lunedì 27 febbraio 2012

QUELL'AMERICANATA DELLA MMT


La Modern Money Theory o il mito della Cornucopia

(prima parte)


di Moreno Pasquinelli


Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

L’economia, l’abbiamo detto in passato, è sempre economia politica.
La pretesa degli economisti che la disciplina a cui si dedicano, e per cui vengono lautamente remunerati abbia, al pari della fisica o della chimica, valore di scienza esatta —che essa si fondi sui fenomeni “così come sono”, ovvero senza inferenze ideologiche— è la più insidiosa delle balle ideologiche.
Questa premessa non può tuttavia giustificare che in questo campo tutte le tesi si equivalgano o addirittura che una fesseria abbia lo stesso valore di un’idea seria, fondata su analisi rigorose.
Le cose si complicano nel campo della moneta, di cosa essa sia, delle sue funzioni. Lo stesso mondo accademico, quello in estrema sintesi della classe dominante, è diviso in un florilegio di scuole e dottrine. La MMT, tanto per essere chiari, non nasconde questa sua adesione al polifonico schieramento borghese.

C'era una volta...

Non è che gli accademici della MMT ne facciano mistero. Ecco, ad esempio,  quanto afferma il divulgatore Paolo Rossi Barnard, a cominciamento della sua fatica Il più grande crimine:

«E’ semplice da capire. Ci fu un giorno di non molti anni fa in cui finalmente, e dopo secoli di sangue versato e di immane impegno intellettuale, gli Stati abbracciarono due cose: la democrazia e la propria moneta sovrana moderna. Un connubio unico nella Storia, veramente mai prima esistito. Significava questo: che per la prima volta da sempre noi, tutti noi, avremmo potuto acquisire il controllo della ricchezza comune e stare bene, in economie socialmente benefiche e prospere. Ma questo non piacque a qualcuno, e fu la fine di quel sogno prima ancora che si avverasse».
Paolo Rossi Barnard

Improvvisatosi chef Barnard ci serve qui il suo piatto forte. Ne viene fuori un pasticcio per niente appetitoso. Occorre tuttavia farsi forza, superare la ripulsa e assaggiarlo per comprendere quali siano gli ingredienti di cui è composto. Già al primo boccone ne risaltano tre.
1)   Il primo è che il “connubio unico nella Storia, veramente mai prima esistito” tra democrazia e moneta sovrana avrebbe dato i natali al Paese di Cuccagna, del benessere e dell’abbondanza. 
2)   Qual’era questo Paese di Cuccagna? Ça va sans dire, si tratta dell’Occidente e, in primis, degli Stati Uniti. Barnard riferisce in particolare al "periodo d’oro" succeduto alla seconda guerra mondiale, al ciclo lungo di espansione economica che durò fino alla fine degli anni ’60.  
3)   Il terzo ingrediente è il complottismo. La trama del racconto barnardiano, salta agli occhi, è l’eterna lotta tra il bene e il male. Una trama puerilmente manichea, ma sempre efficace per persuadere l’opinione pubblica ingenua, tipo quella yankee per capirsi. Il bene, rappresentato dal modello sociale capitalistico emerso dalla vittoria americana nella seconda guerra mondiale, venne poi vinto dal male, dalla cospirazione di pochi plutocrati cattivi.
1) Anzitutto è falsa la premessa. Non è vero che democrazia e sovranità monetaria —due fattori che come sa ogni studente che abbia superato la soglia dell’insufficienza, c’erano già ai tempi dell’Atene periclea o della Repubblica romana— si siano accoppiati per la prima volta, grazie all’egemonia americana, solo nella seconda metà del secolo scorso. La storia non è evidentemente il forte di Barnard.
2) Ma soprattutto è falsa l’asserzione che la crescita economica e il benessere relativo conosciuti dal capitalismo Occidentale dopo la seconda guerra mondiale (il periodo del cosiddetto welfare state) siano stati principalmente causati dal connubio tra democrazia e sovranità monetaria —per la precisione, ma ci torneremo più avanti, dall’applicazione della politica economica keynesiana del deficit spending.
3) È infine francamente risibile addebitare la fine di quel ciclo lungo di espansione economica, precipitato nella devastante crisi della fine degli anni ’60-70, non a fattori macroeconomici, non a cause strutturali, alle contraddizioni congenite del modo capitalistico di produzione, bensì al complotto di una conventicola di plutocrati, che per l’occasione si sarebbero serviti della teoria monetarista di Milton Friedman.
Ma andiamo con ordine.

Il capitalismo e la leggenda della panacea keynesiana

La MMT, spogliata degli orpelli, non è che una versione sesquipedale della teoria economica keynesiana. Compresa l’essenza di quest’ultima avremo compreso dove vanno a parare i guru della MMT. La leggenda vuole che fu grazie alla cura proposta da Keynes che il capitalismo poté uscire dalla sua più grave crisi, quella del 1929. Ma questa è, appunto, solo una leggenda o, quantomeno solo una parte della verità.

La crisi esplosa nel 1929, che fu la più classica e marxiana crisi di sovrapproduzione, revocò in dubbio, assieme alla Legge di Say (in un’economia di mercato capitalistica si determina sempre un equilibrio tra produzione e domanda) l’idea che solo assecondando gli animal spirits del capitalismo si sarebbero avuti crescita e progresso. Quando nel 1936 Keynes pubblicò la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, era chiaro non solo a lui, ma pure ai sassi, che per venir fuori dal marasma occorreva abbandonare il dogma liberista. A sei anni dal Martedì nero, il Pil degli Stati Uniti era sceso del 38%, la disoccupazione era ai massimi, la domanda di beni era crollata e quindi i prezzi, il capitale aveva cessato di investire.
Per uscire dalla Grande depressione e innescare un processo virtuoso di crescita, anzitutto dell’occupazione, Keynes sostenne che occorreva agire su due leve: incrementare la domanda aggregata (beni di consumo e servizi) e stimolare gli investimenti di capitale. Come? Attraverso un massiccio intervento del settore pubblico, anche in deficit spending, ovvero tramite politiche di deficit di bilancio, attraverso l’indebitamento pubblico il quale, a date condizioni, non avrebbe determinato l’aumento del tasso d’interesse e incoraggiato gli investimenti privati. In questo contesto per Keynes è decisiva la politica monetaria di governi e banche centrali, quindi fare leva sul tasso d’interesse: occorreva portarlo prossimo allo zero, aumentando l’offerta di moneta, immettendo massicce dosi di liquidità nel mercato, così che i capitalisti, non trovando conveniente tesaurizzare, sarebbero stati spinti all’investimento.

