martedì 11 aprile 2017

FRANCIA: BALLOTTAGGIO TRA LE PEN E MELENCHON? di Jacques Sapir

[ 11 aprile ]

Non condividiamo ogni posizione di J. Sapir. Egli è tuttavia un gigante del pensiero politico francese se si pensa alla mediocrità generale e al generale servilismo della maggior parte dei politicanti francesi verso le classi dominanti globaliste ed euriste. Qui Sapir fa una previsione controcorrente sulle prossime elezioni presidenziali: ballottaggio tra il Fronte nazionale e il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Sintomatico che davanti all'avanzata di quest'ultimo la grande finanza inizi a cospirare. Titola il Sole 24 ore di oggi: "Francia, la gauche radicale che fa risalire lo spread". Vi ricorda qualcosa?



«La settimana prossima sarà una settimana decisiva. Domenica 9 aprile siamo esattamente a 14 giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali. L’elettorato sembra ancora estremamente volatile nelle sue scelte, ma le tendenze che stanno emergendo sono abbastanza indicative delle situazioni che si realizzeranno in futuro.
I candidati della disoccupazione e del passato
Ci troviamo di fronte a un inatteso “gioco a quattro”. Ancora due mesi fa si pensava che lo scontro sarebbe stato tutto tra Marine Le Pen e François Fillon. Poi è arrivato Emmanuel Macron e la situazione è cambiata radicalmente.
François Fillon sembra ora irrimediabilmente compromesso dalle conseguenze morali dei vari scandali nei quali si è trovato coinvolto. Il problema non è tanto la realtà giuridica delle accuse (su questo sarà la giustizia a decidere) ma la dimensione morale dei fatti, che hanno irrimediabilmente minato l’integrità dell’immagine di questo candidato. L’impatto è ancora più forte dato che si tratta di un uomo che si è fatto apostolo di una politica di estrema austerità e di tagli drammatici ai servizi pubblici. Questa politica, si tende a dimenticarlo, è già stata da lui applicata nel 2011, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012, e ha provocato un aumento immediato di 300.000 disoccupati, e se si considera che gli effetti si sono protratti fino all’inizio del 2013 si parla di un aumento totale di 500.000 disoccupati. Possiamo solo immaginare le conseguenze drammatiche che avrebbe una nuova applicazione del programma di François Fillon.
Al tempo stesso la “bolla” Emmanuel Macron sembra avviata a esplodere. I sondaggi indicano nel migliore dei casi una stagnazione dei consensi nei suoi confronti, ma più probabilmente un declino. Gli elettori sembrano aver capito quanto sia vuoto questo candidato, un vuoto combinato con un progetto sociale estremamente reazionario. Macron si è proposto come il candidato della “Uberizzazione” della società, il candidato che, nascondendosi dietro a un linguaggio apparentemente moderno, è in realtà il sostenitore di un ritorno ai primi del diciannovesimo secolo, a un sistema da prima rivoluzione industriale. È sorprendente come quello stesso candidato che afferma di essere il più “moderno”, quello che esalta le virtù di ciò che definisce “l’economia digitale”, sia in realtà un candidato del passato. Ma Emmanuel Macron è un uomo del passato anche per un altro motivo. Se qualcuno pensa di vederlo come “uomo nuovo” o anche, più banalmente, come “candidato anti-sistema” [1], deve ricordare che egli è stato molto vicino, in quanto consigliere di Hollande e in quanto ministro di Manuel Valls, alla politica disastrosa che è stata messa in atto durante gli ultimi cinque anni. Questa politica è servita solo ad aggiungere, dal febbraio 2013 fino all’inizio del nuovo anno, ben 400.000 nuovi disoccupati a quelli che già aveva lasciato il duo Sarkozy-Fillon.
Di fronte a questi due candidati già in crisi – e qui suggerisco ai miei lettori l’ascolto dell’intervista di 15 minuti che ho fatto ieri con Vera Gaufman su RT (disponibile su Youtube: https://francais.rt.com/entretiens/36393-jacques-sapir-seul-candidat-tenir-face-marine-le-pen-jean-luc-melenchon) – di fronte a questi candidati del passato e della disoccupazione ci sono altri due candidati che rappresentano, in una maniera o nell’altra, il futuro.
I candidati del futuro?
