ALITALIA ALL'ITALIA - FIRMA L'APPELLO

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Siamo quasi a 3mila firme

venerdì 21 luglio 2017

SICILIA VERSO LE ELEZIONI DEL 5 NOVEMBRE: INIZIANO LE DANZE

[ 21 luglio 2017 ]


Nella foto: Erasmo Vecchio, Massimiliano Musso, Franco Busalacchi e Beppe De Santis.


Qualche giorno fa informavamo i lettori dell'ingresso ufficiale in campo, in vista delle elezioni regionali del prossimo 5 novembre, di una coalizione che ha trovato in Franco Busalacchi il candidato presidente dell'ARS (il Parlamento regionale).
La coalizione —frutto di una meticoloso lavorio politico, che ha visto in Beppe De Santis (Noi Mediterranei, aderente alla CLN - Confederazione per la Liberazione Nazionale) uno dei suoi principali architetti— è stata resa possibile dall'accordo di tre componenti politiche e ideali: quella autonomista rappresentata da Franco Busalacchi (I Nuovi Vespri), quella indipendentista guidata da Erasmo Vecchio e quella sovranista democratica di Beppe De Santis e Massimiliano Musso (Forza del Popoloaderente alla CLN)*.

Nella conferenza stampa del 17 luglio sono stati presentati il nome —Noi siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana—, il simbolo della lista (vedi accanto),
e indicato per sommi capi il programma (la stesura definitiva è in arrivo). Per quanto concerne la squadra dei candidati gli amici siciliani sono al lavoro, che pensano possa concludersi entro i primi di settembre. Opera enorme, visto che l'isola è divisa in ben nove province/circoscrizioni elettorali e solo raccogliere le firme necessarie per poter accedere alla competizione è una grande impresa.

E' indicativo che i nostri amici si siano mossi per primi. Dalle altre parti politiche tutto è ancora in alto mare. Se nel campo delle destre il marasma è totale, grandi manovre sono in atto nel centro-sinistra dove si stanno scannando i due capibastone: il rieletto sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l'attuale presidente (in caduta libera) Rosario Crocetta. Il Partito democratico, renziani compresi, non sanno che pesci pigliare. Anche a sinistra del Pd si brancola nel buio. C'è chi vorrebbe ficcarsi all'ombra di Orlando, chi vorrebbe andare con Crocetta, chi immagina una lista in solitaria contro tutti e due —facciamo notare che la "sinistra radicale" non è mai riuscita ad entrare nel parlamento regionale.

Staremo a vedere.

Quel che è sicuro è che la situazione sociale in Sicilia è davvero drammatica. Qui crisi, austerità europeista e globalizzazione hanno colpito molto più che altrove. E se questo è accaduto è anche perché la regione è governata da ascari  che hanno obbedito brutalmente ai dettami austeritari e neoliberisti provenienti da Bruxelles, via Roma.

La domanda è semplice: si riverserà nelle urne la dilagante protesta sociale di chi sta in basso? E se sì, premierà solo i Cinque Stelle o anche i nostri amici di SICILIA LIBERA E SOVRANA

Intercettare l'indignazione popolare è la condizione per superare la soglia di sbarramento del 5%. Se questo avvenisse, sarebbe il fenomeno politico più importante delle elezioni del 5 novembre. Affinché questo avvenga è importante riportare al voto tanti cittadini disperati e/o disincantati.
Ricordiamo che in Sicilia votano ben 4milioni e mezzo di cittadini, ma che nelle precedenti elezioni regionali del 2012 l'astensione toccò il record storico del 50%. Allora furono i Cinque Stelle ad incassare la protesta silenziosa dei siciliani (col 18% dei voti) , e non i Forconi di Mariano Ferro, che ottennero uno striminzito 1,20%. Un fatto da cui trarre diverse lezioni.

SICILIA LIBERA E SOVRANA non nasconde di puntare a superare le Forche Caudine del 5%. Non solo protesta, affermano, noi siamo anche proposta.

Forza del Popolo è un movimento sicilianista e meridionalista e non ha nulla da invidiare agli altri movimenti sicilianisti. Tuttavia è un movimento italiano a vocazione nazionale. Non vuole staccarsi dall’Italia, ma ritiene improrogabile ed indefettibile l’inserimento serio e concreto della questione siciliana e meridionale in genere nell’agenda politica nazionale.