Perché è una leggenda che fu grazie a questa cura che il capitalismo occidentale uscì dalla Grande depressione? Per la semplice ragione che non ne uscì affatto. Per paradosso il solo esempio di applicazione radicale della ricetta keynesiana, fu la Germania nazista (altro che connubio democratico!), che debellò la disoccupazione e venne fuori dalla recessione grazie ad un ciclopico intervento pubblico, al deficit spending sì, ma finalizzato al riarmo su grande scala e al redde rationem bellico.
Tabella n.1 (clicca per ingrandire)

Per la verità non fu diversa la linea scelta dagli Stati Uniti d’America. Essi sì aumentarono la spesa pubblica ma anche loro, per finanziare la guerra: il 100% del Pil nel 1940. [vedi la tabella n.1] 

Quindi, se proprio di “connubio” si deve parlare, egregio Dottor Barnard, non è quello immaginario tra democrazia e sovranità monetaria, ma quello ben reale tra guerra e imperialismo, del riarmo su larga scala finalizzato alla conquista dei mercati mondiali finanziato dalla spesa pubblica.

La verità è infatti che il capitalismo occidentale uscì dalla Grande depressione iniziata il 1929 solo dopo la seconda guerra mondiale, dopo aver spinto le larghe masse nella più cupa miseria, ovvero, come argutamente sostenne Marx, il capitale esce dalle sue crisi cicliche e rilancia il processo di accumulazione, solo passando attraverso il letto di Procuste di distruzioni immani di forze produttive.

Solo a posteriori, solo quando la crisi toccò il fondo della guerra, dopo che, sconfitta la Germania e contestualmente costruita la Cortina di ferro che accerchiò l’Unione sovietica; solo dopo aver diversamente ripartito il succulento mercato mondiale sotto la schiacciante egemonia americana;  solo a queste condizioni i governi occidentali, quello USA in primo luogo, adottarono politiche economiche di tipo (sottolineo di tipo) keynesiano.

La domanda, a questo punto, è la seguente: furono le ricette keynesiane la causa primaria del lungo ciclo espansivo postbellico? O furono altri i fattori determinanti? E’ vera la seconda risposta.

Bretton Woods e la sconfitta di Keynes

Non c’è dubbio che gli USA furono la locomotiva che trascinò dietro di sé le economie capitalistiche occidentali. Guardiamo quindi come gli Stati Uniti uscirono dalla guerra, cioè dalla crisi.
Essendo stati il paese la cui industria è stato il principale fornitore di armi dello schieramento vincente, la loro economia era la più prospera e dinamica. Il dollaro aveva definitivamente rimpiazzato la sterlina inglese come principale moneta di scambio mondiale. New York era diventata di gran lunga la principale piazza finanziaria globale. La loro bilancia dei pagamenti era in forte attivo. Gli Usa detenevano infine, nel 1944, riserve d’oro ingenti: 24 miliardi di dollari su un totale mondiale di 36. Essi erano oramai la banca centrale del mondo.

Se la Germania era in pezzi, la Gran Bretagna non stava messa meglio: essa aveva definitivamente perduto la sua supremazia, anche perché si era dissanguata per finanziare il suo sforzo bellico, a tutto vantaggio degli USA (che armarono sì gli inglesi ma in cambio di pagamenti rigorosamente in contante.

E’ in queste nuove condizioni che si aprì, il 1 luglio del 1944, la conferenza di Bretton Woods. Fedele suddito britannico, perfettamente consapevole della oramai matura supremazia americana e nel tentativo di contrastarla, Keynes, in coerenza con la sua idea della centralità assoluta della moneta, propose un piano per un nuovo ordine monetario internazionale, il cui cardine era la creazione di  meccanismo di compensazione l’istituzione fondato su una nuova moneta di conto internazionale (il bancor) il cui valore sarebbe stato, seppure in maniera flessibile, agganciato all’oro. Era l’abbozzo di un’unione monetaria internazionale, che contemplava una parità stabile tra le diverse valute, un equilibrio delle bilance dei pagamenti, l’accesso al credito da parte dei paesi debitori per ristabilire eventuali rotture dell’equilibrio delle partite correnti.

Il piano di Keynes venne bocciato. Gli americani, forti della loro supremazia, e intenzionati a difenderla con le unghie e coi denti, ebbero facile gioco ad imporre il loro proprio piano, quello di White, e da cui nacque il Fondo monetario internazionale (Fmi). Di quale ordine economico avessero bisogno gli Stati Uniti non è difficile da comprendere: avevano un eccesso di capitali e liquidità che doveva andarsene, per valorizzarsi, liberamente a spasso per il mondo, quindi debellare ogni protezionismo; avevano bisogno di prestare quattrini (Piano Marshall tanto per dire) e dunque di regole stringenti per i creditori; avevano bisogno che si aprissero i mercati e che i capitali potessero liberamente circolare; avevano bisogno di impedire agli altri concorrenti le svalutazioni competitive. Avevano infine bisogno di cristallizzare il dollaro come reale moneta di conto per gli scambi internazionali.

Il ciclo espansivo post-bellico e la crisi
Tabella n.2 (clicca per ingrandire)

Che poi siano state le ricette keynesiane, ovvero l’uso taumaturgico del deficit spending e l’emissione monetaria ex nihilo le due cause primarie del lungo ciclo espansivo postbellico americano è smentito dall’evidenza empirica. Non appena finita la guerra, dopo il picco del periodo bellico, la spesa pubblica del governo federale degli Stati Uniti è scesa vorticosamente, per poi tenersi costante, mentre Pil e consumi sono pressoché quadruplicati [vedi tabella n.2]. 

Non c’è dunque alcun rapporto causale, analizzando l’economia americana (la quale, non dimentichiamolo, viene presa ad esempio dai guru della MMT), tra crescita e spesa pubblica, la quale ultima si impenna invece proprio negli anni ’80, in pieno periodo liberista-reaganiano [vedi tabella n.3]. 
Tabella n.3 (clicca per ingrandire)

Non stiamo dicendo che un uso determinato della spesa pubblica e della moneta non influiscano affatto sul ciclo economico, stiamo solo affermando che per quanto importanti non sono per niente i fattori primari a innescare e determinare il ciclo virtuoso dell’accumulazione capitalistica, da cui per i teorici della MMT scaturisce gioco forza, e anche questo è tutto da dimostrare, il benessere generale.

Si osservi la Tabella n.4. Essa mostra i miliardi di dollari immessi dalla Federal Reserve nel sistema economico americano nell’ultimo trentennio. Da 800 miliardi circolanti nel 2007 si è passati ai 2.800 attuali! Una conferma lampante della politica monetaria iper-espansiva adottata dalla Casa Bianca, ovvero tutto il contrario del monetarismo alla Friedman. Si potrebbe affermare che l’Amministrazione Obama e Ben Bernanke stanno seguendo proprio la ricetta proposta dai guru della MMT (ed infatti essi non la disdegnano, per proporla anzi con forza ai pesi europei). 
Tabella n.4 (clicca per ingrandire)

Che questa terapia di stampare dollari e titoli di stato a gogò e di deficit spending serva davvero a far uscire l’economia americana dalla crisi è tuttavia da dimostrare. Nonostante il fiume di liquidità e i tassi a zero il Pil ne ha risentito ben poco, la disoccupazione resta altissima, i poveri aumentano, gli investimenti ristagnano. Per diversi analisti una nuova recessione, più grave di quella del 2008-10 è alle porte, e l’overdose di liquidità culminerà in una nuova bolla finanziaria, peggiore di quella che portò al fallimento di Lehman Brothers. Col che la MMT andrà a farsi friggere.

