ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

mercoledì 23 febbraio 2011

LIBIA-ITALIA: IL TEATRO DELL'ASSURDO

Il Baciamano
Fino a che punto può giungere un "imperialismo straccione"


di Piemme

In Libia è guerra civile. Una tragedia. Come questa si sta riverberando in Italia, come poteva essere altrimenti, è invece una patetica farsa, al limite dell'esilarante. Il tutto ricorda da vicino il Teatro dell'assurdo: la trama tragica che finisce per far ridere a causa dei personaggi grotteschi e dei loro dialoghi demenziali. I due cialtroni protagonisti della commedia italo-libica, Gheddafi e Berlusconi sembrano personaggi usciti dalla penna di drammaturghi come Beckett o Ionesco. A questi si è aggiunto in questi giorni la sfinge di Frattini. Che un simile paninaro d'antan sia assurto a Ministro degli Esteri la dice lunga sul livello di degrado a cui è giunta la cosiddetta classe politica nostrana.
La prima cosa da segnalare è questa: Frattini è la prova provata che essere dotati di una fronte alta non è affatto sinonimo di intelligenza. Quante volte abbiamo dovuto trattenere il vomito ascoltando il Frattini che giustificava l'occupazione militare dell'Afghanistan con l'esigenza di "donare" la democrazia agli afghani! tante, un vero e proprio mantra, visto che l'esportazione della democrazia è stato ed è il piede di porco ideologico con cui i governi occidentali hanno giustificato le loro porcherie interventiste e imperialiste, ad ogni latitudine.


Davanti alla tragedia libica Frattini ha suonato tutt'un altro spartito.
L'altro ieri Frattini era a Bruxelles. Ai giornalisti che lo pressavano con domande su cosa il governo che rappresenta intendesse fare, egli ha risposto che «... l'Europa non deve interferire nei processi di transizione in atto nei paesi del Nord Africa». 


Poi, udite! udite!, ha aggiunto: «Non possiamo dire: questo è il nostro modello, prendetelo. L'Europa non deve fare questo, perché non sarebbe rispettoso della sovranità e del'indipendenza dei popoli». (Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2011)


Che faccia da culo?! 
Voi ora penserete che che il ceffo in questione mente perché deve proteggere gli affari dell'ENI, della Finmeccanica, di Impregilo, di Unicredit, della Fiat o di Finivest in Libia. Sì, certo, anche questo, ma anzitutto Frattini esprime lo spiazzamento, e lo sconcerto, suoi, del governo e dei servizi di cosiddetta "intelligence", per il precipitare della situazione in Libia. Colti di sopresa, appiattiti nel sostegno all'autocrazia gheddafiana, questi azzeccagarbugli non sanno che pesci pigliare, brancolano nel buio, e quindi, più che parole dotate di senso, emettono dei suoni sconnessi. La chicca della chicche, lo slogan di Frattini è noto, egli da giorni invita i libici alla "riconciliazione nazionale". Potete immaginare le risate oceaniche dall'altra parte del Mediterraneo.


Personaggi grotteschi


Ma Frattini, appunto, non è il solo pugile suonato. Egli fa il verso al suo padrone Silvio Berlusconi, che difronte alla macelleria messa in atto da Gheddafi e dai suoi pretoriani, aveva dichiarato ai giornalisti che gli chiedevano se non fosse il caso, vista la sua conclamata amicizia con il tiranno, di invitarlo a cessare la sanguinosa repressione, egli ha ponziopilatescamente risposto: «Non voglio disturbare il leader». (La Stampa, 20 febbraio 2011).


C'è voluta la Hillary Clinton, tanto per segnalare chi diriga la ditta, a mettere in riga il Cavaliere, che così la telefonata a Gheddafi l'ha fatta, fuori tempo massimo, ma l'ha fatta. Gli americani hanno ringraziato: «La sua telefonata ci ha reso molto contenti», ha dichiarato il Dipartimento di Stato USA. (Corriere della Sera,  23 febbraio 2011). Ma che mai avrà detto Berlusconi al suo "fratello leader"? Pare lo abbia anzitutto rassicurato che non è vero che l'Italia abbia armato gli insorti, come dire: «Se noi dobbiamo in pubblico condannare la tua decisione di stroncare con ogni mezzo la rivolta popolare, sappi che speriamo che riuscirai a restare in sella. Di più non possiamo fare». Da notare che questa amichevole telefonata giungeva dopo il discorso isterico e sanguinulento di Gheddafi alla Tv libica, dove il leader affermava, rasentando il grottesco, di non poter esaudire la richiesta popolare di sue dimissioni, per la semplicissima ragione che lui non è nessuno, che non ha alcuna carica, tantomeno quella di presidente. 