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VACCINI: "NON É CHE L'INIZIO DELLA FINE" di Emiliano Gioia

[ 21 luglio 2017 ]

In vista della mobilitazione di domani (22 luglio) e di lunedì a Roma, riceviamo e volentieri pubblichiamo.


Il decreto Lorenzin, una volta divenuto legge, darà ai governanti mondiali idea della reale misura di quanto possono spingersi in avanti nella soppressione dei diritti.
Hanno soppresso l'articolo 18, togliendo diritti ai lavoratori, stanno ratificando il CETA togliendo capacità commerciale e diritti ai produttori ed ai consumatori, hanno innalzato oltre ogni limite immaginabile l'età pensionabile, la procura di Trani non riesce a far condannare società di rating straniere che hanno creato all'Italia un danno da 100 miliardi di euro e tutto questo lo hanno potuto fare grazie all' ignavia degli italiani, all'idea di "tanto un piatto di pasta lo metto a tavola e guardo la partita" (panem et circenses),
se passa il decreto Lorenzin sapranno che potranno toccare anche l'unico tempio che dovrebbe rimanere INVIOLABILE, il nostro corpo, PEGGIO: il corpo dei nostri figli.


È tutto collegato in un enorme progetto a lunga programmazione, sono tutti collusi ed in affari tra loro, la politica gestisce le masse non in nome del bene comune ma per gli interessi di chi li ha a stipendio.

Oggi [ ieri, NdR] il Senato a larga maggioranza ha spedito il decreto Lorenzin alla camera dei deputati, 171 favorevoli, alcuni astenuti e qualche contrario. Se per i favorevoli vi è certezza di infamia e gli astenuti non sono da meno i contrari non pensino di essere visti come i "paladini" della giustizia, perché questo non sono; essi non sono altro che i "calmieratori" del popolo, quelli che devono far mantenere la calma alle persone con l'atteggiamento dei "ci penso io". 


Non dobbiamo cadere in questa trappola, bisogna rimanere uniti e compatti rappresentanti ognuno delle proprie istanze, non seguite nessuno, non dovete accettare di cambiare padrone, fate valere le vostre ragioni perché avete ragione!
Dobbiamo invadere Roma, far sentire alla classe dirigente che il popolo non è stupido, non accetterà più di farsi intimidire, imbrigliare, schiacciare. 


Chiedo a tutte le associazioni,
a tutti i sindacati, ad ogni centro sociale, ad ogni personaggio del mondo dello spettacolo, ad ogni cittadino di intervenire nella cosa pubblica.


Sabato 22 luglio e Lunedì 24 Luglio bisogna occupare Roma, bisogna paralizzare la città, ne va del futuro della nazione.



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giovedì 20 luglio 2017

ITALIA RIBELLE E SOVRANA Verso la II. Assemblea della CLN

[ 20 luglio 2017 ]

SOLLEVAZIONE e Programma 101 in quanto aderenti alla Confederazione per la Liberazione Nazionale parteciperanno alla II. Assemblea della CLN che si svolgerà nei giorni 1-3 settembre a Chianciano Terme presso l'Hotel Posta. 
Ci auguriamo di essere in tanti!


Più sotto le modalità per prenotare e chiedere informazioni

Nel marzo scorso alcuni movimenti politici hanno deciso di unire le loro forze dando vita alla Confederazione per la Liberazione Nazionale.
Il programma politico della Confederazione è contenuto nel Manifesto. Le idee generali su cui vogliamo rifondare la società le abbiamo descritte nelDecalogo, che così recita:
«(1) Il potere appartiene al popolo, non all'élite finanziaria(2) Lo Stato prevale sui "mercati" (3) La comunità è la base per l'emancipazione della persona. (4) L'eguaglianza e la solidarietà sono i principi della convivenza civile(5) La dignità e il diritto al lavoro vengono prima di tutto(6) La politica dirige e programma l'economia nell'interesse della collettività(7) L'immigrazione va regolata, contro ogni discriminazione etnica e religiosa, in base alle possibilità della comunità. (8) Per la sicurezza sociale, contro ogni forma di criminalità e di sopruso(9) Per un patriottismo democratico, repubblicano e costituzionale(10) Per la sovranità nazionale, contro la globalizzazione e l’Unione Europea».
Gettate queste fondamenta ideali e programmatiche si tratta ora, per la Confederazione, di passare all’azione. E’ finita, per quanto ci riguarda, la fase delle discussioni intellettualistiche e della convegnistica.
Per agire, occorre essere ben organizzati e passare da qualche centinaio a decine di migliaia di attivisti.

