mercoledì 31 agosto 2016

TERREMOTI E PREVENZIONE: VI PRENDONO PER IL CULO di Piemme

[ 31 agosto ]

L'ennesimo terremoto italiano, che tanti lutti e sofferenze ha causato alle popolazioni colpite, è stato seguito da uno sciame sismico impressionante. No, non ci riferiamo ai sommovimenti, del tutto previsti, del sottosuolo. Parliamo della vera e propria saga di fanfaluche, di vuote promesse e di vere e proprie fregnacce riguardo alla questione più importante: come mettere in sicurezza le vaste aree altamente sismiche del nostro Paese?

Che sia una vera e propria emergenza nazionale è autoevidente, basta guardarsi indietro, alla serie statistica degli eventi catastrofici che hanno maciullato l'Italia, ai loro costi umani, sociali ed economici —tanto per dire: si calcola che siano stati spesi 140 miliardi di euro per riparare i danni degli ultimi terremoti— e quindi alla mappa, precisa quante altre mai, del rischio sismico in Italia (vedi cartina n.1).


Cartina  n.1
Anche questa volta, come dopo ogni cataclisma, siamo stati sommersi, oltre che dai piagnistei, dalla retorica: è stato tutto un vociare invocante la necessità, ovviamente considerata inderogabile di un "piano nazionale di prevenzione". 

E' un fatto indiscutibile che di questo "piano" —che dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni ed ai doveri di governi seri, che cioè abbiano a cuore il destino del Paese e la vita stessa dei cittadini— non c'è traccia. 
Diciamocelo: non ce ne sarà traccia in futuro. La situazione è più grave di quel che si pensi.
Non abbiamo un piano per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici e neppure una classificazione certa della sicurezza anti-sismica delle case private (come denuncia il Consiglio Nazionale Geologi).

Non c'è dubbio che l'Italia abbia le competenze scientifiche, logistiche e tecnologiche per implementare un Piano nazionale di prevenzione anti-sismica. Figuratevi che lo stesso Giappone, paese in cui i terremoti sono ancor più devastanti, ha acquistato materiali antisismici da aziende italiane.

Tre sono le ragioni se questo Piano per mettere in sicurezza mezzo paese non prende forma: (1) la totale insipienza della classe dominante e dei suoi camerieri politici che si succedono al governo, (2) la scarsa rilevanza economica della zona 1 dal punto di vista del grande capitalismo finanziario —Meridione e zone più interne degli Appennini—  e (3) la presunta e ideologica mancanza di "risorse finanziarie".


Cosa abbiano in mente Renzi e Del Rio ce lo dice in anteprima Il Sole 24 ore di ieri: si starebbe pensando ad un "piano casa" da 2 miliardi l'anno per i prossimi venti anni. Fanno 40 miliardi. Una cifra francamente risibile. 

E' da segnalare che secondo una stima degli ingegneri italiani di qualche anno fa servirebbero almeno 90 miliardi per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici, almeno delle zone 1 e 2, ovvero quelle più pericolose. Se poi consideriamo le risorse finanziarie per mettere in sicurezza anche l'edilizia residenziale privata si stima che occorrano la bellezza di 360 miliardi.

Mettetevi l'anima in pace: finché si resta in un ambiente economico e politico neoliberista, tanto più coi dettami e con le regole dell'Unione europea, queste risorse non saranno reperite. Due sono infatti le regole auree che sovraordinano la politica economica euroliberista: (1) lo Stato non deve impicciarsi di fare economia lasciando che il mercato agisca senza briglie, (2) lo Stato non deve spendere più di quanto incassa (visto che le aziende pubbliche sono state pressoché tutte privatizzate la sola fonte di introiti dello Stato sono le tasse).


I discorsi stanno a zero: stanti queste due regole auree, e restando i governi in mano alla setta neoliberista, possiamo scordarci di mettere in sicurezza il Paese. Perché? Perché il "mercato" cioè i capitali privati, per loro stessa natura, investono per profitti a breve e sono quindi del tutto incapaci di mobilitare risorse che danno ricavi eventuali solo sul lungo periodo.

Un Piano nazionale di prevenzione può farlo solo lo Stato. Come insegna la storia, infatti, soltanto lo Stato può mobilitare tali ingenti risorse e programmare investimenti sul lungo periodo.

Senza scomodare la tesi della Modern Money Theory, per cui lo Stato prima spende e poi tassa, quindi che la spesa pubblica in deficit in regime di moneta fiat è sempre virtuosa in quanto genera ricchezza per il settore privato ed i cittadini, la soluzione reperire le risorse necessarie è semplice quanto la scoperta dell'uovo di Colombo.

