lunedì 19 febbraio 2018

PATRIOTTISMO O NAZIONALISMO?

[ 19 febbraio 2018 ]

Ritorniamo nuovamente, viste le critiche, sulla questione del patriottismo. Lo facciamo ripubblicando l'intervento che Moreno Pasquinelli fece in un incontro che si svolse a Bologna, il 17 dicembre del 2016.

Cari compagni,


non mi dilungherò sulla portata e sui significati che la massiccia vittoria del NO al referendum ha portato alla luce. Essi sono infatti, per chi voglia davvero vederli, espliciti, primo fra tutti che si va velocemente sfaldando la lunga supremazia delle élite dominanti, che nel Paese la larga maggioranza chiede una svolta profonda, sociale e politica. Il Paese non soffre solo una crisi economica e sociale la più drammatica, la maggioranza del popolo avverte che esso vive una vera e propria crisi esistenziale. Mettiamola così intanto: il Paese è diviso in due blocchi sociali eterogenei e contrapposti: quello della conservazione neoliberista, oligarchico e globalista, e quello antioligarchico e nazionale-popolare. Se nel primo è il Pd l’elemento portante, nel secondo è il M5S. La situazione è tuttavia fluida, nuovi spostamenti dentro questi du blocchi avverranno, e tutti e due, sotto la pressione degli eventi e del conflitto, sono destinati, prima o poi, a lasciare il posto a nuovi protagonisti. Sicché possiamo affermare che in entrambi questi campi è aperta la lotta per l’egemonia


Vorrei agganciare il mio ragionamento politico sull’IMPLICITO, sul segno anti-europeo e anti-globalista che il NO contiene e su ciò che ne consegue per tutti noi.
Dopo decenni di sbornia europeista l’ostilità all’ordine eurocratico è diventato senso comune, si esprime non solo in uno “stato d’animo” fuggente, bensì nella consapevolezza che la globalizzazione è insostenibile, quindi del carattere oligarchico, antipopolare, antidemocratico di quest’Unione matrigna. Il timore di ciò che potrebbe accadere dopo l’inevitabile implosione è il fattore che trattiene l’euroscetticismo diffuso del divenire ripudio deciso.


Questo spiega perché sia il Movimento 5 Stelle ad avere il vento in poppa. La ragione del suo successo è che si tratta di una forza che con grande abilità insegue l’umore delle masse colpite dalla crisi sistemica, che si limita a dare voce al senso comune, alimentando l’illusione di quella che potremmo chiamare “rivoluzione gentile”. Sappiamo che gli avvenimenti innanzi a noi faranno a pezzi certe illusioni, ma stiamo attenti a sottovalutare la questione Cinque Stelle. Proprio per questa loro capacità di mettersi in sintonia con le masse degli esclusi potrebbero essere costretti, e nel caso lo vedremo presto, ad alzare il tiro, passando da un frenetico attivismo istituzionale ad una funzione di stimolo della mobilitazione extra-parlamentare. Dio ce ne scampi quindi da ogni settarismo, più che mai dal lanciare l’anatema che M5S sia un movimento gatekeeper. Dobbiamo invece avere un approccio critico ma unitario perché se vogliamo costruire quello che noi di Programma 101 chiamiamo blocco anti-oligarchico o costituzionale pronto alla sfida del governo, è evidente che i Cinque Stelle sono, fino a prova contraria, nostri alleati. Che poi, nella temperie del conflitto i nemici di oggi possano diventare alleati domani, e viceversa, è una lezione che ci viene dalla storia.

Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro ci segnalano la necessità di un’accelerazione, quella di costruire qui e ora un nuovo soggetto politico non minoritario. Ne descrivono i lineamenti essenziali: “un movimento popolare, costituzionale, per la sovranità e la riconquista dell’indipendenza nazionale”.

Siamo d’accordo, siamo d’accordo se intendiamo questo soggetto come un fronte, un polo, una casa in cui possano abitare, confederati sulla base di regole stringenti, le diverse e indipendenti corrrenti politiche sovraniste e democratiche. Immaginare una rapida reductio ad unum sarebbe velleitario, destinato al fallimento. In questa casa, posto l’accordo su un programma di misure imprescindibili per mettere in sicurezza il Paese, dev’esserci posto sia per coloro che considerano la Costituzione il non plus ultra, che per chi, come noi, tiene ferma la stella polare del socialismo. Sia per coloro, come noi, che ritengono necessaria l’uscita unilaterale da eurozona e Unione, sia per chi immagina una separazione consensuale e chiede sovranità monetaria ma permanendo in un’Unione riformata.
Dato che i ritmi della crisi diventeranno più incalzanti, giusto tentare di costruire questo polo-fronte politico in tempi stretti. E d’accordo anche nel tentare dare vita ad un pensatoio che potrebbe affiancare sperabilmente questo fronte.

Ugo e Mimmo pongono quindi il dito sulla piaga più dolorosa, sollevando il problema della identità e dei linguaggi che dovremmo utilizzare per farci largo tra le masse. Abbiamo idee quanto mai chiare su come uscire dal marasma e mettere in sicurezza il Paese; abbiamo detto anche troppo sulla dimensione economica della rottura con l’euro. Ma non possediamo ancora un linguaggio che ci aiuti ad essere compresi e apprezzati dalle larghe masse. Utilizziamo un politichese intellettualistico, tecnicistico, spocchioso, che i semplici non capiscono. Dobbiamo smettere di cantare la messa in latino, e parlare la lingua volgare del popolo. E qui si spiega la riflessione che tutti ci riguarda sul populismo.

Tuttavia, come ci insegna Carlo Formenti, populismo non è solo linguaggio: Dio ce ne scampi da un populismo che sia solo tecnica politica, retorica narrativa o addirittura demagogica. Esso è invece un discorso simbolico che punta, prima ancora che alla sfera razionale, al cuore del popolo ferito e vilipeso; è un appello che commuove chi lo riceve e che suscita sentimenti di riscatto sociale; un racconto che porta a galla dimensioni spirituali nascoste nelle profondità della storia di ogni nazione. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non hapathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, è quindi l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa. E’ anzitutto l’identificazione di un nemico, su cui concentrare l’odio sociale e contro il quale si chiama alla lotta per annientarlo.

