mercoledì 29 marzo 2017

25 MARZO: DOVE STAVA LA GENTE?

[ 29 marzo ]

Ieri, a premessa dell'articolo di Carlo Formenti, dicevamo che sarebbe necessario aprire una discussione franca sulla manifestazione del 25 marzo indetta da Eurostop. 

Riteniamo utile, al netto delle inesattezze sui numeri e il profilo del corteo —lo spezzone della Confederazione (CNL) è stato quello che più ha qualificato la dimensione sovranista del corteo— quanto scrive un lettore
Non sfugge poi il vero e proprio paralogismo. L'autore si chiede "dove sta la gente?" e addebita gli scarsi numeri della sfilata all'assenza di certi spezzoni della sinistra antagonista. Sbagliato! Al netto della campagna di criminalizzazione imbastita dal regime eurista, se c'è stata una scarsa partecipazione è proprio a causa del profilo d'estrema sinistra e non inclusivo che è stato dato alla manifestazione...


«10 mila persone sono una cifra, sicuramente piccola, ma ahimé falsa. 

Eravamo molti di meno. Io temo non più di 3 mila persone. Non si può mentire su cifre così base, per il semplice fatto che sono così poche e le puoi contare quasi uno ad uno (102 persone del si cobas, 42 dei Carc, ecc. secondo la modalità scientifica che aveva il compagno Valerio Bruschini).

Una manifestazione cittadina romana mal riuscita. 

C'erano solo militanti organizzati. C'erano SOLO militanti, ma non c'erano TUTTI i militanti. Le stesse organizzazioni hanno fatto una chiamata minimalistica. Entriamo nel dettaglio. 
(1) Il si cobas a Modena ha organizzato cortei anche di 3 mila persone...vero che a Roma è "fuori casa" ma qualche centinaia di persone in più poteva portarle. Nel caso del si cobas c'è un discorso politico. Il si cobas ha una chiara vocazione internazionalista - al di là delle divergenze politiche gli debbiamo riconoscere che ha fatto un ottimo lavoro fra i facchini - quindi aveva delle riserve politiche verso un corteo che, sebbene timidamente, rivendicava sovrantà nazionale e una vocazione più (passatemi il termine) "stalinista" (rete dei comunisti, militant, carc). 
(2) Per la stessa ragione il PCL non ha aderito affatto, mentre di solito duecento persone in piazza le porta. 
(3) Nonostante la vocazione "stalinista" degli organizzatori non ha aderito Rizzo, in un isolamento sempre più delirante, imitando il KKE ha fatto una contro-manifestazione da un'altra parte, sottraendo al corteo altre trecento persone. 
(4) I Carc, che pure stavano dentro eurostop hanno portato in piazza circa un terzo dei militanti che riescono a mobilitare nelle manifestazioni romane. 
(5) Il mondo dell'autonomia ha aderito in ordine sparso: tantissimi da Torino (ben tre autobus) ma in un contesto così ridotto troppo facilmente individuabili dalla polizia che ha vergognosamente sequestrato i loro autobus e internato i 160 militanti per tutto il pomeriggio in un lagar dove di solito vengono rinchiusi i migranti dopo le retate a Tor Cervara, impedendogli di arrivare in piazza. Ma dove stava l'autonomia romana? Non c'era il quadraro e i viterbesi (anche loro, come il si cobas, per posizioni anarco-bordighiste-internazionaliste, quindi critiche verso l'idea di sovranità nazionale), ma non c'era nemmeno Primavalle. 
(6) Il movimento di lotta per la casa ha fatto un bello spezzone, pieno di sotto-proletari, in gran parte migranti: ma si è mosso solo da Roma, non abbiamo visto l'arrivo di nessun altro da altre località. Hanno fatto il loro tipico corteo cittadino, ma a ranghi ridotti: si calcola, solo a Roma fra i 4 e i 6 mila occupanti di case). 
(7) Non hanno affatto aderito i Cobas di Bernocchi (diciamo 2 mila persone in meno?). 
(8) Non ha aderito nemmeno la CUB e considero grave che non si sia tentati di coinvolgerli fino all'ultimo, data la loro lotta straordinaria in Alitalia (mille persone in meno?). 
(9) Assenti totalmente gli studenti medi e pochi universitari. 
(10) In fine l'USB non ha fatto una mobilitazione generale, ma di fatto c'era solo la rete dei comunisti, come al solito camuffati da USB, ma non c'era la struttura profonda del sindacato: non un autobus partito da Taranto (dove hanno 1500 iscritti!) e campagna di autobus ridotta rispetto alla mobilitazione che fanno durante gli scioperi autunnali.
Insomma anche a fare un corteo di soli militanti potevamo essere almeno 20 mila persone reali (50 mila sparati dagli organizzatori?). Eravamo poco più di un decimo. Ciò non toglie che anche in quel caso saremmo stati pochi, solo "militanti". Dove sta la gente?»

