martedì 15 maggio 2012

EURO: L'ATTACCO DEL PCL A GRILLO

Una critica pseudo-rivoluzionaria

di Moreno Pasquinelli

«Una singolare coincidentia oppositorum tra il dottrinarismo d'estrema sinistra e l'ultra-liberismo capitalista. Col motivo di disprezzare gli interessi nazionali italiani e di curare quelli del "proletariato europeo", si diventa collaterali al montismo, ovvero si striscia ai piedi degli interessi nazionali del capitalismo tedesco».




Il 9 maggio scorso Beppe Grillo, concedendo un'intervista all'agenzia Bloomberg, ha rotto gli indugi e perorato l'uscita dell'Italia dall'euro e il ritorno alla lira. Ognuno capisce che questa sortita ha una straordinaria importanza politica, tanto più perché avvenuta dopo il grande successo elettorale del 6 maggio delle liste del Movimento Cinque Stelle.

Grillo ha testualmente affermato: 
«Il debito pubblico sale, la spesa pubblica è fuori controllo, le aziende falliscono, i costi del lavoro aumentano, gli stipendi calano e noi non abbiamo nemmeno più la possibilità di contrattare sul nostro debito... l'euro è un cappio al collo che si restringe di giorno in giorno...  Con l'uscita dall'euro l'Italia potrà svalutare la cara vecchia lira del 40-50%, e anche se ciò non risolverà tutti i problemi economici del Paese, renderà le nostre esportazioni più competitive». [Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2012]
E bravo Beppe Grillo! Ti meriti il voto al ballottaggio di Parma.

Grillo viene bollato, dalla casta politica, come un pagliaccio e, con questa scusa, la sua sortita non è stata presa sul serio. Anzi, in mezzo alla sarabanda elettorale, essa è stata sostanzialmente silenziata, perché troppo scomoda e devastante. La solita strategia in due tappe: prima la censura, poi, semmai, lo sputtanamento. Meglio, per adesso, non far ragionare gli italiani sulla questione decisiva dell'euro e farli discorrere d'altro.

La sinistra "radicale" si è attenuta alla consegna del silenzio. Ha fatto finta di niente. Le ragioni sono due: la prima è che sull'euro e la questione della sovranità monetaria si dimena in una confusione teorica imperdonabile; la seconda è che la sinistra "radicale" fu complice dell'adozione della moneta unica, essendo stata negli anni '90 nello sciagurato governo Prodi che fece sparire la lira.

Ha fatto eccezione il Partito comunista dei lavoratori, che ha avuto almeno il merito di cogliere l'importanza della sortita di Beppe Grillo. Così, il 12 maggio, sul sito del Pcl appariva un articolo dal titolo La "svalutazione" del Grillo. Si tratta di una critica maligna, segnata dalla necessità del Pcl di "smarcarsi a sinistra", di mettere in cattiva luce Grillo e il Movimento Cinque Stelle.

Bagno di sangue...

Vediamo anzitutto di che tipo sia la critica del Pcl. Essa si compone di due parti. Una negativa, l'altra positiva o affermativa. Due le paroline magiche della parte negativa: "salto ulteriore" e "dentro il quadro capitalistico". Il Pcl scrive:
«Infatti, un puro ritorno dell'Italia alla lira, una pura uscita dell'Italia dall'euro, DENTRO IL QUADRO CAPITALISTICO, comporterebbe in sé un salto ulteriore dell'impoverimento di salari e stipendi, una ulteriore polverizzazione dei risparmi dei ceti popolari, un'ulteriore mazzata sui costi dei servizi e sulle tariffe per la maggioranza della società italiana. Le classi dominanti potrebbero cavarsela come sempre: con le armi della speculazione, del traffico delle monete, dell'esportazione di capitali, e persino, in qualche caso, delle esportazioni più competitive care a Grillo ( salvo la contraerea prevedibile delle misure protezioniste degli altri Stati capitalisti). Ma per i proletari sarebbe davvero “un bagno di sangue” come lo stesso Beppe si è lasciato scappare: perchè è sulle loro spalle che le classi proprietarie scaricherebbero l'intera operazione». 
La tesi è apodittica, anzi, per la gioia degli eurocrati alla Monti, terroristica: un ritorno alla sovranità monetaria del nostro paese, l'abbandono dell'euro, causerebbero, fate bene attenzione, un bagno di sangue poiché, «... comporterebbe in sé un salto ulteriore dell'impoverimento di salari e stipendi, una ulteriore polverizzazione dei risparmi dei ceti popolari, un'ulteriore mazzata sui costi dei servizi e sulle tariffe per la maggioranza della società italiana»

Il Pcl sa infatti benissimo che un bagno di sangue il popolo lavoratore lo subisce già da tempo e lo subisce appunto non solo in nome dell'euro ma anche a causa dell'euro. Il Pcl sbraita astrattamente contro il neoliberismo ma, come la gran parte della sinistra, è del tutto incapace di svelare il nesso esistente tra l'astratto e il concreto, incapace di comprendere (e quindi di spiegare ai cittadini) perché l'avvento della  moneta unica è stato ed è uno dei fattori decisivi che ha causato il bagno di sangue già in atto. Il Pcl non è in grado di cogliere, o meglio non vuole cogliere, che l'adozione dell'euro non è stato un orpello ma un fattore determinante, sia dal punto di vista dei guasti sociali che quello  strategico e geopolitico.

