venerdì 30 settembre 2016

LUNGHINI, L'EURO E L'HOT€L CALIFORNIA di Sergio Cesaratto

[ 30 settembre ]

Sull'uscita sconclusionata del professor Giorgio Lunghini —che sul sito del Partito della rifondazione comunista parlava delle conseguenze apocalittiche di una uscita dell'Italia dall'euro— Leonardo Mazzei ha scritto l'essenziale (Fesserie di un economista). L'articolo, anche grazie a Goofynomics ha avuto migliaia di letture. 
Sempre  in risposta a Lunghini è intervenuto Sergio Cesaratto


Il problemi che solleva il prof. Lunghini nei riguardi di una rottura dell’euro sono molto importanti e vanno discussi sia sotto il profilo quantitativo che storico-politico. Cominciando da quest’ultimo aspetto, che è quello più rilevante, Lunghini esamina il caso di un’uscita unilaterale, “a freddo”, del nostro paese. Quella della rottura unilaterale è naturalmente solo una delle possibilità. 

Un’altra potrebbe essere quella che l’Hotel California in cui si entra ma non si esce, secondo la metafora del professore, prenda fuoco, per cui certamente bruciacchiati si debba scappare fuori un po’ tutti. Ma la stessa uscita unilaterale non potrà che risultare dall’incendio nella stanza dove alloggia il nostro Paese, probabilmente non appiccato da qualche sconsiderato economista, ma piuttosto da una grave crisi bancaria che, dati gli attuali meccanismi europei, porti qualche milione di risparmiatori in piazza. Certo, i pompieri europei in un qualche modo arriveranno con dei prestiti e qualche condizionalità in più sul bilancio pubblico. Ma questo potrebbe portare a ulteriori proteste popolari. O magari no. Ma se accadesse, un governo, metti a guida 5 Stelle, potrebbe essere tentato di chiedere alla Germania una sospensione della partecipazione italiana alla moneta unica. Ma anche qualche stanza contigua potrebbe prender fuoco, per esempio quella francese, se madame Le Pen decidesse di fare i bagagli dimenticandosi la candela accesa. O, perché no, potrebbe essere il gestore tedesco ad andarsene, stanco del chiasso che viene dal piano sud (senza dimenticare di bruciare tutto, secondo abitudine). Oh, una responsabilità di qualche scriteriato economista ci sta sempre, per esempio per aver suggerito ai risparmiatori che il fallimento delle banche non è dovuto alla corruzione bensì alle politiche europee e alla perdita di sovranità monetaria, o che l’euro costituisce un attacco alla Costituzione ben più grave di quello della Boschi. Ma non credo che il prof. Lunghini ci stia suggerendo di nascondere queste verità. O no? Perché, per come la mette, il professore sembra suggerire che sarebbe bene non dir nulla alla gente, se non che l’euro è un destino ineluttabile che ci meritiamo, in modo non suscitare cattive idee. E invece questi scriteriati economisti instillano l’avventurismo nelle masse, lontani dalla tradizionale responsabilità europeista della “sinistra”, invece di educarle alla remissione e alla cristiana pazienza.

A mio avviso, è dunque sbagliato collocare la tematica della rottura dell’euro fuori da un contesto storico-politico in cui un’eventuale break-up si collocherebbe, quando tutto verrebbe rimesso in discussione in un quadro internazionale non necessariamente ostile, dato l’interesse generale al ripristino della stabilità. Il prof. Lunghini è purtroppo preoccupato a prescindere, avendo fondamentalmente timore che l’Italia torni a qual disordine monetario stile anni settanta di cui, diciamocelo, proprio in virtù della cara moneta ci si era dimenticati. Scriteriati economisti costoro che vagheggiano ancora l’epoca in cui, che vuole Contessa, anche l’operaio voleva il figlio dottore. Non ha tutti i torti il professore. Questi sciagurati economisti hanno studiato storia economica e sanno che le monete uniche (come i gold standard) si fanno per mortificare la lotta di classe e la democrazia.