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DI MAIO, COSÌ PENSI DI USCIRE DALL'EURO? SCORDATELO! di Wolfgang Munchau

[ 29 marzo ]

Nella conferenza stampa tenuta il 23 marzo scorso presso la sede romana della "stampa estera" (per presentare il “Libro a 5 Stelle dei cittadini per l’Europa) , Di Maio ha affermato: “L’Euro non è democratico. Bisogna prevedere procedure per uscirne“. 
Ha quindi ribadito che un eventuale governo M5S promuoverà “... il referendum consultivo per chiedere ai cittadini italiani se vogliono uscire della moneta unica“, perché “uno Stato sovrano deve poter gestire la propria moneta”. E in caso di esito favorevole all’uscita Di Maio ha detto che.... "ci si potrà organizzare con altri Stati ‘usciti’... dall’Euro oppure prevedere un ritorno alla Lira“.
A Di Maio risponde il noto editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau: “Si può facilmente pensare a tutta una serie di scenari, inclusi quello dell’uscita, per l’Italia. Ma c’è uno scenario che possiamo escludere con assoluta certezza: l’uscita dall’euro attraverso un referendum”. Di Maio farebbe bene a prepararsi, e prepararsi bene, o farà la fine di Tsipras.


COME “NON” USCIRE DALL’EURO – VERSIONE CINQUE STELLE

di Wolfgang Munchau, 24 marzo 2017

L’unica lezione veramente importante che possiamo trarre dall’episodio di Varoufakis nel 2015 è che, se si vuole lasciare l’euro, si deve essere preparati – sia politicamente che dal punto di vista logistico. Lasciare l’euro non è un semplice punto di programma in una piattaforma politica, un qualcosa di cui parlare con nonchalance in una tavola rotonda o su cui tenere un referendum. È una questione più grossa della stessa Brexit. L’uscita da una moneta unica non può mai essere un processo ordinato, ovunque e in qualsiasi circostanza.
Nel leggere questo resoconto di Gavin Jones su Reuters a proposito della conferenza stampa di Luigi Di Maio, ci ha colpito il fatto che il Vice Presidente della Camera dei deputati, l’uomo che ha le maggiori probabilità di diventare Primo Ministro italiano nel caso le tendenze attuali dovessero persistere,  si sta preparando a un fallimento monumentale. Di Maio, 30 anni, è un  giovane uomo senza nessuna esperienza di crisi valutarie.  Il modo in cui prefigura l’uscita dall’euro è incredibilmente ingenuo – attraverso un  ordinato iter legislativo. In una conferenza stampa ha dichiarato che l’uscita dall’euro non è una priorità assoluta per il suo partito. E’ un po’ come dire che si sta progettando di lanciare una guerra nucleare, è vero, solo che non è in cima all’agenda. Ha detto:
“Non è vero che il Movimento Cinque Stelle vuole portare l’Italia fuori dall’euro… vogliamo che siano gli italiani a decidere.”
Ha detto che il referendum dovrebbe essere preceduto da un iter legislativo che prepari il terreno. E potrebbero anche non tenerlo, se le istituzioni europee si dimostrano assennate. L’ha messa così, senza entrare nei dettagli di cosa intende. Lo interpretiamo come voler tenere una porta aperta alla decisione di rimanere nella zona euro. Ma, purtroppo, in pratica non è così che funzionerà.
Il futuro di lungo periodo dell’Italia nell’euro è davvero incerto, e si può facilmente pensare a tutta una serie di scenari, inclusi gli scenari di uscita. Ma c’è uno scenario che possiamo escludere con assoluta certezza: l’uscita dall’euro attraverso un referendum.
Se i Cinque Stelle vincono, il che è possibile, ci vorranno dai 2 ai 5 secondi dal primo exit poll perché i tassi di interesse italiani si impennino fino a livelli di crisi, o anche oltre, perché gli investitori dovranno scontare nel prezzo la probabilità non trascurabile di un default, dato che i referendum sono intrinsecamente imprevedibili. Nel momento in cui diventa Primo Ministro, Di Maio si troverà a gestire una crisi finanziaria.
Non possiamo escludere un’uscita dell’Italia dall’euro a seguito di una situazione di panico nei mercati. Né si può escludere lo scenario di un governo italiano che tira fuori un piano, a lungo preparato, per introdurre una moneta parallela, con chiusura delle banche durante un lungo week-end. Ma possiamo escludere un processo ordinato grazie al quale l’Italia cambia la sua Costituzione, e quindi consente di procedere a un referendum sull’euro. Non ci si arriverà mai. Gli eventi precipiteranno ben prima.
Una ragione per cui siamo così certi di questo è che la Banca centrale europea, che ha la capacità definitiva di mettere a tappeto qualsiasi attacco dei mercati alla zona euro, non sarà disposta o non potrà aiutare un governo che non si considera vincolato all’euro. Non potrebbe dare avvio al programma OMT per sostenere un governo non conforme.
Una più probabile sequenza politica di eventi  è quella che chiamiamo lo scenario Huey Long, dal nome del governatore della Louisiana che, a quanto si dice, la notte delle elezioni dichiarò ad un suo assistente la sua intenzione di non mantenere la promessa di tagliare le tasse: “Dite loro che ho mentito“. Di Maio o dovrà fare come Huey Long, o dovrà preparare una legislazione di emergenza per uscire dall’euro.
In ogni caso, ciò che risulta molto chiaro dall’intervista è che questo giovane uomo è del tutto impreparato. Lasciare l’euro sarebbe la più importante decisione per l’Italia dalla firma del Trattato di Roma, sessant’anni fa. Sarebbe meglio essere pronti. Non è certo un punto secondario nella lista della cose da fare.

