PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM  DELLA CLN
1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

martedì 22 agosto 2017

PAOLO BARNARD E L'ISLAM di Moreno Pasquinelli

[ 23 agosto 2017 ]
A scanso di equivoci: sono tra coloro che riconoscono ad uno Stato democratico il diritto di legiferare in materia di immigrazione. Ritengo anzi —tanto più se si è in presenza di flussi ingenti che impattano sul tessuto sociale del Paese— che esso abbia il dovere, come davanti ad ogni altro fenomeno, di dotarsi degli strumenti necessari per regolarlo e tenerlo sotto controllo.

Tre sole sono le correnti di pensiero che negano questo diritto-dovere ad uno Stato: la liberista, la cattolica, e l'anarchica. Per tutte e tre, seppure per diverse ragioni, la potestà e l'autorità di uno Stato sono sottordinate rispetto a enti o figure di grado superiore. Per i liberisti è al mercato che spetta la supremazia; per i cattolici la santa e cristiana civitas maxima o la comunità universale, prevale sempre sulle profane e arbitrarie costruzioni politiche umane; gli anarchici, com'è noto, negano in linea di principio ogni legittimità a qualsiasi forma politica statuale.

Nel mio recente saggio SINISTRA TRANSGENICA mettevo sotto accusa il pensiero cosmopolitico vigente e segnalavo la sua origine kantiana. Mi corre ora l'obbligo di spezzare una lancia a favore di Immanuel Kant, visto che nel suo Zum ewigen Frieden avanzava sì l'idea di un diritto cosmopolitico (weltbürgerrecht), ma nella cornice di una "Lega dei Popoli" che giammai implicava la negazione della sovranità delle singole nazioni.

L'obiezione politicamente corretta al principio che uno Stato sovrano ha il diritto-dovere di sottoporre al proprio controllo politico e giurisdizionale l'immigrazione, si fonda su due asseverazioni. La prima è che "migrare è un diritto umano universale e fondamentale", tale che esso non può in alcun modo essere ostacolato dai singoli Stati i quali, essendo costruzioni anacronistiche, dovrebbero anzi assoggettarsi davanti alla tendenza non solo ineluttabile ma auspicabile verso un ordinamento giuridico globale. La seconda è che
saremmo in presenza di un fenomeno epocale e irreversibile per cui ogni tentativo di regolazione sarebbe vano —discorso che, se ci fate caso, va in rima baciata con quello tipico degli xenofobi che parlando di "invasione", e fa il paio a quello dei corifei liberisti per i quali la globalizzazione dei mercati sarebbe oramai inarrestabile.

Una risposta esaustiva a queste due obiezioni ci porterebbe lontano. Se ho sottolineato le tre parole chiave —ineluttabile, irreversibile, inarrestabile— è perché esse svelano il principio errato che sta a loro fondamento: la concezione naturalistica della storia, l'idea che questa soggiaccia alle medesime leggi deterministiche del mondo naturale —andremmo qui ancora più lontano tirando in ballo la meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg. Invece nella storia, non solo tutto è transeunte, nulla è definitivo e irreversibile. 

Ma veniamo al punto.



Non nascondo che sono rimasto sconcertato da quel che ha scritto recentemente Paolo Barnard. Mi riferisco al suo TAQIYYA, E PERCHE’ L’ISLAM VA BANDITO DALL’OCCIDENTE, A PATTO CHE...

Se il titolo (L'Islam va bandito dall'Occidente) è categorico e francamente un po' fascista, alcuni passaggi del suo intervento sono ancora più brutali e spietati.

Sorvoliamo per carità di patria sulle ostentazioni di cultura islamica del Nostro —livello da Bar dello sport: vedi tirare in ballo la taqiyya, che si capisce subito che Barnard non c'ha capito una mazza, o l'infibulazione che anche i somari sanno che non è una pratica islamica.

Stupisce il conato d'odio, la violenza verbale, sulla falsa riga dell'islamofobia di certa
estrema destra cristianista e sionista o dei suprematisti bianchi recentemente assurti alle cronache. Ci ricorda la cazzata del sicofante Magdi Allam per cui 
«... La radice del male è insita in un Islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale».
Barnard non solo odia visceralmente l'Islam, ha un irriducibile disprezzo per ogni singolo musulmano, anzi, per essere più precisi, col pretesto della tenebrosa taqiyya, per ogni cittadino, foss'anche un onesto lavoratore, di origine araba o maghrebina, che dovrebbe, appunto "essere bandito dall'Occidente".

Non solo islamofobia. Questo è razzismo punto e basta, anzi un razzismo raddoppiato perché incrocia quello ontologico verso chiunque professi la fede musulmana, e quello biologico. Sentite infatti questa chicca: 
«Veramente, di tutte le culture, l’Islam di sti TAQIYYA/TAWAKKUL, sono la peggior feccia da avere in Italia, fanno schifo a vederli da tanto sono barbari. Siamo sinceri: i Filippini, i Peruviani, i Sudafricani, i Kurdi, i Cinesi fanno così schifo come sti stronzi islamici?». 
Come se i curdi non fossero musulmani, come se non ci fossero musulmani tra i cinesi, i filippini o gli africani. Per la cronaca Barnard: gli italiani di fede islamica sono circa
100mila. Che facciamo bandiamo anche loro? Li priviamo della cittadinanza? Li chiudiamo in un lager?

Barnard giunge quindi a magnificare la civiltà occidentale, malgrado la sua storia sia stata segnata per secoli e secoli da un integralismo religioso non meno brutale di quello di certe sette musulmane, malgrado l'Occidente si sia macchiato, col colonialismo e oggi ancora con l'imperialismo, di crimini che fanno impallidire quelli commessi dai califfi e dai sultani. 
«STI ISLAMICI DEVONO AVERE IL TEMPO CHE NOI ABBIAMO AVUTO PER CAPIRE COS’E’ LA CIVILTA’, DEVONO AVERE I LORO ROUSSEAU, I LORO BECCARIA, I LORO MAZZINI… MA...DEVONO AVERLO A CASA LORO. LIBERI DA NOI. NON A CASA NOSTRA, CAZZO».
Qui l'ignoranza è abissale, quanto becera è la vanagloria eurocentrica: l'Islam, caro Barnard, ha avuto nel corso dei secoli così tante scuole di pensiero, così tanti innovatori e riformatori, anzi veri rivoluzionari, di quanti ne abbiamo avuti in occidente e spesso con migliore fortuna.

Quelli come Barnard sono l'immagine speculare dei fanatici takfiri dello Stato Islamico. Questi ultimi, per giustificare il loro disprezzo dell'occidente, come un disco rotto, si scagliano contro le crociate, come se tutta la ricca e complessa storia del cristianesimo,  si risolvesse in quella sciagurata impresa.