Per rafforzare il suo monito, il professore spara cifre e scenari da apocalisse, che verranno altrove smentiti. Noi, inguaribili riformisti, vogliamo credere che con una riacquistata sovranità monetaria il Paese saprà dotarsi di istituzioni volte a conciliare conflitto distributivo, crescita e controllo dei prezzi. Circa il debito pubblico denominato in euro – ammesso che questa moneta ancora esista – seri contenziosi potranno sorgere. In particolare dopo che con decisione irresponsabile l’Italia ha accettato nel 2012 una clausola che ne può impedire la ridenominazione in una nuova-lira (almeno relativamente alle nuove emissioni). Ma, ripeto, se si arriva a uno stadio di rottura sarà un aprile 1945, quando si ridiscute tutto. E comunque la scelta è politica: fra il rispetto di una “collective action clause” e la democrazia, lei che sceglie professore? Circa il debito privato, nessun cataclisma si verificò nel 1992 di fronte a una svalutazione del 30% (che non si vede perché debba essere superata).

Insomma, non si può sfuggire all’impressione che il prof. Lunghini si presti, suo malgrado, a una strategia dell’allarmismo economico volta a tacitare le voci che possono suscitare una reazione popolare contro l’euro/pa; che si battono per un governo che, se v’è il sostegno popolare, persegua piena occupazione, stato sociale e istruzione pubblica con ogni mezzo (incluso il ripristino della sovranità monetaria e un’economia di controlli di caffeiana memoria); che non ritengono ineluttabile un destino di incertezza per i nostri figli e nipoti.

* Fonte: politica e economia

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GRECIA: I CREDITORI PIGNORANO I BENI PUBBLICI (dove sono finiti i fans di Tsipras?)

[ 30 settembre ]

IL PARLAMENTO GRECO APPROVA PIANO PER TRASFERIRE BENI E SERVIZI PUBBLICI IN UN FONDO CREATO DAI CREDITORI

Qualche giorno fa ricordavamo quanto accadde alla Repubblica di Genova nel XIV e XV secolo quando, causa indebitamento, la Repubblica venne di fatto pignorata dai suoi creditori, nel caso specifico da un pugno di famiglie oligarchiche genovesi. Alla Grecia di Tsipras sta avvenendo di peggio, essendo i suoi creditori consorzi finanziari esteri.
La "riforma" prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali.

DW, 27 settembre 2016

I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.

Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.

Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.

Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.

Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.

La reazione pubblica

La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.

Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.

Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.

I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.

“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.

Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.

“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.

I termini di salvataggio

La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.

A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.

La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.

Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.

Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.

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giovedì 29 settembre 2016

MARCHIONNE HA PRESO UNA LEGNATA di Giorgio Cremaschi

[ 29 settembre ]

«…la rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, aspra, forte e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell'operato altrui (quindi anche del datore di lavoro), che in una società democratica deve essere sempre garantito...»

Con questo giudizio semplice ed inequivocabile la Corte di Appello di Napoli ha dichiarato che il licenziamento di Mimmo Mignano e di altri quattro operai dello stabilimento Fiat di Nola è nullo e che, in base all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quegli operai devono tornare al lavoro. I giudici di Napoli hanno così riformato le due precedenti sentenze del Tribunale di Nola, che avevano invece dato ragione all'azienda.

Mignano e gli altri, dopo il tragico suicidio di Maria Baratto, ennesimo tra gli operai cassaintegrati in Fiat, avevano protestato con una rappresentazione satirica esterna ai cancelli, e senza alcun danno all'attività, dell'azienda. Essi avevano prima inscenato la loro stessa morte, poi il suicidio per impiccagione, ricordando così quello vero dell'operaio Peppino De Crescenzo, di un pupazzo con la maschera di Sergio Marchionne. Pupazzo che nella rappresentazione si pentiva del male procurato. Per questo la Fiat aveva licenziato in tronco i cinque, accusandoli di danno morale e di rottura sia dell'obbligo di fedeltà che del vincolo di fiducia verso l'azienda.
Mimmo Mignano


Quale vincoli fossero stati rotti da operai che da più di 6 anni la Fiat teneva in costante cassaintegrazione è impossibile dirlo. Era invece chiaro che quello dell'azienda era un licenziamento politico che colpiva la libertà d'opinione degli operai in quanto cittadini della Repubblica. Questo avevano sostenuto in questi mesi militanti e rappresentanti sindacali e politici, giuristi, intellettuali, artisti. Questo aveva dimostrato l'avvocato Pino Marziale nella sua argomentatissima arringa in difesa degli operai. Ora il giudice ha sanzionato che è proprio così.