Ben altre furono la cause primarie del ciclo espansivo post-bellico. Quali?
1)   L’applicazione sistematica, sia nell’industria, nell’agricoltura e nei trasporti, delle rivoluzionarie scoperte tecniche e scientifiche del periodo bellico, con un aumento vorticoso della produttività del lavoro; 
2)   l’avvento della società de consumi, ovvero la produzione su larga scala di una messe di nuovi prodotti che andavano a soddisfare una congerie multiforme di nuovi bisogni; 
3)   la disponibilità di petrolio di materie prime a bassissimo costo grazie al saccheggio imperialistico dei paesi semicoloniali e a spese dell’ecosistema; 
4)   l’adesione (tranne poche eccezioni) del movimento operaio occidentale, americano anzitutto, al modello sociale consumistico-concertativo, il suo lento incapsulamento nel sistema imperialistico; 
5)   Anche la spesa pubblica ha avuto ovviamente un ruolo di stimolatore del ciclo economico ma, se è per questo, l’ha avuto anzitutto la spesa per il finanziamento del blocco militare-industriale e della ricerca scientifica finalizzata allo sviluppo di nuovi armamenti nella cornice della guerra fredda anticomunista.
Non siamo ad Auschwitz, ma ai bordi dell'impero USA 
Il tutto per dire che l’encomio che la MMT e Barnard fanno di questo periodo è una generosa e americano-centrica apologia, non solo del capitalismo, ma della sua metastasi imperialistica a stelle e strisce. Se solo Barnard riuscisse a voltare lo sguardo, ad osservare quello che lui chiama periodo d’oro da un’altra angolatura, ad esempio da quella di un boliviano, di un congolese o di un palestinese, da quello insomma dei tre quinti dell’umanità che ha sputato sangue per assicurare il benessere dell’Occidente, giungerebbe a ben altre conclusioni.

(Fine della prima parte. La seconda domani)
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27 commenti:

  • Domenico Viggiani scrive:
    27 febbraio 2012 17:14

    Quando dici:

    "l’adesione (tranne poche eccezioni) del movimento operaio occidentale, americano anzitutto, al modello sociale consumistico-concertativo, il suo lento incapsulamento nel sistema imperialistico"

    intendi quindi confermare la funzione negativa del movimento operaio e dei sindacati per lo sviluppo economico, come sostengono da sempre tutti i liberisti?

  • redazione scrive:
    27 febbraio 2012 17:24

    ma no, proprio il contrario! L'adesione della classe proletaria al sistema, l'accettazione ideologica del sogno americano per dire, sono stati fattori che hanno co-determinato il ciclo espansivo postbellico. Quell'adesione ha prodotto due condizioni esssenziali: (a) bassissima conflittualità sociale ovvero pieno comando del capitale sulla forza lavoro (b) la definitiva affermazione del modello economico fondato sul primato dei consumi di massa.
    M.P.

  • Ecodellarete.net scrive:
    27 febbraio 2012 17:52

    Caro Moreno, hai messo tanta di quella carne a cuocere, in questo post, che è difficile commentare. Un'osservazione, però, te la faccio. Posto che tu preferisci (sogni, vagheggi, auspichi.... fai tu) un modello economico comunista (collettivista, socialista... fai tu), e posto che tra la realtà e il tuo obbiettivo (o prospettiva, o sogno... fai tu) c'è un'infinità di modelli intermedi, alcuni peggiorativi e altri migliorativi delle condizioni generali dell'umanità, credi davvero che la miglior prassi politica sia quella di affermare "o comunismo (o socialismo, o collettivismo...fai tu) o inimicizia e guerra"? Oppure, last but not least, la tua visione (se mi permetti un po' manichea) ti porta a concludere che l'unico motore della storia sia la contrapposizione tra i "buoni comunisti" che dividono il pane con i loro simili, e tutti gli altri cattivi che vogliono affamare i bambini? Hai per caso (momentaneamente) dimenticato che la Storia è un processo, e non uno "stato delle cose"? Insomma, secondo te Paolo barnard, e tutti coloro che, pur criticando l'attuale sistema, non sono "comunisti", sono agenti del nemico, con i quali non è possibile neppure un'alleanza di fase?

    Un affettuoso saluto, Fiorenzo Fraioli.

  • Anonimo scrive:
    27 febbraio 2012 18:01

    Pasquinelli, è evidente che non conosci Barnard e non hai mai letto nulla di quello che ha scritto, altrimenti non parleresti così.

    Questa prima parte è piena di banalità, cioè di cose ovvie, che non smentiscono minimamente la MMT. Nessuno della MMT fa l'apologia del sistema americano, mi spiace, non hai letto bene.

    Per quanto riguarda l'argomento in senso stretto (cioè la MMT), esso descrive unicamente come funzionano le finanze pubbliche, cioè lo strumento tecnico che lo stato usa per estrarre risorse e lavoro dalla società. Se poi lo stato non lo usa o lo usa male, non è colpa della MMT, così come non è colpa dell'uranio se lo usi per fare le bombe atomiche: è uno strumento, non è nè buono nè cattivo, dipende dall'uso che se ne fa. Perciò, se vuoi smentire la MMT devi dimostrare che non funziona tecnicamente, cioè ti servono delle equazioni, grafici, eccetera.

    Aspetto di vedere la seconda parte. Per ora quello che hai scritto (a parte l'identificazione della MMT col modello americano) è condivisibile e Barnard stesso ti darebbe ragione.

    Fammi capire una cosa: se lo stato decidesse di dare un lavoro ai disoccupati che non lo trovano (esempio: lavoro nei campi agricoli, lavori edili per coibentazioni di case, ed altri simili lavori), in cambio di uno stipendo diciamo decente, tu saresti contrario? Sarebbe una cosa "borghese" e ultracapitalistica?