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martedì 28 marzo 2017

MANIFESTAZIONE DI EUROSTOP: TIRIAMO LE SOMME di Carlo Formenti

[ 28 marzo ]

Per alcuni un grande successo, per altri un mezzo flop,  per altri ancora, addirittura, un fallimento. Parliamo del corteo di Eurostop del 25 marzo a Roma. Come redazione abbiamo subito tratto un primo bilancio, necessariamente sommario. PROVIAMO AD APRIRE LA DISCUSSIONE. Al di là dei numeri: cosa è andato storto il 25 marzo? E perché? Quali, se c'erano, i limiti politici della manifestazione? Cos'è andato storto? 


Cominciamo leggendo quanto scrive Carlo Formenti.


LA UE CHIAMA ALLE ARMI
di Carlo Formenti

Avete presente quel manifesto di propaganda dal quale occhieggia un marziale zio Sam, puntando il suo ditone contro chi lo guarda per invitarlo ad arruolarsi? Ebbene: ormai l’intera stampa europea sembra essersi trasformata in una variante di quel manifesto, chiamando il cittadino europeo a mobilitarsi contro i nemici esterni (Putin a Est e Trump a Ovest) e interni (i movimenti antieuropeisti). Vedi, per esempio, Il Corriere di lunedì 27 marzo che schiera nell’ordine: Angelo Panebianco (attenti all’orso russo: se ci dividiamo diventeremo suoi protettorati); Sergio Romano (se Trump ci abbandona attrezziamoci per autogestire la nostra sicurezza); Michele Salvati (avanti con le riforme istituzionali per garantire la “governabilità” – leggi: per concentrare tutto il potere nelle mani di una minoranza oligarchica!). Il tutto condito da servizi sulla repressione della dissidenza in Russia e dalle sempre più frequenti frecciate nei confronti di un Renzi che, tentato dal populismo, non ascolta più i saggi inviti di Padoan a chinare la testa davanti agli ordini di Frau Merkel (ormai il tifo dei media di regime è tutto per il malleabile Gentiloni).
Lo spezzone della CLN

Prima di passare al discorso sui nemici interni, chiariamo meglio chi è questa zia Ue che vorrebbe imitare lo zio Sam. 

Lo fa Alessandro Somma in un bell’articolo apparso qualche giorno fa su queste stesse pagine, nel quale chiarisce che l’annunciata Europa a due velocità non è altro che la costituzione del nocciolo duro dell’imperialismo europeo, che chiama a raccolta i più fedeli vassalli (Francia, Italia e Spagna) intorno alla Germania, decisa a sfidare Usa e Russia, a imporre un’accelerazione delle riforme (privatizzazioni, attacco al welfare e ai salari ecc.) e a gestire una combinazione di chiusure e aperture (le prime per le persone le seconde per merci e capitali) o, per dirla con le parole di Somma, a costruire “un Superstato di polizia economica”. Polizia appunto: un ministro di cui sentiamo sempre più spesso tessere le lodi è l’ineffabile Minniti, che si è appuntato nuove medaglie con la gestione della giornata del 26 marzo scorso a Roma (se va avanti così Putin ce lo chiederà in prestito).