Per l'arroganza di Marchionne e del suo modo di pensare ed agire è un duro colpo. I lavoratori non sono ancora sudditi medioevali sui quali l'impresa abbia diritto di potere assoluto, dentro e fuori il posto di lavoro. Oltre mercato, il profitto, il potere ci sono i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Costituzione che non a caso non piace al capo della Fiat, alla banca Morgan e naturalmente al loro referente politico, Matteo Renzi.

La sentenza di Napoli mostra la forza che si può creare, quando la mobilitazione democratica incontra e sostiene persone che non si arrendono e che sono disposte a rischiare tutto per la giustizia. È doveroso ricordare, a tale proposito, i terribili giorni trascorsi da Mimmo Mignano a cinquanta metri di altezza su una gru nel centro di Napoli.

Quando la determinazione di un gruppo di operai che crede nelle sue e nelle nostre ragioni diventa un movimento civile e morale, quando chi lotta dalla parte e per le ragioni della giustizia incontra finalmente un giudice sensibile solo alle ragioni del diritto, e non a quelle del mercato, dell'impresa, del potere. Quando tutto questo su verifica, la libertà si afferma e il potere autoritario e prepotente viene sconfitto.


Grazie a Mignano e agli altri quattro operai, che ci hanno dato ragioni e forza in più per lottare. Grazie a chi si è mobilitato per loro. E grazie ai giudici di Napoli che hanno tenuto la schiena dritta.

E come è stato affermato nelle tante iniziative di solidarietà, da questa vicenda emergono tante ragioni per cui è necessario che al referendum del 4 dicembre vinca il No. Bisogna sconfiggere Marchionne, Renzi e tutti coloro per i quali i principi della nostra Costituzione non dovrebbero più valere nulla di fronte all'impresa e ai suoi affari.

Post scriptum:

È bene sottolineare che i cinque operai sono stati reintegrati in Fiat perché assunti ancora con le vecchie regole. Se fossero stati invece assunti con il Jobs Act che Renzi esalta in ogni momento, il giudice non avrebbe potuto fare nulla per riportarli al lavoro. Perché i nuovi assunti non usufruiscono più della tutela dell'articolo 18. Ricordiamo anche questo quando andremo a votare il 4 dicembre.

* Fonte: Micromega

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mercoledì 28 settembre 2016

PERUGIA: RENZI SCAPPA, NOI NO

[ 28 SETTEMBRE ]

Matteo Renzi ha scelto Perugia come prima città del suo tour nazionale per il SÌ.

Lo si era saputo ieri mattina, 27 settembre. 

Immediatamente il Coordinamento dei Comitati per il NO-Umbria faceva la chiamata alle armi, promuovendo una manifestazione di protesta nell'adiacente P.zza Italia.

Alle ore 16:30 di oggi, a meno di 24 ore dalla kermesse, il quartier generale del Pd locale, certo su imbeccata della Questura deve aver suggerito a Renzi una ritirata. Il comizio non avverrà presso il Teatro Pavone, in pieno centro, bensì in periferia, al centro Congresso Capitini.

Per tutta risposta gli amici del Coordinamento umbro hanno diffuso un'ora fa un Comunicato Stampa che sposta la mobilitazione

* * *

Comunicato Stampa

RENZI SCAPPA NOI NO

Ci è appena giunta la notizia che l’esibizione di Matteo Renzi non si svolgerà più al Teatro Pavone bensì al Centro Congressi Capitini.
Il motivo apparente è che il Pavone non sarebbe abbastanza capiente. Abbiamo ragione di pensare che la vera ragione è che egli abbia deciso la nuova location per evitare la nostra contestazione.
Se Renzi scappa noi no. Se lui si sposta noi pure.
Diamo appuntamento tutti i cittadini umbri che sono contro lo scasso della Costituzione, per la difesa della democrazia e dei diritti del popolo lavoratore, nei pressi del Centro Congressi Capitini, domani giovedì 29 settembre, alle ore 17:00.

Leggi il Manifesto del Coordinamento, che annoverà già una ventina di comitati in tutta la regione

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LE LACRIME DI COCCODRILLO DELL'INGEGNERE DE BENEDETTI di Piemme

[ 28 settembre ]

Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io

Carlo De Benedetti [nella foto], uno degli esemplari più voraci dei pescecani della finanza predatoria che oltre ad aver fatto a brandelli l'industria italiana è stato uno degli strateghi del passaggio alla "Seconda Repubblica" —quindi dell'uso del Pds-Ds-Pd come principale arnese da scasso—, ha rilasciato al Corriere della Sera di oggi un'intervista che raccomandiamo di leggere attentamente e su cui quindi vale la pena di svolgere alcune riflessioni.