  • Libero scrive:
    27 febbraio 2012 18:09

    Per comprendere l'irreversibile crisi sistemica che incombe sul capitalismo, Barnard dovrebbe studiarsi le strutture concettuali portanti dell'economia classica (Marx compreso) invece di correre dietro all'immondezza concettuale del paradigma economico dominante.
    Gli economisti classici (in particolare Smith, Malthus, Ricardo e Stuart Mill) sono stati gli unici ad aver previsto che lo sviluppo del capitalismo avrebbe incontrato il suo limite invalicabile nei rendimenti decrescenti della terra coltivabile nonchè nella sua limitatezza fisica, e quindi nei costi crescenti dei prodotti agricoli. Stuart Mill estese questo principio anche alle miniere, in particolare a quelle di carbone. L'esperienza, infatti, mostrava chiaramente che tali miniere, all'epoca già in pieno sfruttamento, non solamente erano destinate ad esaurirsi ma, anche quando non mostravano segni di esaurimento, dovevano essere lavorate a costi crescenti e, pertanto, la legge dei rendimenti decrescenti si applicava anche ad esse. Stuart Mill aveva quindi intuito, in maniera molto semplice ed empirica, che lo sfruttamento di una miniera di carbone richiedeva una quantità di energia crescente rispetto a quella che poi veniva ottenuta dal carbone estratto. Sono stati questi geniali pensatori i primi ad aver compreso ed evidenziato l'importanza del "contenitore geografico" e quindi "fisico" in cui si svolge l'attività economica e i determinanti limiti e condizionamenti che esso può porre a tale attività, al suo sviluppo e alla sua evoluzione verso un determinato probabile esito finale.
    I giacimenti di energia fossile, in particolare del petrolio e del gas, hanno alimentato per più di un secolo lo sviluppo del capitalismo. Solo grazie alla gigantesca bolla di energia fossile contenuta nelle viscere della terra è stata resa possibile una così spettacolare espansione delle attività economiche. Ma proprio agli inizi del secolo questa bolla di energia, ancora prima di entarre in fase di decrescita per esaurimento dei giacimenti, ha raggiunto la sua massima espansione in termini di energia netta (EROEI) e cioè di rapporto tra energia impiegata per l'estrazione dei conbustibili fossili e quella ottenuta dagli stessi nel loro impiego, e sta manifestando forti rendimenti decrescenti. Come previsto da Stuart Mill per le miniere di carbone anche i giacimenti di petrolio e di gas a livello globale soggiacciono quindi alla legge dei rendimenti decrescenti (e quindi dei costi crescenti del prodotto) prima ancora di giungere al loro esaurimento. I rendimenti decrescenti dell’energia fossile non sono un’opinione ma un dato scientifico inoppugnabile. L’Eroei del petrolio è infatti in fortissima diminuzione e l’energia netta disponibile è in irreversibile decrestita ancor prima che la produzione mondiale di combustibili fossili sia entrata in fase declinante. I rendimenti decrescenti dell’energia fossile stanno incominciando a dispiegare i loro devastanti effetti sulle strutture portanti dell’economia mondiale globalizzata.
    Perciò, la crisi dell’attuale sistema economico, basato sulla crescita indefinita, finora consentita dall’abbondante disponibilità di energia fossile a basso costo, è irreversibile e l’attività economica si avvia verso una spettacolare contrazione che destabilizzerà i sistemi politici e sociali del pianeta e avrà effetti devastanti sulle possibilità di sussistenza di gran parte della popolazione mondiale.

  • Libero scrive:
    27 febbraio 2012 18:12

    I marxisti neosmithiani, seguendo gli economisti classici, hanno chiaramente ribadito che il capitalismo globalizzato trova i suoi invalicabili limiti di sviluppo nei rendimenti decrescenti delle risorse naturali. Giovanni Arrighi nel libro "Adam Smith a Pechino" (pag. 84-86), spiega che si ha una trappola malthusiana di basso livello quando, per bassi livelli di reddito pro capite, il tasso di crescita della popolazione è superiore al tasso di crescita del reddito impedendo così lo sviluppo economico. Arrighi mostra chiaramente che se si riesce a sfuggire alla trappola malthusiana attraverso un miglioramento della produttività in virtù di un miglioramento delle tecniche di produzione, che permette un tasso di crescita del reddito superiore al tasso di crescita della popolazione, si avrà prima o poi, per alti livelli di reddito pro capite, una trappola smithiana di alto livello a causa dei rendimenti decrescenti della terra e cioè delle risorse naturali, compresi i combustibili fossili, come sta accadendo attualmente. Tutto ciò condurrà innanzitutto ad uno stato stazionario, un plateau in cui reddito e popolazione avranno lo stesso tasso di crescita e, successivamente, a un tasso di decremento del reddito superiore al tasso di crescita della popolazione , con inevitabile decrescita della medesima.
    L'attuale capitalismo, (cioè, sostanzialmente, quello oggetto dell'analisi marxiana) presenta, in estrema sintesi, tra le sue caratteristiche fondamentali, uno sviluppo su basi di mercato, con elevati consumi di energia, alta intensità di capitale e bassa intensità di lavoro nonchè una subordinazione dell'interesse della collettività agli interessi del capitale, sopratutto finanziario. Al contrario il capitalismo teorizzato dal Smith, nella versione filologicamente rigorosa del suo pensiero fornita da Arrighi, in contrapposizione a quella volgare propagandata dagli economisti che fanno riferimento al paradigma dominante, è il capitalismo giunto all'inevitabile fine del suo sviluppo e cioè al cosiddetto stato stazionario; un'economia di mercato non capitalistica (in base all'assunto di Fernand Braudel che sia necessario distinguere capitalismo ed economia di mercato e che lo sviluppo su basi di mercato possa definirsi capitalistico non perchè caratterizzato dalla presenza di istituzioni e disposizioni capitalistiche ma per la relazione fra potere dello Stato e capitale) che sarebbe caratterizzata fondamentalmente da uno sviluppo economico con basso consumo energetico, bassa intensità di capitale ed alta intensità di lavoro nonchè da una concezione del mercato come strumento dello Stato indispensabile a perseguire efficacemente gli interessi della comunità, evitando così la subordinazione degli interessi collettivi agli interessi del capitale. Caratteristiche proprie di un sistema economico dello stato stazionario, che Arrighi sembra ritenere l'unica alternativa realistica all'attuale sistema economico, che oramai ha, con tutta evidenza, raggiunto i suoi limiti di sviluppo.

  • Anonimo scrive:
    27 febbraio 2012 18:12

    @ Fiorenzo Fraioli

    Ho letto il tuo recente post sulla MMT. Dici che secondo te non risolve gli squilibri delle partite correnti.

    Ma a me non sembra, perchè dici così? Se c'è un deficit delle partite correnti la moneta si svaluta, e il deficit si riduce e le partite correnti migliorano. E' un meccanismo che aggiusta gli squilibri, e quelli della MMT ne enfatizzano l'importanza.

    Il problema c'è quando sei in una unione monetaria e non puoi svalutare. Mi sembra che Bagnai stia dicendo le stesse cose.