C'è da chiedersi da dove venga  tale cieca islamofobia, tanta irrazionale e tenebrosa paura del musulmano. C'è chi dice che tale timore sia un sintomo della crisi d'identità dell'Occidente, della cosiddetta "perdita di valori", quindi dello spavento che si prova dinnanzi a chi invece, per i suoi valori, è disposto a tutto, anche al sacrificio della propria vita.

C'è chi mi suggerisce che questo non sia affatto il caso di Barnard, che egli maledice l'Islam perché, "rendendo le donne sarcofaghi umani", impedisce a queste di concedersi tanto facilmente ai maschietti occidentali come lui il quale, com'è noto, mise in bella mostra la sua nudità, erezione compresa, e non esita a vantarsi di andare a troie (preferibilmente slave) per i viali di Bologna.








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LA SICILIA CHE VOGLIAMO di Beppe De Santis

[ 22 agosto 2017 ]

LE ELEZIONI SICILIANE DEL 5 NOVEMBRE SONO ALLE PORTE. 
Mentre i due poli di regime, centro-sinistra e centro-destra annaspano e inciuciano nel disperato tentativo di evitare la disfatta, i Cinque Stelle, malgrado gli evidenti limiti della loro proposta politica, sembrano i soli ad avere il vento in poppa, certi che in Sicilia otterranno una rivincita dopo la batosta ricevuta alle ultime amministrative di giugno. Fuori e contro questo teatrino mediatico prosegue l'impresa degli amici di "Sicilia LIbera e Sovrana" raccolti nella lista NOI SICILIANI CON BUSALACCHI.
Mentre essi stanno girando in lungo e largo l'Isola per chiudere le liste nelle nove province, prosegue la discussione sul programma elettorale. Giorni addietro avevamo pubblicato alcune loro prime tesi politiche. Questa volta Beppe De Santis, uno dei promotori della lista entra nel concreto e propone dieci punti (alcuni da sviluppare) in vista di un governo popolare di svolta e di rottura.

Articoli precedentemente pubblicati sulle prossime elezioni siciliane:



Per difendere e salvare la Sicilia dalla partitocrazia neoliberista e dalla bancocrazia speculativa

Contributo alla piattaforma di “Noi Siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana”

   I - Il LAVORO PRIMA DI TUTTO   

fondamento del benessere, della dignità, della libertà.

Un PIANO STRAORDINARIO DEL LAVORO,

per 200.000 posti di lavoro a tempo indeterminato,

promosso e finanziato dal settore pubblico.

Nei seguenti sette ambiti prioritari:

-agricoltura, pesca e cibo;

-ambiente, a partire dalla prevenzione antincendio,

dissesto idro-geologico, protezione civile, rigenerazione urbana, riuso edilizio, bioedilizia;

-cultura e turismo, artigianato tradizionale di qualità;

-manutenzione straordinaria e ripristino dell’intero sistema viario interno, rurale e montano;

-energie alternative;

-servizi sociali e sociosanitari, prioritariamente per anziani, portatori di handicap non autosufficienti e lungodegenti;

-rinnovamento e reintegrazione generazionale della Pubblica Amministrazione, con assunzioni di alcune centinaia di giovani altamente professionalizzati, attraverso una selezione rigorosa e trasparente.

   II - PRODURRE E VENDERE SICILIANO   

Innanzitutto, prodotti agricoli e agroalimentari.

La leva strategica è rappresentata dall’enogastronomia,

dal mirabile CIBO SICILIANO, buono, pulito e giusto.

E’ lo “STILE DI VITA MEDITERRANEO”, o Dieta Mediterranea, riconosciuto dal mondo, tramite l’ONU-UNESCO, quale patrimonio culturale dell’Umanità. In sintonia con l’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco.

Ciascuno dei 390 Comuni siciliani diventi “Comunità dello Stile di vita mediterraneo”, coinvolgendo agricoltori, artigiani trasformatori, enogastronomi e ristorazione, commercianti, intellettuali e tecnici, scuola e Università, Parrocchie, Pro-loco, esperti di marketing e di web-marketing.

“Rifondare lo Stile di vita mediterraneo” sarà anche uno dei criteri – sotto il profilo dei contenuti formativi e di ricerca-per potenziare, riformare e riqualificare la Ricerca , l’Università, la Scuola, e, il Sistema Regionale della Formazione Professionale, prima devastato e poi criminalizzato dalla partitocrazia predatoria.

La produzione agroalimentare siciliana rappresenta soltanto l’8% dell’intero consumo agroalimentare dei 5 milioni di siciliani: una distorsione impressionante, uno scandalo.

Il primo obiettivo è la riconquista di una quota sostanziale del mercato agroalimentare interno, oltre che rafforzare la conquista dei mercati esterni.

Il presupposto essenziale consiste nel combattere e liquidare l’insieme dei Trattati Europei e Internazionali che hanno imposto la colonizzazione selvaggia dei nostri mercati da parte dell’olio tunisino, degli agrumi marocchini, del grano cancerogeno canadese e così’ via. A partire dalla difesa ad oltranza del grano siciliano storico.

   III - INFRASTRUTTURE PRIMARIE DI BASE PER LO SVILUPPO E IL BENESSERE   

Infrastrutture, trasporti, logistica, soprattutto, SISTEMA VIARIO INTERNO hanno bisogno di un intervento tempestivo e di emergenza, una vera e propria terapia d’urto.

In particolare, un intervento di manutenzione straordinaria e di ripristino del SISTEMA VIARIO INTERNO, che serve i 350 Comuni piccoli, interni, rurali e di montagna, è vitale , determinante per la qualità di base della vita delle popolazioni, premessa elementare di ogni sviluppo: per la mobilità primaria, per l’accesso ai servizi fondamentali di welfare (sanità e pronto intervento ,protezione civile, punti nascita, scuola, servizi sociali),per la logistica agroalimentare di base, per il turismo diffuso.
Franco Busalacchi


Occorre spendere e bene da 300 a 500 meuro, in un biennio, mobilitando -nell’attuazione - ciascuno dei 390 Comuni siciliani, con la propulsione e il controllo centrale, autoritativo e sostitutivo ( se necessario) ,di una CABINA DI REGIA regionale, che risponda direttamente alla Presidenza della Regione. Alcune diecine di migliaia di edili potranno immediatamente lavorare, con il supporto di un paio di migliaia di geometri, ingegneri, architetti, geologi e urbanisti.

Contestualmente, va destrutturato il vero e proprio mostro rappresentato dal MONOPOLIO PRIVATO (Morace, Franza, Genovese, Matacena), che gestisce, in modo inefficiente, ricattatorio, speculativo e corruttivo, il traghettamento dello Stretto di Messina e alle Isole Minori, riconsegnando immediatamente la funzione alla mano pubblica.

   IV - LE RISORSE PER METTERE IN SICUREZZA LA SICILIA DAL DEFINITIVO TRACOLLO  

I soldi ci sono, si possono trovare, si possono correttamente generare.