Abbiamo spiegato a iosa che la moneta unica è stata una vera e propria arma di distruzione di massa, il piede di porco con cui le classi dominanti europee, coalizzate, hanno scassato il modello e le relazioni sociali nate dalla poderosa avanzata degli anni '60 e '70. L'euro è stato infine lo strumento grazie al quale il capitalismo finanziario-predatorio ha preso il sopravvento; il fattore grazie al quale c'è stata la crescita abnorme della debitocrazia; che ha accresciuto le diseguaglianze non solo tra classi sociali ma tra nazioni; che ha concausato il marasma economico attuale; che ha infine scippato i popoli della loro sovranità e rafforzato una coalizione sovranazionale imperialistica. Il Pcl glissa bellamente sul fatto che queste considerazioni sono patrimonio di buona parte degli stessi economisti e la butta in caciara citando non il fior fiore degli analisti non-liberisti ma... Belpietro e il quotidiano Libero. Troppo facile, troppo comodo.

Qui non abbiamo a che fare solo con un totem ideologico monetarista-liberista, iscritto nei Trattati di Maastricht, codificato nello Statuto della Bce e nel recente Fiscal compact. Qui parliamo di un colossale e fattuale processo economico-sociale, parliamo di un mutamento profondo nella vita dei popoli, nella vita e nelle relazioni non solo tra le classi ma tra gli stati.

Affermare che tornare alla sovranità monetaria e abbandonare l'euro causerebbe un bagno di sangue, è già imperdonabile di per sé: scimmiottando i Draghi, i Barroso e i Monti, non solo si utilizza lo stesso linguaggio terroristico con cui si tengono i popoli soggiogati ad un totem, si spaccia un risultato storico, frutto della decisione soggettiva dei dominanti (vero e proprio disegno di ingegneria economica) come una specie di processo naturale oggettivo, ineluttabile. I processi storici non sono irreversibili come quelli naturali.

In base a quali criteri scientifici il Pcl pronostica sfracelli? Che abbandonando l'euro, "nel quadro capitalistico", passeremmo dalla padella alla brace? Nessuno veramente. solo concetti-spauracchio: «... impoverimento di salari e stipendi, una ulteriore polverizzazione dei risparmi dei ceti popolari, un'ulteriore mazzata sui costi dei servizi e sulle tariffe per la maggioranza della società italiana». Gli stessi concetti-spauracchio, a ben vedere, sono utilizzati dagli eurocrati infatti, per obbligare gli stati a rimborsare i loro debiti con la finanza speculativa internazionale. "Se non rispettate i creditori, se non pagate, se farete default, andrete in bancarotta e farete la fame per cinquat'anni". Come mai il Pcl respinge questi argomenti in merito al debito ma li utilizza pari pari sulla questione della moneta? Ci permettiamo di fornire una risposta: per incompetenza conclamata in materia. 

Il Pcl sostiene, contro il ritorno alla sovranità monetaria, che «Le classi dominanti potrebbero cavarsela come sempre: con le armi della speculazione, del traffico delle monete, dell'esportazione di capitali». Ma questo rischio, come tutti possono facilmente intuire, ci sarebbe anche ove l'Italia andasse in default e rifiutasse di rimborsare i debiti contratti con gli strozzini della finanza speculativa globale. Anzi, per dirla tutta, questi ultimi lo stanno già facendo dall'estate scorsa, vendendo a man bassa i titoli di stato italiani, causandone così il deprezzamento e il contestuale aumento degli interessi e acquistando i titoli tedeschi o americani (quindi la crescita dello spread). Per cui, a discorsi-spauracchio dei dominanti e dei banchieri, dobbiamo rispondere che la speculazione e lo strozzinaggio ci sono già e sono una delle cause del marasma, che la cancellazione del debito è la cura di una patologia già gravissima. Non è vero compagni del Pcl? Certo che è vero!

Non c'è alcuna evidenza storica, alcuna prova empirica che l'abbandono di una moneta comune a più paesi (imperialistici!) e il ritorno alla sovranità monetaria di uno Stato sia un disastro come sostengono i demiurghi dell'euro (col Pcl e i politicanti della sinistra a fare il controcanto). Semmai abbiamo elementi che dimostrano l'opposto: ovvero che il ritorno alla piena sovranità monetaria è stato il risultato del fallimento degli esperimenti in senso contrario. 
Ad esempio l'abbandono della dollarizzazione da parte dei paesi latinoamericani, caso esemplare quello argentino. Nel 1991 il Presidente argentino Menem introdusse nel proprio paese la parità fissa peso-dollaro USA (ley de convertibilidad). L'esperimento si concluse nella catastrofe; aumento spropositato dei divari sociali, crescita abonorme del debito pubblico, crollo delle esportazioni, stagnazione, aumento delle asimmetrie con gli altri paesi del Mercosur, fuga in massa dei capitali, corruzione endemica. 


I compagni del Pcl dovrebbero chiedere ai loro fratelli argentini del Partito obrero come andarono le cose, come la dollarizzazione e le politiche monetariste causarono il default e la fuga in massa dei depositi bancari. Ci risulta che tutta la sinistra argentina ai tempi di Menem, giustamente, condannava la dollarizzazione e si batteva per riconquistare la piena sovranità monetaria. Per quanto terribile per le sue momentanee conseguenze sociali, il default del 2001-2002, quindi svalutazione del peso e inflazione, furono infatti le premesse per il successivo e prolungato periodo di crescita economica.

Andrebbe poi rammentato che l'euro nacque, nel 1999, dopo il fallimento delle esperienze del Serpente monetario europeo (1972) e del Sistema monetario europeo (1979). In tutti e due i casi le bande di fluttuazione tra le monete nazionali, fissate a priori, saltarono a causa delle diverse condizioni e politiche nazionali, così che alcuni paesi abbandonarono prima l'uno e poi l'altro —clamoroso il caso della temporanea uscita della lira italiana nel settembre del 1992 e della successiva svalutazione: crisi che fu causata proprio dalla possibilità che i tassi di cambio programmati fornirono alla speculazione finanziaria. La Lira rientrò nello Sme nel 1996 (dopo le cure da cavallo di Amato e Ciampi), errore che gli inglesi si guardarono bene dal compiere.


