e come parlare dell’argomento.

Se dagli anni ’90 ai primi anni del 2000 i programmi di educazione sessuale coprivano quasi la totalità degli istituti superiori, grazie alla campagna ministeriale contro l’HIV, col passare degli anni e la progressiva diminuizione dell’allarme relativa a tale fenomeno, la situazione è stata capovolta arrivando all’attuale stato di fatto.

Eppure questa completa disinformazione ha effetti negativi evidenti, basti pensare anche solo al rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità del 2007 che ci informa sull’aumento dei casi di HIV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che l’educazione sessuale, nei paesi in cui è attivata, ha portato ad una diminuizione delle gravidanze adolescenziali e degli aborti, nonché delle malattie sessualmente trasmissibili, compreso l’HIV.

Allora, quando si parla di 194, quando i crociati la attaccano, quando la si vorrebbe rimettere in discussione, quando le armate si schierano per farci tornare indietro, è necessario rispondere, conoscere, reagire.

Non difendiamo solo e semplicisticamente il diritto inalienabile alla scelta, difendiamo la nostra salute, prima ancora che fisica, mentale, difendiamo il diritto all’assistenza, all’informazione, alla prevenzione cosciente.

Indietro non si può e non si deve tornare, nessuna trattativa, nessun se, nessun ma; dobbiamo dirlo chiaramente: giù le mani dalla 194!

Se la si manomette, sarà solo per migliorarla, renderla maggiormente usufruibile, limitando al massimo l’obbiezione di coscienza, ampliando e potenziando il raggio d’azione dei consultori, portando avanti una campagna di sensibilizzazione anche, ed anzi soprattutto, promuovendo un’adeguata informazione sessuale nelle scuole, migliorando il supporto psicologico.

L’aborto non è un anticoncezionale, è una scelta durissima, la più difficile e la più dolorosa che una donna possa fare, è lancinante, distruttiva ed altamente lesiva psicologicamente: una sconfitta, una resa difronte alle difficoltà, un calvario umano che, di fatto, è peggiorato e reso ancora più duro dalle condizioni materiali in cui la maggior parte delle strutture lo svolgono.

Manca il rispetto per l’essere umano, mercificato e trattato alla stregua di una cifra qualunque all’interno di un budget.



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SAVONA ALL'ECONOMIA, MATTARELLA A CASA! di Piemme

[ 22 maggio 2018 ]

Siamo stati facili profeti.

Scrivevo il 16 maggio:
«La campagna di paura è solo l'antipasto. Il peggio deve ancora venire. Lorsignori, usando Mattarella, tenteranno di uccidere nella culla il tentativo di un governo dei "populisti antieuropei". Nel caso non vi riuscissero, nei prossimi mesi, forse già nelle prossime settimane, scateneranno l'inferno. Il precedente del 2011 è noto. Noto è l'assedio a cui sottomisero la Grecia».
Non è servito smussare il "contratto". Non hanno giovato i ghirigori linguistici di Di Maio e Salvini. Né le rassicurazioni che "L'Europa non ha nulla da temere". Le élite eurocratiche avendo messo nel conto possibili dissimulazioni aspettavano i "populisti" al varco del Ministro dell'economia, che considerano, più ancora del Presidente del Consiglio, la cartina di tornasole per saggiare il grado di sudditanza e di fedeltà all'Unione europea, un presidio inespugnabile.

Mattarella (sulla disonestà di costui aveva ben detto Mazzei) non solo non "gradisce" Conte come Presidente del Consiglio (è già partita questa mattina la campagna di sputtanamento), ha posto il veto su Paolo Savona, che non è un sovversivo marxista, e nemmeno un autentico keynesiano. E' anzi un boiardo di stato che tuttavia non ha mai cessato di sostenere che la Terra è tonda, ovvero che l'euro è una "moneta sbagliata", che l'Unione europea, se non cambia radicalmente, è destinata a miglior vita, che è destituito di fondamento il dogma neoliberista per il cui il mercato capitalistico va lasciato a sé stesso. 

Delle posizioni del Savona abbiamo dato conto, al tempo, su questo blog: LETTERA A VAROUFAKIS E.... di Giulio Tremonti e Paolo Savona (gennaio 2015);  "NON CEDIAMO ALLA UE LA NOSTRA SOVRANITÀ FISCALE" di Paolo Savona (agosto 2015);  PAOLO SAVONA: "L'EURO? COSÌ È FALLITO" (maggio 2016); 

Questo è Savona e tuttavia, l'eurista Congregazione per la dottrina della fede che ha Mattarella come primate, lo ritene pericoloso, poiché non è un euroinomane, perché il suo tasso di europeismo non è sufficiente per guidare il Ministero. La "casta"? Altro che "casta", qui verifichiamo che c'è una vera e propria cosca di illuminati fuorilegge che vaglia e quindi decide chi debba guidare il Paese. Ove il criterio decisivo per assurgere alla guida non è la fedeltà all'interesse nazionale, né tantomeno alla Costituzione, bensì il grado di sudditanza all'euro-germania.