Proponiamo sei misure contestuali di reperimento e spesa delle risorse.

1 - Usare presto e bene i circa 15 MLD della cosiddetta programmazione 2014-2020, destinati alla Sicilia: Programmi Operativi Regionali (PO FESR, PO FSE, PSR, Feamp-Pesca),quota siciliana di competenza dei 10-12 Programmi Operativi Nazionali (PON),quota siciliana del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC, già FAS, già Cassa per il Mezzogiorno), altri fondi nazionali ed europei.

2 - Riconquistare integralmente alla Sicilia i fondi dovuti ex Statuto Speciale ( parte integrante della Costituzione italiana), abbondantemente, sfrontatamente rapinati negli anni. Obiettivo che deve essere fatto proprio dall’intero movimento sovranista costituzionale nazionale, sulla base del PATTO tra sovranisti italiani e sovranisti siciliani , sottoscritto nel luglio 2017.

3 - Istituzione della Banca Siciliana di Investimento (BSI), al servizio del micro, piccole e medie imprese isolane, riunificando in un’unica entità le tre attuali agenzie finanziarie siciliane (CRIAS, IRCAC,IRFIS).

4 - Attivazione della MONETA COMPLEMENTARE siciliana, sulla base delle esperienze e delle proposizioni elaborate e legittimate a livello nazionale e internazionale, obiettivo che- tra l’altro- ha motivato la designazione di Antonino Galloni a Assessore all’economia della Sicilia.

5 - Conflitto frontale e strategico contro il finanzcapitalismo finanziario globale, contro le oligarchie neoliberiste globaliste, contro la bancocrazia speculativa, e, battaglia per l’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro, per il ripristino delle sovranità nazionale, monetaria e democratico popolare. Tale conflitto, a favore degli INTERESSI DEL SISTEMA SICILIA, trova proprio nell’Isola un banco di prova cruciale , un campo di battaglia strategico, per la drammaticità estrema nella quale il neoliberismo dominante- da oltre trent’anni -ha cacciato la Sicilia, e, per la capacità conflittuale aspra, sia pure intermittente, che la Sicilia ha saputo storicamente esprimere, in alcuni tornati decisivi della Storia ( Fasci siciliani, Movimenti autonomisti e di autodeterminazione, Movimenti contadini, Rottura milazzista del 1958, Movimenti antimafia degli anni ’90).

6 - Lotta –cum grano salis, con discernimento- agli sprechi e agli sperperi amministrativi e politici, recupero di risorse e loro allocazione produttiva e socialmente utile, naturalmente in una logica anti-neoliberista, perché non poche delle attuali lotte anti-spreco e anticasta, sia pure condotte- a volte- in buona fede, finiscono per scivolare sotto il tallone egemonico del neoliberismo globalista.

   V - DIFESA STRATEGICA DELLA SANITÀ PUBBLICA E FUORI LA LOTTIZZAZIONE POLITICA     

   VI - RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA GENERALIZZATA E SUPERAMENTO IMMEDIATO E INTEGRALE DEL SISTEMA PARAMAFIOSO DELLE DISCARICHE   

   VII - ACQUA PUBBLICA   

   VIII - PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LAVORO PUBBLICO  

Sette le azioni prioritarie

1- Devoluzione e Decentramento di risorse, poteri e competenze dalla Regione ai Comuni, fondamento della partecipazione, della democrazia, dell’identità e dello sviluppo locale sostenibile.

2- Riaccorpamento della PA centrale regionale in 6-7 MACROAREE funzionali.

3- Concentrazione in un unico organo centrale, alle dirette dipendenze della Presidenza della Regione, dell’intera gestione delle risorse e dei programmi della Programmazione 2014-2010.
Erasmo Vecchio, Massimiliano Musso, Franco Busalacchi e Beppe De Santis


4- Ripristino della distinzione – e delle funzioni distinte e complementari- tra Ruoli amministrativi e Ruoli tecnici dell’organico regionale, e, ripristino, del Ruolo decentrato, onde evitare la mobilità al centro e la scopertura conseguente degli organici decentrati.

5- Liquidazione immediata e definitiva dell’intera rete dei carrozzoni della “Partecipate regionali”.

6- Ridare funzione sociale e onore al LAVORO PUBBLICO. Superando il mix e le patologiche oscillazioni tra autoreferenzialità, dipendenza servile nei confronti del potere politico, accondiscendenza, e, delegittimazione generalizzata, a volte, criminalizzazione generalizzata del lavoro pubblico.

Non esiste, non può esistere uno Stato democratico degno di questo nome, una Regione autorevole, legittimata e funzionale (efficiente ed efficace), in assenza di un lavoro pubblico autorevole, legittimato. Stimato, efficiente ed efficace, socialmente onorato.

Ricordiamo che uno dei punti di attacco, tra i più insidiosi, del pensiero unico neoliberista è la delegittimazione, l’impoverimento, lo sputtanamento generalizzato, la dissoluzione perfino, del LAVORO PUBBLICO.

Dunque: decentramento, accorpamento in Macro-aree, concentrazione della spesa, riordino ruoli, liquidazione dei carrozzoni, formazione vera permanente e generalizzata, incentivi e buoni contratti di lavoro, rinnovamento generazionale degli organici, ri-motivazione e valorizzazione di tutti i lavoratori pubblici nessuno escluso.

7- La regione informatizzata e trasparente. La “OPEN REGIONE”. Ci sono, oggi, tutte le condizioni per realizzarla. Ci sono già tutti i progetti pronti, e le sperimentazioni fatte. Occorre soltanto ATTUARE. Finora, non lo si è fatta, la OPEN REGIONE, perché la piena trasparenza della Regione avrebbe fatto saltare una marea di affari, di clientele, di comitati di affari, come ha dimostrato, recentemente, lo scandalo dei traghetti per le Isole Minori, in mano al signor Morace, corrotto e corruttore.

   IX - L’IMMIGRAZIONE VA REGOLATA E GOVERNATA

La retorica ipocrita e buonista favella di una “Sicilia eternamente accogliente e paziente”. Storicamente meticcia, a melting pot realizzato.

Una delle tante immagini posticce e mistificatorie della povera Sicilia.

Certo, la Sicilia è soprattutto un approdo di transizione. Gli immigrati vi approdano, per andare altrove.

Ma, non è solo così.

Le pianure- e le colline- agricole e agroalimentari, remote, vaste e assolate della Sicilia meridionale, centrale, centro-orientale, rigurgitano di migliaia e migliaia di disperati, di sfruttati, di oppressi, di “fantasmi”, non di rado sotto il tallone del più estremo e sadico caporalato, anche – ci mancherebbe-in salsa mafiosa.

Il piccolo inferno delle SERRE.

E tutti fanno finta di non vedere.