Due sono quindi le questioni cruciali adesso: (a) come la Confederazione deve concretamente organizzarsi per diventare una forza di massa? (b) Qual è la proposta centrale per mobilitare una moltitudine? Noi pensiamo sia quella di costruire una coalizione nazionale e popolare che punti a presentarsi alle prossime, decisive, elezioni politiche. Chiamiamo questa coalizione ITALIA RIBELLE E SOVRANA.

Di questo discuteremo alla II. Assemblea della Confederazione che si svolgerà da venerdì 1 a domenica 3 settembre.

L’Assemblea è aperta a tutti i cittadini che, d’accordo con le nostre idee, sentono il dovere di impegnarsi e di scendere in campo.

Nell’ambito dell’Assemblea, sabato 2 settembre si volgerà un Forum Internazionale a cui parteciperanno esponenti di primo piano di Podemos, France Insoumise, Die Linke, Unità Popolare di Grecia e dellaSinistra inglese per la Brexit.

Questo il programma del Forum:

dalle ore 10:00 alle ore 13:00
GRECIA: Dopo Syriza, Alba Dorata?
GERMANIA: Die Linke è un’alternativa alla socialdemocrazia?
GRAN BRETAGNA: Dalla Brexit all’affermazione di Jeremy Corbyn

Dalle ore 15:30 alle ore 19:00
SPAGNA: Podemos e la Catalogna: secessione o Stato federale?
FRANCIA: Per un nuovo patriottismo: l’esperienza di France Insoumise

Per informazioni:
usa la mail scrivendo a: Conf.liberazionenazionale@gmail.com

Modalità di prenotazione:
La prenotazione si effettua presso “Consorzio Alberghiero  CLANTE HOTELS”
inviando una mail a  
info@clantehotels.it  / clantehotel@gmail.com   
o telefonare al 0578 63360 – 63037  Cell.: 347 394 4759

Costo giornaliero a persona in pensione completa*
*la pensione completa comprende il pernottamento, la colazione, il pranzo e la cena). Sono incluse le bevande ai pasti.
€ 50 al giorno in camera doppia
€ 60 al giorno in camera singola
€ 18 eventuale pasto extra bevande incluse

* * * 

Chi non potesse partecipare alla II. Assemblea ma volesse sostenere la nostra causa, può inviarci un suo contributo finanziario, anche modesto.
Come fare? Effettuando un versamento sul nostro conto corrente Banco Posta Click (su cui si può versare online o da qualsiasi sportello bancario e postale):

Intestatario: Daniela Di Marco
codice Iban:
IT80F 07601 03000 001021116494
causale (se richiesta): II. Assemblea-Forum CLN
 

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MIGRANTI? NO, EMIGRANTI (ITALIANI)



[ 20 luglio 2017 ]

Nell’ultimo report sulle migrazioni l'Ocse ha fatto presente che l'Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli emigranti. La Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati

Oltre 250mila italiani emigrano all’estero, quasi quanti nel Dopoguerra
di Andrea Carli

Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Con questa formula il filosofo napoletano sintetizzava la capacità di certe situazioni di ripetersi nella vita degli essere umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche Idos e Confronti registra una di queste situazioni: oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero, oltre 250.000 l'anno. Corsi e ricorsi della storia, appunto.

Prima il calo poi la crisi del 2008 e l’inversione di tendenza

L’emigrazione degli italiani all'estero, dopo gli intensi movimenti degli anni '50 e '60, è andato ridimensionandosi negli anni '70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l'anno gli italiani in uscita.

Oltre 114mila persone sono andate all’estero nel 2015

Sotto l'impatto dell'ultima crisi economica, che l'Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all'estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l'anno.

La fuga dei cervelli

A emigrare - sottolinea il report - sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l'estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l'11,9% la laurea ma già nel 2013 l'Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati.

Germania e Regno Unito le mete preferite

Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l'Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l'Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.

L’investimento (perso) da parte dello Stato

Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall'Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse.

I flussi effettivi sono ancora più elevati

A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all'acquisizione della residenza e così via).

Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte 

Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell'Istat sui trasferimenti all'estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all'estero, un livello pari ai flussi dell'immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz'altro superiore ai casi registrati (624.000).

L’Ocse: Italia ottava in classifica

Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l'Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli immigrati. Secondo l'Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c'è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L'Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell'Ocse. In 10 anni l'Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.