La discussione sulla identità, se non è disquisizione politicista, deve spingerci a trovare questo discorso, una narrazione grande, unificante, che muova le larghe masse.
Lasciatemi quindi dire che né l’appello democratico alla applicazione della Costituzione, né l’abusata e sindacalistica rivendicazione dei diritti sociali, e nemmeno l’uscita dall’euro, riescono a comporre una narrazione che possa liberare le energie popolari, che cioè tocchi corde profonde.
Il discorso che ci serve NON dobbiamo inventarlo, lo abbiamo già, ma sta nascosto, tra le pieghe di questi livelli di realtà, sepolto sotto vecchi paradigmi. Dobbiamo portalo allo scoperto.

E’ il discorso del patriottismo. Il popolo può diventare protagonista solo se sente di essere una comunità solidale, se e solo non si sente un intruso ma padrone della nazione in cui vive.

Non è qui la sede per ripercorre la genesi storica del patriottismo. Esso, prima di venire trasfigurato dai dominanti nella seconda metà dell’Ottocento in un nazionalismo reazionario, fu rivoluzionario, libertario e democratico. La controffensiva ideologica delle sinistre di allora, marxisti in testa, tutta basata sull’abbandono del patriottismo a favore di un’internazionalismo di evidente matrice cosmpolitica proto-borghese, fece fiasco, e ne paghiamo ancora le conseguenze. Di quell’internazionalismo, nato proletario, non resta infatti oggi che il suo sostrato cosmopolitico liberale. Un’arma micidiale: essa è stata la grande e cosmetica narrazione con cui la plutocrazia capitalista ha nascosto la globalizzazione e la sua controffensiva storica.

Come ho avuto modo di dire:
«Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmpolitico (“weltbürgerrecht”) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas a Norberto Bobbio. Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo».
Mentre l’internazionalismo cosmpolitico è oggi l’anestetico più potente per imbrigliare e soggiogare i popoli, le terribili ferite inferte al popolo lavoratore e lo spaesamento causati dalla globalizzazione neoliberista stanno facendo risorgere, seppure ancora in forme latenti, il sentimento di amore per la Patria, il bisogno di sentirsi una Nazione, la spinta alla sovranità, il bisogno di affratellamento comunitario contro il nemico esterno e i suoi lacchè interni. I grandi capitalisti non solo non si sentono italiani, essi si sentono parte di una famiglia capitalista predatoria globale, ed agiscono come elemento dissolutore e distruttore della nazione.

Si può e si deve declinare e raccontare questo patriottismo come opposto e antagonista al nazionalismo di certe destre xenofobe e imperialiste. E per questo è importante il linguaggio, il codice simbolico con cui lo utilizziamo. Il nostro patriottismo è democratico, repubblicano, antifascista, quindi costituzionale. Fa suo il senso popolare di appartenenza alla nazione, che ha radici in vincoli di storia, di memoria, di lingua e di cultura. Questo patriottismo socialista non nasconde di essere italiano, se condanna i crimini storici commessi in nome della Patria, deve andare orgoglioso delle sue radici moderne, democratiche e socialiste, quelle che hanno innervato il Risorgimento, la prima resistenza antifascista capeggiata dagli Arditi del Popolo, fino alla Resistenza partigiana, che è stata anzitutto una guerra patriottica di liberazione nazionale.

Il nostro patriottismo è nemico del nazionalismo, non disprezza chi è diverso, non è intollerante verso gli altri popoli, a cui propone anzi fratellanza. E’ un antidoto contro ogni nazionalismo patologico fondato sul falso mito, potenzialmente razzista, dell’etnicità, che per ciò stesso tende ad a giustificare ogni porcheria, ogni ingiustizia, ogni sopruso commesso dai dominanti in nome della loro patria. Non sembri un’ossimoro: il nostro è patriottismo internazionalista, consapevole di essere erede di una vocazione universalistica italiana che ha radici antiche e che è stato il lievito della successiva civilizzazione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo condannato lo sterminio sabaudo della rivolta del Mezzogiorno, bollata come brigantaggio. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato di issare il tricolore in Libia. E’ perché siamo patrioti che non abbiamo partecipato alla carneficina imperialista della grande guerra. E’ perché siamo patrioti che abbiamo combattuto la monarchia ed il fascismo. E’ perché siamo patrioti che abbiamo lottato contro il regime democristiano. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato la sudditanza italiana all’imperialismo americano e oggi chiediamo l’uscita dall’Unione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo difeso la Costituzione e votato NO al referendum.

Il referendum, come ho detto, fotografa un Paese spaccato in due campi sociali contrapposti. Non c’è dubbio su quale sia il nostro campo, è appunto quello antiglobalista e nazionale. Quello che le élite bollano come populista. E’ in questo campo che il fronte patriottico di cui parliamo deve lanciare la sfida dell’egemonia: in opposizione non solo al nazionalismo reazionario ma pure ad ogni cretinismo legalitario. Questo campo è oggi presidiato da due forze principali: il M5S da una parte e dall’altra dalla Lega Nord salviniana. Il luogo che noi dovremmo andare ad occupare prima possibile, il solo che non sia ancora presidiato è, gioco forza, quello che sta sul fianco sinistro dei cinque stelle. E’ uno spazio politico ampio, destinato ad allargarsi ove M5S si dimostrasse del tutto incapace di tirar fuori il Paese dal marasma e ostile alla incipiente sollevazione popolare. Ma il fronte di cui parliamo non deve chiudersi in un recinto. L’appello alla ricostruzione politica e morale della patria dovrà sparigliare le carte nello stesso campo populista, puntare ad erodere il consenso di cui oggi godono le destre nazionaliste, sfondare anche in questo settore.

La crisi si aggraverà, il Paese entrerà in quello che più volte abbiamo definito “Stato d’eccezione”. Quello sarà il momento in cui chi ha sempre comandato sarà scalzato dal governo, in cui la maggioranza che si è espressa per il NO chiederà alle forze populiste di andare al potere. Sarà il momento in cui si deciderà chi vince la partita. Solo se avremo già costruito, sul fianco sinistro del M5S, il fronte di cui parliamo, potremo essere protagonisti della rischiosa partita. Rischiosa perché un fallimento del governo popolare d’emergenza potrebbe concludersi, o in una rivincita delle potenti forze eurocratiche e globaliste, e l’Italia diventerebbe un paese straccione, oppure con una svolta reazionaria capeggiata dagli eredi del fascismo.