E così, in centinaia di migliaia, esistono- e sopravvivono- i fantasmi di cento e cento piccoli cantieri edili, fantasmi anch’essi: lavoro nero, lavoro oscuro, lavoro cupo, lavoro schiavistico.

E migliaia e migliaia- di fantasmi, e, semi-fantasmi- nella ristorazione e nel turismo.

Frattanto, accanto ad esperienze positive e corrette di gestione dell’Accoglienza- il business dell’immigrato ferve, nell’accogliente Sicilia. Come dimostra il super- scandalo del CARA-Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo- di Mineo, nelle mani dei delinquenti di “Area Popolare” del leggendario Angelino Alfano.

Il sottoproletariato d’immigrazione compete e brutalmemte con il proletariato e sottoproletariato dolenti di Sicilia. Altro che balle.

Frattanto, soltanto da Palermo, vanno via circa 1000 giovani, proletari, precari e lavoratori di varia età , ogni mese.

C’entra questo, con l’immigrazione sregolata? Certo, che c’entra.

Volete un segno, micidiale, tutto politico, di disagio? La mancata rielezione, a Sindaco di Lampedusa, della sempre osannata Giusi Nicolini.

C’entra questo? C’entra.

Quindi, l’immigrazione va regolata e governata. Anche in Sicilia, per la Sicilia e dalla Sicilia. I confini di uno Stato sovrano sono uno scherzo soltanto per gli idioti e gli affaristi.

Distinguendo Rifugiati e Immigrazione Economica.

Stabilendo quote compatibili, funzionali, programmate e governate. Per la Sicilia e per l’Italia.

   X - LA SICILIA DEVE ESSERE TERRA DI PACE   

Il 1° luglio scorso, una ampia delegazione di “Noi Siciliani con Busalacchi-Sicilia Libera e Sovrana” ha partecipato ufficialmente all’annuale manifestazione “NO MUOS”, svoltasi a Niscemi.
Beppe De Santis

I siciliani sono orgogliosi della loro storia e della loro identità. Fino alla stizza.

Orgogliosi della centralità mediterranea dell’Isola, se non altro per oggettività geografica.

I siciliani si vantano per il fatto di essere-poter-essere-ponte di pace nel Mediterraneo.

Ma, allora, occorre coerenza.

E fare i conti con la realtà.

E la realtà è che la Sicilia -oltre i fumi della retorica e dei desideri- è un'Isola tra le più armate della Terra.

Armata di basi americane, pericolose, in senso offensivo.

Pericolosissime nella prospettiva difensiva. In caso di guerra guerreggiata, la Sicilia sarebbe uno dei primi bersagli mediterranei da parte degli offensori.

Proprio perché, oltre le basi, c’è il MUOS (Mobile User Objective System),un sistema di comunicazioni satellitare (SATCOM) ad alta frequenza, gestito direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Un nodo centrale del sistema geostrategico globale degli USA.

Non si scherza con le basi , atomiche, e con i MUOS.

Il MUOS deve essere rimosso, a partire da una ragione universale e indiscutibile: gli acclarati effetti nefasti sulla salute della cittadinanza tutta, delle donne in maternità, dei bambini. Il Movimento “No MUOS”, per oltre un decennio non ha mollato. Noi siamo parte di questo Movimento.

Ma, la questione è più di fondo: occorre riprendere tout court la profetica battaglia di Pio La Torre, contro le basi americane in Sicilia. Uno dei possibili motivi veri , indicibili, del suo assassinio.

Vediamo. La Sicilia, il Mezzogiorno e l’Italia possono - e debbono- avere un autorevole ruolo geoeconomico e geopolitico, nel prossimo e medio futuro, soltanto se si riclassificano esplicitamente come SOGGETTO GEOPOLITICO E GEOECONOMICO DEL MARE (in particolare nella prospettiva, per noi necessaria, di riconquistare la piena sovranità nazionale costituzionale, fuoriuscendo dalla Unione Europea e dall’Euro), e , quindi, del Mediterraneo (Cfr. l’ultimo numero della Rivista di geopolitica, “LIMES, il n. 6/2017, intitolato “Mediterranei”).Le prospettive di sviluppo sostenibile e di benessere presuppongono la PACE nel Mediterraneo, pace solida e duratura. Un mare di pace. Una Sicilia di pace. Non si scappa.

Mediterraneo di pace significa Sicilia di sviluppo e benessere.

Mediterraneo di guerra significa Sicilia super-colonia di sottosviluppo, di malessere, con la stessa democrazia ordinaria pesantemente ipotecata.

Non si può essere per la piena Autonomia, e, per l’autodeterminazione, a metà servizio.

Peraltro, la vecchia NATO, quella della Guerra Fredda, non ha più ragione di essere, dato che la Guerra Fredda è liquidata da decenni.

La strategia – e la prassi- della “Sicilia Terra di Pace” non può che inserirsi in questi scenari mutanti, di innovazione, anche geostrategica.


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lunedì 21 agosto 2017

GIÙ LE MANI DAL COMPAGNO BAGNAI!

[ 21 agosto 2017 ]

Leggendo un recente post su gooynomics veniamo a sapere che Alberto Bagnai è stato denunciato in sede civile da un pennivendolo poiché il Nostro lo avrebbe "offeso". Nessuna ingiuria ci fu, solo l'aver fatto notare che in giro ci sono tanti somari che parlano a vanvera. Ebbene, rito per direttissima e Bagnai è stato condannato al risarcimento di 5mila euro (ne erano stati chiesti ben 40mila). Cogliamo l'occasione per esprimere, assieme all'indignazione per questa condanna (che rischia di essere un inquietante precedente), la nostra più sincera solidarietà a Bagnai.
E lo facciamo rilanciando un suo recente e istruttivo intervento.

I disoccupati“veri”in Italia sono il 30%: più che in Grecia
di Alberto Bagnai


Fra due anni, Mario Draghi terminerà il suo mandato alla Bce, lasciando in legato al suo successore un bel patrimonio di frasi celebri. Tutti ricordano l’icastico whatever it takes, e per un’ottima ragione: affermando il 26 luglio 2012 la volontà della Bce di intervenire sui mercati a qualunque costo, Draghi invertì la tendenza dello spread, che stava crescendo nonostante l’Italia fosse stata “salvata” da Monti per decreto nel dicembre 2011.
Bastò la parola. Poi, col tempo, non bastò più. Il 22 gennaio 2015, Draghi annunciò che sarebbe partito il quantitative easing ( Q E) , l’incubo degli economisti rigorosi: 60 miliardi di euro sarebbero stati messi in circolo ogni mese in cambio di titoli detenuti dalle banche. Il decollo dell’inflazione, che Draghi auspicava e i rigorosi temevano, non ci fu (lo avevamo anticipato su queste colonne il 31 dicembre 2014), tant’è che il QE pare sia destinato a continuare.
AL POSTO dell’inflazione, abbiamo avuto un’altra frase celebre: “Ci sono forze che congiurano a tener bassa l’inflazione” ( Francoforte, 4 febbraio 2016). Spiazzati dall’elegante scelta lessicale, i beceri social media cianciarono di un Draghi complottista. Fu un peccato, perché così si perse il senso epocale di quella affermazione: Draghi confessava che la moneta non causa i prezzi. Restava da capire cosa li causasse. In fondo, le cose stavano andando meglio, ci veniva detto: l’economia riparte, la disoccupazione scende. Hai visto la Spagna? Hai visto l’Irlanda? Ma allora perché, nonostante tutti questi miracoli, i prezzi languono? Finalmente, nel maggio scorso, è arrivato l’ennesimo “contrordine compagni!”: nel Bollettino n. 3 dell’11 maggio 2017, la Bce ci informa che la disoccupazione nell’Eurozona non è bassa, tutt’altro!