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L'IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO di Domenico Moro

[ 20 luglio 2017 ]

Pubblichiamo la prima parte di un breve saggio di Domenico Moro dal titolo "Perché l'uscita dall'euro è internazionalista".

 È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione “è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria”. In particolare, per i lavoratori dei paesi avanzati il globale è una modalità di vita per rompere con “la barbara identità nazionale”(1).
Miopi noi ad aver sempre pensato, con Marx e soprattutto con i fatti, che la globalizzazione fosse una risposta del capitale per risolvere la sua sovraccumulazione e la caduta del saggio di profitto, mediante la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a sfavore del lavoro salariato.
Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione e lotta di classe non va preso alla leggera. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione, per come essi si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale.
Altiero Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene, fino a oggi punto di riferimento della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo stato nazionale, o meglio alla “sovranità assoluta” dello stato nazionale, intesa come male assoluto, origine della guerra e del fascismo. Infatti, secondo Spinelli, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo stato nazionale o per lo stato internazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa.
Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e una “erronea deduzione” dai principi del socialismo, che porta necessariamente alla dittatura burocratica. Mentre l’Urss combatte una lotta feroce contro il nazismo e a fianco degli angloamericani, il Manifesto sembra soprattutto preoccupato di prendere le misure ai nuovi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopo-guerra: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo.”(2)
Il nazionalismo, però, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista e dirigente del PCI Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di stato (3).
Durante quel periodo storico l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni ’30 con l’economia cosiddetta autarchica. Gli scambi di merci e di capitali avvenivano soprattutto tra la singola potenza imperialista e le sue colonie.
È ovvio che, in un tale contesto, lo stato avesse un ruolo più interventista e diretto nell’economia. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, nella forma della competizione per la conquista di imperi territoriali.
Le ideologie nazionalistiche, come lo stesso fascismo, furono lo strumento per la mobilitazione delle masse per l’espansione del capitale nazionale uscito dalla Prima guerra mondiale schiacciato dalle condizioni di pace, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nel caso dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e i suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.
Oggi, la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa, in quanto l’accumulazione non avviene che in parte su base nazionale. Dalla forma di capitalismo monopolistico di stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato (4). In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero (IDE). L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi del centro a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione e integrazione dei capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia.
Senza trascurare, però, la capacità di intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura. Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, ormai desueto, e abbracciando il cosmopolitismo. Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va assolutamente confusa con quella internazionalista.
I classici del marxismo, compresi Luxemburg e Lenin (5), hanno definito quella nazionale come la forma statuale tipica del capitalismo. Ciò è sicuramente vero soprattutto per quanto riguarda la fase di sviluppo del capitalismo industriale moderno, avvenuta nel corso delle lotte democratico-liberali tra 1789 e 1871, e nella quale essi vivevano e lottavano. L’unione statale su base nazionale è stata fondamentale per il passaggio del capitalismo a una fase superiore di sviluppo, perché consentiva di riunire i mercati frammentati degli staterelli allora esistenti, partendo da un fattore di unificazione molto forte, la lingua.