Facciamo presto dunque, consapevoli che il nostro Paese, il nostro Popolo, sarà chiamato dalla storia, ancora una volta, nel bene o nel male, ad indicare il sentiero sul quale non solo l’Europa dovrà incamminarsi in futuro.

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LA SINISTRA DEL NIENTE

[ 19 febbraio 2018 ]

«Questa Europa fa un po' schifo, è strutturalmente liberista e antipopolare, dominata dalla Germania. Ma nell’era della globalizzazione e del potere delle multinazionali non c’è scampo per singoli paesi come l'Italia. Quindi? Quindi bisogna cambiare la Ue, puntare a un’Europa federale e democratica».

Questo il succo di un convegno svoltosi giorni addietro. Promosso da chi? dal Pd? dalla Bonino? Macché da Sinistra Italiana.


Notare chi c'era: Luciana Castellina (SI), Giulia Del Vecchio (SI, Gioventù federalista europea), Elly Schlein (Possibile), Anna Falcone (LeU), Roberta Agostini (Mdp), Tommaso Visone (Diem25), Salvatore Marra (CGIL) e Piero Soldini (Si).

Tutti d’accordo, insomma, che in Europa bisogna stare, per riformarla e farne un unico stato federale... dei popoli.

E D'Attorre? Sparito dai monitor...

E Stefano Fassina? Si è adeguato, non senza tentare di offrire una propria e francamente aleatoria versione nobile dell'europeismo.

Fateci caso, al netto delle sfumature, è la stessa musica che si suona dalle parti di Potere al Popolo, salvo la licenza poetica concessa a Giorgio Cremaschi di contraffare il prodotto, sostenendo che “Potere al Popolo è l’unica forza politica che ha in programma la rottura con l’Unione Europea"

Che a sinistra andasse per la maggiore la distopia degli Stati Uniti d'Europa lo si sapeva da un pezzo. Colpisce la testardaggine. Non si avvedono, i "compagni che sbagliano" che coloro che in Europa comandano davvero procedono, in parallelo, verso una più forte centralizzazione autoritaria e liberista? 


Che si dice a sinistra dell'inquietante NON PAPER, l'ultimo "regalino" di Schäuble? Niente
Che si dice a sinistra del documento dei 14 ECONOMISTI FRANCO-TEDESCHI? Niente.
Che si dice a sinistra dell'accelerazione franco-tedesca verso un vero e proprio esercito europeo — ovvero del Permanent Structured Cooperation (Pesco)? 

Non si dice niente.

Appunto, la sinistra del niente...




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domenica 18 febbraio 2018

II. ASSEMBLEA NAZIONALE DI P.101

[ 18 febbraio 2018 ]

Si svolgerà sabato 10 e domenica 11 marzo in Umbria la II. Assemblea Nazionale di Programma 101.

È aperta ai militanti e ai simpatizzanti.

Per informazioni e prenotazioni scrivere a: p101@programma101.org oppure telefonare a Daniela: 334 81 43 745.

ORDINE DEI LAVORI 

Sabato 10 marzo

Ore 10:00: Apertura dei lavori

Prima sessione: ore 10:30-13:00
SOVRANITÀ E SOVRANISMI DOPO IL 4 MARZO

Pranzo

Seconda sessione: ore 14:30-17:00
TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA

Pausa dei lavori

Terza sessione: ore 17:30- 20:00
INDAGINE SULLA SOCIETÀ ITALIANA DOPO DIECI ANNI DI CRISI

Cena

Domenica 11 marzo

Quarta sessione: ore 09:00:-11:00
P101 COME ORGANIZZAZIONE MILITANTE

Quinta sessione: ore 11:00-13:00
STATUTO DI P101

Pranzo


Sessione Finale: ore 14:30-16:30
Votazione documenti ed elezione degli organismi dirigenti


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venerdì 16 febbraio 2018

VERSO LE ELEZIONI SCHEDA 9: IL PARTITO DEMOCRATICO

[ 17 febbraio 2018]

Continuiamo la serie di schede sui programmi dei diversi partiti, movimenti e liste elettorali in merito a Unione europea ed euro. Oggi parliamo del Partito democratico.



Ricordiamo le schede precedenti:
SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA
SCHEDA 2: PARTITO COMUNISTA
SCHEDA 3: L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS
SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO
SCHEDA 5: LIBERI E UGUALI
SCHEDA 6: MOVIMENTO 5 STELLE
SCHEDA 7: LISTA DEL POPOLO
SCHEDA 8: LA LEGA



Pd, il partito del "più Europa"

Finiti i tempi delle marachelle ai vertici Ue, dismessi i panni del "battipugnista" alla ricerca di flessibilità nei conti, Matteo Renzi si è ormai piegato del tutto ai desideri dell'oligarchia eurista. Così facendo, il Pd è tornato ad essere a tutti gli effetti il partito del "più Europa", quello che non a caso ha accolto nella sua mini-coalizione le belve del più sanguinario dei liberismi euristi, oggi raccoltesi a sostegno della lista della solita Emma Bonino.

Come si traduce nel programma elettorale del 4 marzo questo ritorno alle origini, che certo non gli farà guadagnare consensi, ma è pur sempre il prezzo da pagare per avere l'appoggio dei media di lorsignori?

Il programma del Pd ha due versioni, una più estesa, un'altra sintetizzata per punti a scopo propagandistico.

Partiamo da quest'ultima, che è poi quella che verrà venduta in pillole agli italiani.
Interessante l'elenco degli obiettivi raggiunti, nel quale il Pd si vanta del «rispetto delle regole europee», anche se solo grazie alla «flessibilità», di aver «stabilizzato il rapporto debito/PIL dopo anni di crescita selvaggia», ed addirittura di aver  «recepito in Italia le direttive volute da chi ci ha preceduto sull'Unione Bancaria».

Ancora più interessanti e chiarificatori gli obiettivi che il Pd indica per il futuro.
Fondamentalmente essi sono due. Uno di carattere finanziario: la riduzione del rapporto debito/pil al 100% in 10 anni. L'altro eminentemente politico: la costruzione degli Stati Uniti d'Europa.