  • Libero scrive:
    27 febbraio 2012 18:13

    L'avverarsi dei rendimenti decrescenti delle risorse naturali coglie l'economia occidentate in un fase particolare, quella della globalizzazione neoliberista. In questa fase, in presenza di consumatori - lavoratori con redditi decrescenti a causa delle massicce delocalizzazioni produttive nei paesi con un costo del lavoro molto più basso, l’unica maniera di far andare avanti l’economia occidentale è stata quella di favorire l'espansione dei consumi a mezzo di una smisurata espansione dell’indebitamento privato. I rendimenti decrescenti delle risorse naturali, manifestatisi platealmente all'inzio di questo secolo con la costante crescita dei prezzi del petrolio, hanno semplicemente messo fine al gioco, per sempre. L'aumento generalizzato dei prezzi ha, infatti, destabilizzato il fragile equibibrio basato sul consumo a credito, mettendo in crisi il sistema finanziario allorquando i consumatori non hanno più potuto sostenere i propri consumi se non con la concessione di ancora più credito a tassi più elevati.
    E poichè ogni tentativo di ripresa dei consumi e quindi della produzione porta inevitabilmente a sempre più elevati aumenti del prezzo del petrolio e quindi dei prezzi in generale, i consumatori continueranno a non disporre di redditi sufficienti per consumare e le imprese a non produrre profitti. E, naturalmente, questo significa la fine del sistema finanziario e dell'economia capitalistica in generale.
    Nei paesi emergenti, invece, che sono ancora in piena accumulazione capitalistica, i costi crescenti del petrolio non costituiscono ancora un freno alla crescita economica perchè il costo del lavoro e il costo dello stato sociale non hanno ancora raggiunto i loro asintoti e pertanto consentono ancora una crescita sostenuta. Tra qualche anno anche loro raggiungeranno il limite dello sviluppo visto che, allora, i costi del petrolio saranno veramente proibitivi anche per un paese con costi del lavoro e dello stato sociale molto bassi.
    Il 2013 sarà, molto probabilmente, l’anno in cui cominceranno a manifestarsi i segni inequivocabili del collasso sistemico, sopratutto dell'iperconsumistico capitalismo americano. Chechè ne pensi Barnard.

  • Ecodellarete.net scrive:
    27 febbraio 2012 19:04

    @libero: se nel tuo post si sostituisse il termine "capitalismo" con "socialismo", esso sarebbe ancora valido. In effetti stai ponendo (correttamente) il problema dei limiti della crescita, che è un problema generale, a prescindere se questa "crescita" avviene in un sistema iniquo (capitalista) o equo (collettivista o comunista).

    @anonimo (che parla di Bagnai): se si applicassero i concetti della MMT ad un'unione monetaria sbagliata, perché realizzata tra paesi troppo disomogenei (e senza prevedere trasferimenti netti di risorse dalle aree in surplus a quelle in deficit), la ricetta della MMT di stampare moneta e distribuirla "pro-capite" alla popolazione non risolverebbe che in parte il problema. Servirebbe, come giustamente dici, anche un meccanismo di svalutazione/rivalutazione tra le differenti aree. Non sto parlando male della MMT, dico solo che non puoi dare la stessa moneta alla Germania e alla Grecia, MMt o non MMt. La MMT, in definitiva, descrive come dovrebbe funzionare un sistema monetario in un'economia senza eccessivi squilibri, ma NON è la soluzione per qualsiasi squilibrio. Con l'euro sono riusciti a sommare due problemi: la moneta-debito (cioè privatizzata) e un sistema squilibrato dal punto di vista delle partite correnti tra i diversi paesi che vi concorrono. Ergo: crollerà.

  • Pedro scrive:
    27 febbraio 2012 20:16

    @ecodellarete L'applicazione dell'MMT proposta a Rimini sostiene che la spesa a deficit ha senso fino al raggiungimento della piena occupazione perché sostanzialmente non dovrebbe produrre inflazione. Il problema delle partite correnti è un problema che esiste, la risposta che danno i tecnici dell'MMT è infatti di tornare ad una moneta sovrana (quindi la Grecia con la Dracma e l'Italia con la Lira), quello che non mi quadra e su cui non ho trovato una giustificazione è questo: se le partite correnti sono molto sbilanciate verso una importazione, una svalutazione (che sicuramente avverrebbe tornando per esempio alla Lira, e su questo sono tutti d'accordo) non porterebbe ad una sostanziale autarchia?

  • Anonimo scrive:
    27 febbraio 2012 20:40

    @ Ecodellarete

    Siamo d'accordo su tutto. Per me infatti era implicito che bisogna tornare a monete nazionali, non sostenevo certo di applicare la MMT alla Unione Monetaria Europea: non funzionerebbe.
    Ma questo lo dicono da sempre anche i professori della MMT, cioè che l'Euro è un errore e che è meglio una moneta nazionale.

    Non capisco però se tu ritieni che questa teoria non risolve gli squilibri commerciali anche in regime di moneta sovrana. Io penso di sì, la svalutazione/rivalutazione risolve il problema, anche se ovviamente non basta, bisogna ridurre la dipendenza dall'estero e questo si fa sostenendo l'industria interna o nazionale, ricominciando a produrre entro i nostri confini.

    Forse tu pensi agli squilibri tra nord e sud Italia, che esistevano nonostante avessimo la Lira. Ma non credi che investimenti (magari pubblici) nel meridione, creazione di posti di lavoro, eccetera, possano ridurre questi squilibri? Io penso che negli anni passati non si è fatto abbastanza per sviluppare l'economia del sud, ma uno stato a moneta sovrana, se ci fosse la volontà, sarebbe in grado di farlo.

    In Italia credo che si potrebbe anche fare, siamo tutti italiani, e i leghisti sono una minoranza. Credo che molti sarebbero contenti di una rinascita economica del meridione.

    In conclusione, per me la MMT risolve anche gli squilibri commerciali, per il semplice fatto che essa riguarda le finanze dello stato, e lo stato se vuole può fare tutto.

  • redazione scrive:
    27 febbraio 2012 21:09

    Prima possibile la seconda parte, dove provo a spiegare che l'errore sta nel manico: ovvero: (1) nella teoria del denaro; (2) nella teoria dello sviluppo capitalistico; (3) nella teoria delle crisi capitalistiche; (4) nella concezione del capitale (ovvero: 3+4); ed infine (4) in cosa consista la ricchezza sociale.
    Solo due tweet per adesso: Fiorenzo, ma da dove trai l'impressione che io riaffermi un'economia collettivista integrale? Io questo a priori non ce l'ho affatto, mentre a me sembra ti abbia un pregiudizio per cui, siccome sono canticapitalista, non farei che proporre la solita solfa "comunista" d'antan. Io solo ritengo valida l'analisi marxiana del capitale e il suo caposaldo: la teoria del valore (che solo a nominarla agli MMtisti gli viene l'orticaria)
    All'anonimo delle ore 09:01: sì, non ho letto in fico secco di Barnard, Barnard non è un americanista, non ho capito nulla della MMT, i suoi teorici non sono dentro fino ai capelli all'economia dominante e ai paradigmi marginalisti e keynesiani. Sì, ho detto tutte cazzate.
    Ci vediamo alla seconda puntata.

  • Ecodellarete.net scrive:
    27 febbraio 2012 21:15

    Pedro, io non ho l'abitudine di dare una risposta ad ogni costo, per cui ti dico molto chiaramente che non so cosa accadrebbe se uscissimo dall'euro e tornassimo ad una lira fortemente svalutata. Alcuni sostengono che ci sarebbe una forte fiammata inflazionistica, altri negano ciò. Alcuni dicono che faremmo la fine dell'Argentina (ma la stiamo già facendo) altri (vedi Parguez a Rimini) che con l'uscita dall'euro e il ritorno alla lira faremmo paura alla Germania. Non so che dirti, se non questo: quale che sia la scelta, su questo e tutto il resto, io voglio (pretendo! esigo! ... e tutti gli altri imperativi che ti passano in testa) che la decisione sia presa dal popolo italiano, non da un'élite di gaglioffi.