Coincidentia oppositorum

Saggezza avrebbe chiesto, se non una marcia indietro, prudenza, un ulteriore periodo di rodaggio, invece la casta sacerdotale degli eurocrati spinse in senso contrario, con la filosofia del O la va o la spacca. L'euro nacque come forzatura soggettivistica e dirigistica, come atto estremo e unilaterale. Ma, in condizioni capitalistiche, il mercato si vendica sempre e, alla fine, ha la meglio. Gli eurocrati scommisero che col salto verso la moneta unica i differenziali tra i paesi si sarebbero appianati. E' accaduto esattamente il contrario: la crisi degli spread e dei debiti sovrani, gli squilibri tra le bilance dei pagamenti, tutti gli  altri parametri economici dimostrano che l'euro, invece di perequare ha accentuato le sperequazioni sociali e tra le economie europee.

Ciò che i compagni del Pcl in modo imperdonabile dimenticano non è quindi solo che il "bagno di sangue" è già in atto, ma che la disgregazione dell'eurozona è un processo in corso, un fatto oggettivo e, ancor più importante, una delle cause primarie del marasma generale. Lo diciamo solo noi del MPL? Nient'affatto, lo dicono, senza oramai peli sulla lingua, gli stessi analisti mainstream:
«La scommessa di sempre, il disfacimento dell'euro, è apparsa ieri ancor più forte. Ora i Btp, i Bonos e persino gli Oat francesi più che il rischio default scontano quello d'essere ridenominati nelle singole valute nazionali. E pure i Bund tedeschi, all'1,4%, sembrano già espressi in un Deutsche Mark che vale almeno il 50% più della lira». [Walter Riolfi, Il Sole 24 ore del 15 maggio 2012]
Questo per dire che in condizioni di mercati finanziari deregolamentati, i market makers, i grandi speculatori, agiscono aggirando la moneta unica, utilizzando i titoli di stato come valute-ombra ottenendo enormi guadagni, a tutto vantaggio della Germania che può finanziari a costo praticamente vicino allo zero e a svantaggio degli stati "periferici" o Piigs che per finanziarsi sono obbligati a pagare interessi che vanno dal 6% sui Bot a quasi il 90% per i titoli greci. Ma questo ha conseguenze devastanti nell'economia reale: le merci tedesche possono essere spacciate a buon mercato mentre, dovendo utilizzare la camcia di forza dell'euro, quelle dei "periferici" sono fortemente penalizzate. Una competizione truccata. 


Solo dei ciechi possono sottovalutare l'importanza del fattore monetario e fino a che punto esso codetermina la recessione, la desertificazione industriale, i bassi salari, la disoccupazione di massa, la miseria generale. Con la scusa che "dentro il quadro capitalistico" tutte le vacche sono grigie il Pcl non solo sottovaluta la questione monetaria, non comprende che sarebbe nell'interesse del popolo lavoratore avere qui e ora la sovranità monetaria, poter disporre, ad esempio, della facoltà di svalutare la lira per rilanciare la produzione, quindi l'occupazione e i salari. Così come, usciti dall'eurozona e ripudiati i Trattati, sarebbe salvifico porre un freno al libero-scambismo, ovvero istituire dei dazi a protezione dell'economia nazionale e per fra sì che la bilancia dei pagamenti torni in attivo. Ma al Pcl tutte queste misure appaiono, pensate un po', come retrograde e, in perfetta sintonia coi circoli liberisti dominanti, fa gli scongiuri al "protezionismo" e al "nazionalismo". Una singolare coincidentia oppositorum tra il dottrinarismo d'estrema sinistra e l'ultra-liberismo capitalista. Col motivo di disprezzare gli interessi nazionali italiani e di curare quelli del "proletariato europeo", si diventa collaterali al montismo, ovvero si striscia ai piedi degli interessi nazionali del capitalismo tedesco.


Un partito serio (che diciamo partito, un collettivo, che diciamo collettivo, chiunque non abbia fette di prosciutto sugli occhi) dal processo di disfacimento dell'euro dovrebbe partire, analizzarlo seriamente, spiegarlo, indicare le vie d'uscita. E non fare gli spergiuri o gli esorcismi, oppure, come fa il Pcl, suonare la convenzionale e noiosa antifona che... la sola soluzione è la rivoluzione. Poiché oltre a questo, infatti, il Pcl, non va.


Parlando a nuora perché suocera intenda

Sentiamo infatti qual è la parte positiva o affermativa secondo il Pcl:
«L'impostazione di Grillo va allora esattamente capovolta, se si vuole partire dagli interessi dei lavoratori. Solo una rottura anticapitalista, solo il rovesciamento della dittatura degli industriali e dei banchieri, solo un governo dei lavoratori e della popolazione povera, potrebbe fare i conti con l'Unione Europea, dal versante delle ragioni degli sfruttati e degli oppressi. Cancellando il debito pubblico verso le banche ( con la salvaguardia dei piccoli risparmiatori); nazionalizzando le banche sotto controllo dei lavoratori e senza indennizzo per i grandi azionisti; unificando gli istituti di credito in una unica banca pubblica sotto controllo sociale; espropriando la grande industria e le grandi catene commerciali, sotto il controllo dei lavoratori; introducendo il monopolio del commercio estero; riorganizzando da cima a fondo l'intero funzionamento dell'economia e della società finalmente liberate dall'oppressione del capitale finanziario, e quindi libere di definire democraticamente un piano di scelte razionali suggerite dai bisogni della maggioranza. Certo, questo governo, e questo programma, romperebbero unilateralmente con l'Unione Europea delle banche, le sue imposizioni, i suoi fiscal compact, i suoi memorandum. E in questo quadro affronterebbe liberamente la scelta della moneta. Ma potrebbe fare tutto questo avendo tagliato le unghie al capitale in funzione della difesa dei salariati. Avendo tagliato alla radice il potere della speculazione dei ricchi contro i poveri. Avendo messo al posto di comando chi non ha mai comandato: i lavoratori e la popolazione povera». 
Appunto. Prima si faccia la rivoluzione socialista, prima si esproprino i capitalisti e si socializzino i mezzi di produzione e di scambio; tutto il resto verrà da sé, tra cui la "quisquilia" della sovranità monetaria. 


