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domenica 7 settembre 2014

Scheda su crisi di sovrapproduzione e finanziarizzazione a cura di Sollevazione

Il Pil mondiale previsto nel 2025
o la decadenza dell'Occidente 
7 settembre. 
SUL DECLINO DEL CAPITALISMO OCCIDENTALE E IL CONCETTO MARXISTA DI "CRISI STRUTTURALE"

A forza di analizzare il decorso della malattia senile che affligge il capitalismo occidentale si rischia di dimenticarne la causa primaria, la crisi di sovrapproduzione. Essa non consiste, come a volte si sente dire, nel fatto che le capacità di consumo delle masse sono insufficienti.


Se fosse così dovremmo infatti parlare di crisi da sottoconsumo e allora il capitale potrebbe keynesianamente uscirne, ad esempio aumentando il potere d’acquisto dei salariati, e facendo leva sulle banche centrali spingendole a sfornare carta moneta a gogò.

La crisi di sovrapproduzione è un’altra cosa. E’ l’inevitabile, ed empiricamente sempre verificata, conseguenza di un periodo di espansione prolungata dell’economia capitalistica. Durante tale boom le aziende e i diversi settori produttivi, spinti dalla brama di cogliere le opportunità di guadagno, di occupare prima dei concorrenti ogni spazio di mercato, compiono investimenti ingenti per accrescere le loro capacità produttive. In tali periodi di slancio espansivo, la forza lavoro è spremuta al massimo, i tassi di plusvalore salgono verso l’alto e il capitale industriale registra elevati profitti. In questo contesto di vacche grasse affluiscono verso il capitale industriale un profluvio di quattrini—il danaro fluisce sempre dove ottiene la migliore remunerazione.

Animata dal desiderio di accrescere il profitto, ogni azienda, temendo di essere fatta fuori dalla concorrenza, manifesta la tendenza a produrre senza limiti, a gettare merci sul mercato in quantità crescenti, mentre quest’ultimo non si allarga alla medesima velocità e può anzi opporre barriere insormontabili.

Ad un certo punto il meccanismo s’inceppa. Con l’accresciuta capacità produttiva, le merci hanno perduto valore —a causa dell’aumento della composizione organica che riduce la quantità di lavoro vivo incorporato nelle merci— e, per essere spacciate, devono essere vendute a prezzi decrescenti con la conseguenza di abbassare i profitti, mentre, per tenere almeno stabile il saggio, ci sarebbe bisogno di un loro aumento visti i costi crescenti affrontati per le spese di ammodernamento degli impianti. 


Non conta solo la massa del profitto, conta il suo saggio, ovvero il rapporto tra tutto il capitale anticipato e il plusvalore prodotto. La tabella n.1 mostra il contributo al Pil mondiale delle varie aree macro-economiche. Risalta la decadenza delle tradizionali potenze imperialiste.
Tab.n1. La curva della decadenza imperialista

Alle prese con la sovrapproduzione il capitale industriale non si limita a ridurre gli investimenti, deve limitare la produzione, fermare in tutto o in parte gli impianti, espellere forza lavoro. Un caso da manuale è l’industria automobilistica mondiale, che ha una sovracapacità produttiva di circa il 40%. Non è che non si potrebbero vendere automobili, è che il capitale preferisce tagliare la produzione piuttosto che vendere a prezzi che non gli consegnano il profitto atteso.  La denuncia di Marchionne secondo cui i tedeschi stanno vendendo le loro autovetture sottocosto è una evidente conferma che in fasi di crisi di sovrapproduzione, pur di non perdere quote di mercato e/o di chiudere impianti, chi può, ovvero chi ha solidità finanziaria, vende a prezzi che a malapena coprono i costi di produzione.

Quando i profitti crollano i capitali si svalorizzano, le loro azioni perdono quota, e per trovare denaro fresco debbono pagare interessi negativi più alti. Nota è la legge per cui, quando il saggio di profitto scende sale il tasso d'interesse del capitale monetario.