I dati ufficiali la sottostimano: tenendo conto non solo dei disoccupati (persone che cercano lavoro), ma anche degli scoraggiati (persone che non cercano più lavoro ma vorrebbero lavorare) e dei sottoccupati (persone che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma hanno ottenuto solo un part time), la disoccupazione media dell’Eurozona passerebbe dal 9.5% al 18%. E che c’entra questa storia con l’inflazione? Il fatto è che: “Le risorse inutilizzate gravano sulla dinamica dei prezzi e dei salari”. Tradotto: i prezzi non dipendono da quanta moneta si stampa (come dicono i neoliberisti), ma dalla disoccupazione (come dicono i keynesiani). Se fuori della porta c’è un esercito di persone disposte a lavorare a meno, sarà difficile spuntare un salario dignitoso. Con salari bassi l’imprenditore prima è contento, perché abbassa i prezzi e paga poco il lavoratore, e poi chiude, perché smette di fatturare: se i lavoratori non hanno soldi in tasca, chi compra i beni prodotti ( nonostante i prezzi bassi)?
Si chiama “crisi di domanda interna”, e non si risolve quando lo Stato “stampa” moneta (l’ha detto Draghi), ma quando la spende per investimenti (per esempio ricostruendo nelle zone terremotate). Quest’ultima cosa non si può fare, perché l’Europa si oppone: c’è il pareggio di bilancio e poi aiutare

gli imprenditori terremotati è violare la concorrenza! Intanto, Draghi stampa... Vi chiederete: quella che la disoccupazione ufficiale è sottostimata è una novità? Assolutamente no. Negli Stati Uniti, per esempio, vengono pubblicate da tempo 6 misure del tasso di disoccupazione, l’ultima delle quali, U6, tiene conto di scoraggiati e sottoccupati.

I dati che vedete sono stati ottenuti con calcoli analoghi. Per una volta abbiamo la triste soddisfazione di arrivare primi: nel 2016 il nostro U6 è, se pure di poco, superiore perfino a quello della Grecia, e questo per la fortissima incidenza di scoraggiati. Si spiega così l’avanzata del cosiddetto populismo, e la batosta del Pd alle ultime elezioni.
SE INVECE osserviamo nel tempo la situazione dei quattro grandi dell’Eurozona, vediamo che dalla crisi in poi la Germania sta sempre meglio, e la Francia sempre peggio: questo ci spiega il rapido calo di popolarità del neoeletto Macron, che parla di rigore a un Paese in crescente affanno.


La disoccupazione U6 aiuta a capire tante cose: ma allora perché noi, nella nostra ansia di emulare gli Usa unendo l’Europa, non partiamo da questa cosa piccola ma essenziale: dotarci di una misura attendibile della tensione sul mercato del lavoro? La risposta è semplice: perché da quando ha abbandonato la flessibilità del cambio la nostra economia, a differenza di quella americana, si basa sulla disoccupazione competitiva. Quando arriva una crisi, vince il paese che taglia i salari prima e più del vicino, cioè che alza prima la disoccupazione: si chiama “svalutazione interna”.
NATURALMENTE, a ffinché questo gioco sia politicamente sostenibile, occorre che sia subdolo: l’esercito industriale di riserva deve mimetizzarsi nelle statistiche. Ed è questo il motivo per il quale la maggior parte di voi fino a oggi conosceva solo gli U2 (il gruppo), ma non gli U6 (i disoccupati). Qualche conte Attilio avrà invitato a troncare, sopire... Peccato: per una volta che eravamo in testa a una graduatoria! Lo dice San Draghi. A maggio la Bce legò questi numeri e l’inflazione zero: bassi salari, prezzi fermi.



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LO SMARTPHONE COME ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA

[ 21 agosto 2017 ]

Consegnamo ai nostri lettori un articolo tratto da la Lettura, allegato al Corriere della Sera del 20 agosto 2017. Tratta della cosiddetta iGen, la generazione dell'iPhone, ovvero i nati tra il 1995 e il 2012.
Chi pensava che più in basso della generazione Millennial non si potesse andare, si sbagliava.




«Prosciuga il cervello» 
Lo smartphone ai ragazzi divide gli accademici 
di Costanza Rizzacasa D’Orsogna 


«Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain, letteralmente «prosciugamento del cervello». 

È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. 
L’età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney. Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alle cognizioni, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. 

Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen, in uscita negli Usa in questi giorni. iGen, ovvero la generazione dell’iPhone, l’altro appellativo della Generation Z
I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’avevano in tasca. 
In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni. 
«L’avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». 
A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati. 
Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’85% di Baby Boomer e Gen X
Il risultato è un crollo dell’attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991). Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. 
«La crisi della mascolinità, l’assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». 
Il risultato? 
Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere. 
Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210: il lavoretto estivo. Oggi ce l’ha meno di un terzo dei teenager, e l’oggetto più desiderato non è l’auto, ma lo smartphone. 

È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet. Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. 

Secondo l’annuale indagine Monitoring the Future, i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno. La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo (Fear of missing out, la paura di essere esclusi). 

E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’inadeguatezza. E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’età. Nel 2015 il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche. 
«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catherine Lumby, docente all’australiana Macquerie University – con l’avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». 
Altri invece, mentre sottolineano l’insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici. 
«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori». 
Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’etica del lavoro, negli iGen, è diversa: 
«Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». 
Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’uso di droghe illegali tra teenagers è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina. Greenfield ne è convinto. 
«In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo»

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domenica 20 agosto 2017

LA PRIMA LEGGE DELL'UNIVERSO BIOLOGICO (PLUB) di Fiorenzo Fraioli

[ 20 agosto 2017]

«A Luigi, che è, appunto, un famoerpartitista (e non c'è naturalmente nulla di male, e lui sa che io lo stimo), penso di aver detto una volta per scherzo che se mi davano una disoccupazione al 30% come in Germania dopo l'austerità (quella di Brüning), il partito glielo facevo in un attimo. Ho fatto male a dirglielo, perché in effetti siamo messi peggio. Speriamo che se ne sia dimenticato: altrimenti, la sua sarà la tessera numero uno (ma il partito non si farà in un attimo: anzi, non si farà per niente)».