Mai capovolgimento è stato più astratto e campato per aria e, se ci è permesso, in stridente contraddizione con la migliore tradizione marxista, a partire dallo stesso Manifesto del partito comunista, che concepiva, prima del definitivo abbattimento del capitalismo, una fase di passaggio in cui un governo popolare avrebbe anzitutto adottato misure d'emergenza tra cui le nazionalizzazioni, appunto, del sistema bancario e dei settori economici vitali. Sulla stessa falsa riga si mosse il partito di Lenin nel 1917 (La catastrofe imminente e come lottare contro di essa) che conquistò il potere sulla base di tre rivendicazioni centrali, per se stesse nient'affatto socialiste: pace senza condizioni, terra ai contadini, assemblea costituente. Idem con patate per quanto riguardò la Terza ma pure la Quarta internazionale: entrambi immaginarono la nascita di un governo operaio e contadino che avrebbe adottato misure economiche, sociali e politiche di transizione che non erano il socialismo, e nemmeno la famigerata dittatura proletaria, ma solo una porta d'ingresso verso la fuoriuscita dal capitalismo.

Il Pcl la fa facile a polemizzare con qualche frase di Grillo. Non ci sfugge che parla a nuora perché suocera (non solo noi, ma il numero crescente di rivoluzionari che osano sfidare il tabù decotto dell'euro) intenda. 

Se parla alla suocera il Pcl sappia che per noi del Mpl l'abbandono dell'euro è uno degli elementi cardinali di un programma economico, sociale e politico che solo un governo popolare d'emergenza può applicare. Un programma coerente appunto, non una misura salvifica, tra cui (1) la rinuncia a pagare il debito (default programmato), (2) la nazionalizzazione del sistema bancario e assicurativo e dei settori  strategici come energia e comunicazioni), (3) il controllo pubblico della banca centrale.

Si obietta: ma anche il Pcl propone queste misure. Esatto, ma anche un cretino capisce che queste tre misure cardinali sono assolutamente impossibili stando nell'eurozona e senza violare i patti europei (Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact). Chiunque mastichi, un po' di economia politica, chiunque non faccia a pugni con le leggi economiche più elementari e con la stessa logica; chiunque capisce che se un paese non è sovrano, se non ha la proprietà della moneta e la facoltà di emetterla, non ha possibilità alcuna di applicare  altra misura sociale. Non avrebbe nemmeno quella, per dirla tutta, di pagare gli stipendi ai propri funzionari statali, di sovvenzionare la spesa sociale, per non parlare di investimenti diretti e indiretti nella sfera economica—anche nel settore privato signori, sì, anche quello. 


Un governo popolare non potrebbe fare nulla di nulla se non disponesse della facoltà di emettere moneta e più in generale della leva monetaria! Dovrebbe usare l'euro? o il dollaro? E che sovranità sarebbe? Esso resterebbe ingabbiato nel capitalismo-casinò, preda come prima e più di prima della finanza predatoria e, dopo due giorni, andrebbe carte quarantotto.

Insomma: ciò che il Pcl mette in fondo alla sua lista della spesa, il senso di realtà mette invece all'inizio, come precondizione logica e pratica. E' quindi il ragionamento del Pcl, non quello di Grillo, che va capovolto.

Anche noi, come si sa, ci battiamo per il socialismo, pensiamo che solo il socialismo porrà fine ad un sistema non solo disumano, ma che passa da un cataclisma all'altro. Ma la fuoriuscita dal capitalismo è, appunto, un fine, un punto d'approdo che chiede tempi lunghi, sforzi titanici, il più ampio consenso sociale. Implica una fase di passaggio la cui durata non si può stabilire in anticipo, in cui elementi capitalistici coabiteranno con quelli socialisti nascenti. Una competizione certamente conflittuale, madre di contraddizioni che andranno governate e risolte, il tutto per dire che il settore socialista prevarrà solo se batterà sul campo quello capitalistico, e lo batterà se saprà dimostrare di produrre meglio con meno dispendio di risorse, umane e naturali, se creerà beni, materiali e immateriali eccedenti lo stretto necessario, ciò senza ricorrere allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Il socialismo batterà il capitalismo insomma, solo se saprà superarlo, e per questo sono indispensabili l'ausilio delle istituzioni dello Stato nuovo e la spinta di un vivace protagonismo democratico. E' evidente che questa è una missione dai tempi storici, che impiegherà più generazioni. Chi pensa a tempi stretti e a rivoluzioni catartiche si racconta storie e si romperà la testa.

Nel frattempo la catastrofe sociale incombe. Abbiamo anni, non decenni, per evitare un'ecatombe. Questa minaccia chiede misure d'emergenza e un fronte popolare che sia deciso ad andare al governo per applicarle. Un governo che non sarà "monocolore", che sarà composto da chi ha a cuore le sorti del popolo lavoratore e di questo paese (pensiamo intanto al nostro che gli altri popoli penseranno ai loro). Superata positivamente la fase dura dell'emergenza, una volta salvate le fondamenta, solo dopo si aprirà la battaglia tra chi vorrà andare avanti e chi vorrà fermarsi, tra nuovi e diversi modelli sociali. La rivoluzione è permanente, detto altrimenti, un processo fatto di fasi, di salti, di rotture, di trasformazioni successive e, se ci è permesso, di riforme, piccole o grandi che siano.