Ma vediamo meglio.

Sul debito i piddini scrivono di volerlo ridurre «gradualmente portando nei prossimi dieci anni il rapporto debito/PIL dal 132% al 100%». Vedremo di seguito come questo concetto della "gradualità" (mentre in realtà si tratta dell'applicazione pura e semplice del fiscal compact) sia truffaldino assai, ma proprio per questo gli estensori del programma cercano di indorare la pillola già nella premessa. Ecco cosa scrivono:
«Fermo restando l’impegno a una graduale e costante riduzione del debito al livello del 100% del Pil in 10 anni, nell’attuale quadro macroeconomico la diminuzione del deficit nominale avverrà a un ritmo più lento rispetto ai vincoli troppo stretti sui quali sono calcolati gli attuali obiettivi programmatici di finanza pubblica, permettendoci di liberare risorse per la crescita».
Che dire? Chiacchiere in libertà, laddove ciò che conta è solo l'impegno alla gigantesca riduzione del debito, equivalente a 540 miliardi di euro. Evidentemente 540 miliardi di sacrifici per il popolo lavoratore. Ma siccome come venditori di pentole non vogliono essere secondi a Berlusconi, i piddini ci vorrebbero far credere che questa gigantesca operazione finanziaria si possa fare tornando alla regola del 3% nel rapporto deficit/pil (oggi è al 2,1%).

Questa è solo una scheda e non è il caso di dilungarsi coi numeri, ma qui proprio i conti non tornano. Il programma dice di attendersi una crescita "realistica", si fa capire attorno all'1,5%, ed un'inflazione riportata dalla Bce attorno al 2%. In realtà nessuno può scommettere su una crescita dell'1,5% annuo nel prossimo decennio, ed in quanto all'inflazione siamo ancora sotto l'1%. Ma anche ammettendo che questi obiettivi vengano entrambi raggiunti, la riduzione di 3,2 punti annui di debito  richiederebbe comunque un sostanziale pareggio di bilancio, altro che soglia del 3%! Ed a causa del peso degli interessi, il pareggio di bilancio equivale all'incirca ad un avanzo primario del 4% (circa 70 miliardi)! Altro che «liberare risorse per la crescita»!

Insomma, in quanto a disonestà intellettuale i piddini non hanno rivali. Ma questa non è una novità. L'unica cosa certa del loro argomentare è la garanzia che hanno inteso dare all'oligarchia finanziaria dominante ed alla tecnocrazia eurista di Bruxelles che ne è l'inscindibile gemello siamese che l'accompagna.

Ma è sul piano politico che il giuramento d'eterna sottomissione è ancor più impressionante.

Se nel programma sintetico il Pd propone queste «nuove regole per Europa politica: seggi transnazionali, EuroBond, Ministro finanze europeo, Elezione diretta del presidente della Commissione», è nella versione più estesa che il partito di Renzi getta del tutto la maschera.

Giusto per non lasciare dubbi il titolo del capitolo (pag. 23) è «PIU' EUROPA». Un capitolo magari non sorprendente, ma comunque illuminante, del quale consigliamo vivamente la lettura integrale. Qui dobbiamo invece limitarci ad alcune citazioni.

Premesso che dei problemi connessi all'euro proprio non si parla, e questo già la dice lunga, ecco come il discorso sull'Europa viene introdotto:
«Per il Partito Democratico l’Europa è l’orizzonte naturale in cui si giocano tutte le partite più importanti della contemporaneità. Senza Europa le nostre vite sarebbero peggiori, avremmo meno benessere economico e sociale. Ma c’è ancora molto da fare se vogliamo che l’Europa assomigli di più all’ideale che ci ha permesso di costruirla. La nostra Europa è quella di Ventotene, dove il sogno europeista venne rilanciato nel momento più buio della nostra storia. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione». (il grassetto è nel testo)
L'obiettivo degli Stati Uniti d'Europa, già implicito nei punti già citati del programma sintetico, diventa qui esplicito. Significativo questo passaggio:
«Potremmo anche unificare già ora, sempre senza modificare i trattati, le cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio europeo. In prospettiva poi, modificando i trattati, la nostra proposta è che gli europei possano eleggere direttamente un Presidente unico della UE, evitando l’attuale frammentazione istituzionale e fornendo finalmente l’Unione di una figura di vertice immediatamente riconoscibile e responsabile». (anche qui il grassetto è nel testo)
Tutto si può dire ma non che non sia chiaro. Il Pd si riafferma come il partito eurista per eccellenza. L'alleanza con la Bonino non è venuta per caso. Il suo modello è quello federalista e presidenziale amato dai neoliberisti più sfegatati. Una ragione in più per augurarci la disfatta elettorale del partito di Renzi.



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ELEZIONI: CHI VUOL CAPIRE CAPISCA

[ 16 febbraio 2018 ]

Ci siamo già occupati di rispondere a chi ritiene "insoddisfacente" la posizione elettorale di programma 101, che in soldoni è questa qui: non c'è alcuna lista, nel campo antiliberista, che affermi la due cose essenziali: la necessità di tenere assieme questione nazionale e questione di classe, che dica che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale. Non c'è una lista del patriottismo costituzionale e repubblicano che ponga come prioritarie l'uscita unilaterale da Unione europea e la conquista della sovanità politica, economica e monetaria. L'astensione è quindi legittima. Ma legittimo sarebbe anche "turarsi il naso" e dare un voto critico ad una delle liste del campo antiliberista. La ragione? Un voto a queste liste sarebbe un voto contro al campo liberista, che dopo la svolta dimaiana del M5S ha tre gambe e non solo due.

Veniamo quindi agli amici che, non convinti di quanto diciamo, ritengono che oggi non sia molto diverso dal 2013, che cioè il voto ai Cinque Stelle rappresenti un gesto di rottura col sistema e la "casta". Essi non vedono, o sottovalutano, la svolta subita da M5S, che s'incardina proprio sulla questione della Ue e dell'euro.