In questo modo, l’Italia e soprattutto la Germania riuscirono a decollare dal punto di vista industriale, raggiungendo e superando (nel caso della Germania) gli stati nazionali più vecchi come la Gran Bretagna e la Francia. Tuttavia, si trattava di una forma necessaria e sufficiente in quella fase. Nelle fasi storiche precedenti il capitalismo aveva assunto altre forme, tanto che, secondo Giovanni Arrighi, nella sua storia il capitalismo oscilla tra due tipologie, il capitalismo monopolistico di stato, il cui tipo ideale era la Repubblica di Venezia, e il capitalismo cosmopolita, il cui tipo ideale era il capitalismo finanziario della Repubblica di Genova (6).
Nella prima la stato era forte e aveva un ruolo importante nell’economia, nella seconda lo stato era quasi inesistente e lasciava l’iniziativa economica, compresa quella coloniale, ai privati.
Ovviamente si tratta di due estremi e, di solito, le concrete manifestazioni dello Stato e dei rapporti produzione capitalistici contengono, a seconda dei periodi, quote dell’una e dell’altra forma in percentuali variabili.
La Ue e più ancora l’Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1890 e il 1940, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra 1945 e 1989. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.
Un movimento verso cui il capitale tende spontaneamente in un fase di sovraccumulazione e di crisi strutturale, durante la quale sconta una tendenza cronica all’abbassamento della redditività degli investimenti nei Paesi più sviluppati, che, non a caso, sono quelli che in Europa fanno parte della Uem. L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase del capitalismo globale, non in assoluto ma nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale.
È per queste ragioni che l’ideologia avversaria dominante, cioè l’ideologia della classe dominante, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita.
Allora, ci si domanderà, perché si assiste alla rinascita del nazionalismo, accompagnata dalla rinascita della xenofobia? In primo luogo, bisogna dire che non tutto ciò che accade è il risultato meccanico e necessario dei piani della classe dominante, anche se certamente è la conseguenza dialettica dei rapporti di produzione dominanti.
L’introduzione dell’euro e le politiche europee sono state funzionali a permettere la riduzione del salario e del welfare, ma anche a ridurre quella che Marx chiamava la pletora di imprese, ovvero le imprese e le unità produttive che la stessa accumulazione rende ridondanti e superflue. Così facendo l’euro e le politiche di austerity hanno allargato i divari in termini di crescita e ricchezza tra gli stati europei. Nel contempo, all’interno di essi, hanno prodotto o accentuato, insieme all’aumento della povertà e della disoccupazione di massa, la concorrenza tra indigeni e immigrati per il welfare e il lavoro e lo scollamento tra una parte dell’elettorato e il sistema politico tradizionale bipartitico ed europeista.
Ma, l’euro non colpisce solo il lavoro salariato impiegato direttamente dal capitale (la classe operaia). Esso, in quanto strumento facilitatore della riorganizzazione complessiva dell’accumulazione, colpisce anche altre classi sociali, tra cui alcuni strati intermedi (artigiani, piccoli commercianti, piccoli professionisti) e persino alcuni settori di impresa capitalistica. Infatti, la riorganizzazione e l’accorciamento delle catene di fornitura e subfornitura manifatturiera hanno comportato l’eliminazione di molte imprese piccole, medie e, in certi casi, anche grandi, rendendo difficile la vita alle rimanenti che non riescono a stare sul mercato internazionale.
Queste imprese, a differenza delle imprese multinazionali, non traggono beneficio dall’esistenza di una moneta unica a livello europeo, ma ne sono danneggiate. Non è un caso che la Lega, espressione storica della piccola impresa del Nord, abbia una posizione anti-euro, combinata con una posizione xenofoba anti-immigrati. Si tratta di un posizionamento articolato e, a suo modo, abile che, tende a mettere insieme settori diversi, piccola impresa e operai, in un nuovo blocco corporativo di destra.
Significativamente, dopo vent’anni, la Lega in salsa salviniana ha mandato in soffitta la secessione del Nord, riciclandosi come forza nazionale, a dispetto delle lamentele del vecchio Bossi.
Una dimostrazione ulteriore dei cambiamenti dei rapporti di produzione (la struttura) e di come questi si riflettano sulla politica e sulla ideologia politica (la sovrastruttura). Viene da chiedersi, a questo punto, se la Lega stia usando l’uscita dall’euro come, per circa vent’anni, ha usato la secessione, cioè come specchietto per le allodole e arma di ricatto per ottenere maggiori risorse statali per certi settori imprenditoriali del Nord. Ad ogni modo, la piccola borghesia, come ricordava Marx e come provano la storia (ad esempio quella del fascismo) e i risultati di venti anni di esistenza della Lega, non ha reale capacità di azione autonoma e presto o tardi viene subordinata al movimento oggettivo del capitale, quello vero.