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25 commenti:

  • Partito Socialista d'Azione scrive:
    16 maggio 2012 09:36

    Grillo non ci ha mai convinto. Passi che un comico parli di politica (tanto di comici e pagliacci nel Parlamento Italiano ne abbiamo già visti tanti), ma che Grillo sia anche un esperto di economia ci lascia assai perplessi.
    Siamo invece assolutamente d'accordo con l'analisi del PCL: un ritorno alla Lira (dentro il quadro del sistema capitalistico) sarebbe un'ennesima mazzata ai risparmi dei lavoratori. Euro o non Euro i problemi restano, e vi resteranno fino a che non verrà abbattuto il regime del Capitale (con la sua aurea di politici corrotti, affaristi senza scrupoli, e zecche varie del popolo italiano) e non si lascerà spazio ad una società organizzata sui dettami del Socialismo. In che modo raggiungerlo? Per via democratica (o parlamentare) è assolutamente fuori discussione. Per via rivoluzionaria è probabile. Fatto sta che così non si può più andare avanti. Siamo consci del fatto che non sarà un unico Partito a prendersi carico di questa futura svolta epocale, ma un'unione di più Movimenti e Partiti. Organizzati come e da chi è il dilemma più importante e primario. Sappiamo solo una cosa elementare: Uniti si Vince!

    Saluti Socialisti.

    Il Direttivo Nazionale
    Partito Socialista d'Azione
    http://partitosocialistadazione.blogspot.it/

  • Anonimo scrive:
    16 maggio 2012 12:38

    A me Grillo non piace. E' un miliardario giustizialista che gestisce il suo partito in forma dittatoriale. Ha vietato l'uso del simbolo a gruppi che osteggiava, anche alle ultime comunali. Dopo la vittoria ha velocemente chiamato tutti i candidati vietandogli di parlare in tv...
    Ferrando però ha perso la brocca. La difesa dell'euro è solo l'ultimo tassello. In un altro comunicato ha affermato che "solo la lotta di classe ci può salvare dal terrorismo". Una riflessione nel contenuto corretta, ma espressa con la tipica terminologia IMPERIALISTA (il terrorismo anarchico ora, quello mussulmano prima, buona scusa per chi sfida il colonialismo) da una parte, e la terminologia STALINISTA dall'altra (nemici del movimento operaio, ecc)

  • Anonimo scrive:
    16 maggio 2012 12:59

    "un'ennesima mazzata ai risparmi dei lavoratori"

    Ma quali risparmi? Quando il lavoro rende sempre meno e addirittura scompare (i due fenomeni sono strettamente correlati per via della famosa legge della domanda-offerta), quando il poco che si ricava dal lavoro non basta per campare, i risparmi non si fanno più, anzi si erodono quelli del tempo passato, fino ad azzerarli per piombare nella trappola del debito.

    Che un "socialista" si preoccupi dei "risparmi" in un simile frangente mi sembra quantomeno incoerente.

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    16 maggio 2012 13:19

    fonte: http://www.anarchaos.org/2012/05/deliri-stalin-imperilisti-del-pcl-ferrando-perde-la-testa-e-parla-di-anarcoterroristi/


    Leggo sul sito del pcl (http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o2793) un comunicato sulla gambizzazione ad Adinolfi che, se è condivisibile nel contenuto, nello sfondo, è inaccettabile per i termini adoperati e quindi per la sostanza politica complessiva. Il comunicato afferma che "la lotta di classe" è "l'antidoto più efficace alla disperazione individuale (e al terrorismo)". Sono perfettamente d'accordo che solo la lotta di classe può evitare la ricaduta della rabbia nella disperazione, nei sucidi, negli assalti irrazionali e inuti ad Equitalia, e infine nell'inutile, fuori tempo, controproducente lotta armata.
    Ma perché usare quella parola, tipica dell'imperialismo? Perché definirlo terrorismo? La stessa parola che adoperano gli USA o la Russia contro rivoluzionaria nei confronti di Afgani e Ceceni. La stessa parola usata dalla stampa borghese.
    Per un rivoluzionario, per un comunista, anarchico o marxista, leninista o libertario, terrorista è lo Stato alla diaz. Terrorista è l'incubo nucleare. Terrorista è la borghesia che stermina la classe operaia con una media di 4 lavoratori al giorno. Terrorista è, nella massima espressione del capitalismo, la guerra imperialista.
    Alcuni amici del PCL mi hanno risposto che si tratta di una semplificazione, di una breve nota di agenzia. Non è così compagni. La parola "terrorismo" non è solo nel titolo. La troviamo anche nel testo. Peggio ancora, il PCL non si limita a dare del terrorista agli autori del gesto di Genova. Fa di peggio. Parla di "anarcoterrosmo". Insomma si abbandona ad una critica irrazionale, non solo utilizzando la terminalogia imperilista, ma peggio ancora quella stalinista, l'odio stalianiano contro gli anarchici come strumento per nascondere la propria debolezza interna, la propria inconsistenza politica durante la crisi. Se si va a fondo nel comunicato si trovano espressioni come "quattro imbecilli delcassati". Parla di "carattere controrivoluzionario". Ma cosa sta facendo il PCL? Quale ruolo di avanguardia gioca nella crisi? Esiste oltre che negli spazi lottizzati minimi della campagna elettorale? O se la prende con gli "anarchici" per nascondere la propria inconsistenza reale?
    Il peggiore stalinismo, il peggiore imperialismo.
    Ferrando vergognati! Mi ricordi Togliatti contro i bordighisti che non volevano consegnare le armi dopo il '45…



    Un troskista libertario

  • Anonimo scrive:
    16 maggio 2012 15:55

    Critica ridicola, il Pcl sostiene semplicemente che uscire dall'euro senza uscire dal capitalismo significa cambiare tutto per non cambiare nulla.