(Alberto Bagnai nel post "La disoccupazione in teoria e in pratica")

Dunque, se ho capito bene, er partito non si poteva fare prima perché ce vojono i sòrdi, non si può fare adesso ma non si capisce perché. Forse perché, con una disoccupazione superiore al 30%, sarebbe un partito nazistoide? Come sapete ho smesso da tempo di sforzarmi di capire il pensiero di Bagnai su uno dei versanti della sua specializzazione, quello politico, e mi limito a leggere le sue analisi economiche. Sempre più svogliatamente, per altro, perché una volta afferrato il concetto che avere una moneta unica senza Stato conviene solo al capitale e ai paesi più forti, non è che, ingozzandosi di dati e analisi, le cose possano cambiare. Il punto è che la Storia non è razionale, e men che mai razionalmente economica! Salvo a posteriori, in ogni senso.

E' giunto il momento, però, che io vi metta al corrente della Prima Legge dell'Universo Biologico (nel seguito PLUB) da me stesso medesimo di pirsona pirsonalmente scoperta all'età di quindici anni, che ho inutilmente tentato di far capire nel mondo di melassa degli psichicamente subordinati nel quale mi sono trovato a passare quasi tutta la mia vita. E che, forse, adesso entrerà nella zucca di molti di loro:

Prima legge dell'universo biologico - PLUB: Ogni entità biologica tende ad espandersi fino a quando non trova almeno un altro organismo che la fermi.

L'ho scoperta il giorno in cui, uscendo di casa furibondo dopo un litigio con mio padre, incontrai per strada un energumeno che era solito deridermi davanti a tutti, cosa che sopportavo perché il suddetto era molto più grosso di me. Non però quel giorno, in cui ero carico di adrenalina e di aggressività verso il padre (anche lui molto più grosso di me e comunque intoccabile per ovvie ragioni). Ecco, quel giorno l'entità biologica grossa venne fermata, da allora e per sempre, dall'entità biologica piccola, che le si scagliò contro con una furia mai vista. Da allora il fringuello poté circolare per strada senza più timore.

La PLUB non si applica solo ai singoli organismi, ma anche alle società che questi formano, ed ha validità in ogni genere di conflitto. Anzi, ne è il presupposto ontologico. In pratica, vi sto dicendo che la PLUB è all'origine sia della lotta di classe che dei confronti geopolitici, nonché (mi pare ovvio) dei litigi tra fidanzatini. Ne consegue che invocare l'avvento di una fumosa razionalità degli agenti economici che possa evitare il massacro sociale conseguente all'adozione di una moneta che (Illo dixit 2 dicembre 2012) è un metodo di governo, è un errore politico bello grosso.


Insomma er partito s'adda fa', e si farà perché la Storia non si ferma nemmeno davanti al portone dell'Accademia. Ed io non ho mai capito perché, dopo aver sostenuto che l'euro è un metodo di governo, Alberto Bagnai si sia messo a deridere i #famoerpartitisti, di fatto lasciando cadere l'opzione di muoversi con anticipo rispetto alla necessità ontologica di farlo comunque ma, ahimè, con anni di ritardo.

Per quanto mi riguarda, sono da sempre un #famoerpartitista. Quando nel 2005 incominciai a far politica, immediatamente pensai alla partecipazione alle elezioni amministrative comunali, tant'è che fui tra i principali promotori di due liste civiche a Frosinone nel 2007 e 2012; nello stesso periodo mi avvicinai al m5s, sempre con la stessa visione: costruire, per dirla nel gergo goofynomico, un #movimentodarbasso. Lasciato il m5s e conosciuto Bagnai, dopo aver appreso molto da lui (ma non solo da lui) pensai che egli potesse diventare una leva fondamentale per la costruzione di un #movimentodarbasso su scala nazionale, operazione che immaginavo potesse essere condotta a termine nel giro di cinque anni, dapprima con una non partecipazione attivaalle elezioni politiche del 2013, successivamente con una chiamata generale all'impegno politico, sì da essere pronti per quelle del 2018. Nulla di tutto ciò è minimamente accaduto (non solo a causa della sua opposizione, ad esser sincero) e tuttavia la necessità ontologica di organizzare politicamente il mondo del lavoro si ripresenta oggi e si ripresenterà in futuro, sempre e comunque. Per una semplice e banale ragione: non c'è alternativa.

La verità è che si sono persi cinque anni per andar dietro all'illusione che la razionalità economica avrebbe preso il sopravvento. Ebbene, chi ha detto che prima era troppo presto e adesso troppo tardi si collochi. La statistica, che serve a dimostrare che ha vinto chi era più forte è (forse) una scienza, ma funziona a posteriori (in ogni senso) e pertanto non determina il futuro. Al massimo, salvo errori e/o manipolazioni dei dati, sancisce il passato.

E adesso primitivo di Manduria! Prosit...

* Fonte: Ego della rete

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sabato 19 agosto 2017

BRANCACCIO: SE L'ECONOMISTA FA CILECCA di Alessandro Visalli

[ 19 agosto 2017 ]

Ci eravamo occupati qualche giorno fa dell'ultima uscita di Brancaccio sull'immigrazione. 
La cosa davvero brutta è che l'intervento di Brancaccio era parte di una sinfonia in cui il direttore d'orchestra risultava, non a caso, Eugenio Scalfari. Il quale, udite! udite! così scrive
«…Ma se invece di ragionare su un processo millenario ragioniamo di un processo di pochi secoli, allora l’Africa diventa un elemento positivo, che va aiutato in tutti i suoi problemi. E non solo l’Africa, ma tutti i popoli migranti che hanno di mira Paesi di antica ricchezza, con i quali convivere nel tentativo di ridurre le disuguaglianze. La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana».
Lo scivolone di Brancaccio non è sfuggito nemmeno a Visalli, che sul suo blog ha scritto quanto segue.

L’economista marxista Emiliano Brancaccio è da molti anni uno dei più coerenti e determinati critici dell’assetto delle cose, con il tempo ha guadagnato, dalla sua cattedra periferica a Benevento, una certa capacità di intervento nella sfera pubblica, anche su testate rilevanti come L’Espresso (o il Sole 24 Ore). 
È il caso di questo intervento agostano, nel quale costruisce un sillogismo piuttosto schematico:
1.      se la sinistra di governo si è in passato schiacciata sul liberismo (inseguendo la svalutazione del lavoro, la liberazione dei capitali e la riduzione del ruolo dello stato in economia),
2.      e se lo ha fatto in cerca di una identità (suppongo dopo il crollo dell’identificazione con il socialismo, più o meno “reale”), “scimmiottando l’avversario”,
3.      allora anche oggi la tendenza a introdurre elementi di critica alla piena liberazione dei flussi di emigrazione dai paesi poveri del mondo è solo un’altra manifestazione di questa “tentazione”. Quella di andare dietro questa volta alla “destra xenofoba” (l’altra volta a quella tecnocratica neoliberale), emulandola.