Veniamo dunque al nemico interno, cioè alle forze come la piattaforma Eurostop e le altre realtà politiche e sociali che hanno organizzato la manifestazione contro la Ue in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Comunità. Dopo aver inscenato una campagna terroristica che paventava devastazioni urbi et orbi (contribuendo a desertificare Roma, e a far sì che i 27 euro papaveri fossero i soli abitanti di un centro blindato, assieme alle loro guardie del corpo e ai giornalisti che ne hanno immortalato la firma sull’ennesima sacra alleanza contro i rispettivi popoli) tutti i media hanno difeso la tesi della polizia, secondo cui le cose sono andate bene solo grazie a un’efficace azione di prevenzione, mentre esistono prove di un piano (fortunatamente fallito) per "devastare la città". In effetti un piano c’era, ma non dalla parte dei manifestanti: lo confermano il mostruoso schieramento di forze, le ripetute provocazioni (dal "sequestro" di più di cento manifestanti, trattenuti per ore in un centro di identificazione, alla rottura in due spezzoni del corteo alla fine del percorso, al primo dei quali si è cercato di impedire di defluire pacificamente, mentre il secondo veniva circondato e bloccato senza che fosse stato lanciato nemmeno un tappo di bottiglia - e solo grazie alla pazienza degli organizzatori la situazione si è sbloccata senza incidenti). È chiaro che c’era una precisa volontà di provocare lo scontro, trasformando gli annunci di sventura in profezie autoavverantesi (centinaia di telecamere accompagnavano il corteo, nella speranza di documentare il sangue versato e i danni alla città).


Infine la falsificazione dei numeri: si è parlato di mobilitazione fallita e si è detto che i manifestanti erano 2000 (ma altrove si dice che si sono effettuati 2000 controlli e che nel secondo spezzone del corteo – quello circondato alla fine - c'erano 2000 “facinorosi” pronti a entrare in azione: i soliti duemila che andavo avanti e indietro?). La verità è che il corteo non contava meno di 8/10.000 persone: tantissime ove si consideri la campagna terroristica di dissuasione, ma soprattutto molti di più di quelli dei rachitici cortei pro euro di federalisti e "sinistre radicali" (quelli che vorrebbero riformare la Ue dall’interno). Sempre Somma, nell’articolo sopracitato, invita queste ultime a prendere atto dell’irriformabilità della Ue, e della necessità che si liberino della convinzione dogmatica che la dimensione sovranazionale sia di per sé preferibile a quella nazionale. Mi associo, e mi permetto di mettere in luce un curioso paradosso: nel 1914 le socialdemocrazie si arresero agli argomenti nazionalisti legittimando la Prima guerra mondiale, oggi le sinistre si arrendono al capitale globale legittimandone la guerra di classe contro i proletariati nazionali.

* Fonte: Micromega

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UN'UNIONE CHE PARLA IL DOROTEO di Emmezeta

[ 28 marzo ]

A proposito della «Dichiarazione di Roma»



Abbiamo letto e riletto la «Dichiarazione di Roma» 2017, un testo che non vale la carta sulla quale è stato scritto. Letto e riletto non perché ci aspettassimo chissà che cosa, ma giusto per provare a capire cosa frulla nella testa di chi l'ha promosso e sottoscritto.

Lasciamo dunque perdere le tonnellate di retorica profusa a piene mani con affermazioni propagandistiche del tipo «siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall'Unione europea». Lasciamo perdere i successi vantati in materia economica e sociale, come se il degrado crescente di questi anni potesse essere nascosto ai popoli europei. Lasciamo perdere il «coraggio e la lungimiranza», che governanti quanto mai scadenti hanno deciso di auto-attribuirsi fin dall'incipit di questo testo destinato al cestino dei rifiuti.



Lasciamo perdere tutto questo, come pure la pittoresca affermazione secondo cui «l'unità europea... è diventata la speranza di molti», che detto a pochi giorni dall'attivazione della Brexit fa leggermente sorridere.

Quel che invece vorremmo capire è dove questi venditori di sogni scaduti pensano di andare a parare. E qui è buio fitto.