    Sul "terrorismo" neo-nichilista nulla da aggiungere rispetto ai classici:
    http://www.marxists.org/italiano/trotsky/1911/11/controterrorismo.htm

    http://www.marxists.org/italiano/trotsky/1909/5/terrorismo.htm

    P.S. I bordighisti si ponevano "contro ogni partigianesimo" erano gruppi spesso in rottura sui generis dallo stalinismo oltre ai trotskisti (celebre il caso di Bandiera Rossa-Roma a non voler riconsegnare le armi).
    http://www.sinistra.net/lib/bas/battag/ceju/cejueduzui.html

    Un trotskista... marxista

  • redazione scrive:
    16 maggio 2012 17:11

    « ... uscire dall'euro senza uscire dal capitalismo significa cambiare tutto per non cambiare nulla».
    E bravo!
    Con questo metro di giudizio si dovrebbe condannare ogni misura politica e sociale popolare perché.... "senza uscire dal capitalismo significa cambiare tutto per non cambiare nulla".
    Ci sono "rivoluzionari" più rivoluzionari di te che, ben più coerenti col tuo infantile e estremistico criterio, affermano del rifiuto di pagare il debito, la riduzione dell'orario di lavoro, la difendere l'Art.18, la difesa di beni comuni, o dei diritti democratici....non servono a nulla.... perché "senza uscire dal capitalismo significa cambiare tutto per non cambiare nulla".
    Haimé, una volta, i marxisti seri, facevano le scuole quadri, certe cazzate anarchiche non avevano diritto di cittadinanza.

  • Anonimo scrive:
    16 maggio 2012 19:14

    I classici che da vecchio dogmatico citi quando non sai rispondere parlavano infatti contro il terrorismo, cioè contro le stragi, non c'è un solo documento da dissociato di tutto il partito bolscevico contro gambizzazioni, rapine in banca, omicidi mirati, occupazione armata di fabbriche e terre, che sono stati dal '16 in poi pratica quotidiana delle guardie rosse

  • Lorenzo scrive:
    16 maggio 2012 23:58

    Come fate presto ad azzannarvi l’un l’altro :o)

    La mia conoscenza dei classici marxisti è modesta; tuttavia oso dare ugualmente un giudizio e dico che Pasquinelli ha clamorosamente ragione. Come si fa la rivoluzione se non mandando allo sfascio il sistema esistente? E come lo si manda allo sfascio, se ogni passo verso lo sfascio collassa il livello di ricchezza complessivo e il tenore di vita delle classi popolari? La rivoluzione avrà luogo sic et sempliciter?

    Leggo sul sito del PCDL: “un puro ritorno dell'Italia alla lira, una pura uscita dell'Italia dall'euro, DENTRO IL QUADRO CAPITALISTICO, comporterebbe in sé un salto ulteriore dell'impoverimento di salari e stipendi, una ulteriore polverizzazione dei risparmi dei ceti popolari, un'ulteriore mazzata sui costi dei servizi e sulle tariffe”. E voi come pensate di radicalizzare il gregge di consumatori edonisti e scervellati che ormai compongono la grande maggioranza delle classi popolari (diciamo pure della popolazione in genere) se non restituendo loro la dignità del dolore e della disperazione? Secondo voi quand’è che che la gente usa la violenza rivoluzionaria? Quando ha la pancia piena, due macchine, il telefonino da 500 euro e le ferie a Giacarta, o quando si vede morire i figli di stenti e si rende conto di non avere più niente da perdere?

    Secondo voi i greci stanno rivoltando il quadro politico del loro Paese perché stanno bene o perché stanno male? Lenin poté fare la rivoluzione perché c’era una guerra mondiale perduta in corso (che lui scervellatamente aveva cercato di evitare), con milioni di morti e sofferenze inenarrabili da parte dei proletari poverini, o perché le classi lavoratrici russe vivevano in pace e prosperità?

    Un’uscita dall’euro destabilizzerà il sistema non solo e non tanto in quanto colpirà un fondamentale perno della dittatura finanziaria, ma in quanto trascinerà nella rovina larghi strati di popolazione. In caso contrario non varrebbe la pena di uscirne. Sono queste le premesse per un crollo sistemico di portata epocale e per i risultanti decenni di guerre civili e meno civili, da cui alla lunga potrebbe uscire qualsiasi cosa e fra le tante anche una qualche sorta di reggimento socialista della collettività.

    In fondo era questo il senso della teoria delle condizioni oggettive: il capitalismo sarebbe stato superato nella misura in cui creava miseria, non nella misura in cui creava ricchezza. Io ci aggiungo un pizzico di Kierkegaard: se volete una chance di successo dovete rischiare il salto nel buio. La storia vi (ci) aspetta a fauci spalancate.

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 09:15

    Quindi Lorenzo fammi capire, sostieni (e in questo caso a ragione) che l'uscita dall'euro dentro al quadro capitalista comporterebbe la "rovina di larghi strati di popolazione" e poi nei fatti sostieni la posizione di Pasquinelli che sostiene esattamente il contrario?

    Non è certo rendendosi complici della rovina del proletariato che si supera il capitalismo... Miseria e disperazione spingerebbero semplicemente verso la reazione.