Si apre, ove Mattarella non recedesse dal suo veto e Di Maio e  Salvini non capitolassero, una crisi istituzionale gravissima e senza precedenti nella storia repubblicana. Il potere di "nomina" dei ministri da parte del Quirinale, siccome non siamo in un regime presidenziale, non significa che i ministri li scelga Mattarella. La composizione del governo, essendo esso un organismo strumentale del Parlamento (che rappresenta la volontà popolare)  è decisa dai partiti che hanno al suo interno la maggioranza. Il Presidente della Repubblica, in quanto garante dell'ordinamento costituzionale, può sindacare se e solo riscontri, nel programma di governo o nella lista dei ministri, profili di palese incostituzionalità. Qui abbiamo l'opposto, il paradosso per cui proprio il Quirinale, in quanto garante del "vincolo esterno" e delle oligarchie eurocratiche, si pone in aperto conflitto del dettato costituzionale. Mattarella compirebbe un gesto ancor più grave del suo sodale e mentore Napolitano.

Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, quest'ultimo può e deve rimuoverlo ove esso si metta di traverso alla volontà popolare, ove cioè si ponga come eversore del principio cardinale della Costituzione.

Salvini e Di Maio hanno non solo il dovere ma l'obbligo di resistere ai veti del Quirinale. C'è di mezzo, oltre allo loro dignità politica, la democrazia in questo Paese, il principio della sovranità popolare e nazionale. Se chineranno il capo, se accetteranno il veto di Mattarella, questo sarà il segnale che sono dei pagliacci, che il nostro Paese resterà un protettorato. Questo esito va evitato, se serve con una grande mobilitazione popolare affinché Mattarella se ne vada.

Nessun dorma!

Ps

Voglio essere sincero: temo, come è stato scritto su questo blog, che il Di Maio sia "il problema", che sia il lato arrendevole della coalizione giallo-verde. Ove Di Maio si dimostrasse lo Tsipras italiano, ove la partita del governo fosse vinta da Mattarella, sarebbe una sconfitta per tutti i patrioti democratici. Grama consolazione che ciò sarebbe anche la fine del Movimento Cinque Stelle.





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lunedì 21 maggio 2018

MA STIAMO SCHERZANDO? di Militant

[ 21 maggio 2018 ]

A sinistra (dal Pd ai centri sociali) è tutto un coro di insulti, spocchia e disprezzo per il nascente governo giallo-verde. 
Una volta si chiamava "collateralismo" — ovviamente ai poteri forti.
Pochissime le eccezioni. Una di questa è quella del gruppo MILITANT, che quindi vale la pena segnalare.
Intanto le élite eurocratiche non perdono occasione per far capire che al primo "inciampo" proveranno a rovesciare ("ce lo chiede l'Europa"), il governo dei "populisti". 
Le ragioni, a nome di chi comanda davvero, ce le spiega bene Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi
Riferendosi alle misure contenute nel "contratto M5s-Lega il Nostro scrive:
«Queste politiche hanno fallito ovunque e a pagare il prezzo sono sempre stati i più deboli, ma il punto è un altro: il programma di 5 Stelle e Lega ha almeno il merito di chiarire agli italiani quale sia la posta in gioco. Parla di produttività solo in relazione agli uffici giudiziari; parla di mercato solo in negativo, come fattore da limitare, depotenziare e controllare. Non parla di nuove tecnologie. Parla invece di un ruolo attivo e diretto del governo nel sistema finanziario, attraverso una propria banca e anche attraverso il Monte dei Paschi. È una visione interventista, corporativa, protezionista e paternalista di un Paese avanzato e complesso. È la visione del «sovranismo», di chi pensa di poter gestire da solo le proprie cose senza doverle condividere con nessun altro. E può piacere o no, ma non sembra compatibile con le istituzioni dell’Unione Europea che invece sono basate sul controllo della finanza pubblica, un mercato regolato ma aperto, una società aperta, una sovranità condivisa con altri 26 Paesi e una moneta condivisa con altri 18 per far fronte alle pressioni della Cina, degli Stati Uniti o della Russia».