  • Anonimo scrive:
    27 febbraio 2012 22:07

    Pasquinelli, sono l'anonimo delle 09:01.

    Mi spiace dovermi ripetere, ma dici cose che non stanno in cielo nè in terra. Non hai letto le teorie, altrimenti non scriveresti questo: "Io solo ritengo valida l'analisi marxiana del capitale e il suo caposaldo: la teoria del valore (che solo a nominarla agli MMtisti gli viene l'orticaria)"

    Se ti fossi sforzato un po', sapresti che la teoria del valore-lavoro è condivisa anche da molti MMTisti. Un esempio in Italia è Riccardo Bellofiore. Qui tutti criticano la MMT ma nessuno ha fatto lo sforzo di leggerne i presupposti teorici.

    Randall Wray:
    "This paper extends earlier work (Wray 1991; see also Wray 1992b) that argued that liquidity preference theory should be interpreted as a theory of value. Here I will argue that two theories of value are needed for analysis of a monetary production economy: the labor theory of value and the liquidity preference theory of value. Both Keynes and Marx were trying to develop a monetary theory of production; Marx, of course, adopted a labor theory of value in his analysis, and it was previously argued that Keynes adopted a liquidity preference theory in his. A monetary theory of production should adopt both, however, and I will argue that Keynes seems to have recognized this. Further, Keynes did adopt labor hours as the measure of value and said he agreed that labor produces all value. I admit it is still a leap to claim that Keynes accepted both theories of value. Instead, I argue he should have adopted both and will show that this is consistent with the purposes of the General Theory. "

    http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=150497

  • redazione scrive:
    27 febbraio 2012 22:25

    se ne deduce solo che c'è una gran confusione sulla teoria del valore in Marx (ovvero il plusvalore!), che gli MMTisti confondo con la teoria classica di Smith-Ricardo. Come se Marx non fosse stato un critico dell'economia politica classica!!!! Stendo un velo pietoso sulla tesi della versione liquida della teoria del valore marxiana. Una fesseria, perdonami, a cui possono abboccare solo quelli che non hanno afferrato il pensiero radicale di Marx e che vorrebbero intrupparlo tra la schiera degli economisti. SPero di spiegare il tutto nella seconda parte...

  • Sandro Pascucci scrive:
    28 febbraio 2012 01:34

    [>]

    MMT, ovvero la bufala della Modern Money Theory del signor rossi:

    http://mmt.primit.it

    [^]

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 02:58

    Un ottimo contributo, alle fesserie che spara P.Barnard, lo ha dato il compagno L.Mortata, a questo link:

    http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2012/01/i-neoborboni-contro-paolo-barnard-in.html

    Saluti.

    V.R.

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 03:04

    di RICCARDO ACHILLI;

    I profeti della modern monetary theory spacciano per nuova ciò che in sostanza è la teoria keynesiana della moneta, nella sua versione più radicale.
    La teoria originaria di Wray non è altro che la riproposizione con un lessico più moderno delle teorie del deficit spending e dell’espansione monetaria keynesiane, roba che viene studiata al primo anno di economia con i grafici delle curve Is/Lm. Tale modello incontra notevoli limiti: intanto è valido in economia chiusa, perché in economia aperta un incremento di spesa pubblica potrebbe favorire l’espansione produttiva di un altro Paese, e non del tuo, mediante l’incremento delle importazioni, ed un’espansione monetaria potrebbe portare ad una riduzione del tasso di interesse, con conseguente fuga di capitali all’estero.
    Venendo alla crescita del debito, questa non è neutrale socialmente, come ben dice De Simone, inoltre non è vero l’assunto di base della MMT, ovvero che in condizioni di sovranità monetaria il debito possa crescere all’infinito. Intanto, perché si arriva ad un punto in cui i creditori non sono più propensi a rinnovare le quote di debito in scadenza, e pretendono il pagamento a liquidazione (è il caso del default, quando cioè il debito sovrano non ha più mercato, non può più essere piazzato) ed anche la monetizzazione di tale debito ha il limite intrinseco dato dall’esplosione dell’inflazione e dalla svalutazione della moneta, che diventa talmente abbondante da essere carta straccia che nessuno vuole (una situazione generatasi durante la crisi di Weimar, ma anche nei Paesi socialisti, in cui tutti erano pieni di soldi che però nessuno voleva, perché non ci si comprava niente, e ci si affannava a procurarsi valuta estera pregiata al mercato nero, perché quella era ancora una moneta avente un valore). Inoltre, l’espansione eccessiva della massa monetaria fa scendere il tasso di interesse fino ad un livello minimo, rispetto al quale tutti gli operatori si autoconvincono che tale livello non potrà che risalire, e di conseguenza nessuno più chiederà prestiti o farà investimenti, con il risultato che la politica monetaria diverrà inefficace e che l’economia andrà in recessione. È la classica situazione di trappola della liquidità analizzata da Keynes. E tutto ciò smentisce l’assunzione di base secondo cui basta aumentare la spesa pubblica, all’occorrenza stampando moneta per coprire l’aumento dell'indebitamento, per raggiungere la felicità.

    http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2012/01/i-neoborboni-contro-paolo-barnard-in.html

  • Ecodellarete.net scrive:
    28 febbraio 2012 08:34

    Ho dato una rapidissima occhiata (devo andare al lavoro) al post e al link suggerito dall'anonimo che si firma V.R.

    Circa a metà del post linkato leggo:

    "Lo Stato è un organo di classe, attualmente in mano alla borghesia per la difesa dei suoi interessi legati al profitto. Lo Stato che dà piena occupazione e welfare state come se piovesse, è uno Stato operaio, il presupposto del quale è la distruzione dello Stato capitalistico, con l’esproprio dei capitalisti e la pianificazione economica, ovvero la sostituzione del modo di produzione capitalistico con quello socialista".

    Giustissimo V.R., però ti faccio una domanda: lo Stato operaio presuppone necessariamente ed inevitabilmente la "pianificazione economica", oppure è possibile immaginare uno Stato operaio nel quale ognuno è libero di produrre e consumare quel che vuole (pur nei limiti imposti dal criterio della salute pubblica e dell'ambiente)? Se la risposta è "si, lo Stato operaio è possibile solo in una economia pianificata" allora è inutile perdere tempo con la MMT. Se, invece, la risposta è "no, lo Stato operaio può convivere con il mercato", allora la MMT, come ogni teoria economica, può fornire informazioni interessanti, visto che anche in questo "Stato operaio che convive con il mercato" (lo vogliamo chiamare socialista?) dovrà esserci una moneta, un regime dei prezzi per beni e servizi e la libertà, per i cittadini, di scambiarseli utilizzando una moneta. La quale, mi pare evidente, dovrebbe essere sovrana (altrimenti avremmo uno Stato operaio colonia di un altro Stato).