Essi ci dicono che vogliono rendere «l'Unione europea più forte e resiliente». E perché mai visto che nel loro componimento tutto sembra andare per il meglio? Chissà. In ogni caso ci ammoniscono che «agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali». Dunque, bisogna andare avanti, ma come e per quali obiettivi?

In verità gli obiettivi elencati sono sempre i soliti. Si dice di volere «un'Europa sicura... prospera... più forte». E visto che tanto le parole non costano niente si azzarda perfino «un'Europa sociale» (pare che questo sia stato il "successo" di Tsipras), peccato che sul punto non si avanzi la benché minima ideuzza.

Ma qual è l'unico punto, invece, dove si scende nel concreto? Eccolo. I 27 vogliono «un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico». Insomma, più spese militari e più guerre, stando sempre sull'attenti davanti ai generali della NATO ed ai loro superiori d'oltreoceano.

Più atteso - specie dopo le parole della Merkel sulle «due velocità» - era il discorso sul "come" la leadership europea pensa di rilanciare l'Unione. Sul punto la formula di questi azzeccagarbugli a dimensione continentale è davvero spassosa: «Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile». 

Come non notare alcune divertenti contraddizioni: se l'Unione è «indivisa e indivisibile» perché ipotizzare «ritmi e intensità diversi»? Cosa vuol dire poi il lasciare «la porta aperta a coloro che decidono di associarsi successivamente» se l'Unione nel frattempo non si è di fatto divisa?

E' evidente come il testo del vertice romano sia il frutto di un grottesco compromesso. Nessuno voleva rovinare la festa del sessantesimo anniversario, ma nessuna idea degna di questo nome è presente nel documento conclusivo.

Tra i commentatori, anche tra gli euristi in servizio permanente effettivo, la delusione è palpabile. Va bene che vendere balle rende assai, ma a tutto c'è un limite. Franco Venturini, che pure sembra piuttosto convinto delle "due velocità", e che ci assicura che quella di Roma non è stata «festa ipocrita», ammette sulla prima pagina del Corriere di domenica che: «E' accaduto così che ieri qualche testa venisse infilata nella sabbia unitaria, che dissensi assai vivi e assai noti venissero taciuti, che fosse preservata la tradizionale usanza celebrativa di dar fiato alle trombe».

E Massimo Giannini, sulla Repubblica di oggi, sia pure in un articolo di attacco ad M5S, parla del vertice UE come di «liturgia laica di una élite in deficit di legittimazione che affida a un documento vagamente "doroteo" le sue flebili speranze di ricongiungersi a un popolo in deficit di rappresentanza». 

Per una volta - che Dio ci perdoni! - dobbiamo dire bravo a Giannini. L'etichetta di doroteo è proprio azzeccata. Ma, si chiederanno almeno i più giovani, chi erano i dorotei? Non volendo allungare troppo il discorso rimandiamo gli interessati a Wikipedia, ma quel che qui è importante comprendere è che il felpato linguaggio doroteo era uno degli strumenti di una concezione e di una gestione del potere basata sulle furberie e l'intrallazzo, laddove più che le grandi scelte di fondo contava il controllo del sottobosco clientelare ed affaristico.

Ma che c'entra tutto ciò con le odierne vicende dell'UE? Apparentemente nulla, dato che la caratteristica fondamentale dei dorotei era quella di navigare prudentemente, ma profittevolmente, nelle tranquille acque di una situazione economica abbastanza florida; mentre oggi la cricca eurocratica ha il problema di provare ad uscire da una crisi ormai decennale. Una crisi, non solo economica, che ben difficilmente potrà essere affrontata con la metodologia dorotea. Ma siccome la crisi è anche di prospettiva, e lorsignori non sanno ancora bene cosa fare, ecco che intanto del doroteismo adottano il linguaggio.

Naturalmente, è assai probabile che dalle parti di Berlino si abbiano idee decisamente più chiare sul da farsi. Ma si tratta evidentemente di idee ancora indicibili. In attesa che la nebbia si schiarisca spunta allora il linguaggio doroteo, adottato stavolta su scala europea. Non sappiamo quanto durerà questa fase - sicuramente fino alle elezioni tedesche, più probabilmente fino a quelle italiane - ma intanto anche questo periodo "doroteo"* è lì a parlarci di un'Unione sul viale del tramonto.