*  *  *  


Populismo di governo 
non significa europeismo d’opposizione



Potremmo avere davvero un governo “populista”. Non ci crediamo, troppi i vincoli che gravano sul presunto accordo legastellato: Berlusconi, l’Europa, i “mercati”, nonché prospettive strategiche differenti tra i due partiti contraenti. Eppure la crisi della rappresentanza liberale potrebbe portare addirittura al governo “dei barbari”, come li ha definiti il Financial Times. Tutto è ancora da vedere insomma. Due cose però sembrano sicure oltre ogni ragionevole dubbio: la prima, che tale governo non solo sarà destinato al fallimento, ma riporterà in vita i partiti della stabilità liberale una volta accertata l’assenza di vera alternativa allo status quo euro-liberista; la seconda, che la “sinistra” – tutta – per l’ennesima volta confonderà i termini della sua opposizione all’esperimento “populista”. Il governo ancora non c’è, in compenso abbondano le prove a sostegno del malinconico ruolo della “sinistra” a sostegno del più perfido ruolo ancillare della globalizzazione europeista. L’opposizione al governo “populista” sta già montando (rigorosamente sui social network, unico presidio antagonista del paese) nella direzione opposta al sentimento che ha portato Lega e M5S, insieme, al 50% dei votanti del paese.

In primo luogo va però chiarito un principio di realtà a cui la suddetta “sinistra” puntualmente si sottrae rifugiandosi nell’empireo delle proprie convinzioni ideologiche: qualsiasi risultato avrà l’accrocco populista, questo non apre nessuno spazio politico a sinistra. Lo spazio politico esiste solo in concreto, mai in astratto. In astratto possiamo prefigurarci tutti gli spazi politici possibili, ad esempio oggi manca lo spazio politico del comunismo, se vogliamo. In concreto, però, tali spazi sono possibili solo se esiste materialmente nella società una domanda inevasa che attende solo un’adeguata rappresentanza politica. Oggi lo spazio che la sinistra dovrebbe occupare è già occupato dal “populismo”, e altre domande sociali, altri bisogni di rappresentanza, non esistono. Il fatto che non esistono oggi non significa che non esisteranno più. Più semplicemente, questo vuol dire che il fallimento del “populismo” non spingerà “le masse” a prendere coscienza “dei loro reali bisogni”, e via delirando. Da una parte questo produrrà ancora più rifiuto della delega politica. Dall’altra tornerà a ingrossare (parzialmente certo) le percentuali elettorali del centro liberale.

Chiarito questo, se pure delle speranze rimangono, queste non avranno alcun modo di dispiegarsi attorno alla riproposizione dell’antiberlusconismo – divenuto oggi antipopulismo – fuori tempo massimo. Già si percepiscono tragicomiche alleanze implicite della “sinistra” dal Pd (anzi da Berlusconi) all’estrema sinistra. Combattere il “populismo” in nome dell’euro-liberismo, della globalizzazione, del cosmopolitismo, del libero mercato, della “fedeltà” ai vincoli di bilancio, non farà altro che certificare la morte della sinistra tutta di fronte alla vera domanda inevasa della società italiana: l’abolizione dei vincoli liberisti sul bilancio. La diarchia pentaleghista va di certo combattuta, ma in nome della mancata fedeltà alla percezione di rottura (una percezione fallace, ma tant’è, esiste e bisogna farci i conti) che questa suscita, non in nome del pareggio di bilancio. Va combattuta spingendo il governo “populista” ad abolire la Fornero e reintrodurre l’articolo 18, non in nome dell’articolo 81 della Costituzione. Va combattuta in nome dello sforamento dei vincoli di bilancio europeisti, non in difesa di questi. Il battutismo delle élite (“dove li troveranno i soldi” sghignazzano i sagaci commentatori) è lo stesso di Renzi, e chi è amico di Renzi, del renzismo, del Pd e delle sue propaggini intellettuali alla sua “sinistra”, è nemico del popolo. Oltre il “populismo” c’è il ritorno all’ordine. L’alternativa è praticare un’opposizione che costringa il “populismo” ad essere conseguente coi sentimenti popolari che suscita. Non può farlo, altrimenti non sarebbe populismo ma concreta alternativa al sistema politico-economico dominante. Un sistema di cui la sinistra fa ahinoi parte, non solo concretamente, ma soprattutto nella percezione degli strati popolari. Una percezione rafforzata ogni giorno di più dal battutismo snob verso “il governo più di destra della storia”. Ma stiamo scherzando? Non c’è niente, oggi, più a destra dell’euro-liberismo incarnato da Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Credere che gli esecutori del patto liberista siano nostri involontari amici, il “menopeggio” rispetto al “sovranismo” legastellato, significa confondere la realtà materiale con le nostre aspirazioni intellettuali.


* Fonte: MILITANT

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C'È UN BARLUME A SINISTRA

[ 21 maggio 2018 ]



Sabato scorso a Foligno, con un'ottima partecipazione di pubblico, si è svolto l'incontro con Domenico Moro, autore del libro "La Gabbia dell'Euro, perché uscirne è internazionalista e di sinistra" organizzato da Programma 101 in collaborazione con Rifondazione Comunista e Potere al Popolo. 