Il succo può essere riassunto in questa frase:
«L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia, anche a causa della situazione economica e finanziaria. La globalizzazione, di cui tutti noi, e mi ci metto anch’io, eravamo acriticamente entusiasti e ci siamo affrettati a raccogliere i frutti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari della media di tutti i lavoratori del mondo, e ha accresciuto le ingiustizie sociali sino a renderle insopportabili. Si sta verificando la previsione di Larry Summers, l’ex segretario al Tesoro di Clinton: una stagnazione secolare».
De Benedetti profetizza poi che siamo "... alla vigilia di una nuova, grave crisi economica", rischio accentuato non solo dalle politiche di austerità adottate nell'Unione europea ma dalle tecniche delle banche centrali, compreso il Quantitative easing della Bce di Draghi:
«Le banche centrali hanno tentato di cambiare mestiere: dopo cinquant’anni in cui il grande nemico era l’inflazione, hanno combattuto la deflazione secondo le vecchie teorie, creando moneta. Ma così hanno costruito una trappola. Hanno immesso sul mercato trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile e incalcolabile. Non ci sono più titoli da comprare. Ma questo, oltre a mettere in ginocchio il settore bancario, non ci ha fatto uscire dalla stagnazione e dalla deflazione».
Parole e giudizi che, dato il pulpito, hanno il loro peso e segnalano come, anche nei piani alti del potere economico e finanziario oltre ad un acuto senso di realtà serpeggi il panico. Il panico per l'avanzata dei "populismi di destra", che De Benedetti cita per nome e cognome: Trump, Le Pen, i governi nazionalisti ungherese e polacco, l'avanzata dell'estrema destra in Austria, Olanda, ecc.
Il Nostro è tranchant e agita il famigerato spauracchio: "una situazione da anticamera del fascismo".

Al giornalista che gli fa notare che in Italia non una destra reazionaria e xenofoba è alle porte del governo bensì il Movimento Cinque Stelle, De Benedetti risponde facendo gli scongiuri: "Non voglio nemmeno pensare all'idea che essi vincano le elezioni". Anche in questo De Benedetti indica la linea a tanta sinistra decotta: anatema sui Cinque Stelle in quanto "populisti".

Infine De Benedetti conferma che al referendum del 4 dicembre voterà NO e, nel caso di sconfitta Renzi dovrebbe dimettersi. Roba da portarsi la mano sinistra sulle parti basse.

Qual'è quindi la proposta del Nostro? 
Una alleanza tra il Pd renziano "e una parte dei voti e dell'apparato di centro destra". Egli è anzi più preciso: 
«Berlusconi aspetta col cappello in mano. Comunque finisca il referendum, ci guadagna: anche se vince il sì, Renzi avrà bisogno di lui. La scelta di Parisi si spiega così. Insieme, Renzi e Parisi si accorderanno, ridimensionando la sinistra e restituendo Salvini alle valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza».
E sorprendente, anzi quasi commovente che dopo profetiche sentenze sulle sorti del mondo e tanto aquilesco volteggiare, si razzoli nel pollaio come galline, riproponendo come soluzione politica, pensate un po', le... "larghe intese". Insistendo quindi con le stesse mediocri politiche di inciucio per tenere a galla il regime che, assieme alle crisi economica e sociale, ha alimentato e dato tanto slancio ai... "populismi".

La morale qual'è? E' che ai piani alti del potere economico, finanziario e istituzionale, i settori ancora oggi dominanti, strategicamente, non sanno che pesci pigliare, che non hanno alternative se non fare tatticamente quadrato attorno ai quegli stessi politicanti di cui per primi essi conoscono la miseria.

Su una cosa De Benedetti —al netto della inquietante sviolinata per il sionismo e Israele— ha ragione:
«Il lavoro è la sola cosa che conta; il resto è sovrastruttura. Il lavoro è dignità. Un Paese in cui manca il lavoro conosce prima o poi turbe sociali e sommovimenti».
Ben detto ingegnere!
E siccome più il tecno-capitalismo procede nella sua marcia trionfale più distrugge lavoro, diritti sociali e democrazia, aspettatevi "prima o poi turbe sociali e sommovimenti". Che poi i "populismi" siano per forza "anticamera del fascismo, e non piuttosto apripista di uno sbocco socialista, questo non è affatto detto, e si deciderà nel fuoco della battaglia.





