giovedì 5 maggio 2016

FORSE CHE MARX AVEVA RAGIONE? di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 5 maggio]


Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa e per tutto l’Occidente: il fantasma del socialismo capitalista. Come ogni fantasma che si rispetti anche questo è tutt’altro che etereo, magari non trascina catene né ulula, ma non sta certo con  le mani in mano: dal 2007 ad oggi ha sbancato i bilanci pubblici  per riaggiustare i bilanci privati, ha sospeso le sacre leggi della concorrenza salvando tutto ciò che era “troppo grande per fallire”, ha realizzato la più grande socializzazione delle perdite che si ricordi. E infine ha suggerito ai banchieri centrali di tenere in piedi la baracca con un vero e proprio intervento politico sul costo del denaro: politico perché garantito da un soggetto pubblico, e perché contrario alla logica del mercato, seguendo la quale, oggi, si avrebbe la bancarotta generale. Grazie a questo fantasma, non privo di senso del teatro, la ricchezza degli stati  – ossia dei cittadini, il denaro del sovrano, l’intervento governativo, in sintesi lapolitica pubblica (sempre decisiva anche quando meno visibile) viene messa di nuovo al centro della scena: e già si parla di sollecitare gli investimenti di stato come unico antidoto alla stagnazione. Tutto ciò proprio quando in Occidente circola solo il linguaggio liberista.
E’ per nascondere questa contraddizione tra liberismo a parole e interventismo di fatto che chi ha evocato il fantasma deve anche affrettarsi ad esorcizzarlo, nascondendolo e tacendone. Qualcuno lo fa perché, a furia di ripetere i mantra sul magic of the market, è arrivato a convincersene davvero. Qualcun altro lo fa perché non vuole sottomettersi ad apparati di stato di cui pure ha bisogno. Qualcuno, infine, lo fa proprio perché sta per drenare ulteriori risorse pubbliche. Ma tutti insieme lo fanno soprattutto perché temono che il socialismo capitalistafaccia tornare in mente il socialismo autentico, quello dei lavoratori e dei cittadini. E infatti: se il sistema delle imprese sta in piedi grazie ai nostri soldi, perché non possiamo essere noi a controllarlo? Perché, al contrario, i nostri spazi di democrazia e di autodecisione si restringono?
Insomma, la crisi ha dato ancora una volta ragione a Marx: la socializzazione delle forze produttive è ormai talmente spinta che nessun singolo capitale può sostenerne i costi da solo; l’attività della grande impresa è oggi talmente onerosa che può essere finanziata solo dalla continua creazione di capitale finanziario fittizio (con le conseguenze che conosciamo) o dall’intervento pubblico. Ciò rende di nuovo storicamente legittimo il tentativo di rafforzare l’intervento pubblico con la proprietà collettiva – sottoposta a controllo civico – delle principali aziende, di dotarsi di una pianificazione, pubblicamente discussa, delle principali scelte produttive, di ridurre, fino all’irrilevanza, la tendenza alla massima valorizzazione del capitale ed il peso del lavoro salariato nel reddito e nella vita degli individui. Piaccia o meno, il socialismo è tornato all’ordine del giorno. I padroni lo hanno capito benissimo; la sinistra no. E non stiamo parlando, qui, della pseudo-sinistra stile PD, ma proprio della sedicente sinistra vera, quella “alternativa”, “radicale”, “antagonista”. Che, mentre il capitalismo mostra di poter resistere alla crisi (ed anzi di poterla utilizzare contro il lavoro) soltanto grazie al suo strettissimo legame con lo stato, continua ad eludere proprio la questione dello stato (e quindi anche quella di un diverso modo di produzione che inevitabilmente richiede anche uno stato nuovo) riproponendo l’ormai insopportabile retorica dei diritti, della partecipazione, dell’economia alternativa e sostenibile: tutte cose che già sembravano insufficienti all’epoca della globalizzazione trionfante e che oggi appaiono del tutto irrilevanti contro lo strapotere del capitalismo e la chiusura dei sistemi istituzionali. 
La giusta critica dell’identificazione fra socialismo e stato, critica da cui nacque la Nuova sinistra in polemica col PCI,  non può e non deve condurre alla rimozione del problema del potere politico e della sua gestione alternativa. Democrazia di base, molteplicità dei movimenti, libere associazioni di cittadinanza, tutela di diritti vecchi e nuovi, tutte queste irreversibili acquisizioni di una lunga stagione di riflessioni e battaglie politiche, hanno valore in quanto integrano, correggono e ridefiniscono l’idea di socialismo: non quando la sostituiscono – e proprio in un momento come questo – con un discorso che rinuncia a porre concretamente la questione del potere di stato e della proprietà, cullandosi ancora nell’illusione di poter condizionare lo stato grazie al continuo sviluppo dei movimenti e di poter progressivamente sostituire il capitalismo con l’economia solidale.