    Ebbene, la MMT altro non è che uno strumento per lo studio della moneta in un'economia NON pianificata (in quest'ultima, non di moneta dovremmo parlare, ma di buoni di acquisto nominali e non scambiabili tra i cittadini), quale che sia la classe che controlla lo Stato: i feudatari, la borghesia mercantile o finanziaria, i militari, oppure quella indeterminata entità alla quale ci riferiamo spesso con il termine "popolo".

    In definitiva, se si vuole parlare di MMT, non ha senso porla a confronto con un modello di economia pianificata. Parliamo di MMT confrontandola con le altre teorie che cercano di "far funzionare" l'economia di mercato. Se anche il solo parlare di "mercato" fa venire le convulsioni, allora si parli d'altro. Ad esempio, di come modellizzare al meglio un'economia pianificata.

    Un saluto, Fiorenzo FRaioli.

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 10:25

    Molto interessante sia l'articolo di Moreno che i commenti successivi, complimenti! Nell'attesa della II parte aggiungo una piccolissima osservazione.

    Quando si sceglie un approccio tecnico all'economia, diciamo "monetarista" o comunque quantitativo, si dovrebbe aprire la mente al possibile ventaglio delle ipotesi fondative di un paradigma monetario alternativo.

    Mi par di capire che invece quelli della MMT siano rigidamente vincolati al paradigma vigente, fondato sulla privatizzazione del sistema bancario, cioè dell'emittente e gestore della moneta. Giocoforza lo Stato dovrà indebitarsi per coprire il deficit di bilancio pubblico, sostituendo di fatto la base monetaria coi titoli di Stato onerosi per il contribuente. E non è minimizzando il tasso di onerosità che si può fingere di aggirare l'inganno. Anzi, l'invocata "sovranità" diventa in questo caso un volgare alibi della truffa di fondo.

    La crescita esponenziale oggi risulta evidentissima per le emissioni delle 8 principali banche centrali del pianeta, e questo in contemporanea all'esplosione dei debiti pubblici. Qui il ciclo non c'entra più niente, è un fenomeno sistemico inevitabile per giustificare il picco della sperequazione delle ricchezze, proprio nel momento della saturazione fisica del sistema mondo che alimenta i "mercati".

    Vi giro la domanda che mi è stata fatta al mini-convegno di Milano sugli stessi temi e nello stesso momento, il 25 febbraio:

    "Perchè questa crisi finanziaria dovrebbe essere l'ultima, e non uno dei tanti cicli di lungo periodo?"

    Alberto Conti

  • Ecodellarete.net scrive:
    28 febbraio 2012 11:10

    Scrive Alberto Conti: "Mi par di capire che invece quelli della MMT siano rigidamente vincolati al paradigma vigente, fondato sulla privatizzazione del sistema bancario, cioè dell'emittente e gestore della moneta".

    A me è parso di capire esattamente l'opposto. Forse un chiarimento in proposito è un pre-requisito per continuare a discutere. Non sono ancora disponibili i video di Rimini ma mi sembra di ricordare che, in più occasioni, è stato detto che:

    a) la moneta deve essere sovrana
    b) l'emissione della moneta deve essere pubblica e senza debito per lo Stato
    c) addirittura uno dei relatori ha sostenuto l'opportunità che la BC distribuisca "pro-capite", ogni anno, una quota di nuova moneta pari al 10% del PIL, ciò allo scopo di contrastare la scarsità di moneta causata dall'accumulo e dalla tesaurizzazione della stessa.

    E' possibile, ovviamente, che io abbia inteso "fischi per fiaschi". In tal caso chiedo scusa.

    Fiorenzo Fraioli

  • redazione scrive:
    28 febbraio 2012 14:00

    Fiorenzo ha ragione: la MMT, vedi gli scritti di L. Randall Wray, implica che la banca centrale sia pubblica e ubbidisca al governo. MCiò non toglie che Conti ha ragione: la MMT resta dentro al paradigma monetarista-quantitativo, tuttavia rovesciandolo a testa in giù. Lavorando alla seconda parte.
    Fiorenzo: scarsità di moneta che? La Bce ha devoluto alle banche la sommetta di quasi 550 Mld e ne sta per erogare altrettanti. Non c' affatto scarsità do moneta, ma tesaurizzazione della stessa e mancanza di investimenti.
    E quindi la domanda (non quantitativa ma qualitativa) è: perché mai pure essendoci tanta liquidità essa non entra nel circuito della produzione e resta in quella speculativo della rendita?
    E' possibile dare una risposta plausibile prescindendo dalla teoria marxisana del capitale e delle crisi, per cui il capitale disinveste a causa del tasso di profitto atteso non sufficientemente remunerativo o addirittura negativo?
    Questo è il busillis e ritenere che questo o quell'uso della moneta possa alzare il saggio di profitto, scusate la parola, è proprio una coglioneria.

  • Ecodellarete.net scrive:
    28 febbraio 2012 14:34

    Caro Moreno, la liquidità immessa nel sistema dalla BCE va tutta a finire nel "contenitore" sbagliato. E infatti la MMT propone, ad esempio (c'è un video da Rimini che quando sarà pubblicato riporterà l'affermazione) che ogni anno la Banca Centrale (BC) devolva circa il 10% del PIL a tutti i cittadini, su base pro-capite.

    Perché questa prassi (da finanziare con emissione di moneta non a debito) può stabilizzare il sistema? Attento! Ho detto "stabilizzare il sistema", non renderlo "il migliore dei sistemi possibili". Lo stabilizzerebbe perché contrasterebbe l'accumulo di capitale che ha, come conseguenza, proprio la famosa caduta tendenziale del profitto. Oltre all'ingiustizia che comporta.

    Immagina di andare al casinò, ti metti intorno a un tavolo con altri giocatori e cominci a puntare. Immagina, ora, che qualcuno cominci a vincere, e altri a perdere. A un certo punto chi perde comincia ad essere escluso dal gioco, perché non ha più le fiches per rilanciare. Cosa può fare il Banco per consentire al gioco di continuare? Un modo (sbagliato, che non risolve il problema) è quello di dire ai giocatori in perdita "tirate fuori i vostri orologi e i vostri ori, ed io Banco vi darò altre fiches". Ovviamente, i giocatori che stanno vincendo sono d'accordo: vedono la possibilità di appropriarsi degli orologi e dell'oro. Oppure, il Banco può dire "eccovi altre fiches, per tutti e gratis, cento a testa e continuate a giocare". Non è una soluzione da "Paradiso terrestre" (se preferisci, non è il Socialismo), perché chi sta vincendo continuerà probabilmente a vincere, e chi perde a perdere, e così non ci sarà mai vera giustizia. Ma la serata al casinò passa senza che nessuno debba suicidarsi e, per parafrasare Keynes, sul lungo periodo andremo tutti a nanna. Questa che ti ho descritto è, in buona sostanza, il rimedio della MMT. Un rimedio che, certamente, non piace ai giocatori più fortunati, i quali:

    a) vedono annacquate le loro vincite in fiches (inflazione: se ho vinto 800 fiches su mille ho l'80% della ricchezza sul tavolo, ma se il banco regala altre 1000 fiches a tutti i giocatori, pro-capite, questa quota diminuisce)

    b) vedono sfumare la possibilità di mettere le loro zampacce sugli orologi dei giocatori che stanno perdendo.