Questa è la crisi di sovrapproduzione, che definiamo generale, cronica e sistemica dal momento che afferra non questo o quel settore, ma l’insieme della produzione capitalistica. Aggiungiamo quindi l’aggettivo strutturale per indicare che essa riguarda i modus essendi e operandi stessi del sistema capitalistico.
Tab. 2. La curva dei tassi di profitto negli Usa e in Europa

L’attuale crisi non è sorta ieri, con l'esplosione della bolla finanziaria dei sub prime. Ha le sue radici più lontane nella fine degli anni ’60 del secolo scorso, con il tramonto del lungo ciclo espansivo postbellico. Di lì prese le mosse il neoliberismo, ovvero l'offensiva generale del grande capitale, concertata coi governi, per dare l'assalto alle conquiste operaie e sociali per rilanciare i tassi di profitto. Si guardi alla Tabella n.2. la curva dei tassi di profitto dopo la crisi degli anni '70 risale fino alla metà degli anni '90, quando la spinta si esaurisce e i profitti ricominciano a scendere. 

E' a questo punto che prende il sopravvento, in Occidente, la tendenza alla iper-finanziarizzazione.

Del resto questa iper-finanziarizzazione prese avvio nello stesso quindicennio di crescita dei tassi di profitto iniziatosi a partire dagli inizi degli anni '80. Esso non si accompagnò ad una crescita del benessere sociale complessivo. I profitti non vennero reinvestiti su larga scala nelle sfere produttive, bensì in quelle improduttive della finanza speculativa. Lo attesta il decrescente tasso di accumulazione (vedi Tabella. n.3).
Tab. 3. La forbice tra tassi di profitto e di accumulazione: 1961-2007

 Non c’è nessun arcano in questa metamorfosi. Abbiamo detto che la legge suprema del capitalismo è che il danaro, capitale solo in potenza, fluisce sempre dove ottiene la migliore remunerazione. Il capitale monetario dei paesi imperialisti e delle petromonarchie, che nel frattempo si era accumulato copioso, non trovando lucrosi gli investimenti nell’industria occidentale,  doveva cercare altri approdi. Con l’ausilio indispensabile delle politiche liberistiche avviate negli anni ’80 dagli Usa e dal Regno Unito prima, e poi dal resto dell’Occidente, l'enorme massa di capitale monetario imboccò due strade complementari: (1) quella del capitalismo-casinòdove il danaro poteva fruttare profitti senza passare per  il ciclo faticoso della produzione di plusvalore, semplicemente captandolo, attraverso l’uso massiccio del credito ad usura, da ogni poro dell’economia e della società; (2) quella di finanziare l'esportazione di capitali  in paesi semicoloniali dove esistevano le condizioni affinché gli investimenti nel ciclo industriale consegnassero un alto plusvalore.

La restaurazione del capitalismo in Cina e il crollo dell’URSS da una parte (che hanno aperto nuovi enormi spazi di razzia e investimento ai capitali monetari occidentali) e dall’altra l’applicazione a scala globale delle nuove tecnologie informatiche, diedero ossigeno al processo combinato di finanziarizzazione e delocalizzazione in Asia. Il capitalismo occidentale, non senza scoppi di bolle e numerose crisi di default, riuscì così a cavarsela per un altro ventennio, fino a quando, anche per l’insorgenza di nuove potenze capitalistiche, il capitalismo-casinò farà fiasco, esplodendo proprio negli Stati Uniti con la crisi dei mutui sub-prime del 2007-8, presto estesasi a tutto l’Occidente.