    Infine per quello sopra Lorenzo che gioca con la storia:
    Ai nostri occhi il terrore individuale è inammissibile precisamente perché esso sminuisce il ruolo delle masse nella loro stessa coscienza, le riconcilia all'impotenza, e piega i loro sguardi e le loro speranze verso la ricerca di un grande vendicatore e liberatore che un giorno arriverà per compiere la sua missione. I profeti anarchici della 'propaganda dei fatti' possono discutere quanto vogliono a proposito dell'influenza elevatrice e stimolatrice degli atti terroristici sulle masse. Considerazioni teoriche ed esperienza politica dimostrano diversamente. (L. Trotsky)

  • redazione scrive:
    17 maggio 2012 11:47

    Debbo un chiarimento ai nostri lettori, a correzione dei miei esegeti.
    Una premessa: la questione monetaria è certamente complessa. Occorre partire dalla natura e dalla funzione del denaro. Consiglio di studiare molto attentamente i capitoli sul denaro dei Grundrisse, in cui Marx, a mio modo di vedere, scolpisce concetti e opera su sfumature che andranno persi nella Critica e nel capitale. Ma la teoria monetaria è andata avanti, molto avanti, con alcune ramificazioni. Talmente avanti che occorrono molto studio e disciplina per raccapezzarsi e smascherare gli inganni e le diavolerie degli economisti.
    La posizione conservatrice di certa sinistra sull'euro, certa prudenza reverenziale, è anzitutto espressione di ignoranza in materia. E l'ignorante finisce per essere succube della classe dominante, prendendo per buoni i suoi concetti ideologici.
    Si deve partire da un fatto: che la rovina del proletariato (e dell'intera società) non è un fatto di la da venire, ma un processo in atto.
    La domanda a cui occorre rispondere è questa: l'Unione europea e la moneta unica sono stati fattori causali di questa rovina oppure no? Se lo sono stati (e lo sono stati e come!) la risposta politica non può che essere fuori dall'Unione e fuori dall'euro. Barroso non ha forse detto ai greci che l'eurozona è un club? Perché restarci, nel club, se il rapporto costi benefici è sommamente negativo? E l'eurozona non è forse un club imperialista? Un club di predoni? Per quale bizzarro motivo dei rivoluzionari dovrebbero essere per starci dentro? Tutto questo è sintomo agghiacciante di sudditanza ideologica.
    Per restare nell'euro (vedi il Fiscal compact) l'Italia dovrà ridurre il rapporto debito Pil al 60% e quello deficit Pil a zero (pareggio di bilancio). Questo signfica un massacro sociale enorme e della durata di un'intera generazione. Cos'altro ci vuole per far capire che è nell'interesse del popolo lavoratore venir via dall'euro. E' francamente ridicolo che la sinistra "radicale", e qui il Pcl è in perfetto allineamento con la Fds e Sel, dica no al Fiscal compact, ma dica sì all'euro e all'Unione. Come si fa a non capire la clamorosa contraddizione logica? Si dice no all'effetto, alla conseguenza, ma si alla causa. Roba da chiodi!
    A volte il dilettantismo politico porta al grottesco. Come il refrain del: "entro il quadro capitalistico non si risolve nulla". Con questo approccio non dovremmo lottare per miglioramenti anche parziali, e nemmeno contro le politiche neoliberiste, che il cretino risponderebbe: «E che siete per il keynesismo e lo stato sociale? Riformisti! ... Entro il quadro capitalistico non si risolve un cazzo. Solo la rivoluzione ci salva».
    Ci vuole pazienza per prendere sul serio simile cazzate.
    Moreno Pasquinelli

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 14:33

    "l'Unione europea e la moneta unica sono stati fattori causali di questa rovina oppure no?" Questa Unione Europea e questa moneta unica sicuramente sì, ed in una misura tale da autodisintegrarsi in poco più di un solo decennio.

    Stiamo parlando della politica monetaria di un elite di stegocrati che ha raggiunto l'obiettivo a prezzo della propria sopravvivenza (politica), che non è in forse, è segnata. Dopodichè comunque si resetta il sistema. Quale migliore occasione per costruirne uno nuovo, socialmente utile?

    Punto di partenza è capire a fondo dov'era il trucco, per impedirne la riproposizione in qualunque altra forma. Si chiama "privatizzazione" dei pilastri dell'economia.

    Che c'entra tutto questo col ritorno alle "piccole patrie"?

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 14:47

    uscire dall'euro vuol dire far a pugni con la realtà. Anche perchè cosa credete che una volta che esci dall'euro la speculazione finanziaria non colpisca? INoltre se esci dall'euro prima che tutto il sistema bancario riesca a recuperare il potere di scambio nella bilancia commerciale, il suo sistema bancario va in default per eccesso di ritiro. Inoltre i titoli di stato, già spazzatura diventano zero perchè privi di un sistema creditizio privato da cui attingere.

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 15:16

    Se pensi a un qualunque cambiamento che non azzeri la speculazione finanziaria (internazionale) vuol dire che non hai capito nulla di quanto accade in questa realtà, e nella prossima.

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 15:18

    Anonimo, non hai capito: noi i titoli di stato non li rimborsiamo e le banche le nazionalizziamo, ecco perché usciamo dall'euro, perché facciamo dell'Italia un paese socialista!

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 15:28

    "Se salta la Grecia, il giorno dopo i mercati si chiederanno chi sarà la seconda. E sarà l'Italia o la Spagna". Lo ha dichiarato alla Cnn il leader del partito greco Syriza, Alexis Tsipras, che i sondaggi danno come favorito alle prossime elezioni del 17 giugno. Il candidato premier ellenico ha fatto notare che il debito pubblico greco è nulla confronto a quello italiano (3 miliardi contro 1900) e ha affermato di non avere alcun desiderio di tornare alla dracma nè di portare una catastrofe nell'Eurozona. "Ma se vogliamo salvarla, dobbiamo cambiare direzione", ha detto Tsipras.

    Concordo. Resta solo da trovare il nostro Tsipras. Non è una missione impossibile, ma bisogna far presto, le salme al governo si stanno già decomponendo.

