ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

domenica 12 giugno 2011

ISLANDA: PERCHE' NON SEGUIRNE L'ESEMPIO?

La protesta popolare contro le banche



di Pasquale Felice*
 
Molti governi, sia di destra che di sinistra, di fronte alla crisi del debito pubblico, in sede di Unione europea hanno deciso di imporre ai cittadini misure dure e severe: per questo motivo l’Unione europea non gode del favore popolare.
 
Recentemente i ministri dei principali paesi Ue hanno reso noto che la Grecia ha bisogno di 50 miliardi di euro, in aggiunta ai 110 già concessi, per evitare il fallimento . Un anno di salvataggi , 110 milioni alla Grecia, 85 all’Irlanda e 78 al Portogallo , non è servito a niente; di fatto il debito delle banche private è stato trasferito ai governi, ricadendo quindi sulla popolazione.
 
In un articolo apparso su “Il Riformista” del 3 maggio , il Professore di economia dell’Università di Siena S. Cesarotto faceva notare che l’Italia, già con un debito pubblico altissimo, viene costretta da Bruxelles ad indebitarsi per altri 125 miliardi, da versare al cosiddetto Meccanismo di Stabilizzazione Europeo (ESM), “chiamata a pagare per responsabilità che non ha” soltanto perché questo “meccanismo” serve a salvare le banche inglesi, francesi e tedesche esposte con i Paesi di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna (PIGS).
 
In Europa appare sempre più evidente la frattura tra gli Stati membri e la crisi economica minaccia di renderla una vera e propria rottura. Nei vari paesi i movimenti politici “nazionalisti” stanno prendendo il sopravvento mentre alcune economie nazionali sono strangolate dalla politiche predatorie, finanziarie/bancarie, che minacciano di fare uscire dall’euro alcuni paesi o addirittura di spingere altri a lasciare l’Unione europea.
 
Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna sono stretti nella morsa di misure impopolari imposte dall’Unione europea e dal Fondo Monetario Internazionale: la riduzione del personale nella pubblica amministrazione, l’aumento dell’età pensionabile, la riduzione delle pensioni e dei salari, i tagli allo stato sociale, ecc… Anche in Gran Bretagna le misure per la riduzione della spesa realizzate dal governo hanno visto importanti proteste di studenti e lavoratori.
 
I movimenti popolari di molti Paesi stanno addirittura considerando l’opportunità di non pagare le banche, di smantellare il sistema dei derivati e delle cartolarizzazioni come primo passo per ri-nazionalizzare i servizi fondamentali e le altre imprese che erano di proprietà dello Stato, impedendo così alle banche e alla grande finanza di “spartirsi il bottino”. Infatti, la “rapina” delle risorse naturali, sociali, culturali, economiche e finanziarie, sottratte alle giurisdizioni nazionali e affidate al cosiddetto “mercato”, continua ad essere portata avanti: in ogni crisi c’è un profitto da arraffare e aziende di Stato da privatizzare.
 
Pochi ne parlano ma da circa due anni in Islanda è in corso una “rivoluzione” popolare che ha imposto al governo in carica di dimettersi in blocco, che ha fatto nazionalizzare le principali banche del Paese, decidendo altresì di non pagare i debiti contratti con le principali banche della Gran Bretagna e dell’Olanda, a causa della loro “vampiresca” politica finanziaria. In sostanza, con le proteste e le grida in piazza contro il potere politico-finanziario neoliberista, che ha condotto il Paese ad una grave crisi finanziaria, non solo hanno fatto cadere il governo in carica ma i responsabili della crisi sono stati perseguiti penalmente, è stata eletta un’assemblea costituente per redigere una nuova costituzione, ed è stata data reale esaltazione alla libertà di stampa, di informazione e di espressione.
 
In generale in Europa, anche in Italia, i governi di qualsiasi colore politico vorrebbero farci credere che supereranno la crisi economica attraverso nuove privatizzazioni, socializzando le perdite, compiendo tagli allo stato sociale e allargando la precarietà del lavoro.
 
Nella piccola Islanda, nella “civile” Europa, un Paese occidentale, tutto un popolo – certo, è vero, soltanto di 300.000 abitanti e con una situazione di organizzazione amministrativa ed economica meno complessa di quella degli altri grandi Paesi europei – sta praticando e tracciando una strada alternativa per uscire dalla crisi economica e finanziaria.
 
Qui di seguito illustriamo in breve i fatti islandesi (fonte: controlacrisi.org).
 
Alla fine del 2008 gli effetti della crisi nell’economia islandese erano devastanti: in ottobre Landsbanki, la banca principale del Paese, fu nazionalizzata; il governo britannico congelò tutti i beni della sua filiale IceSave, con 3.000.000 di clienti britannici e 910 milioni di euro investiti dagli enti locali e dalle organizzazioni pubbliche del Regno Unito. Alla Landsbanki fecero seguito le altre due banche principali, la Kaupthing e il Glitnir; i loro clienti erano soprattutto in Olanda, clienti ai quali dovevano essere rimborsati circa 3.700 milioni di euro. Insomma, l’insieme dei debiti per le attività delle banche islandesi equivalevano a varie volte il PIL nazionale dell’Islanda! La valuta sprofondò ed il mercato azionario sospese le attività dopo un crollo del 76%: il Paese era alla bancarotta! A quel punto il governo chiese ufficialmente aiuto al FMI che approvò un prestito di 2.100 milioni di dollari, seguito da altri 2.500 milioni da parte di alcuni paesi nordici.
 