Marine Le Pen ha la sua base in un elettorato estremamente stabile, fatto di persone molto convinte, e sfida tutte le approssimazioni di quelli che vorrebbero qualificarla come candidata di “estrema destra” o addirittura, senza temere il ridicolo, “fascista”. Se ci sono alcune frange estremiste che possono effettivamente aderire a questo elettorato, in realtà esso corrisponde in gran parte a ciò che il geografo Christophe Guilluy ha definito “Francia periferica” [2]. Non tutta questa “Francia periferica” vota per Marine Le Pen, e d’altra parte nel suo elettorato ci sono pure rappresentati dei “quartieri bene”, ma è incontestabile che una grande parte dei “dimenticati” dalle politiche del governo, delle vittime della “globalizzazione”, tende a votare per lei. Con lei c’è un movimento populista che cresce tanto più quanto più l’attuale sistema politico va naufragando. È sorprendente, piuttosto, come questo movimento populista abbia largamente ripreso le modalità e lo spirito del metodo democratico, e si caratterizzi per un livello molto basso di violenza, molto meno di quanto si possa trovare in certi gruppuscoli. È questo il motivo per il quale le accuse di “fascismo” sono assolutamente ridicole.
Ma la “sorpresa”, se di sorpresa si può parlare in questa elezione, è la rapida ascesa di Jean-Luc Mélenchon. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento che raccoglie i voti degli esclusi e dei perdenti della globalizzazione. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento chiaramente populista. Come in tutti i movimenti populisti c’è una dimensione carismatica, e la persona di Jean-Luc Mélenchon, come quella di Marine Le Pen, affascina molti dei suoi potenziali elettori. La sorpresa è quindi che Mélenchon abbia raggiunto i primi tre candidati. Attualmente supera François Fillon, e inizia addirittura ad avvicinarsi a Emmanuel Macron, dato che l’inquietante progetto politico di quest’ultimo comincia a preoccupare molti dei suoi potenziali elettori, e la sua vacuità provoca una repulsione sempre più percepibile.
Questi due candidati rappresentano indubbiamente un qualche tipo di futuro per la Francia. Per contro, però, i loro programmi non sono privi di contraddizioni.
Le campagne elettorali
Prima di approfondire i programmi di questi candidati dobbiamo occuparci degli altri. Benoît Hamon continua la sua discesa agli inferi, e questo è in realtà del tutto normale, trattandosi del  “becchino” del Partito Socialista (PS). Il suo programma è solo la testimonianza del decesso del partito che si era proposto per “fare un’altra politica” ed è invece affondato tra compromessi e ambizioni personali. Preso in mezzo tra la candidatura di Emmanuel Macron, che ha radunato elefanti ed elefantesse del serraglio “socialista”, e quella di Jean-Luc Mélenchon, la sua campagna elettorale appassisce di giorno in giorno. Sopravvive solo grazie agli attacchi diffamatori contro Mélenchon, attacchi che non gli fanno onore e che dovrebbero portare il suo elettorato a mettere in discussione il senso della sua candidatura. Il suo elettorato può dunque, a ragione, chiedersi a cosa serva la presenza di Benoît Hamon. Se si tratta di una candidatura di sola rappresentanza,allora, come si può immaginare, il cerchio si chiude, e il partito “socialista” finirà nella stessa pattumiera della Storia dove già finì la SFIO [Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, NdT] con la disastrosa campagna elettorale di Gaston Deferre e di Pierre Mendès-France. Se davvero vuole veder vincere la sinistra, la sinistra vera, allora Hamon non deve fare altro che fare un passo indietro e lasciare il campo a Jean-Luc Mélenchon. Oppure, se è solo un procacciatore di voti a vantaggio di Emmanuel Macron, che lo dica chiaramente.
Nel frattempo, dal canto suo, Nicolas Dupont-Aignan è riuscito a farsi capire [3], sebbene ancora da troppo pochi elettori. I suoi discorsi sono saldamente sovranisti, e su questo punto contrasta nettamente con i tentennamenti continui di François Fillon. È significativo che François Fillon lo abbia attaccato velenosamente e in modo diffamatorio nel corso del dibattito del 4 aprile. La bassezza di questi attacchi dimostra solo la disperazione di François Fillon e sostiene l’idea che Nicolas Dupont-Aignan stia diventando, per il candidato “repubblicano”, una minaccia reale. Si può pensare che la paura di Fillon sia che una candidatura di Nicolas Dupont-Aignan raccolga attorno a sé una parte degli elettori disgustati dagli scandali che lo circondano, così anche dai suoi continui compromessi con il “sarkozysmo”. Nicolas Dupont-Aignan, se riuscirà ad attirare a sé questi segmenti di elettorato ex-UMP che pensano che l’integrità personale e l’onore dei candidati siano cose che contano, può sperare di tallonare e forse di superare un Benoît Hamon che nel frattempo affonda. Anche Nicolas Dupont-Aignan rappresenta il futuro più che il passato.
Tra i candidati dei partiti minori, Nathalie Arthaud e Philippe Poutou ci hanno dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) che il settarismo è inscritto profondamente nei geni dei piccoli gruppi trotskisti e che questi, come al solito, vivono nella negazione della realtà. François Asselineau, di cui va sottolineata la grande conoscenza dei testi dei trattati europei, continua a non capire cosa sia la politica. Jacques Cheminade sogna di Franklin D. Roosevelt, e infine Jean Lassalle, che ha una consapevolezza impressionante dei problemi concreti, porta la voce dei territori abbandonati.