Noi abbiamo una visione distorta? Questa svolta è solo apparente? Per niente, essa è vera e profonda, e infatti, dalle stesse parti dei dominanti vedono la stessa coda che vediamo noi. Leggiamo cosa scive Massimo Franco sul Corriere della Sera oggi in edicola, cogliendo così la principale caratteristica della scena politica:

«C’è un aspetto poco sottolineato, nella campagna elettorale. I partiti hanno cominciato a mostrare maggiore consapevolezza sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. Fino a qualche mese fa, sembrava che l’europeismo fosse scomparso dall’orizzonte. Silvio Berlusconi criticava le istituzioni di Bruxelles e proponeva una doppia moneta. Il M5S teorizzava un referendum per uscire dall’euro. La Lega martellava contro euro e Nato. Perfino il Pd renziano additava «i burocrati europei» che non concedevano maggiore flessibilità ai governi italiani in materia di spesa pubblica. Oggi, invece, l’adesione ai vincoli continentali è diventata quasi corale: anche se con qualche contorsione e, da parte di alcuni, strumentalità».
Non ci poteva essere modo migliore per confermare che il campo liberista, quello prono all'eurocrazia, non è più composto solo da centro-destra e centro-sinistra, ma pure dal Movimento Cinque Stelle.



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IMPEDIAMO LA RATIFICA DEL CETA

[ 16 febbraio 2018 ]

Qui sotto il comunicato del Coordinamento europeo NO Ue, No Euro, No Nato ha approvato questa settimana.

Più sotto la lista dei cento parlamentari italiani che hanno già sottoscritto la petizione contro la ratifica dei trattati.

La campagna affinché il Parlamento rifiuti la ratifica va portata nella prossima legislatura.






Il CETA (Trattato tra il Canada e l'Unione Europea) 

non deve essere ratificato dagli stati membri dell'Unione Europea!
Mobilitiamoci per costringere i nostri parlamentari a votare no al CETA!

È sufficiente, per bloccare il CETA, che uno degli stati membri dell'Unione europea voti contro questo trattato estremamente dannoso per la nostra agricoltura e i nostri allevamenti, per la salute delle nostre popolazioni, per i nostri posti di lavoro, per l'ambiente in termini di produzione di gas a effetto serra, per la democrazia.

Agricoltura in pericolo
Con l'aumento della quota di carne bovina canadese, l'impatto del CETA sarebbe sufficiente a far precipitare ulteriormente il settore delle carni bovine in una gravissima crisi. Saranno eliminate decine di migliaia di posti di lavoro nel settore (allevatori, macelli ecc.). Ovviamente, le conseguenze saranno identiche nell'industria della carne suina.

Peggioramento dei rischi per la salute dei cittadini
I prodotti dal Canada non sono soggetti alle stesse regole sanitarie dei prodotti di alcuni paesi europei. Il loro consumo presenta pericoli reali per la salute di tutti.

Conseguenze sull'occupazione
In generale, l'apertura delle frontiere porta ad un aumento della disoccupazione dei beni dei settori concorrenti, che li costringe ad accettare salari più bassi o peggiori condizioni di lavoro.

Il CETA degrada il clima e aumenta le emissioni di gas serra
In Francia, una commissione di esperti (voluta e messa in atto da Emmanuel Macron) ha appena ammesso che "Il grande assente dell'accordo è il clima" e afferma che l'impatto del CETA sul clima, in termini di emissioni di gas serra saranno negative. Il petrolio ottenuto dalle sabbie bituminose è uno dei più sporchi del mondo. Il processo di estrazione è complesso e più inquinante. Il metano, il cui effetto serra è almeno 20 volte più potente della CO2 e dell'anidride solforosa, responsabile dell'acidificazione dei laghi e delle foreste, viene rilasciato nell'aria durante il processo. Di conseguenza, l'estrazione di un barile di olio di sabbie bituminose in Alberta genera almeno tre volte più emissioni di gas serra rispetto alla produzione di petrolio "convenzionale".

CETA disprezza la democrazia
Il processo democratico è minacciato da due nuovi meccanismi stabiliti dal CETA. Da un lato, con i tribunali arbitrali che sono una privatizzazione della giustizia metteno in discussione la capacità degli Stati di legiferare (che potranno essere condannati a pagare enormi compensi alle multinazionali), quindi la democrazia . D'altra parte, i differenti processi di armonizzazione consentiranno alle amministrazioni commerciali canadesi ed europee di influenzare gli standard sanitari, industriali e ambientali con largo anticipo rispetto al processo legislativo. Tali strumenti saranno anche a disposizione degli interessi delle grandi aziende che li utilizzeranno per influenzare i rappresentanti eletti locali, nazionali ed europei.

Sì, dobbiamo fare tutto perché i parlamentari e i governi non ratifichino questo trattato.
Chiediamo ai parlamentari di votare NO in maniera massiccia!


*  *  * 


Alcuni deputati e senatori hanno raccolto le preoccupazioni di noi cittadini per l’impatto che il CETA potrebbe avere sul nostro Paese e i nostri diritti.
Per iniziativa dei deputati Colomba Mongiello (Pd) e Paolo Russo (Fi) è nato l’Intergruppo parlamentare “no CETA” che chiede lo Stop alla ratifica del trattato e la riapertura di una discussione ampia e trasparente nel merito.
Nelle prime ore della raccolta delle adesioni l’intergruppo ha già raccolto oltre 50 adesioni da tutti gli schieramenti politici. Facciamo sentire la nostra voce perché questo numero si moltiplichi rapidamente.
Di seguito l’elenco più aggiornato di parlamentari aderenti, che verrà completato a mano a mano che arriveranno le nuove adesioni, una facsimile della email da inviare prioritariamente ai senatori per chiedere la loro adesione all’intergruppo e l’elenco delle email dei senatori cui rivolgersi. Vi chiediamo di inoltrare eventuali email di risposta, positiva o negativa, all’indirizzo stopttipitalia@gmail.com

Parlamentari membri dell’intergruppo Stop CETA (al 31_12)