Alla domanda se le classi dominanti possono venire a capo di questa crisi, la risposta è quindi un rotondo no. O meglio, non ne possono venire a capo con le mezze misure. Dalle crisi generali di sovrapproduzione se ne esce soltanto con distruzione su larga scala di capitale. Solo in questo modo può ripartire un ciclo virtuoso di accumulazione e di creazione massiva di plusvalore, che è la linfa vitale senza la quale il capitalismo semplicemente muore. Questa distruzione, lenta, inesorabile, pilotata, è in effetti già in atto in Occidente da almeno un ventennio. Quando anche in Asia il motore si pianterà, avremo il grande cataclisma, con l’insorgenza di enormi conflitti inter-capitalistici. 

Tab. n.4. Neoliberismo: mentre i profitti salivano,
decrescevano salari e consumi. % del Pil in Usa, Ue e Giappone


L’Occidente imperialista, pur di sfuggire al suo destino di decadenza, sarà posto davanti alla necessità di organizzarsi per una guerra su due fronti: quella per piegare i nuovi nemici esterni e quella di rapina entro i suoi propri confini. Una guerra di classe non solo contro il proletariato, ma la grande maggioranza del popolo, che dovrà essere gettato in condizioni di semi-schiavitù affinché sia obbligato a dissanguarsi per tenere in vita il vampiro capitale. Questa guerra interna, a ben vedere è già in corso, è alle sue prime battute. I tempi affinché si affacci, nella coscienza di grandi masse, la necessità di fuoriuscire dal capitalismo (e senza questa coscienza non ci sarà alcun rivolgimento sociale) non sono ancora maturi. Lo saranno prima o poi, ed è a questa svolta storica che ci si deve preparare. 
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7 commenti:

  • Anonimo scrive:
    7 settembre 2014 10:21

    L'analisi è puntuale, chiara e quindi convincente. Oscure invece le ipotesi per una via d'uscita e ciò è preoccupante perché significa che, per ora , una via d'uscita non esiste. Siamo al "non ritorno" Secondo la Scheda, l'unica via d'uscita possibile è data da una ulteriore compressione verso i basso delle condizioni di vita delle classi basse le quali, invero, hanno delimitazioni fluttuanti e non è ben chiaro da chi possano essere costituite. Un tempo erano i popoli colonizzati del "terzo mondo" ora la colonizzazione è divenuta un'autofagocitazione delle popolazioni degli stati. Lo scenario è preoccupante per tutti perché anche chi crede di essere salvo è a rischio.
    La figura "alchemica" che vale per questa situazione è quella dell"Uroboro" che si divora la coda per sopravvivere, figura che è equivalente a quella delle culture mesoamericane detta "serpente piumato".
    Il che mette in chiaro che le culture umana hanno sempre sperimentato l'autofagia che, in parole povere, è equipollente al cannibalismo. Proprio un bel progresso|

  • Anonimo scrive:
    7 settembre 2014 12:21

    Ci meravigliamo sempre quando non viene indicata una via di uscita come se debba necessariamente esistere , purtroppo non è sempre così .In tutti questi anni mentre pensavamo di aver raggiunto il benessere quasi per tutti i pochi dominatori lavoravano sulle variabili che comunque avvenivano fuori dal loro controllo per arrivare dove siamo .Ci vorranno ora alcune generazioni per prendere coscienza e ribellarsi ai soprusi .intanto scivoleremo verso una schiavitù peggiore di quella dei tempi di Atene in quanto gli schiavisti sono più evoluti e tecnologicamente potenti .in breve siamo fottuti .

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    7 settembre 2014 16:50

    Però tutto il ragionamento è inficiato da un'assunzione indebita, che il denaro sia merce, come pretende il marxismo (in questo stranamente d'accordo con le idee monetariste), mentre in realtà esso è soltanto un mezzo di politica economica.
    L'autore dice che il denaro va dove viene meglio remunerato. In realtà,quello che sta accadendo adesso è che il denaro venga creato dal nulla per fare aumentare un numero che appare sui circuiti bancari, una forma di stupida perversione senza senso alcuno.
    In effetti, perchè non venga distrutto questo denaro deve rimanere confinato nei circuiti bancari, se uscisse si scatenerebbe una inflazione così alta che esso si incenerirebbe (proprio come le mummie dei faraoni alla luce).