Le contraddizioni dei sovranisti
Torniamo ora alle contraddizioni, di cui parlavo prima, dei programmi di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon. Queste contraddizioni ci sono e ne dobbiamo conoscere la dimensione. Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon rappresentano due diverse versioni di un programma sovranista, a cui si aggiungono i contributi di Dupont-Aignan, Asselineau e Cheminade – un programma sovranista che, ed è questa la grande rivelazione dell’attuale campagna elettorale, si sta affermando oggi come culturalmente dominante.
Marine Le Pen propone ormai un programma politico che appare ben solido. In realtà è ovvio che qualsiasi trattativa con l’Unione Europea e l’Eurogruppo andrà rimandata a dopo che si saranno tenute le elezioni tedesche. Ma, se questo è logico, il programma della Le Pen è irrealistico. Qualora Marine Le Pen venisse eletta, inizierebbe immediatamente la speculazione. Alla Francia non rimarrebbe che  rinunciare in modo spettacolare a ogni sua idea di uscita dall’euro,  mettendo in campo impegni politicamente pesanti per rassicurare i mercati, o al contrario adottare misure di controllo sui capitali, il che significherebbe in pratica realizzare l’uscita dall’euro. A farla breve, i tempi dell’economia non sono gli stessi tempi della politica democratica. La soluzione risiede nei poteri specifici del Presidente della Repubblica. Lei intenderà usarli? Dovrà ammettere che quel programma che lei ha proposto, per quanto improntato a uno spirito democratico, non si adatta alle mutate condizioni e, come si dice nel campo del diritto, “la necessità infrange la legge”?
In quanto a Jean-Luc Mélenchon, egli combina un programma politico complesso con una promessa di riforma costituzionale (la “sesta repubblica”). Ora, però, o ci impegniamo in un braccio di ferro con le istituzioni europee (cioè con la Germania) oppure procediamo verso una riforma costituzionale; non si possono fare entrambe le cose insieme. A questa incertezza si aggiunge quella che incombe sulla sinistra radicale francese da quel drammatico luglio 2015: Mélenchon sarà uno Tsipras francese? Chiariamo subito che questa domanda non ha nulla  a che fare con il passato politico di Jean-Luc Mélenchon. È vero che egli ha votato per il Trattato di Maastricht, ma ha riconosciuto e spiegato di essersi ingannato. Una tale autocritica è segno di un’onestà che va riconosciuta. Tuttavia questa autocritica non riesce a dissipare tutti i dubbi. Perché i dubbi sono alimentati dal fatto che egli mette troppa carne al fuoco e che in un tale contesto le posizioni più chiaramente filo-europeiste del suo entourage rischiano di diventare determinanti.
Questi due candidati hanno ora due settimane per dimostrarci in primo luogo di essere consapevoli delle loro contraddizioni, e poi spiegarci come intendono superarle.
Scegliere l’avvenire
Nondimeno è necessario tenere presente l’essenziale. In queste elezioni vediamo combattersi una battaglia tra il passato e il futuro. È chiaro che François Fillon, Emmanuel Macron e a suo modo Benoît Hamon rappresentano il passato. François Fillon e Emmanuel Macron rappresentano due strategie che hanno già fallito, hanno aumentato considerevolmente la disoccupazione nel nostro paese e hanno portato deindustrializzazione. Benoît Hamon da parte sua non dimostra in alcun modo di essere pronto a rompere con gli errori commessi nel corso degli ultimi drammatici cinque anni, né in tema di economia, né in tema di sicurezza. L’attentato a Stoccolma ci ricorda che non si può continuare a negare il pericolo rappresentato dall’islamismo radicale. Questi tre candidati ci propongono, più o meno, di continuare a legare il nostro destino all’Unione Europea e all’eurozona,  due realtà che hanno già ampiamente dimostrato entrambe la loro nocività. Le loro proposte per cambiare l’Unione Europea e l’euro sono nella migliore delle ipotesi vaghe e inconsistenti, e nella peggiore del tutto inesistenti.
Dobbiamo quindi  risolutamente voltare le spalle al passato e scegliere il futuro».
 * Fonte: Voci dall'Estero

NOTE

[1] http://www.lexpress.fr/actualite/politique/elections/emmanuel-macron-dans-quotidien-la-france-n-est-pas-le-canada_1888725.html

[2] Guilluy C., La France périphérique : comment on a sacrifié les classes populaires, Paris, Flammarion, 2014

[3] http://www.bfmtv.com/politique/11-millions-de-vues-pour-la-video-de-dupont-aignan-quittant-le-plateau-de-tf1-1125587.html
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