    L'errore che tu, e molti altri che criticano la MMT, state facendo, è quella di metterla a confronto con uno Stato socialista (o comunista o quello che vuoi) costruito, con la forza della politica, in modo da realizzare un sistema in cui le ingiustizie non solo vengono contenute, ma addirittura eliminate. Per questo, in un precedente commento, ho detto che forse dovreste dedicarvi alla definizione di un modello di Stato socialista che funzioni. Parlare di MMT significa entrare in uno scenario mentale nel quale si mette da parte, almeno per la durata della discussione, il fatto che il Socialismo può essere una soluzione molto più interessante, e accettare di confrontare la MMT con le altre modellizzazioni dell'universo monetaristico-capitalistico.

    Fiorenzo Fraioli

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 15:13

    Vorrei solo sgombrare il campo da un possibile equivoco.
    L'emittente della moneta non è solo la BC. Prima della crisi le BC emettevano sostanzialmente banconote, che costituicono pochi punti percentuali, ad una sola cifra, della massa monetaria in circolazione (M3), senza calcolare il restante degli asset finanziari, che per me è moneta tanto quanto, che sono 10 o 15 volte, come minimo, il PIL mondiale.

    Lasciamo pure stare le definizioni e le realtà numeriche attuali delle varie forme di moneta. Ma non si può ignorare e dimenticare che più del 90% della moneta fiat in senso classico è emessa come credito dalle banche commerciali privatizzate, in ragione del tasso di riserva frazionaria deciso centralmente. In queste condizioni, con una base monetaria (moneta di BC) ridotta all'osso, hai voglia a mettere la BC sotto il controllo governativo, non serve a niente; la "sovranità", direbbe un vero banchiere, tenetevela pure, a me interessa emettere il grosso della moneta. (risultato di Bretton woods).

    Ciò che presumo della MMT deriva dallo stesso lessico strombazzato da Barnard: è bello e giusto, e cosa salutare, che lo Stato "spenda a deficit". E chi la monetizza questa spesa? La BC o "il mercato"? Il risultato non cambia, cresce sempre di pari quantità il debito pubblico.

    Non ho MAI sentito da un MMT-man anche solo nominare l'emissione di moneta di Stato senza debito alla fonte.

    Se mi sbaglio mi corigerete.

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 15:29

    si fiorenzo, confermo, non sei tu che ha inteso fischi per fiaschi.
    mi convinco sempre più che si parla tanto per parlare e questo
    sarebbe bene che si facesse solo in quei mini convegni che si organizzano
    in quel di milano. Come quando gioca la nazionale, siamo tutti allenatori.
    Non sono economista ne studente della materia ma so di mio che mi son
    fatto un mazzo così tutta una vita e che da qui a non molto mi ritroverò, se
    va bene, con un pugno di mosche sotto un ponte. Conscio di questo ho
    partecipato prima al convegno di Chianciano dove con forza si ribadiva
    fuori dal debito fuori dall'euro, riprendiamoci la sovranità.
    Sono stato anche a rimini e m'è sembrato di capire che quelle cinque persone dicessero che stiamo entrando in un vicolo cieco.
    Hanno fatto un po di storia individuando con chiarezza responsabili e fini e a chianciano, meno dettagliatamente se n'era discusso.
    Con forza hanno affermato che i provvedimenti che si stanno attuando
    sono controproducenti (per i cittadini) e quel che conta di più, PRESI IN MALAFEDE.(il Francese dei cinque era alquanto dubbioso che la soluzione potesse arrivare PACIFICAMENTE) Han detto che volendo si riesce a pagare anche il
    debito, nella nuova valuta naturalmente.
    Mi son convinto quindi che la via di uscita c'è.
    Ai primi di febbraio nevicava, speriamo che nella prima decade di marzo non...diluvi e che possa io sentire il nascente MLP voler prendere contatti
    con i fratelli, cugini, compagni Greci, Portoghesi, Spagnoli, Francesi, nessuno escluso (fin tanto che si ha voce e forza) per confrontarsi sulle
    strategie COMUNI di opposizione al malefico disegno.
    totò.

  • Anonimo scrive:
    28 febbraio 2012 16:49

    A me invece è sembrato di capire che tu giri l'Italia per raccogliere idee, ma che per ora sono poche e ben confuse. Se risparmiassi i soldi di questi tour e ti fermassi per un attimo a ragionare, magari in un mini convegno della tua città, gratuito, magari sotto il ponte ci arrivi più tardi, e chissà, con un po' di fortuna mai!

    La tua è la situazione generale, consolati, come quando l'uomo scese dagli alberi e dovette aguzzare l'ingegno per sopravvivere. Così è nata l'arma letale, il cervello. Ha solo un difetto, che per lavorare davvero deve fare in proprio.

    Alberto Conti

  • Georgejefferson scrive:
    5 marzo 2012 02:30

    I limiti della crescita sono fisici..ambientali..di un pianeta a risorse finite..siamo tutti d'accordo...ipotesi...siamo in un mondo che cresce economicamente in forma sostenibile..non inquinante e la gente tutta vive consapevolmente riguardo all uso dei beni(quindi senza obsolescenza pianificata)beni che possono essere di materiali non inquinanti(canapa?energia solare?)servizi di cura del territorio..restauro intelligente delle case al posto di nuovo cemento..ecc...(sottolineo sto giocando con un ipotesi)la pace sociale e'stata raggiunta gli stati del mondo cooperano tra di loro creando autarchia mondiale con pianifocazione contro gli sprechi ed inquinamenti...I deficit statali sono ora bilanciati dalla ricchezza privata aggregata quindi sono numeri con meno davanti compensati dal piu del settore privato che dal legittimita a quel meno....Il meno puo essere 100000000000000 che al cittadino spaventa...e Il caffe al bar costa 1.siccome e'una paura psicologica infondata si tolgono di comune accordo tre zeri e la sostanza non cambia perche anche Il caffe ora costa 0,01...ma lmpatto psicologico e'minore..siamo umani...forse per quello keynes sottolineava Il pericolo del debito sempre crescente..perche mina la fiducia...forse anche nell'ipotesi utopica da me descritta..quindi riteneva meno peggio la sua tesi del deficit nella crisi...ma rientro nel boom...risottolineo...divagazioni...I limiti fisici del pianeta restano...volevo sottolineare Il concetto che Il limite finanziario e'una balla colossale propagandata dai neoliberisti per usare la paura come leva funzionale ai suoi scopi...saluti

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