Il Parlamento, una volta elaborato il Piano nazionale di prevenzione e l'ammontare delle risorse pubbliche da mobilitare (diamo per buona la cifra di 360 miliardi), una volta stabilita la priorità strategica della sua applicazione (è decisivo per l'Italia e gli italiani che le zone appenniniche e del Mezzogiorno non si desertifichino e non si spopolino ulteriormente) stabilirà la durata del piano, il termine entro il quale il Paese dovrà essere messo in sicurezza Diciamo venti anni. Abbiamo che serviranno 18 miliardi l'anno.

E' possibile reperire queste ingenti risorse senza accrescere la pressione fiscale? Sì. 
Il parlamento dovrebbe obbligare la Banca d'Italia di finanziare il Governo emettendo moneta sonante per 17 miliardi di nuove lire ogni anno ad un tasso d'interesse a zero. Il Governo, da parte sua potrebbe emettere dei titoli di debito pubblico garantiti al tasso d'interesse fisso del 2%. Si tratterebbe di un prestito interno con cui lo Stato chiederebbe ai suoi cittadini di finanziare la messa in sicurezza del Paese—titoli che quindi non verranno immessi nei circuiti finanziari internazionali, non verrano gettati in pasto ai pescecani della speculazione. Una misura di questo genere, in un Paese che vede la ricchezza finanziaria privata (conti correnti, depositi ecc) grande quasi tre volte il Pil, è non solo fattibile ma necessaria. Oggi infatti questa ricchezza mobiliare è in realtà immobilizzata, alimenta solo banche e finanza speculativa. Va invece mobilitata perché sia un lievito per sostenere il Piano.


Perché i cittadini dovrebbero accettare di finanziare lo Stato? tanto più che quello italiano ha un alto debito pubblico? Semplice: perché gli converrebbe. Andrà spiegato che uno Stato non può fallire, e non può mai trovarsi nell'insolvenza se ha la sovranità monetaria. Ma questo è un discorso di ultima istanza. In prima istanza i cittadini debbono sapere che un Piano nazionale di prevenzione per mettere in sicurezza il Paese sarebbe un volano di stabile "crescita" economica e di occupazione. E' noto a tutti come l'edilizia sia uno dei settori che muove il Pil in maniera sensibile, trascinando in modo virtuoso molti altri settori. Così, mentre si avvantaggerebbero da questo piano di investimenti pubblici di lungo periodo sia il settore privato produttivo coinvolto nella messa in sicurezza del Paese che quello del risparmio, lo Stato ci guadagnerebbe a sua volta in termini di ritorno fiscale.  

Avrete capito che tutto questo implica la piena sovranità nazionale e monetaria, che il sistema bancario ritorni pubblico, ovvero la facoltà di decidere e difendere la propria politica economica. Che tutto questo implica uno Stato che non solo diventi agente economico di primo piano, ma che, se non vogliamo chiamarla pianificazione, sia in grado di fare programmazione economica e sociale strategica.

E se avete capito questo, avete anche capito che la condizione per salvare mezzo Paese dalla devastazione, occorre fuoriuscire dalla trappola neoliberista e dalla gabbia dell'euro, quindi di governanti che non siano zimbelli della finanza globale e delle oligarchie eurocratiche.








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6 commenti:

  • Silvano Celli scrive:
    1 settembre 2016 10:14

    Lo spopolamento dei paesi di montagna è costante ed irreversibile. Tra qualche anno molti saranno quasi privi di residenti. Le numerose case rimaste sono abitate per qualche giorno all'anno e nessuno spende una lira per ristrutturale sapendo che per ogni euro speso si recupera meno della metà in caso di vendita. L'imu poi ha finito per uccidere un mercato già agonizzate. In questo contesto si parla di messa in sicurezza di abitazioni che non servono a nessuno, non serviranno mai e senza alcun valore commerciale. Questo è folle, l'unica cosa da fare nella gran parte di queste abitazioni è abbatterle, indennizzando i proprietari per il valore reale che spesso non supera i 10000euro.Rimarranno delusi costruttori,burocrati, progettisti ecc, ma per loro mettersi le mani in tasca con nuove tasse non mi sembra una buona idea.