Di che stupirsi? Gheddafi nella sua storia, oltre ad averle fatte, le ha dette grosse. Solo sei mesi fa, quando venne ricevuto a Roma in pompa magna —quando fece, col beneplacito del governo italiano, il suo ridicolo show con cammelli e tendoni da circo— ebbe anche modo (oltre che a spiegare il "Sacro Corano" a centinaia di veline) di svolgere una lectio magistralis alla Sapienza. Sapete su cosa? Sul concetto di democrazia. Ora, che Berlusconi e gli italiani abbiano bisogno di una ripassatina, siamo gli ultimi a negarlo. Ma sentite fino a che punto si scempiaggine si spinse il Gheddafi: 


«La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino. Democrazia: demos vuol dire popolo. Crazi in arabo vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. (...) Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, seduti su delle sedie, questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Invece se noi prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci su delle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa non è la democrazia. Finché tutto il popolo non avrà la possibilità di sedersi tutto quanto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia. (...) il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l’unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti».


Nella pantomima organizzata dal servile rettore Luigi Frati non poteva mancare il personaggio dello studente birichino, che ad un certo punto  fa una domanda riguardo ai diritti umani dei profughi e degli immigrati africani rinchiusi come bestie, per la tranquillità delle plebi italiane, in infernali campi di concentramento: 


«Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?» . L’interprete: «Quali diritti?» . «I loro diritti» . «Quali diritti?» . «I diritti!» , gridavano in sala: «I diritti politici» . L’interprete si chinò sul raìs, che si scosse: Gheddafi rispose: «Quali diritti? gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo» . E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra. Se sono tutti poveri...» Ed infine minacciò: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta?». (Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2011)


A questo punto delle comiche dobbiamo fa rientrare in scena Franco Frattini che a fine gennaio, ai giornalisti che gli domandavano se l'effetto domino della rivolte non potesse travolgere anche la Libia rispose con nonchalance che la Libia era un caso diverso, che non era come in Tunisia o Egitto, poiché lì ci sono: «... i Congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta...». (ibidem)


Le insulsaggini di Franco Frattini sono pari solo alla sua ipocrisia! E tuttavia, insistiamo, ciò non fa che esprimere il totale sbandamento che regna nei palazzi della politica romana, precipitato e conseguenza del brutale asservimento del governo alle grandi aziende italiane che fanno affari in Libia, per le quali, finché si facevano quattrini grazie a Gheddafi e al suo clan.... tutto andava bene Madama la marchesa.


Una testimonianza che lo stato confusionale non riguarda solo i politicanti ma gli stessi servizi segreti, ce la fornisce Alberto Negri, arguto analista, di solito ben informato e con solidi agganci con le barbe finte, il quale si lascia scappare: «Ieri in mattinata si svolgevano febbrili riunioni della nostra intelligence in cui ci si chiedeva pensosi chi erano i caopi della rivolta. Per augurarsi poi che un deus ex machina con un putsch militare rimetta ordine per non sprofondare nell'anarchia». (Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2011)


Uno stato confusionale totale! Imperialismo straccione, mai tale categoria fu più approppriata per definire l'Italia. 


Si legga attentamente l'intervista rilasciata da Frattini a Il Corriere della Sera di oggi 23 febbraio. 


«Lei aveva indicato Gheddafi come esempio per la stabilità della Libia...

«Già, il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. Nessun altro politico, partito. E adesso ci è impossibile immaginare un futuro, dopo di lui. La natura enigmatica di questo Paese ci impedisce di fare ragionamenti analoghi a tutti gli altri del Maghreb pure sconvolti dalle rivolte. Lo impedisce a noi, ma anche a tutti gli altri Paesi fratelli».
I Paesi fratelli?

«Sì. La Spagna, il Portogallo, Malta, Cipro: insieme all'Italia sono considerati dalla Libia più amici degli altri Paesi di Europa. E parlando con questi colleghi ci siamo trovati tutti sulla stessa linea. In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù».
Si riferisce all'Emirato Islamico della Libia dell'Est?

«Così si sono autoproclamati loro, adesso. Noi non sappiamo di più. Sappiamo però che sono pericolosi. Lì ci sono componenti di Al Qaeda. Per questo fin dal 2006 abbiamo deciso di chiudere il consolato italiano, in Cirenaica. Ma non soltanto».
Cos'altro?

«Sono arrivate minacce di rapimenti a danno di occidentali. Sul sito della Farnesina ora metteremo un avvertimento: pericoloso recarsi in quelle zone».



Il succo è quindi che a forza di galleggiare sul flusso di petrolio libico verso la Sicilia, a Roma non hanno alcuna idea su come potrà evolvere la guerra civile in Libia e quali i suoi esiti. Questi mentecatti rispolverano però nuovamente lo spauracchio del "fondamentalismo islamico" e addirittura di al-Qaida, il che indica che malgrado lo stato confusionale, si continua a sperare che Gheddafi l'abbia vinta e, quel che è peggio, ove la situazione precipitasse verso uno scenario somalo, i mentecatti non escludono di inviare truppe umanitarie d'occupazione armate fino ai denti. Ci diranno, vedrete, che sarà per salvare la Libia e, essendo loro dei liberali, per aiutare i libici a costruire la democrazia. 
Poiché se dall'altra parte avrai non il "fratello" Gheddafi ma degli islamisti, allora non c'è dubbio che la democrazia bisogna esportargliela a suon di cannonate.


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