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martedì 27 settembre 2016

QUAESTIONES D€ REFERENDI SUBTILITATIBUS (1...?) di Luciano Barra Caracciolo

[ 27 settembre ]

(Il punto interrogativo nel titolo è dovuto all'incertezza sulla proseguibilità del lavoro svolto sul blog: la shadow-censura dei links permane...)


1. Cominciamo dal quesito: secondo alcuni costituzionalisti, il quesito al referendum sulla riforma costituzionale sarebbe "corretto".

Ceccanti, utilizza un argomento formale-testuale: "le prassi seguite finora sui referendum che riguardano la conferma di riforme costituzionali sono chiare. Il quesito ha sempre riprodotto testualmente il titolo della legge di modifica approvata".

Ma questo costituzionalista, ordinario di diritto pubblico comparato, già senatore per il partito principale proponente della riforma:
"oltre ad essere uno tra gli ispiratori del progetto del Partito Democratico ed eletto all’Assemblea Costituente (ndr; di tale partito), è anche uno dei principali autori dello Statuto del PD...
Da sempre[3] sostenitore della necessità di riformare la Costituzione[4], prende più volte posizione a favore del sì al referendum costituzionale dichiarando, tra l'altro, agli inizi del 2016: "Dubito che l'opinione pubblica, al di là delle appartenenze politiche e culturali, voglia tenersi un sistema che ci potrebbe far ricadere nell'impasse del 2013 per la formazione del Governo e che in assenza di una Camera delle autonomie scarica i conflitti sulla Corte costituzionale. Il Presidente del Consiglio ci ha messo la faccia perché è la riforma che giustifica la prosecuzione della legislatura, ma il quesito è soprattutto su una indifferibile riforma, giusta nel merito che resterà anche dopo Renzi e che in realtà nella sua elaborazione era stata condivisa, sin dai lavori della Commissione di esperti del Governo Letta, anche dall'intero centro-destra" (sic, ex multis, il sunto di Wikipedia).

2. Più improntata a una ricostruzione problematica del quesito, in virtù della maggior distanza da propensioni politiche personali, risulta dunque la valutazione di Ainis:
"Purtroppo il vizio, se così si può dire, è all'origine. Risulta dalla tendenza ad attribuire alle leggi titoli accattivanti, con intuizioni che hanno solo un obiettivo di resa comunicativa.
I precedenti ci sono e i primi che mi vengono in mente sono il decreto definito Salva Italia o la legge sul mercato del lavoro chiamata Jobs Act. Ma anche il governo Monti si distinse con un nome particolarmente ammiccante come il decreto Crescita Italia. L'effetto, quando si passa al referendum su modifiche costituzionali, è che come in uno specchio il quesito riporta il titolo della legge...
All'origine dovevano accorgersi in parlamento anche di quale titolo andavano approvando. Non si può obiettare ora quando, purtroppo, tutto è stato fatto".
Dubitiamo, per come sono andate le votazioni nelle due camere, che qualcuno, anche volendo, potesse far notare, e formulare diversamente, la natura "comunicativa e accattivante" del titolo.

3. Però è vero che ormai quello che troverete sulla scheda elettorale è questo:


Mentre, per fare un esempio, altrettanta verosimiglianza e "resa" di quel che i cittadini saranno chiamati a decidere, avrebbe potuto rivestirla questa versione alternativa del quesito che trovate subito sotto; che, tra l'altro, non condivido pienamente, perché fa risaltare aspetti casta-cricca-corruzione-spesa-pubblica-improduttiva-per-la-politica, e non ne emerge, invece, il punto fondamentale della riforma, cioè la €uropean connection, cioè la vera posta in gioconel referendum:


4. Ma il "vizio" di impostazione logico-giuridica del fronte del "no", è cosa di cui non ci si può stupire.
Fa parte di un frame sempre più radicato e inestirpabile nell'opinione di massa: scollegare la riforma costituzionale dalla questione europea, è l'altra faccia dell'atteggiamento per cui l'euro è sbagliato e porta all'austerità "cattiva", ma rimane comunque una scelta irreversibile a fronte dei presunti "costi" dell'€xit, che vengono regolarmente sovrastimati, mentre si tace sui costi, in crescita esponenziale, del rimanere nella moneta unica.