  • Anonimo scrive:
    1 settembre 2016 10:50

    A Silvano Celli

    lei parla di spopolamento dei paesi di montagna, il testo dell'articolo, invece, di mettere in sicurezza il Paese e di un Piano per poterlo fare.
    A discapito del suo "spopolamento dei paesi di montagna", constatiamo che il terremoto 6.0 ha fatto 294 vittime; vittime ci sono state ad Ascoli Piceno, non propriamente un "paese di montagna".
    Le vittime de L'Aquila furono 309, e non credo che L'Aquila fosse "un paese di montagna".
    Lo spopolamento di cui lei parla sarà pure irreversibile, ma un Piano per risanare il dissesto idrogeologico dell'Italia (si ricorda di Genova? Le alluvioni ci sono e ci saranno e faranno vittime), e per mettere in sicurezza il Paese contro i sismi è fondamentale.
    Altro che spopolamento, è un dato che in questo momento è secondario, occorre un governo degno del nome, che smetta di inchinarsi alla Ue, e si metta al servizio dei suoi cittadini e del bene collettivo, un governo che cambi l'idea di "sviluppo", abbandoni alta velocità, grandi opere inutili, smetta di privatizzare tutto e investa denaro per il Paese.

    Gianfranco

  • Silvano Celli scrive:
    1 settembre 2016 13:58

    Gianfranco, non ho parlato di città o di paesi popolati, ma di piccoli centri con pochissimi abitanti e numerose abitazioni disabitate. Le regole ed i relativi costi in questi casi sono gli stessi e lo sperpero di denaro pubblico che si sta facendo grida allo scandalo. Nel terremoto ci vivo, lo ho subito e vedo tutti i giorni cosa è in grado di combinare una burocrazia stupida e cieca. Mettere in sicurezza una casa in pietra significa demolire tetto e solai, rinforzare mura e fondazioni, e ricostruire il tutto con costi che superano quelli del nuovo. Fatto questo nessuno abiterà mai queste case se non per 10 giorni all'anno. E' giusto?

  • Anonimo scrive:
    1 settembre 2016 17:45

    Il punto è che bisogna mettere in sicurezza l'Italia e che per farlo bisogna immettere soldi a fondo perduto (in realtà hanno un gran ritorno in termini di risparmio quando si verificano tali eventi) e l'UE non ci deve mettere bocca ovvero questi soldi non vanno conteggiati nei bilanci. Poi si vedrà caso per caso cosa conviene fare. Per esempio nelle vecchie frazioni di montagna semiabitate conviene probabilmente abbattere tutto e spostare gli abitanti in altre zone indennizzandoli e dandogli una casa popolare. Nei grandi centri conviene invece mettere in sicurezza tutte le abitazioni. E così via.

  • Anonimo scrive:
    1 settembre 2016 18:03

    Silvano, scusa ma non capisco dove vuoi arrivare.
    Cioè, sei d'accordo a chiedere a gran voce l'intervento pubblico (con tutto quello che comporta - abbandono delle politiche neoliberiste privatizzatrici, asservimento a Ue ecc) per la messa in sicurezza dell'Italia, anche se nessuno abiterà mai alcune case se non per 10 giorni?
    Burocrazia o non burocrazia, non ti sembra buono e giusto pretenderlo?
    Capisci che la riconquista della nostra sovranità è l'unica via d'uscita?

    Gianfranco

  • Silvano Celli scrive:
    2 settembre 2016 05:18

    La situazione dei piccoli paesi è questa: gran parte delle case hanno qualche secolo alle spalle e non offrono nessuna sicurezza sismica. Gran parte sono seconde case o disabitate. Esse si trovano spesso in aggregati dove, se c'è un solo residente, bisogna mettere per legge in sicurezza tutto l'aggregato. Tradotto in termini economici significa che per una abitazione di un solo residente bisogna spendere milioni di euro. Se si indennizza il residente ed i vari proprietari per il valore reale si avranno risparmi enormi con consenso di tutti. Naturalmente, rimosse le case fatiscenti il comune diventerebbe proprietario dei relativi siti edificabili da offrire a prezzi quasi nulli a chi volesse ricostruire. Faccio un es: ho acquistato una casa da ristrutturare con pochi euro e l'ho resa abitabile con piccoli interventi di cosmesi che nulla hanno a che fare con la messa in sicurezza. Bene, arriva il terremoto, la casa si danneggia e lo stato interviene con soldi pubblici a risanare il tutto spendendo cifre assurde. Il proprietario ovviamente ha fatto un buon investimento, gli ingegneri hanno guadagnato il 18%, le imprese altrettanto, il tutto a spese dei contribuenti. La cosa bella è che in queste case ristrutturate nessuno andrà a vivere ed il loro valore commerciale sarà sempre lo stesso, ovvero su una spesa di 300 mila euro non si recupererebbero, in caso di vendita, che 60 mila euro se va bene. Tutto questo in caso di terremoto, ma se si vuole mettere in sicurezza anche per fare prevenzione, la cosa non cambia.
    E' ovvio che per far girare l'economia posso fare anche buchi per terra e richiuderli il giorno seguente, ma forse è meglio investire in qualcosa di utile che non in buco da richiudere, senza scomodare la sovranità monetaria o i massimi sistemi.

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