Dunque, il nazionalismo e la xenofobia, così come il successo di partiti cosiddetti populistici o di estrema destra, sono la risposta immediata a una situazione, determinata dal capitale, di aumento dei divari di crescita economica tra Paesi della Uem e della polarizzazione sociale tra le classi di ciascun Paese. Ma il nazionalismo e la xenofobia non sono l’ideologia dell’élite capitalistica, cioè delle imprese multinazionali e transnazionali che rappresentato il vertice dell’accumulazione capitalistica in Europa occidentale e in Italia.
Così come il fascismo, inteso per come si è manifestato storicamente in Italia e in Germania, non è la forma di governo o di stato adeguata al capitale in questo momento storico. Anche perché i meccanismi oggettivi dell’euro e i vincoli europei sono tanto più efficaci quanto più appaiono politicamente neutrali e progressisti, in particolar modo rispetto al fascismo, al nazionalismo e alla xenofobia.
Nazionalismo e xenofobia sono una conseguenza non voluta e inattesa della riorganizzazione capitalistica gestita dagli apprendisti stregoni europeisti. Essi contrastano con gli interessi del grande capitale europeo, i cui mezzi di comunicazione, dal confindustriale Sole24ore a The Economist, controllato dalle famiglie tipicamente cosmopolite degli Agnelli e dei Rothschild, propagandano una ideologia cosmopolita e europeista, paventando come la peste in questi ultimi tempi il crollo della Ue e della Uem. Tale ideologia cosmopolita e europeista è quella che meglio si combina con il neoliberismo, esprimendo le necessità della mobilità dei fattori produttivi, soprattutto del capitale ma anche della forza lavoro, e affermando la progressività della globalizzazione.
Il blocco sociale alla base di questa ideologia, come ha spiegato bene la femminista americana Nancy Fraser (7), è l’alleanza tra élite capitalistiche e ceti medi “progressisti”, che trova il suo cemento ideologico nella combinazione di neoliberismo e diritti civili riferiti a particolari categorie, viste in termini rigorosamente interclassisti. Tale alleanza sociale sostituisce, a partire soprattutto da Clinton, il blocco sociale keynesiano, disgregatosi negli anni ’80 a seguito della globalizzazione, il quale si basava sull’alleanza tra i settori più organizzati della classe operaia e la grande impresa.
L’ideologia cosmopolita è ancora particolarmente forte in Europa occidentale tra l’élite capitalistica, perché si confà alla natura dell’economia europea che presenta una propensione maggiore agli investimenti di capitale all’estero (IDE) e soprattutto all’export di merci, i quali pesano in percentuale sul Pil europeo molto più che su quello statunitense (lo stock di IDE in uscita il 62% contro il 37% e l’export di merci il 35% contro il 9%) (8).
La Uem, coerentemente con l’indirizzo impresso dallo stato-guida tedesco, impronta la sua politica economica al neomercantilismo, cioè al raggiungimento di forti surplus del commercio estero a scapito del mercato e del consumo interno, contratti dalla crisi, dall’austerity del Fiscal compact e dalla deflazione salariale imposta dall’euro. In tale contesto, è particolarmente devastante per quella sinistra che voglia rappresentare il lavoro salariato assorbire pezzi consistenti dell’ideologia dominante cosmopolita. Ciò avviene in parte accettando che la liberazione di certi settori sociali avvenga separatamente dalla modificazione dei rapporti sociali e in parte confondendo la globalizzazione con l’internazionalismo.
L’internazionalismo si basa sul riconoscimento e il perseguimento degli interessi collettivi del lavoro salariato contro le divisioni nazionali e il ruolo dello Stato di potere concentrato del capitale. Il cosmopolitismo, invece, è il rovesciamento dialettico in senso borghese dell’internazionalismo. Esso si basa sulla affermazione globale degli interessi individuali dell’élite capitalistica al di sopra dello Stato-nazione di provenienza, mantenendone, però, l’utilizzo e ben salda la natura di classe.
Note
(1) Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17.
(2) Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene, Agosto 1941.
(3) P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
(4) Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
(5) Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione.
(6) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, Milano 1994.
(7) Nancy Fraser, Come il femminismo divenne ancella del capitalismo, The Guardian, 14 ottobre 2013. Nancy Fraser, La fine del neoliberismo progressista, in Sinistra in rete ttps://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/9190-nancy-fraser-la-fine-del-neoliberismo-progressista.html
(8) Domenico Moro, op. cit.
* Fonte: Felce Rossa