Eppure ci sarebbe proprio bisogno di un robusto discorso socialista per affrontare la congiuntura attuale. La sinistra radicale, lo abbiamo visto, non sa più parlare questa lingua. Restano pochi gruppi di sinistra antagonista o comunista: tenaci e pieni di buona volontà, sono però troppo spesso legati ad una versione monolitica dell’esperienza socialista e soprattutto, anche quando sono più inventivi ed efficaci, non riescono a parlare veramente a tutti e a tutte. Proprio adesso che le nostre idee più impegnative cominciano ad apparire sempre meno astratte e sempre più sensate, proprio ora che il nostro discorso può aspirare a diventare maggioritario, noi continuiamo ad usare un linguaggio che è strutturalmente minoritario perché si rivolge sempre e soltanto ad individui immaginari, potenzialmente disposti già da ora ad “autorganizzarsi” e magari a farlo “per il comunismo”, senza pensare alle numerose mediazioni che sono necessarie per arrivare a quel punto. 
E’ anche a causa di questa generale inadeguatezza della nostra parte politica che, oggi, la rabbia di grandi masse si esprime nell’appoggio a formazioni intermedie che hanno successo soprattutto perché sanno porre in qualche modo la questione del potere politico (e quindi sono all’altezza della radicalità della situazione), usando però un linguaggio impolitico adeguato alla cultura attuale degli elettori: moralismo, preferenza per gli “onesti” ed i “competenti” qualunque ne sia l’orientamento, oscillazione fra individualismo e affidamento ad un capo, mistura rabbiosa di discorsi ultraliberisti e solidaristi. Con tali ambivalenze ed ambiguità si possono certamente conquistare molti consensi, ma poi non si sa cosa farne; si può svolgere una importante funzione di rottura, ma poi ci si arresta nell’alternativa tra sottomissione e avventurismo.
Insomma, oggi non esiste, nemmeno allo stato embrionale, una forza politica che possa dirsi all’altezza della situazione. E’ dunque per iniziare a colmare un tale vuoto che nasce questo sito, che si rivolge a tutti coloro che sanno, o iniziano a comprendere, che la sinistra che abbiamo conosciuto ha già fato naufragio e si tratta ormai di costruire altri legni per altre rotte. Ad essi (ma non solo ad essi, giacché vorremmo essere in grado da subito di coinvolgere aree più vaste) offriamo un luogo di discussione non rituale né generico: non intendiamo iniziare l’ennesimo “dibattito”, ma proporre alcune linee forti attorno alle quali ragionare in maniera non eclettica.
La nostra idea fondamentale è che il capitalismo ha ormai dismesso il volto democratico che è stato costretto a mostrare nel secondo dopoguerra, quando ha dovuto accettare, grazie alla concreta minaccia delle vittoriose Rivoluzioni russa e cinese, il compromesso socialdemocratico. Oggi siamo alla vendetta contro quegli anni: profitto assoluto e dominio assoluto, niente spazio per grandi o piccoli riformismi, fine della democrazia e delle Costituzioni. Ma un tale dominio implica guerre ed è matrice di crisi, implica dunque una instabilità sistemica assai superiore a quella che molti di noi ritenevano esservi negli anni ’70, implica infine, e nonostante l’odierna debolezza del nostro fronte sociale e politico, l’attualità e la concretezza di una prospettiva socialista. Per molti, lo sappiamo, questi sono “discorsi vecchi”, ma la distinzione tra vecchio e nuovo non ha molto significato dal punto di vista della conoscenza: non importa se un’idea è vecchia o nuova, importa se è giusta o meno, se serve, e a chi. Ed anzi, a dirla tutta, in un’epoca che usa l’innovazione delle tecniche e dei prodotti per coprire la restaurazione dei rapporti sociali, in un epoca in cui le classi dominanti producono incessantemente novità al fine di meglio asservirci, è forse proprio del nuovo che si deve dubitare, più che del vecchio. E nel momento della crisi più acuta è forse proprio al passato che, seguendo l’insegnamento di Walter Benjamin, bisogna rivolgersi per meglio leggere il significato degli antagonismi attuali: “Per il materialismo storico l’importante ètrattenere un’immagine del passato nel modo in cui s’impone imprevista nell’attimo del pericolo, che minaccia tanto l’esistenza di una tradizione quanto i suoi destinatari. Per entrambi il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della casse dominante”. Di fronte alla miseria del presente, di fronte ad un futuro già formattato, è solo rifacendosi alle rivolte passate che gli oppressi possono ritrovare speranza e prospettiva, e rifiutare il punto di vista dei vincitori.
Ma un simile gesto è solo l’irrinunciabile punto di partenza. Subito dopo si deve chiedere conto al passato delle sue sconfitte, domandandosi quali siano stati i limiti interni del socialismo novecentesco, i difetti d’una pianificazione totalizzante, i paradossi di uno stato che, facendo dei soviet il proprio fondamento, incorporava l’iniziativa operaia al proprio interno ma le impediva, così, di esercitarsi come libera critica esterna all’apparato. Infine, ci si deve chiedere quali siano le forme inevitabilmente inedite in cui il tema della rivoluzione si pone oggi.
E nulla può illustrare le innovazioni di cui il socialismo ha bisogno più della riflessione sullaquestione italiana, alla quale intendiamo dedicare largo spazio.