Ha introdotto i lavori Claudia Castangia di P101 che ha sottolineato i principali punti di convergenza tra l'analisi del movimento ed il saggio di Domenico Moro, a partire dal carattere irriformabile dell'Unione Europea. Come dimostrato dai fatti, in tutti questi anni

nonostante la devastazione sociale, l'aumento delle disparità tra i paesi dell'unione ed all'interno dei singoli paesi la disparità tra le classi, non ci sia stata la benché minima
Claudia Castangia
volontà di cambiare direzione; si veda il caso greco. Inoltre, i trattati sui quali si fonda l'UE sono volutamente intrisi dell'ideologia ordoliberista e modificabili esclusivamente con il consenso unanime di tutti gli stati membri. L'uscita dall'unione europea e dall'euro è quindi una condizione necessaria ma non sufficiente per superare la crisi drammatica che stiamo vivendo. Insieme ad essa si dovrebbero applicare una serie di misure volte a recuperare l'effettiva sovranità democratica costituzionale e nazionale.


Castangia ha ricordato come le argomentazioni del libro smontino la convinzione che l'uscita dall'euro sarebbe "politicamente e storicamente regressiva", e quindi reazionaria, perché rappresenterebbe il "ritorno alla nazione". La risposta leninista dell'autore è che la questione vada affrontata partendo "dall'analisi concreta della situazione concreta", dalla valutazione di classe di ciascun movimento popolare che si batte per la sovranità nazionale.

Successivamente è intervenuto il rappresentante regionale di Rifondazione Comunista Cristian Napolitano, il quale constatando che le elezioni politiche del 4 marzo hanno
A sinistra Christian Napolitano
fatto tabula rasa di quello che è stata la sinistra storica italiana, ha evidenziato come questo triste risultato sia il frutto di una linea politica ambigua che ha portato le forze di sinistra ad essere totalmente subalterne se non funzionali agli interessi del blocco sociale dominante.
Napolitano ha inoltre affermato che la democrazia, per ragioni culturali, storiche, linguistiche e sociali, ha avuto storicamente il suo ambito di espressione e di piena realizzazione nella dimensione nazionale, quindi le cessioni di sovranità dei diversi paesi all'Unione europea hanno determinato misure antipopolari, a danno delle classi sociali subalterne. In base alla sua esperienza di ex amministratore locale ha spiegato quindi come i vincoli europei creino problemi nella gestione degli enti locali nei territori.

Ha quindi preso la parola Domenico Moro che ha concordato con gli interventi precedenti nella critica netta all'Unione europea ed all'euro; portato diversi dati economici e statistici a dimostrazione dell'insostenibilità della moneta unica. E' passato poi ad affrontare la questione nazionale e la tematica della sovranità.


Questo a nostro avviso è il principale pregio del libro di Moro ed il punto di maggiore interesse della sua relazione: le ragioni storiche, politiche ed ideologiche per le quali molti, soprattutto a sinistra, associano automaticamente il concetto di nazione a quello di nazionalismo.
Ha ricordato come il concetto moderno di nazione —poi contestato dall'universalismo cosmopolita degli illuministi, Voltaire anzitutto — nasce con Rousseau. Il concetto rousseauiano di nazione come volontà popolare trova applicazione durante la rivoluzione francese da parte dei giacobini. 
Per quanto riguarda l'Italia, Moro ha citato la concezione di nazione risorgimentale richiamata anche nella lotta di liberazione dal nazifascismo dalle formazioni partigiane, anche comuniste, ad esempio le brigate Garibaldi. Non a caso tuttora l'organo dell'A.N.P.I. si chiama Patria Indipendente.
a destra Domenico Moro

Venendo all'attualità Moro, ha sostenuto che attualmente l'ideologia maggiormente coerente con il capitalismo e con l'imperialismo non è più quella nazionalistica, ma quella cosmopolita-globalista. Nel nostro continente questa tendenza ha assunto la forma dell'europeismo.
Tuttavia in questa fase lo stato nazionale non si eclissa ma si trasforma. La conseguenza principale dell'unione economica e valutaria europea, accanto alle cessioni di sovranità statuali, è stata la modifica dei rapporti di forza tra le classi a favore dello strato di vertice e internazionalizzato del capitale. Anche in Italia la frazione dominante del capitalismo ha infatti guadagnato dall'introduzione della moneta unica e questo spiega perché ci sia una resistenza così accanita contro ogni ipotesi di uscita dalla gabbia eurista.

Per Moro quindi è più opportuno parlare di recupero della sovranità democratica e popolare.

Successivamente c'è stato un articolato dibattito con numerosi interventi, in cui tra diverse accenti e sfumature è emersa la comune necessità di prepararsi alle prossime sfide che le oligarchie euriste metteranno in atto contro il nostro popolo.

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