  1. RUSSO PAOLO  DEPUTATO         FI
  2. MONGIELLO COLOMBA DEPUTATO PD
  3. AIELLO FERDINANDO DEPUTATO         PD
  4. AMATO MARIA DEPUTATO PD
  5. ANTEZZA MARIA DEPUTATO         PD
  6. AIRAUDO GIORGIO DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  7. BERGER HANS SENATORE          AUTONOMIE
  8. BERTACCO STEFANO SENATORE          FI
  9. BISINELLA PATRIZIA SENATORE          MISTO (FARE)
  10. BLUNDO ROSETTA ENZA SENATORE          M5S
  11. BOCCHINO FABRIZIO SENATORE          SINISTRA ITALIANA
  12. BONFRISCO ANNA CINZIA SENATORE          FL
  13. BORDO FRANCO DEPUTATO         MDP
  14. BOSSA LUISA DEPUTATO         MDP
  15. BRAGANTINI MATTEO DEPUTATO         MISTO
  16. BUBBICO FILIPPO SENATORE          MDP
  17. BUSINAROLO FRANCESCA DEPUTATO         M5S
  18. CAMPANELLA FRANCESCO SENATORE          MDP
  19. CAPODICASA ANGELO DEPUTATO         MDP
  20. CARDIELLO FRANCO SENATORE          FI
  21. CARFAGNA MARA DEPUTATO         FI
  22. CASALETTO MONICA SENATORE          GAL
  23. CASTALDI GIANLUCA SENATORE          M5s
  24. CASTIELLO GIUSEPPINA DEPUTATO LEGA NORD
  25. CASTRICONE ANTONIO DEPUTATO PD
  26. CATANOSO BASILIO DEPUTATO         FI
  27. CERA ANGELO DEPUTATO         UDC
  28. CERVELLINI MASSIMO SENATORE          SINISTRA ITALIANA
  29. CESARO LUIGI DEPUTATO         FI
  30. CIRIELLI EDMONDO DEPUTATO         FRATELLI D’ITALIA
  31. COTTI ROBERTO SENATORE          M5S
  32. COZZOLINO EMANUELE DEPUTATO M5S
  33. CRIVELLARI DIEGO DEPUTATO         PD
  34. D’ARIENZO VINCENZO DEPUTATO         PD
  35. DA VILLA MARCO DEPUTATO         M5S
  36. DE CRISTOFARO GIUSEPPE SENATORE          SINISTRA ITALIANA
  37. DE GIROLAMO NUNZIA DEPUTATO FI
  38. DEL BASSO DE CARO UMBERTO DEPUTATO PD
  39. DE PETRIS LOREDANA SENATORE          SINISTRA ITALIANA
  40. DE SIANO DOMENICO SENATORE          FI
  41. DI GIOIA LELLO DEPUTATO         PD
  42. D’INCECCO VITTORIA DEPUTATO         PD
  43. DI STEFANO FABRIZIO DEPUTATO         FI
  44. FANTINATI MATTIA DEPUTATO         M5S
  45. FASANO ENZO SENATORE          FI
  46. FASSINA STEFANO DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  47. FATTORI ELENA SENATORE M5s
  48. FEDRIGA MASSIMILIANO DEPUTATO         LEGA NORD
  49. FERRARA FRANCESCO       DEPUTATO         MDP
  50. FOSSATI FILIPPO DEPUTATO         MDP
  51. FRACCARO RICCARDO DEPUTATO         M5S
  52. FRATOIANNI NICOLA DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  53. GIAMMANCO GABRIELLA DEPUTATO         FI
  54. GINEFRA DARIO DEPUTATO         PD
  55. GINOBLE TOMMASO DEPUTATO         PD
  56. GIROTTO GIANNI PIETRO SENATORE          M5S
  57. GNECCHI MARIA LUISA DEPUTATO PD
  58. GRASSI GERO DEPUTATO         PD
  59. KRONBICHLER FLORIAN DEPUTATO MDP
  60. LABRIOLA VINCENZA DEPUTATO         FI
  61. LAFFRANCO PIETRO DEPUTATO         FI
  62. LANIECE ALBERT SENATORE          UV
  63. LATRONICO COSIMO DEPUTATO         DIREZIONE ITALIA
  64. LUMIA BEPPE SENATORE          PD
  65. MAESTRI ANDREA DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  66. MANFREDI MASSIMILIANO DEPUTATO         PD
  67. MARCON GIULIO DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  68. MARGUERETTAZ RUDI FRANCO DEPUTATO MISTO
  69. MARRONI UMBERTO DEPUTATO         PD
  70. MAZZOLI ALESSANDRO DEPUTATO PD
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  73. MUNERATO EMANUELA SENATORE          FARE
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  75. PAGANI ALBERTO DEPUTATO         PD
  76. PAGLIA GIOVANNI DEPUTATO         SINISTRA ITALIANA
  77. PALESE ROCCO DEPUTATO FI
  78. PASTORELLI ORESTE DEPUTATO         MISTO
  79. PELLEGRINO SERENA DEPUTATO         SEL
  80. PETRAGLIA ALESSIA SENATORE          MISTO
  81. PETRENGA GIOVANNA DEPUTATO         FI
  82. PILI MAURO DEPUTATO         MISTO
  83. PINI GIANLUCA DEPUTATO LEGA NORD
  84. PIRAS MICHELE DEPUTATO MDP
  85. PISICCHIO PINO DEPUTATO MISTO
  86. QUARANTA STEFANO DEPUTATO         MDP
  87. RIZZETTO WALTER DEPUTATO         FRATELLI D’ITALIA
  88. SAGGESE ANGELICA SENATORE          PD
  89. SALTAMARTINI BARBARA DEPUTATO         LEGA NORD
  90. SANNICANDRO ARCANGELO DEPUTATO         SEL
  91. SARRO CARLO DEPUTATO         FI
  92. SIBILIA COSIMO SENATO FI
  93. SISTO FRANCESCO PAOLO DEPUTATO         FI
  94. SPESSOTTO ARIANNA DEPUTATO         M5S
  95. TAGLIALATELA MARCELLO DEPUTATO         FRATELLI D’ITALIA
  96. TOSATO PAOLO SENATORE LEGA NORD
  97. TREMONTI GIULIO SENATORE          GAL
  98. VALIANTE SIMONE DEPUTATO         PD
  99. ZACCAGNINI ADRIANO DEPUTATO MDP
  100. ZARATTI FILIBERTO DEPUTATO         MDP


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giovedì 15 febbraio 2018

HABEMUS DeMa di Paolo Gerbaudo

[ 15 febbraio 2018 ]

Può De Magistris essere quel leader “populista”, carismatico e anti-sistema di cui si sente tanto la mancanza nel contesto italiano? Può adempiere la funzione che in altri paesi è stata svolta da personalità come Jeremy Corbyn nel Labour, Pablo Iglesias in Podemos, e Jean-Luc Melenchon con France Insoumise, riempiendo il grande vuoto della sinistra italiana?