La corrente dorotea della Dc, certo non casualmente, fu la prima a disgregarsi quando il partito venne travolto dal crollo della prima repubblica. Questo per dire che nei momenti topici della politica il linguaggio ipocrita ed iper-controllato, adatto alla mera gestione di un potere indiscusso, non solo non è un vantaggio, ma è la più lampante dimostrazione dell'incapacità di affrontare i problemi. E questo, palesemente, riguarda molto da vicino l'Unione Europea e i suoi attuali 27 leader. 

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lunedì 27 marzo 2017

AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ NAZIONALE di Franz Altomare

[ 27 marzo ]

«Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana».

L’autodeterminazione dei popoli è il "principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna."

Per quanto questa locuzione nasca in un preciso periodo storico, i primi anni ’60 del secolo scorso, con riferimento alla piena indipendenza dei nuovi stati formatisi in seguito alla decolonizzazione, il concetto di fondo è sovrapponibile a quello di sovranità nazionale, con il pregio di non contenere le tanto controverse parole, sovranità e nazione, che disturbano oggi (ma non allora) gran parte della sinistra occidentale.

Parlare di sovranità nazionale fa storcere il naso a molte anime belle perché non in grado di distinguere in termini storici e di contenuto, in quanto offuscate da un malinteso internazionalismo proletario, declinato con successo nel globalismo delle libera circolazione dei capitali, delle merci e della carne umana.

La propaganda del capitalismo internazionale, globalista, oligarchico e apolide, ha fatto presa in quella che una volta fu la sinistra che aveva il compito di realizzare il sogno socialista.

Parlo di quella sinistra che ha barattato i diritti sociali con i diritti individuali.

Parlo della sinistra radicale e antagonista che si crogiola nelle suggestioni strampalate dei Toni Negri e dei Michael Hardt secondo teorie in cui le masse sfruttate diventano moltitudini con il dono di superare il capitalismo solo per il fatto d'esistere, come se il capitalismo fosse destinato ad estinguersi naturalmente per autoconsunzione di fronte alla potenza di individui desideranti e tecnologici, nella errata convinzione che dello Stato, e quindi della conquista del potere, se ne possa fare tranquillamente a meno.

L'ultima barriera che si ergeva a contenere il dilagare del capitalismo selvaggio erano gli stati nazionali.

Questa barriera sta per essere definitivamente infranta, consentendo di realizzare il dominio incontrastato dell'oligarchia mondialista; un dominio che si preannuncia millenario, esattamente come la folle profezia del dominio millenario vagheggiato nel Terzo Reich di Adolf Hitler, con la differenza che il mito della razza viene sostituito da quello del mercato.

Si dice: " Non riuscire a distinguere la destra dalla sinistra." Mai un modo di dire è stato così rappresentativo dell'incapacità colpevole di comprendere un'epoca storica.

Il concetto di nazione, storicamente successivo a quello di stato, fu sviluppato e messo a punto durante la Rivoluzione Francese, quando le idee innovative diffuse dall’Illuminismo affermarono il potere della nazione superiore a qualsiasi altro potere, compreso quello del re.

Anche all'epoca un'oligarchia parassitaria e improduttiva, tracotante e odiosa, detentrice di tutti i privilegi, rappresentata dal clero e dalla nobiltà, opprimeva un popolo ridotto alla fame.

La nobiltà d’allora somigliava molto all’oligarchia di oggi.
Globalista ante litteram poiché girava l’Europa a governare popoli a cui era completamente estranea, parlava diverse lingue, si sposavano tra loro per consolidare i rapporti tra diverse dinastie sparse in tutta Europa, utilizzavano eserciti stranieri e mercenari per fare guerre di dominio e di predazione, organizzavano la propaganda e il consenso con il potere mediatico di allora, ovvero la Chiesa che manipolava le coscienze garantendo l’ordine morale e politico tra i ceti popolari e legittimando l’autorità del re per diritto divino.

La scintilla che diede inizio alla Rivoluzione Francese con l’attacco alla Bastiglia il 14 luglio 1789 fu la decisione di Luigi XVI di ammassare soldati, tra cui milizie straniere, alle porte di Parigi e di Versailles con lo scopo di contenere la forte pressione per le riforme rivendicate dai delegati dell’Assemblea Nazionale e sostenute da tutto il popolo. Fu in quel momento che i francesi si riconobbero nella nazione e furono istituiti i comitati cittadini e la Guardia Nazionale.

La nazione è lo spazio geografico, storico e giuridico dove un popolo può esercitare la propria sovranità.

La nazione è un concetto così forte da portare in sé elementi rivoluzionari poiché la sovranità popolare non può esprimersi altrimenti se non all’interno della sovranità nazionale e attraverso la sovranità statale.