Per cominciare, nessuna politica progressiva può essere attuata in Italia se il paese non modifica decisamente la propria collocazione internazionale, rompendo con i vincoli dell’eurozona e ridefinendo i propri rapporti coi paesi europei, allontanandosi dagli Usa, aprendosi ai Brics ed all’intera area mediterranea.  Solo così si può creare uno spazio sufficientemente chiuso ai movimenti del capitale finanziario e dotato delle risorse adeguate per perseguire, come inizio di una strategia socialista, piena occupazione, redistribuzione del reddito, cooperazione internazionale. Ciò significa che la conquista del potere politico si presenta oggi come una serie di rotture interne ed esterne, che inizia inevitabilmente come rivendicazione di autonomia nazionale (cosa aborrita da tutta la sinistra attuale, e non a caso: globalizzazione e Unione europea sono i due miti che consentono di eludere i problemi reali) per estendersi subito alla costruzione di un nuovo spazio internazionale che renda efficace il potere politico stesso. La conquista del potere politico si identifica così anche con lacostruzione e ricostruzione di un potere democratico e delle sue condizioni elementari di esistenza, a partire da quelle territoriali: si identifica quindi con la conquista e la ridefinizione della sovranità nazionale e dell’intreccio, inedito in Europa, fra tale conquista e l’affermazione di un’autonoma politica dei lavoratori.
Proseguiamo. In Italia, una efficace azione di governo, in tema di politica economica ed altro, deve rispondere a due esigenze contraddittorie. La prima è quella di unificare e centralizzare apparati pubblici e semi-pubblici che negli anni si sono moltiplicati a dismisura e sono diventati permeabili a qualunque tipo di interesse privato. La seconda è quella di utilizzarecome risorsa la molteplicità delle associazioni economiche e civili che caratterizza il nostro paese e che potrebbe divenire un ostacolo per un potere esercitato in maniera eccessivamente autoritaria ed impositiva. E’ nel rispondere a domande del genere che si proverà la possibilità di costruire, nonostante l’inevitabile accentramento e l’inevitabile durezza dello scontro politico, un socialismo pluralista che non neghi i conflitti ma sappia usarli come modi di conoscenza della realtà sociale e incentivi all’evoluzione del sistema politico (cosa su cui è naufragato il socialismo reale), accettando pienamente l’autonomia delle libere associazioni dei lavoratori e dei cittadini.
Nessun socialismo è possibile in Italia, inoltre, se la piccola e media impresa, che ormai fa parte del nostro tessuto antropologico, viene considerata sempre e soltanto come un residuo del passato, destinato ad essere assorbito dalla centralizzazione capitalistica. Non si tratta solo di questione di tattica e di alleanze, ma del fatto che, ciclicamente, la piccola o media impresa si mostra come forma economica più razionale nella gestione di questo o quel settore. Si dovrà quindi distinguere tra forme arretrate di piccola impresa, che dovranno essere in qualche modo superate (senza dar vita ad una tragedia sociale) o indotte a cooperare, e quelle che, anche se gestite privatisticamente, faranno pienamente parte del socialismo dandogli quella caratteristica di sistema misto che, pur nella prevalenza della proprietà pubblica delle grandi imprese e delle grandi banche, esso, ad oggi,  non può non avere.
Infine, la costruzione di un discorso socialista di massa, in Italia (discorso che sarebbe a nostro avviso favorito dall’elaborazione di un nazionalismo democratico e costituzionale) non è possibile se non tenendo conto del carattere altamente frammentato e composito degli interessi e dei valori nel nostro paese. Nella stessa famiglia, convivono spesso redditi da lavoro dipendente stabile e da lavoro precario, redditi d’ impresa, redditi pensionistici, situazioni di disoccupazione e di marginalità sociale. Il tutto in un contesto di grande diffusione della proprietà privata (ovviamente, della casa) che rende gli italiani spesso sfavorevoli a quei radicali discorsi redistributivi che a noi sembrano, ed in effetti sono, ovvi, ma che suonano (è il caso della patrimoniale) come imposizioni rivolte non tanto contro i più ricchi quanto, almeno potenzialmente, contro la residua “classe media” del lavoro dipendente pubblico e privato i cui redditi e le cui proprietà sono inevitabilmente  più trasparenti. 
Da ciò la necessità di un’alleanza popolare fondata prima di tutto sulla speranza di un aumento del benessere per tutti e poi su quella di una redistribuzione. E da ciò la necessità di ragionare sul fatto che proprio la frammentazione di cui sopra, oltre all’attuale debolezza negoziale del lavoro,  fa sì che oggi i conflitti più rilevanti, quando ci sono,  vedano al  centro non più il lavoratore, ma il cittadino. Fare in modo che la lotta del cittadino non sia un’elusione della lotta di classe, ma anzi un suo spostamento ed una sua condensazione, e che essa sia indirizzata direttamente alla trasformazione del potere politico, è compito,  anch’esso inedito, del socialismo occidentale ed italiano.
Ecco, queste sono le cose che, ovviamente insieme a molte altre (dal rapporto tra socialismo e comunismo al bilancio delle esperienze passate e recenti, dalla questione del partito a quella dell’estinzione dello stato) vorremmo fossero al centro, finalmente, di una riflessione collettiva e politicamente orientata.