Leggendo Demacrazia di Giacomo Russo Spena (Fandango editore, 15 €), un libro che ricostruisce la parabola politica del sindaco di Napoli, si è perseguitati da questo interrogativo. Un interrogativo nutrito da molti tra coloro che sperano che nasca in Italia una nuova politica, sulla falsariga del populismo democratico di Corbyn, Podemos e molti altri fenomeni sorti nell’epoca post-crisi.

Il libro arriva dopo una serie di saggi scritti da Russo Spena, in collaborazione con Steven Forti (Ada Colau: la città in comune), e Matteo Pucciarelli (Tsipras chi? e Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra) che hanno documentato il sorgere di nuove formazioni di sinistra, spesso descritte come “populiste di sinistra”, nello scenario post-crisi. Questa volta gli occhi sono puntati sull’Italia e sull’unico personaggio che sembra in grado di incarnare l’ambizione di costruire anche da noi una sinistra di popolo, maggioritaria e decisa a prendere di petto le disuguaglianze e lo strapotere della finanza.

Il volume ripercorre la carriera di De Magistris prima come magistrato e poi come politico fuori dagli schemi. La sua formazione nel periodo del “giustizialismo”, dei magistrati che mettono sotto scacco la corruzione della politica, dei girotondi di Pardi e D’Arcais, e dell’appello del procuratore generale di Milano Saverio Borrelli, l’ormai famoso “resistere, resistere, resistere”. La carriera da magistrato con il periodo a Catanzaro e le indagini su ‘ndrangheta e crimini dei colletti bianchi. La retrocessione da PM a giudice semplice. L’amicizia con Travaglio, Grillo e Casaleggio. Infine il salto in politica, con la candidatura alle Europee del 2009, in cui otterrà una valanga di preferenze, seguita dalla candidatura a sindaco di Napoli nel 2011.

Ne viene fuori il ritratto di una sorta di giustiziere popolare che unisce nella stessa persona istituzione e ribellione, senso della legge e lotta senza sosta a tutto ciò che appare incompatibile non solo con la legge ma pure con la decenza. Un servitore dello Stato, che affonda le radici nella borghesia napoletana, un figlio e nipote di magistrati. Ma un personaggio anarchico, un ribelle nato, che senza farsi troppe remore, cerca di far saltare sistemi corrotti e consunti ovunque essi si trovino. Che si tratti dei meccanismi burocratici e autoritari della magistratura o del teatro della politica elettorale. Un rompicoglioni verrebbe da dire, in senso positivo, proprio come Garibaldi, che si vantava di esserlo stato tutta la vita.

Quest’atteggiamento ha portato De Magistris a scontrarsi con le istituzioni, e i suoi superiori, come visto nel trasferimento da Catanzaro ordinato dal CSM nel 2008. O ancora nello scontro con Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, partito in cui aveva trovato ospitalità. E ancora con Casaleggio e Beppe Grillo, con cui in occasione delle europee aveva siglato un’alleanza. Quella con i grillini è una storia che si tronca rapidamente perché De Magistris non ci stà a dare alla Casaleggio carta bianca sulla comunicazione. E la rottura fa sì che uno dei personaggi che incarnavano al principio lo spirito del neonato Movimento 5 Stelle prenda una strada differente, sviluppando quel populismo, che è stato dall’inizio cifra del grillismo, in una direzione meno ambigua e di chiara ispirazione progressista.

De Magistris è un uomo che non scende facilmente a compromessi, una persona che per istinto vuol stare al comando, caratteristica tipica del leader populista. Questo personalismo è stato la sua salvezza durante il travagliato periodo come sindaco di Napoli, iniziato piuttosto male, e peggiorato con la sospensione dall’incarico come sindaco, in base alla legge Severino. Un percorso tortuoso che è stato reindirizzato poco a poco negli anni successivi, quando de Magisteri ha scelto di diventare sindaco di strada, con la promessa di dare potere alle assemblee di cittadini, ai movimenti e agli spazi occupati. Fino al grande successo nelle elezioni del 2016, dove nel secondo turno ha ottenuto uno schiacciante 66% dei voti.

De Magistris è unico nel contesto italiano, perché è un leader che a differenza di tante altre figure di cui si è parlato come possibili Corbyn o Pablo Iglesias de’ noantri, ad esempio Bersani o D’Alema, possiede le credenziali necessarie a candidarsi come rappresentante del popolo. La sua caratura morale, l’aver dimostrato ripetutamente di saper mettere gli interessi collettivi davanti a quelli personali, e il fatto di non essersi sporcato con nessuno dei tanti provvedimenti liberisti varati dai governi di centrosinistra: si tratta di caratteristiche più uniche che rare, in un Paese in cui tutta la classe dirigente di sinistra è rimasta compromessa nell’abbraccio mortale con l’Ulivo e un centrosinistra spesso più neoliberista del centrodestra.

La forza morale di De Magistris deriva in qualche modo dal suo isolamento, dalla frattura che intercorre tra lui e il resto delle forze politiche, come pure dalla mancata integrazione nelle forze politiche esistenti, avendo il sindaco di Napoli creato piuttosto un seguito fluido attorno alla propria persona.

Tuttavia, in qualche modo, è proprio quest’isolamento che è anche la debolezza del personaggio. Una distanza (dalla politica squalificata) che è però anche una solitudine, in termini organizzativi e politici. Questo isolamento appare sempre più problematico in vista dell’appuntamento delle elezioni europee, in cui De Magistris sembra intenzionato a mettersi in vista. È vero che ha costituito un nuovo partito, DemA. Ma questa formazione al momento è radicata solo a Napoli e dintorni. È poi vero che De Magistris ha fatto un endorsement per la nuova formazione della sinistra radicale Potere al Popolo. Ma si è trattato di un gesto che non è sembrato molto effusivo, quasi si fosse sentito scavalcato dalla creazione di questa formazione. In ogni caso è chiaro che le ambizioni di De Magistris travalicano la ricostruzione di una sinistra radicale. Da vero populista il suo istinto piuttosto è quello di unire i cittadini a dispetto delle appartenenze contro nemici comuni, e per questa ragione un progetto identitario come PaP non può che andargli stretto.