Ma come tutte le idee forti la nazione non è riuscita a sottrarsi al rischio di strumentalizzazione in chiave mitica da parte del potere dominante.
Il capitalismo, che nasce e si sviluppa nelle dimensioni nazionali, ha utilizzato il mito della nazione per affermare la sua egemonia di classe dominante e consolidare l’economia del profitto nell’interesse della nazione e quindi del popolo ad essa corrispondente. Attraverso un’opera di mistificazione ideologica il capitalismo radica il suo potere nella sfera politica laddove l’interesse della nazione, e quindi del popolo, vengono narrati e fatti coincidere con gli interessi della classe al potere.
Andando oltre e forzando fino a trasfigurare il concetto di nazione nato dalla Rivoluzione Francese, il capitalismo, nelle sue fasi colonialiste e imperialiste, legittima i propri interessi di mero profitto e dominio vantando il primato di una nazione sopra un’altra, di un popolo contro un altro popolo e della guerra come strumento con cui alimentare la prosperità della propria nazione.

Occorre distinguere quindi tra nazionalismo di destra e patriottismo repubblicano.

Il primo utilizza la sfera della nazione in maniera strumentale per affermare il proprio interesse di classe facendo leva sull’elemento identitario in chiave conflittuale per legittimare se stesso e creare consenso.

Il secondo è il presupposto per sviluppare la sovranità popolare in una prospettiva democratica necessaria per la costruzione di una società solidale, egualitaria, cooperativa con gli altri popoli e che possa contemplare l’orizzonte di progresso di comunità pacifiche libere di governarsi e ispirate ai principi universali e umanistici della ragionevole utopia socialista.

Il fraintendimento e il non discernimento del concetto rivoluzionario di nazione è purtroppo coerente con le teorie che sostituiscono la categoria concreta di popolo con quella vaga di moltitudine, lo stato con l’autorganizzazione separata dalla dimensione istituzionale ma ad essa subalterna, la conquista del potere con l’effimero ritaglio di spazi sociali fragili e vulnerabili all’ombra dello stesso potere.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, esattamente due secoli dopo l’assalto alla Bastiglia, e il conseguente disfacimento dell’URSS negli anni successivi, il capitalismo può finalmente iniziare l’opera di smantellamento delle sovranità nazionali, dove si annida il peggior nemico del potere dominante, la sovranità popolare, e realizzare finalmente il sogno inconfessabile, ovvero un governo unico mondiale dove le leggi le fanno il profitto, il mercato e i detentori di ricchezze.

Eppure dovrebbe essere così intuitivo che l’attuale sistema di potere rappresentato dalle oligarchie finanziarie e mondialiste promuove secondo un progetto di dominio totale il superamento delle nazioni e lo svuotamento dello stato, ridotto a filiale amministrativa periferica di interessi privati internazionali.

Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana.

La rivoluzione democratica non s’è mai compiuta, e la prospettiva socialista, che da quella rivoluzione politica e culturale deriva, appare sempre più lontana. Siamo in un’epoca crepuscolare e alle soglie di grandi e inevitabili cambiamenti, e questi potrebbero avvenire nel segno della continuità che ha caratterizzato finora la storia del genere umano: pochi privilegiati che opprimono grandi masse dove la libertà teorica resta quella di poter acquistare una merce inutile facendosi mancare il necessario oppure di scegliere in quale parte del globo farsi sfruttare.
Sarebbe il trionfo dell’Ancien Régime di sempre.

Bisogna continuare a lottare senza lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non bisogna perdere la testa, e se mai questo rischio dovesse realizzarsi, e allora che avvenga mentre succede qualcosa d’importante, come fu per Danton o per Robespierre.



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BENEDETTA FIGLIUOLA....... di Sandokan

Virginia Raggi e la Merkel: Risus abundat in ore stultorum 
[ 28 marzo ]

Giorni addietro Mattarella, in occasione delle celebrazioni del 60. Anniversario dei Trattati di Roma ha fatto dell'attacco all'idea della sovranità nazionale il centro geometrico della sua litania mondialista. Un politico che ti dice in faccia quali siano i suoi desiderata.

Matteo Renzi, da parte sua, mentre un giorno sì e l'altro pure frigna contro "l'Europa tecnocratica" ha ribadito, testuale, che "ritornare agli stati nazionali non è la soluzione". Un politico che prende per il culo chi lo ascolta.