* Fonte: Socialismo 2017
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2 commenti:

  • Alberto scrive:
    6 maggio 2016 12:07

    “la piccola o media impresa si mostra come forma economica più razionale nella gestione di questo o quel settore”

    Proprio da qui si può partire per uno studio comparato tra il tessuto produttivo ed il tessuto sociale, ovvero per indagare il nesso, se possibile, tra organizzazione imprenditoriale e organizzazione sociale, cioè politica in senso classico.

    Il nemico oggi sono gli oligopoli delle multinazionali “private”, che solo mezzo secolo fa costituivano invece, nel nostro Paese, la spina dorsale della rinascita economica a conduzione pubblica (IRI). La PMI era rigorosamente privata allora come ora, solo meno finanziarizzata, o più indipendente che dir si voglia.

    Chiunque “faccia impresa”, in qualunque posizione contrattuale si collochi rispetto all’azienda in cui opera, sa bene di non far parte di un’entità a gestione democratica. L’azienda di ogni dimensione ha le sue regole gestionali obbligate come ogni altra azienda operante nello stesso sistema commerciale. C’è una catena di comando gerarchica e strutturata per competenze, altrimenti non funziona. Un gap insanabile tra PMI e grande impresa è proprio nella finezza di tale strutturazione, per ovvie ragioni dimensionali, che consente un potenziale vantaggio alla grande impresa in termini di maggior professionalità specializzata e ottimizzazione d’insieme dell’intera struttura, vantaggio più rilevante delle economie di scala ovviamente sempre importanti.
    Eppure la PMI è come se avesse una misteriosa “marcia in più”, talmente potente da consentirle di sopravvivere o addirittura prosperare in un contesto intrinsecamente avverso. La sopracitata finanziarizzazione spinta anche nelle stesse PMI invalida la classica spiegazione che “l’occhio del padrone ingrassa l’azienda”, ci devono essere quindi (anche) altre cause che spiegano l’apparente paradosso, per un fenomeno la cui comprensione è cruciale per modellizzare efficacemente un sistema misto coerente, con grandi aziende a controllo pubblico e strategie pianificabili su indicazione politica, integrate da forte presenza di PMI privata.
    Chiamiamola pure fase di transizione obbligata, ma proprio perché obbligata non è eludibile, e soprattutto politicamente improponibile senza una visione chiara che la giustifichi come scelta vincente, dando per scontati i vantaggi sociali da perseguire, rispetto ambientale compreso.

    Per il resto tutto perfetto, almeno a livello di sogno.

  • Anonimo scrive:
    6 maggio 2016 20:17

    "nazionalismo democratico e costituzionale", Il concetto, enunciato qui con eccessiva stringatezza, fa venire in mente gli anni del boom, quando ancora la barca navigava grazie al vento che l''aveva portata verso la battigia di un'era di pace, dopo l'incandescente bufera della guerra. Intanto però il Capitalismo internazionale gettava le sue reti tessute con l'insidia mortale dei concetti di globalizzazione. Processo questo che sembrerebbe imparentato con un evanescente internazionalismo socialista, oggi sostenitore del trionfo dei flussi migratori, tanto caro al Cattolicesimo post conciliare ma che conduce ad un centralismo capitalistico avente tutte le caratteristiche di una dittatura universale in cui si attenua fino a dileguare l'idea di Libertà politica e di indipendenza dei Popoli.
    La "trappola" planetaria sembra ben costruita, ma dice bene l'articolista che un ruolo più incisivo di nuovi equilibri geopolitici, potrebbe riaccendere le speranze per le affascinanti utopie di un tempo.

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