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mercoledì 19 luglio 2017

ALITALIA: I CONTI NON TORNANO di Ugo Arrigo

[ 19 luglio 2017 ]

Di Ugo Arrigo (docente di Finanza Pubblica e Teoria delle Scelte Collettive presso la Facoltà di Economia dell’Università di Milano Bicocca) avevamo già pubblicato il 18 giugno scorso una sua inchiesta sul cosiddetto "fallimento" di Alitalia. Non siamo per niente d'accordo con l'Arrigo che infatti perora la vendita della compagnia, ma questa sua seconda incursione sui bilanci di Alitalia non è meno interessante della prima. 

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INCHIESTA ALITALIA/ I nuovi sospetti sui numeri

Cosa sappiamo in più su Alitalia dopo che la gestione commissariale ha opportunamente reso pubblica la domanda di ammissione all’amministrazione straordinaria presentata dai precedenti amministratori e il documento da essi allegato sulla situazione economica e patrimoniale dell’azienda alla data del 28 febbraio 2017? In realtà abbastanza poco, molto meno di quello che risulterebbe necessario per comprendere le ragioni che hanno portato al peggioramento della situazione economica di Alitalia nel corso del 2016 e nella prima parte dell’anno in corso.

La ragione fondamentale per cui i due documenti resi pubblici aggiungono molto poco a quanto già sapevamo è che continua a mancare il conto economico dell’esercizio 2016, l’anno nel quale la situazione di Alitalia si è aggravata sino al dissesto. Come sono andati i ricavi aziendali nello scorso anno? E i costi? A quanto ammonta la perdita industriale? Solo conoscendo questi dati è possibile farci un’idea sull’esatta natura della crisi aziendale, se essa sia prevalentemente di tipo industriale o finanziario e quanto possa essere oggetto di miglioramento in tempi ragionevoli da parte dell’attuale gestione commissariale.

Anche la domanda su quale sia la strategia migliore per i commissari potrebbe trovare utili suggerimenti nei dati che non ci sono. Ad esempio, se i problemi maggiori non riguardassero la gestione industriale converrebbe ai commissari lavorare per sistemare ulteriormente questi aspetti, prendendosi il tempo necessario, e mettere in vendita più avanti un’azienda risanata dal punto di vista industriale, ipotesi che permetterebbe maggiori introiti da cessione e un maggiore recupero da parte dei creditori delle somme incagliate. Se invece la crisi fosse prevalentemente dovuta a ragioni industriali, per essere più chiari all’impossibilità di recuperare con i ricavi da traffico una quota molto elevata dei costi necessari per far volare gli aerei, converrebbe invece la strategia opposta, quella di accelerare la cessione dell’azienda, possibilmente in favore di un operatore aereo che si reputi in grado di inventarsi una gestione sostenibile dal punto di vista industriale.

Purtroppo i dati aggiuntivi contenuti nei due documenti resi noti nei giorni scorsi sono insufficienti a chiarire il quadro interpretativo su Alitalia e discriminare nettamente tra le due ipotesi alternative. Sia chiaro che la responsabilità delle informazioni mancanti non può essere attribuita alla gestione commissariale, alla quale va invece dato merito di aver reso pubblica la documentazione a sua disposizione, bensì ai precedenti amministratori, i quali non hanno depositato, entro la scadenza di metà aprile prevista dalle norme, né successivamente, il bilancio d’esercizio del 2016 che avrebbe dovuto contenerle. È quasi del tutto inutile infatti conoscere il conto economico dettagliato dei primi due mesi del 2017, periodo dell’anno soggetto a una forte stagionalità negativa, quando non si dispone del conto economico dei dodici mesi precedenti. In mancanza di dati indispensabili occorre ancora una volta dar spazio al ragionamento logico, escludendo le ipotesi più irragionevoli e lasciando in campo solo quelle più verosimili.

In un precedente intervento avevo manifestato perplessità su alcuni numeri ufficiale sui conti di Alitalia, riportati nella sentenza del Tribunale di Civitavecchia che ha stabilito lo stato d’insolvenza. La sentenza in oggetto cita infatti la “situazione patrimoniale aggiornata al 28.2.2017 (…), che riporta un patrimonio netto negativo di 111 milioni, perdite - solo nel periodo 1.1.2017-28.2.2107 - per 205 mil. (…)”. Tuttavia se il patrimonio netto è divenuto negativo per 111 milioni al 28.2.2017 dopo un bimestre di perdite pari a 205 milioni questo vuol dire che esso era invece positivo per 94 milioni al 31.12.2016. Tale dato non risultava tuttavia compatibile con l’elevata e mai esattamente quantificata perdita del 2016. Il bilancio 2015 di Alitalia Spa, l’ultimo noto, evidenziava infatti un patrimonio netto positivo al 31.12.2015 per 51,9 milioni (tabelle di pag. 188 e 191 del bilancio 2015). Esso si sarebbe pertanto accresciuto da 51,9 milioni a 94 milioni nel corso dell’anno nonostante perdite d’esercizio dichiarate come consistenti, che lo avrebbero al contrario diminuito, e in assenza di aumenti di capitale da parte dei soci.