Mi frullano per la testa due domandine. Ci sono dei criteri per giudicare se un esponente politico sta dalla parte del popolo e non invece da quella degli oligarchi invisi al popolo? E se sì, qual è il parametro per misurare quelli che fanno sul serio da quelli che fanno per finta?

Io immagino che tra questi criteri ci sia questo, che un esponente del popolo, tanto più se ricopre incarichi istituzionali, usa questi ultimi per segnalare, ancor più in occasioni "solenni", la sua alterità rispetto ai camerieri politici dei potenti. Penso altresì che sia possibile riconoscere quelli che fanno sul serio, dalla coerenza con cui fanno seguire i fatti alle parole, dal coraggio con cui tengono testa al potere (quello vero).

Ora, che la Virginia Raggi non sia Giovanna D'Arco lo si era capito, ma un tale penoso livello di piaggeria davanti ai 27 euro-ladroni no, confesso che non me lo aspettavo....




IL DISCORSO DELLA RAGGI 
DAVANTI AI MOSTRI
Campidoglio, 25 marzo 2017


Signore e Signori, Capi delegazione dei 27 Paesi dell’Unione Europea e delle Istituzioni europee, sono onorata di darvi il benvenuto a nome della città di Roma.

Sessanta anni fa qui a Roma prese il via una avventura straordinaria. I padri fondatori della Comunità Europea - animati da uno spirito rivoluzionario non scontato – misero da parte le distanze tra Stati che avevano portato alla guerra. E diedero vita ad un progetto visionario con l’obiettivo di garantire pace e benessere agli Europei.

Per la prima volta nella Storia ci si trovò di fronte ad una scelta condivisa e non imposta da un vincitore, nata da un intento comune e dalla capacità di ascoltare i cittadini. Anche ora c'è necessità di pace: un pensiero va a Londra e alle vittime dell'attentato terroristico di mercoledì. Hanno attaccato tutti gli europei, Roma è con voi.
“Solidarietà”, “interesse dei popoli” sono parole comuni a Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. Questa è l'Europa, quella solidale dei popoli, che nel lontano 1957 si immaginava e che in parte abbiamo avuto in eredità tutti noi. Una eredità gioiosa e impegnativa da proseguire.

Questa Europa non poteva realizzarsi in un giorno. Dobbiamo realizzarla noi, dobbiamo realizzare una comunità solidale. Stare insieme richiede impegno, soprattutto dopo anni segnati da una violenta crisi finanziaria che ha messo a nudo errori. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscerli e rilanciare la sfida: la finanza non è tutto. E nessuno deve rimanere indietro.

La nostra generazione è chiamata a portare avanti quel sogno di Europa, ritornando allo spirito di quegli anni che oggi non c'è più e va recuperato. E’ stato Schuman ad ammonire che “l’Europa” sarebbe sorta “da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Tra i cittadini europei la solidarietà è già presente; le Istituzioni invece dovrebbero iniziare ad ascoltarli di più.

Le città avvicinano cittadini e Istituzioni che qui si incontrano: ascoltiamo i loro interessi, problemi, speranze. Noi sindaci siamo definiti “primi cittadini”: per questo, anche nei luoghi delle decisioni, dobbiamo far sentire forte la voce di chi chiede più lavoro, più inclusione sociale, più sicurezza.

I cittadini devono essere messi al centro del potere decisionale. Le politiche non devono essere imposte dall’alto ma rappresentare la volontà popolare, introducendo strumenti di democrazia diretta e partecipata. Vanno tenute “in conto le attese dei cittadini”. L’Europa o è dei cittadini o non è Europa. Alcuni trattati, come il Regolamento di Dublino, vanno rivisti. Un'Unione soltanto economica non può durare.

Lavoriamoci tutti insieme, aprendo porte e cuore ai cittadini. Solo con la partecipazione di tutti l’Europa sarà legittimata. L’unione può essere maggiore della somma delle sue parti. Questo concetto è alla base della cultura europea, all'interno della quale le diversità trovano valorizzazione nel rispetto delle identità nazionali.
Al Parlamento di Strasburgo, nel 2014, Papa Francesco ha chiesto: “Che cosa ti è successo Europa?”. Tante sono le risposte. Ma il Pontefice ha sottolineato che “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”. E' questa l'opportunità della nostra generazione.

Sono presenti forze di coesione e di disgregazione. E’ fisiologico che sia così. Importante, però, è dare risposte concrete a chi denuncia insofferenza. Così è nata l'Europa: dalle richieste dei cittadini che i nostri padri fondatori hanno avuto il merito di saper ascoltare.
Buon
lavoro

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