Insomma, la sinistra sarebbe in crisi perché attua politiche di destra e si dimentica di essere se stessa. Sul finale ci dirà in una frase che significa per la sinistra essere se stessa: “La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.

In effetti si tratta di una visione molto tradizionale dell’ispirazione centrale della sinistra di derivazione marxista, che si autocomprende come radicalizzazione e completamento dell’illuminismo e dello scientismo sette-ottocentesco. Però “Rinnovare” una idea “prometeica”, a chi si è formato, o ha anche solo incontrato, la cultura filosofica e di critica sociale del novecento, è frase che non si lascia leggere senza qualche attenzione e distinzione.

Ma Brancaccio non è certo un filosofo, dunque per ora lasciamo questo piano e torniamo sull’economia (anche se qui il piano dirimente è politico): perché avere dubbi sull’apertura “internazionalista” del lavoro, ovvero sulla piena fluidità degli spostamenti dei lavoratori (qui, attenzione, non si parla affatto di richiedenti asilo, che dall’epoca della Convezione sui Rifugiati del 1951, sono tutelati e non possono essere respinti in un paese nel quale sarebbero a rischio), sarebbe semplicemente “xenofobia”, magari ben mascherata? Secondo l’argomentazione prodotta in questo articolo il motivo è essenzialmente che non corrisponde ai fatti del mondo (ovvero che la limitazione non fa male, o che l’apertura fa bene). Ma leggendo altri interventi, come di seguito faremo, si vede che qualche corrispondenza l’ha. Dunque il tema è un altro: il tema esiste, ma è pericoloso, non dovrebbe essere quello sul quale giocare la battaglia dell’egemonia in quanto il vero tema sono i capitali. Ci torniamo.

A supporto dell’implicita affermazione forte che l’immigrazione non ha effetti (che, altrimenti, oltre alla xenofobia -ovvero all’emozione irrazionale ed alla coscienza corrotta- ci sarebbe anche la razionalità come possibile spiegazione), in questo articolo Brancaccio porta una scheletrica confutazione della “pretesa che gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salati e le condizioni di vita dei lavoratori nativi”. Ovvero dell’affermazione che insieme ad altri fattori anche singolarmente più rilevanti (come la libertà di movimento di capitali e merci) l’indiscriminata attrazione di lavoratori deboli immigrati contribuisca ad abbassare i salari ed anche le condizioni al contorno non salariali (ovvero le condizioni di lavoro e le altre protezioni) almeno di alcune sezioni dei lavoratori nativi. Affermazione che, come ricorda è stata in alcune occasioni avanzata anche da Corbyn e Sanders, oltre che da Melenchon.

Tutto ciò appare strano, perché come abbiamo già detto in alcune altre occasioni lo stesso Brancaccio aveva ammesso il punto (certo, a rovescio, per così dire), ma ora solo dirlo è direttamente “emulazione” e cedere ad una “tentazione”. Ora invece tutto ciò è semplicemente falso; infatti: “a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra”.

Questo è il cuore tecnico dell’argomento economico di Brancaccio, dunque leggiamolo con calma. Ci sono, per l’autore, non meglio precisate “evidenze scientifiche” che individuano due cose distinte che restano in qualche modo confuse nello sviluppo del testo: l’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e la presenza di effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali, ma il loro carattere complessivamente modesto e controverso (per alcuni positivi, per altri negativi). Scritto così suona diverso, vero?
Suona ancora diverso se si prova ad uscire dall’effetto del pollo e ci si chiede per chi è modesto, per chi è significativo, quindi per chi è positivo (ad esempio per chi ha bisogno di un domestico, o di un operaio, e li vuole pagare di meno), per chi è negativo (ad esempio per chi è un domestico o un operaio, e deve abbassare le proprie assurde pretese, ovvero, come dice Boeri ed altri, non vuole più fare quei lavori – a quel prezzo-). Suona cioè diverso se si fa caso a come si concentrano gli effetti.

Ma qui, a fare distinzioni, per Brancaccio, si “sta a guinzaglio”. Meglio quindi chiudere il lupo dentro la stalla che riconoscere che c’è.

Eppure ci sono economisti famosi, certamente non privi della capacità di analizzare i dati, come l’ultimo Stiglitz che dicono esserci “più di un fondo di verità” nella relazione tra immigrazione e riduzione della forza contrattuale (e quindi salariale) dei lavoratori nell’occidente industrializzato. L’economia mainstream sostiene che l’apertura dei commerci e della forza lavoro, dato che le persone sono reinserite in ambienti molto più produttivi, e per una serie di effetti di sostituzione in sequenza che ben funzionano nei modelli matematici senza attrito della disciplina, produce un miglioramento complessivo di utilità; ovvero, sostiene, che si ottiene più ricchezza. Certo, la stessa economia, come Stiglitz ricorda, dice anche che questa ricchezza si produce su alcuni e non su altri (ad esempio va come maggior utile agli imprenditori, e maggior reddito agli immigrati, data la loro base molto bassa, ma, contemporaneamente va come minor reddito a chi a quel prezzo non può più lavorare).
È esattamente lo stesso meccanismo del libero commercio. E come questo nello spazio astratto dei modelli ha una facile soluzione: si toglie a chi guadagna e si dà a chi perde. L’idea è tanto semplice da sembrare, come molte della disciplina economica, infantile: se ad esempio per produrre un bene avevo una distribuzione 3/7 tra imprenditore (tra profitto e sostituzione beni capitali) e lavoro, e introduco un lavoro più efficiente, che può produrre il bene con 4 unità di remunerazione avrò ora 6/4, oppure potrò produrre 1,3 beni (lasciando il rapporto tra 3 e 4, ovvero impegnano solo 7 unità di remunerazione per produrre il bene). Certo, chi lavora prima aveva 7 ed ora ha 4, ma sono persone diverse, in realtà chi aveva 7 ora ha 0 e chi aveva 0 ora ha 4 (semplifichiamo). Posso, dunque, prelevare dall’imprenditore una parte del surplus, qualificandolo come “sociale”, e spenderlo per consentire a chi aveva perso di riqualificarsi e spostarsi su un segmento superiore di produttività, e quindi remunerazione. In altre parole, prelevo 2 unità di profitto, delle 3 liberate, e le utilizzo per politiche di formazione, ampliamento del welfare, politiche industriali, ricerca: tutte cose che rendono più efficiente la società.

Ovvero se introduco nuova forza lavoro più economica ho un surplus complessivo che mi consente di investire in efficientizzazione del sistema economico e sociale, cosa che alla fine va a vantaggio di tutti.