Almeno riguardo a questi aspetti il documento contabile ora reso pubblico, dal titolo “Relazione illustrativa al 28.2.2017”, chiarisce a pag. 8 e nella tabella di pag. 26 dal titolo “Prospetto di variazione del patrimonio netto” il mistero: il patrimonio netto risultava positivo a fine 2016 in conseguenza del fatto che sul finire dell’esercizio il socio Etihad ha conferito mezzi finanziari “quasi equity” (Strumenti finanziari partecipativi-Sfp) per 231 milioni di dollari, in assenza dei quali esso sarebbe andato in negativo per 93 milioni di euro, dato che si accresce a 146 milioni a parità di principi contabili rispetto all’esercizio precedente.

Sappiamo a questo punto che la gestione aziendale ha determinato nell’esercizio 2016 il peggioramento del patrimonio netto da +52 milioni a -146 milioni, contribuendo al medesimo per -198 milioni. Questa cifra può essere considerata come perdita gestionale dell’esercizio 2016? Se così fosse, il dato dovrebbe essere considerato come positivo, in quanto molto distante e pari solo a un terzo rispetto alla perdita di 600 milioni indicata ufficiosamente per lo stesso anno da tutti i media prima del referendum sindacale bocciato dai lavoratori. Una perdita di 200 milioni è ben diversa da una di 600: la prima appare infatti affrontabile e probabilmente rimediabile, la seconda evidentemente no. Inoltre, essa si confronta con una perdita di Alitalia Spa pari a 408 milioni nel precedente esercizio 2015 e dunque ne evidenzierebbe un dimezzamento.

Il dato in oggetto, relativo a una perdita presunta di circa 200 milioni nel 2016, non trova tuttavia conferma esplicita nel documento contabile reso pubblico, il quale resta molto oscuro al riguardo. Infatti, nella stessa tabella di pag. 27 viene indicata una perdita d’esercizio per il 2016 pari a ben 497 milioni, tuttavia attenuata per ben 299 milioni da non meglio definite “Altre componenti del conto economico complessivo”. Di che si tratta esattamente? Il documento contabile nulla dice al riguardo. In ogni caso la somma algebrica delle due componenti conduce alla perdita netta di -198 milioni, relativa al “conto economico complessivo”, che abbiamo già commentato in precedenza. Possiamo allora concludere che la perdita di Alitalia Spa nel 2016 è stata di circa 200 milioni di euro, la metà dell’anno precedente e un terzo esatto di quanto era stato annunciato alla stampa forse nell’intento di condizionare l’esito del referendum.

D’altra parte il peggioramento di Alitalia nel 2016 è proprio strano. È dovuto a una caduta del traffico in un anno di grande espansione del mercato? A una caduta dei prezzi medi, dovuta alla concorrenza? Oppure sono esplosi i costi? E se sono esplosi i costi, si tratta di costi industriali tipici, e in questo caso quali, oppure di errate scelte di carattere finanziario? In realtà, qualcuna delle possibili cause possiamo ragionevolmente escluderla: non sono crollati i passeggeri, non sono crollati i ricavi medi del traffico, non è esploso il costo del personale e neppure quello dei servizi negli aeroporti e in rotta. Sul primo fronte l’Enac ci dice nel suo annuario statistico che i passeggeri totali di Alitalia sono stati nel 2016 23,1 milioni, persino qualcuno in più dei 23 milioni del 2015. I prezzi medi si sono ridotti sul mercato, ma solo perché i vettori hanno girato ai clienti i risparmi, e neppure tutti, derivanti dal minor prezzo del carburante.

Le tariffe aeroportuali e per l’assistenza al volo non sono cresciute. Non restano molti altri fattori. Neppure il costo della flotta, che si compone degli ammortamenti, dei costi del leasing e delle manutenzioni degli aerei, può essere esploso. Non resta allora che l’onere proveniente dagli errati contratti relativi ai derivati sui costi del carburante. Ma questa non è una componente della normale gestione industriale e se essa fosse la causa principale del dissesto economico il problema Alitalia risulterebbe assai più facilmente rimediabile. Significherebbe che Alitalia ha avuto un dissesto dei conti, ma non il grave dissesto di tipo industriale in cui abbiamo sinora ritenuto si trovasse in assenza delle corrette informazioni di cui la nostra analisi necessitava.

Tutto questo è molto positivo, ma smentisce l’ipotesi che Alitalia si trovi in uno stato di grave dissesto industriale e probabilmente anche che vi si sia trovata nello scorso anno.




* Fonte: IL SUSSIDIARIO

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