5. Come rendersi conto della €uropean connections, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:
a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere- e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure econtenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.


d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.

ADDENDUM: sottolinerei, senza perderci troppo tempo, che se si è sentito il bisogno di questa interpolazione costituzionale su mission e configurazione contenutistica della funzione legislativa, evidentemente una ragione c'è (v. infatti il successivo n.4):


6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l'Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell'imposizione di tali politiche).
Queste nuove formulazioni appaiono avere una potenziale funzione omogenea a quella già avutasi con l'altra "grande" riforma imposta dall'Unione €uropea: il nuovo art.81 con il "pareggio di bilancio".
E, rispetto alla "consapevolezza" mostrata finora dalla Corte, il rischio è del tutto identico: nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull'obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di "pieno impiego"), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia", tra le fonti (dato che la Costituzione primigenia è superiore a quella derivante da revisione) nonché tra i valori storici della democrazia (norme "economiche", secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, non sarebbero, infatti, capaci di incidere sui rapporti sociali e politici. Cioè l'ordine politico-sociale sarebbe indifferente all'assetto economico, lasciato alla insindacabile ideologia perseguita dai trattati!).


7. Concludendo (sul punto riforma & €uropa), autocito una mail inviata a un amico con cui ci dolevamo delle difficoltà "a sinistra" - incluse quindi le ragioni esposte dai comitati per il "no"- a trattare con consapevolezza e senso della realtà la questione €uropea:
Non era affatto difficile portare all'attenzione dei non-colti e dei semicolti il legamecogente della riforma con l'€uropa. Era certamente più facile rispetto a qualsiasi altro aspetto: risparmi di spesa, semplificazione istituzionale, potenziamento dell'esecutivo e "governabilità: tutti elementi su cui infatti si litiga strenuamente perché oggettivamente contraddittori nel testo.
Ed infatti: basta vedere gli artt.1 e 10 della riforma (che ne sono il clou): si costituzionalizza l'obbligo di attuare il diritto UE come mission del parlamento e sostanza immancabile della funzione legislativa.
E' probabilmente l'unico aspetto precettivo non controvertibile di tutta la riforma.
Ergo, l'adesione all'UE-M, COSI' COM'E', risponde ora a un obbligo costituzionale, dato come presupposto indefettibile (superando le "giustificazioni" imposte dell'art.11 Cost. che si tenta di bypassare definitivamente): ciò impedirà, con forza ancor più travolgente, alla Corte cost. di sindacare qualsiasi aberrazione proveniente dall'UEM e renderà il diritto UEM integralmente e incondizionatamente superiore a ogni fonte nazionale.

Ma i "nostri" per evidenziare questo aspetto assolutamente centrale della riforma, avrebbero dovuto litigare con tutto lo Stato maggiore dei costituzionalisti ventoteniani (dalla Z. di Zagrelbesky...etc).. Invece se ne sono altamente strafregati:et pour cause.
Faccio notare, cosa che rileva rispetto allo stesso Lapavitsas, che neppure in Grecia sono giunti a manipolare il testo costituzionale per rendere irreversibili l'UE e l'euro.


8. Magari, un una prossima occasione, - essendo il referendum ormai fissato per il 4 dicembre (concomitante, pensate un po', col rinnovo del voto presidenziale in Austria), e quindi non mancando il tempo a disposizione- approfondiremo la "sostanza" della legittimità costituzionale della revisione..."costituzionale".
Una riforma il cui oggetto referendario non solo è vincolato da un quesito prestabilito nella versione "accattivante e comunicativa" sopradetta, non solo ha oggetti talmente multipli e diversificati, nonché sfuggenti agli stessi elettori (come quello attinente all'€uropa), da non poter essere riassumibili in alcun modo in un unico quesito ragionevole e intelleggibile; ma una riforma che, in più, ha un contenuto e un titolo-quesito che sono anche stati prestabiliti dall'Esecutivo.
Un Esecutivo che gestirà la campagna referendaria come una prova, una vera e propria "ordalia", per la prosecuzione del suo mandato e della legittimità della maggioranza parlamentare che lo sostiene.


*Fonte: Orizzonte 48

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