Bella la teoria, vero?

Quale la pratica? Che i profitti sono invece accompagnati da riduzione delle tasse alle imprese, da indebolimento dei sistemi di controllo, che altrimenti il sistema diventa meno competitivo, e da smantellamento accelerato del welfare (che, tanto, non funziona più).

Allora, se non si cambia tutto il sistema economico (cosa che Brancaccio in effetti non si stanca di chiedere), come funziona la cosa? Come funziona se, mentre si aumenta progressivamente la competizione sul lavoro, sia attraverso l’apertura del commercio sia attraverso l’apertura dei flussi di lavoratori di sostituzione, si riduce la redistribuzione (sotto la spinta della cosiddetta “austerità”)? Lo ricorda Stiglitz: “con curve discendenti della domanda (il caso abituale), un incremento dell’offerta porta normalmente a un prezzo di equilibrio più basso. Sui mercati del lavoro questo significa che un afflusso di lavoratori dequalificati porta a una diminuzione dei salari. e quando i salari non possono scendere oltre, o non vengono diminuiti, ne consegue una maggiore disoccupazione” (p.347).

Sarà anche un effetto “modesto” (ma non è controverso), ma è necessario? E, soprattutto, quanto è modesto su chiE dove? La verità è che, magari non a Benevento (che ha un’economia piuttosto chiusa e dipendente da un’agricoltura piuttosto ricca, vinicola, e da lavoro pubblico), ma in generale, “l’onere ricade tutto sulle spalle di chi è meno equipaggiato a sostenerlo” (Stiglitz, p.348).
Non è questo un problema per la sinistra?

Dirlo significa imitare Salvini? Io credo, sinceramente, di no. Anche se è vero che, nei luoghi in cui è radicata sono decenni, sono i ceti popolari, a bassa scolarizzazione e relativamente deboli sul mercato del lavoro, ovvero chi è “meno equipaggiato”, a sentirsi rappresentati dalla Lega Nord, mentre la sinistra si radica nei quartieri borghesi e in alcune nicchie specifiche.

Siamo tornati molte volte sul tema, e altre lo faremo, dunque non credo utile ora accumulare altri argomenti sulla rilevanza del fenomeno (che, certo, si accompagna a molti altri, anche singolarmente molto più forti), ma qui mi pare interessante chiedersi perché oggi prenda questa posizione lo stesso autore che nel 2013, ad esempio, scrive che nelle condizioni di piena mobilità dei capitali, i lavoratori nativi non possono che perdere e “saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione”. Ripartire, dunque, una quota calante di reddito socialmente disponibile (i 10 dell’esempio), sapendo che “questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna”. L’articolo del 2013 è interessante, perché qui Brancaccio si riconosce meglio:
    .      nega recisamente che l’immigrazione sia “indispensabile alla nostra economia”,
    .      e che “aiuti il sistema previdenziale”.
    .      Rivendica l’appartenenza di queste affermazioni al sistema logico neoclassico, per il quale in effetti “la disoccupazione non esiste” e in conseguenza “l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale”, oppure che “i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi”.
Afferma che “in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione”, dunque che “l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi”.

Il lavoratore immigrato è dunque in competizione con i lavoratori nativi, Brancaccio dixit.

Ancora, e più chiaramente: “Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del negrismo. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una ‘forza produttiva’ né una ‘forza complementare’ né tantomeno una ‘forza sovversiva’, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali”.

Come esce il nostro da questa contraddizione? Con una svolta a sinistra, ovviamente: ciò che bisogna fare è “arrestare i capitali”, se si vuole “liberare i migranti”. Insomma, il problema è ben altro.

Più che giusto, il “labour standard sulla moneta”, che altrove aveva proposto sarebbe utile e forse decisivo, ma nel frattempo?

Ci teniamo solo la “rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile”?

Per troppi non è sufficiente.

Io credo che, rifiutando il ricatto morale implicitamente proposto da Brancaccio (non si è necessariamente xenofobi se si riconosce il vero), occorre distinguere e procedere per grado di urgenza:
    .      Bisogna salvare chiunque è a rischio di vita, sempre e indiscriminatamente;
    .      Rispettare il diritto di asilo e la clausola di non-refoulement;
   .      Ma riuscire a farlo senza far crescere la pompa idrovora che sta svuotando, letteralmente, le periferie del mondoper riempire le nostre. Ogni periferia (termine che prendo qui principalmente sotto il profilo della posizione rispetto al processo di produzione e riproduzione sociale), è da considerarsi sul piano morale eguale quanto ai suoi intrinseci diritti e dignità, ma resta il fatto che, come quando si alimenta un'industria dei rapimenti remunerandola, il processo è rafforzato dalla riduzione dei suoi relativi costi di produzione.
   .  Dunque bisogna operare sui due corni, riducendo la domanda di lavoro servile ed agile da noi, e riducendo il bisogno di prestarvisi da loro. Ogni altra strategia è semplicemente utile a potenziare il fenomeno (ed in ultima analisi a fare più morti).

Per me dunque la mia posizione si può riassumere così:
1.      bisogna togliere l'interesse privato dalla tratta dei corpi delle persone che, a torto o a ragione, vogliono venire in occidente, ovunque si annidi;
2.      bisogna ripristinare la legalità che è la prima condizione perché i diritti non siano svuotati e la sovranità annullata; bisogna dunque che tutti siano tratti in salvo, se sono anche solo in potenziale pericolo, direttamente dalle autorità pubbliche o da chi opera per esse. In questo modo il fenomeno sarà ricondotto a più ragionevoli dimensioni, evitando che ci sia qualcuno che guadagna dal suo potenziamento.
3.      bisogna che chi decidiamo democraticamente di poter accogliere (e sono moltissimi), sia integrato nel modo più rapido ed efficiente possibile, in modo che non sia sfruttato a danno degli altri lavoratori deboli in forme odiose di dumping sociale di cui gli immigrati sono esclusivamente vittime;
4.      in generale bisogna che la competizione per il lavoro non sia al massimo ribasso, ma si svolga in un quadro di decenza (ovvero con salari minimi adeguati, “eguale salario ad eguale lavoro”, feroce repressione degli abusi, e finanche lavoro di ultima istanza, per tutti, garantito dallo Stato).

Fino a che queste condizioni (che, certo, presumono anche nuovi controlli su capitali e scambi di merci), non saranno implementate, bisognerà operare come si può, un passo alla volta. Quel che vorrei solo sottolineare è che non si possono aiutare gli ultimi ad esclusivo danno dei penultimi (e di chi rimane a casa), dalla guerra tra poveri guadagnerebbero solo i soliti noti (di cui, se guardiamo bene, potremmo fare parte).

Neppure con la scusa che altrimenti si favorisce Salvini, o chi per lui.


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