Intanto, le proteste dei cittadini davanti al Parlamento a Reykjavik aumentavano. Il 23 gennaio 2009 furono convocate le elezioni anticipate e tre giorni dopo i cittadini erano di nuovo in piazza in migliaia e imposero le dimissioni del Primo ministro e di tutto il suo governo in blocco: fu il primo governo vittima della crisi finanziaria mondiale. Il 25 aprile 2009 si svolsero le elezioni generali ma la situazione economica rimaneva drammatica con un crollo del PIL del 7%.
 
Una legge discussa in Parlamento stabiliva il saldo dei debiti in Gran Bretagna e Olanda, 3.500 milioni di euro che tutte le famiglie islandesi avrebbero dovuto pagare attraverso una tassazione del 5,5% per i successivi 15 anni.
 
Per questo motivo gli islandesi tornarono a dimostrare per le strade, rivendicando un referendum popolare che impedisse la promulgazione della legge. Nel gennaio 2010, il Presidente della repubblica, di fronte alle proteste popolari, rifiutò di ratificare la legge e indisse la consultazione popolare: in marzo, con un esito negativo del referendum, il 93% degli islandesi disse NO al pagamento del debito. La “rivoluzione” islandese trionfò, il FMI si affrettò così a congelare l’aiuto economico all’Islanda, nella speranza di imporre in questo modo il pagamento dei debiti. A questo punto il governo islandese aprì un’inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi: arrivarono i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager; l’Interpol emanò un mandato di arresto internazionale contro l’ex presidente della banca Kaupthing.
 
In seguito nel pieno della crisi, nel novembre 2010, venne eletta un’assemblea costituente per preparare una nuova costituzione che, sulla base della lezione della crisi, sostituisse quella in vigore. Tra le 522 candidature popolari, per le quali era necessario soltanto la maggiore età ed il supporto sottoscritto di almeno 30 cittadini, furono eletti 25 cittadini, senza alcun collegamento politico.
 
L’assemblea ha avviato i suoi lavori nel febbraio del 2011 e presenterà a breve un progetto costituzionale sulla base delle raccomandazioni deliberate dalle diverse assemblee che si stanno svolgendo in tutto il Paese; tale progetto costituzionale dovrà poi essere approvato dall’attuale Parlamento e da quello che sarà eletto alle prossime elezioni legislative. Inoltre, l’altro strumento “rivoluzionario” sul quale stanno lavorando è “Icelandic Modern Media Initiative”, un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e di espressione.
 
Pertanto, mentre nell’Europa continentale i vari Paesi vittime della crisi del debito moltiplicano impopolari piani di austerity, l’Islanda, che ha scelto di lasciar fallire le banche, si rimette lentamente in carreggiata con provvedimenti di risparmio senza “forzare troppo la mano”, un ricorso all’austerity meno rigoroso che altrove. Ovunque le famiglie indebitate sono ancora ben lontane dal riprendere fiato; coloro che avevano contratto mutui in valuta estera sono ancora nei guai, i consumi arrancano e restano tutt’ora al 20% in meno rispetto ai livelli precedenti la crisi. Il tasso di disoccupazione è ora sceso al 7%, dopo aver toccato la quota del 9,7%.
 
Nel frattempo, ancora una volta, i cittadini islandesi hanno espresso la loro contrarietà sull’accordo sul rimborso di circa 4 milioni di euro chiesto dalla Gran Bretagna e Olanda in seguito al fallimento della banca islandese Icesave: al referendum del 9 aprile 2011 il 60% della popolazione ha votato nuovamente contro una legge che avrebbe costretto la popolazione stessa a pagare per ripianare i debiti delle banche private.
 
In una dichiarazione ufficiale il Presidente islandese Olafur Ragner Grimsson ha affermato: “Il popolo ora si è pronunciato chiaramente su questo tema in due occasioni, in conformità con la tradizione democratica che esprime il contributo europeo più importante alla storia mondiale. I leaders di altri stati e di istituzioni internazionali dovranno rispettare questa espressione della volontà nazionale. Le soluzioni alle dispute emerse dalla crisi finanziaria e dai fallimenti bancari devono prendere atto dei principi democratici che sono le fondamenta della struttura costituzionale dell’occidente”, sottolineando che i due “referendum sul tema Icesave hanno permesso alla nazione di riguadagnare la sua fiducia nella democrazia e di esprimere l’autorità sovrana nei propri affari e così determinarne lo sbocco su questioni difficili. Questa è un’esperienza valida su cui costruire il futuro”.
 
Mica scemi gli islandesi!!! La crisi l’hanno fatta le banche ed è giusto che risolvano i conti tra loro! Da notare che il Paese, dopo il crollo delle banche, ha potuto meglio sviluppare le proprie risorse, in particolare nei settori dell’energia, dell’estrazione mineraria e della pesca.
 
Tutto ciò mentre nella stessa Europa, l’Unione europea impone a Paesi come Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna … Italia (PIIGS?!?!), programmi di brutali austerità e sacrifici per molti decenni a venire in cambio di prestiti di salvataggio. Dall’Islanda giunge, invece, un messaggio ed una lezione per tutti i popoli d’Europa.

* Fonte: www.pennabiro.it
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