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 16:28

    Caro Conti,

    ma ci fai o ci sei?
    Te le puoi tenere i tuoi Tsipras italiani, la combriccola di sinistrati che va da Vendola a Chiesa, passando per Diliberto e Ferrero.
    *** Redazione rispondete a quello sopra per cui "uscire dall'euro vuol dire far a pugni con la realtà." ma rispondete con parole semplici per favore. Lo so che l'anonimo ci propina le stesse cose del corriere della sera... ma questi qui, l'anonimo compreso, terrorizzano con idee semplici chiare. Siamo in grado di essere altrettanto semplici senza scadere nella demoagogia (come fanno loro)?

  • Ecodellarete.net scrive:
    17 maggio 2012 16:50

    @Conti: il debito pubblico greco non è 3 mld, ma 350. Vedere per credere:

    http://www.google.com/publicdata/explore?ds=ds22a34krhq5p_&met_y=gd_pc_gdp&idim=country:el&dl=it&hl=it&q=debito+pubblico+grecia#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=gd_mio_eur&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=country_group&idim=country:el&ifdim=country_group&hl=it&dl=it&ind=false

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 17:13

    ...Conti... fa male i conti

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 17:38

    Ho semplicemente copia-incollato senza citare la fonte (e senza controllare) :http://www.finanzaonline.com/notizie/news.php?id=%257B31EBCF03-B938-46C1-84DE-E205E7B77A24%257D&folsession=d6a62e0a93d8ef69ea97e7a34a2586ba

    Il focus è però sulla fragilità dell'euro, che una qualsiasi posizione politica degna di questo nome può ormai condizionare, fino a ribaltarne il paradigma. Ogni riferimento al personaggio è altrettanto secondario.

  • Anonimo scrive:
    17 maggio 2012 19:46

    Al di là che si condivisa o meno l'analisi di Pasquinelli c'è una evidente forzatura.
    Il PCL è per l'uscita dalla UE.

  • Anonimo scrive:
    18 maggio 2012 02:41

    PCL, ve lo dico on tutta la rabbia che provo . LEGGERE LE VOSTRE RIGHE INTRISE DI IDIOTA SERVILISMO NEI CONFRONTI DELL EURO E DELLA IDEOLOGIA CHE ESSO RAPPRESENTA ( un 'arma di distruzione di massa )MI FA SCHIFO !!!! Insieme a Prodi, essendo la cosidetta SX radicale di BERTINOTTI presente nel suo deliquenziale governo che ci sottrasse la capacità di emettere moneta, avete venduto il vostro Paese e le Nostre vite alla finanza. Tacete !! collaborazionisti dei vampiri e dei nazisti della finanza, e volgete lo sguardo all Argentina che dopo aver divincolato la sua moneta, il Peso, dal dollaro e mandato al diavolo gli usurai del Fmi e le criminali ricette neoliberiste che avevano precipitato il Paese sudamericano dentro una spirale di impoverimento progressiva, si è rialzata e dopo due anni durissimi ha ripreso a crescere. E oggi la sua crescita prosegue a ritmi serrati tra il 7 e il 10% l anno. VOI INGANNATE IL POPOLO E SIETE ASSERVITI ALLA FINANZA SPECULATIVA CHE SERVITE CON DEVOZIONE, COME ANCORA OGGI NON MANCATE DI DIMOSTRARE CON I VOSTRI COMUNICATI CON I QUALI INGANNATE INCESSANTEMENTE IL POPOLO. IERI STAVATE CON PRODI, OGGI CON MONTI E DRAGHI. VOI SIETE DEI BECERI COLLABORAZIONISTI DEI NAZI-FASCISTI FINANZIARI CHE CI STANNO MASSACRANDO E CONDUCENDO ALLA FAME, ALLA MISERIA E ALLA EMERGENZA SOCIALE E UMANITARIA. USCIERI NEOLIBERISTI.QUELLO SIETE, COME I VOSTRI FRATELLI MAGGIORI DEL PD. ps i vostri saluti hanno il sapore dell infamia.

  • Anonimo scrive:
    19 maggio 2012 09:41

    E se io la pensassi cosi? Brevemente.
    Per dirla alla Marx;
    In generale ai nostri giorni il sistema monetario nazionalista protezionista è conservatore,
    mentre il sistema “euro” (unione monetaria, non supportata dall’unione politica ,economica, e fiscale) a livello di economia reale, produzione e di scambio di merci è distruttivo, perché paesi uniti dalla stessa moneta, e in competizione fra loro, l’unico modo di competere sul prezzo dei prodotti è attraverso la riduzione del costo del lavoro e del welfare, per non parlare del disastro della perdita della sovranità monetaria, e dell’economia finanziaria.
    Insomma, se resteremo nell’”euro” andremo in malora, mentre se usciremo dall’”euro”, restando in un quadro globale economico capitalista senza controllo andremo egualmente in malora.
    . In una parola, il sistema dell’”euro” affretta la rivoluzione sociale.
    . È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del “euro”.

    Diversamente concordo pienamente con Moreno Pasquinelli.

    Saluti Nunzio.

  • Anonimo scrive:
    20 maggio 2012 10:56

    Nunzio,

    quindi tanto peggio tanto meglio? E' così?
    Mi pare di capire che Mpl e Pasquinelli pensino, all'opposto, che solo battendosi contro il disastro un forza rivoluzionaria nuova conquista seguito e credibilità...

  • la congiura degli eguali scrive:
    20 maggio 2012 11:38

    ma già siamo nel bel mezzo del disastro, è l'euro ne è stato una delle principali cause.

  • Anonimo scrive:
    1 giugno 2012 16:21

    Anche Berlusconi contro l'euro... iniziate a farvi domande.
    E' meglio uscire semplicemente dall'euro o farla finita con il capitalismo?

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