  • Anonimo scrive:
    7 settembre 2014 22:13

    Il paragone con le mummie che una volta messe all'aria diventano polvere è molto esplicativo.
    Potrebbe voler dire che se tutto il denaro QE stampato dalla FED in questo periodo di convulsioni monetarie entrasse nei circuiti mercantilistici, commerciali e consumistici nonché produttivi succederebbe uno tsunami?
    Il dott. Cucinotta potrebbe spiegare il meccanismo, lui che è un esperto?

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    8 settembre 2014 20:16

    Non è che io sia un esperto di economia, ma basterebbe riflettere sulla sproporzione tra PIL mondiale e quantità di attività finanziarie esistenti. Stiamo ad un rapporto di circa nove, a fronte di un PIL annuo dell'ordine di sesssanta mila miliardi di dollari, le attività finanziarie raggiungono l'enorme cifra di circa 550 mila miliardi di dollari.
    Ciò implica che se domani tutti i capitali volessero convertirsi in merce, non ce ne sarebbe abbastanza, e il mercato aumenterebbe il valore espresso in termini monetari delle merci, cioè scoppierebbe un'inflazione enorme (legge della domanda e dell'offerta).
    A chi obiettasse che non c'è ragione per cui i capitali si riversino tutti in una volta sul mercato delle merci, vorrei fare presente che chiunque di noi che disponesse di una certa somma (in titoli o direttamente in denaro poco importa), si precipiterebbe a spenderla, cioè a trasformarla in merci se temesse appunto lo scoppio dell'inflazione. Insomma la ragione per cui in un certo momento tutti si precipitino a comprare quel che trovano pur di liberarsi di moneta a pericolo di incenerimento, ci sono, eccome!
    E' il paradosso dei nostri tempi, seppure l'inflazione sarebbe una benedizione, essa rischia di arrivare tutta in una volta in forma esagerata, tale da mettere in discussione perfino la funzione del denaro.

  • Anonimo scrive:
    9 settembre 2014 10:36

    Sia ben chiaro che trovo l'industrializzazione il processo criminale che ha trasformato il nostro (e non solo nostro) territorio in un'immensa discarica. Quindi non ne prendo le difese. L'assunto di base dell'articolo che non esiste crisi da sottoconsumo non è dimostrata. Si dimostra invece facilmente che il dumping salariale frutto delle politiche neoliberiste (giusta l'analisi dell'articolo) è la ragione della mancata vendita di merci, innescando il meccanismo di spostare i capitali verso la finanza per mantenere inalterato il saggio. Peccato che senza una produzione neanche la finanza non possa reggere: le azioni di cosa sarebbero quotate in borsa? Questo meccanismo (meno produzione, più finanza) alla fine produce i guasti che tutti noi vediamo e genera una spirale di impoverimento generale (ma di parallelo arricchimento di pochissimi) dalla quale è impossibile uscire. L'alternativa sarebbe accettare un saggio inferiore, ovvero ritornare a produrre per mantenere vivo il volano del capitalismo moderno ovvero la classe media, cosa che Marchionne non vuole fare. Preferisce dumping salariale e finanza rispetto a salvare i consumi. In Germania il settore auto sembra invece avere capito ciò che Marchionne non vuole capire, ovvero che senza consumi alla lunga non esiste nemmeno il mercato.

    Tonguessy

  • Lorenzo scrive:
    10 settembre 2014 01:16

    Analisi interessante fatta salva la consueta stereotipizzazione marxista delle figure di capitale e lavoro, sorta di monoliti concettuali buoni a orientare il conflitto politico nella direzione desiderata (lotta di classe).

    La società umana non vive di sola economia e le sue linee di frattura non si riducono a quella capitale/lavoro.

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