Anche a livello internazionale De Magistris appare piuttosto disconnesso. La promessa di un’alleanza con Diem25, il gruppo di Yannis Varoufakis, sempre più criticato per la sua disponibilità ad appoggiare chiunque sia “a favore dell’Europa”, anche i LibDem e la destra Labour, sembra piuttosto debole, specie se Jean-Luc Melenchon riuscirà a mettere su un’alleanza transnazionale alternativa a quella di Varoufakis.

Un’altra questione non indifferente è se la retorica meridionalista, più napoletano-popolare che nazional-popolare, che ha fatto faville a Napoli, sia traducibile a livello nazionale, o se abbia invece finito per intrappolare De Magistris in una posizione da cui è difficile districarsi. Insomma i punti interrogativi sono tanti rispetto alla capacità di De Magistris di fare effettivamente il grande salto sulla ribalta politica nazionale. Molto dipenderà da se e come riuscirà a superare gli eccessi del personalismo che è stato alla radice del suo successo politico, ma che costituisce pure il suo limite più grande.

Nella sua discussione sul moderno principe Gramsci sosteneva che in tempi moderni il condottiero presentato ne Il Principe di Machiavelli deve essere sostituito dalla leadership collettiva del partito politico. Tuttavia esistono ancora momenti in cui una leadership individuale è necessaria, quando è necessaria “un’azione politico-storica immediata, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo”, come “un grande pericolo imminente, che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo e annulla il senso critico e l’ironia che possono distruggere il carattere «carismatico» del condottiero”.

I tempi di emergenza in cui viviamo, in cui le vecchie strutture di rappresentanza sono a pezzi, si attagliano al protagonismo di personaggi come De Magistris. Ma sarà capace Giggino di mettere il suo carisma personale a servizio della fondazione di un progetto collettivo? O finirà come Di Pietro, ostaggio di una lista personale incapace di trasformarsi in vero partito politico, in soggetto organico e strutturato?

* Fonte: Senso Comune

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LA FINE DEL FEMMINISMO di Nancy Fraser

Nancy Fraser
[ 15 febbraio 2018 ]

Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista. La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo.

Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili. In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l’emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo , ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte , l’avanzamento meritocratico. Il femminismo di “seconda generazione” è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia.

A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

Il primo contributo è rappresentato dalla nostra critica al “salario familiare”: il modello del maschio breadwinner e della femmina casalinga è stato centrale per il capitalismo stato-assistito, così per come esso era organizzato. La critica femminista a quel modello ora aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”. Questa nuova forma organizzativa del capitale contemporaneo si basa molto sul lavoro femminile salariato, soprattutto a basso costo, nei servizi e nella manifattura , garantito non solo da giovani donne single, ma anche da donne sposate e donne con figli; non solo da donne razzializzate, ma da donne di tutte le nazionalità ed etnie. Le donne si sono riversate nel mercato del lavoro globalizzato e il modello del capitalismo stato-assistito basato sul “salario familiare” è stato sostituito da una nuova e più moderna “norma” – apparentemente approvata dal femminismo: quella di una famiglia con due percettori di reddito.

Non importa che la realtà che sta alla base di questo nuovo paradigma sia il basso livello dei salariali, la riduzione della sicurezza del lavoro, il peggioramento degli standard di vita, un forte aumento del numero delle ore lavorate per garantire un reddito al ménage, l’allargamento di doppi – quando non tripli o quadrupli – ruoli e un aumento della povertà , sempre più concentrata sulle donne capofamiglia. Il neoliberismo trasforma un orecchio di scrofa in una borsa di seta, raccontandoci una storia di empowerment femminile. Si appella alla critica femminista del “salario familiare” per giustificare lo sfruttamento: sfrutta il sogno dell’emancipazione femminile come motore dell’accumulazione capitalistica.

Il femminismo ha anche fornito un secondo contributo all’ethos neoliberale. Nell’era del capitalismo di stato organizzato, abbiamo giustamente criticato una visione politica ristretta, così intensamente centrata sulla disuguaglianza di classe che non vi trovavano posto le ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. Rifiutando l’economicismo e politicizzando “il personale”, le femministe hanno ampliato l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica della differenza di genere. Il risultato avrebbe dovuto essere quello di espandere la lotta per la giustizia sociale, comprendendo sia gli elementi culturali che economici. Il risultato effettivo è stato invece una concentrazione estrema del femminismo sul tema dell’“identità di genere”, a scapito delle questioni che hanno a che vedere con il pane e con il burro. Vediamola peggio ancora: la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l’uguaglianza sociale. In effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.

Infine, il femminismo ha contribuito al neoliberismo con un terzo filone di pensiero: la critica al paternalismo dello stato sociale. Innegabilmente progressista nell’epoca del capitalismo di stato fordista, il giudizio negativo del femminismo è coinciso con la guerra del neoliberismo contro “lo stato balia” e i suoi più recenti cinici abbracci con le Ong. Un esempio significativo è rappresentato dal “microcredito”, il programma di piccoli prestiti bancari per le donne povere nel sud del mondo. Propagandato come un processo di potenziamento dal basso verso l’alto, alternativo a decisioni di vertice e alla burocrazia dei progetti statali, il microcredito è stato presentato come uno degli antidoti femministi alla povertà e alla sottomissione delle donne. In questo, ciò che è mancato è la consapevolezza di un’ulteriore coincidenza inquietante: il microcredito è fiorito proprio nel momento in cui gli stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Anche in questo caso, quindi, l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale.

In tutti questi casi, l’ambivalenza del femminismo si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista. Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita. La crisi attuale offre la possibilità di ampliare ancora di più quell’impostazione, ricollegando il sogno di liberazione della donna con la visione di una società solidale. A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere la relazione pericolosa con il neoliberismo, recuperando ai propri fini i tre “contributi” di cui abbiamo parlato.

In primo luogo, si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura. In secondo luogo, dovremmo fermare lo scivolamento della critica all’economicismo verso una politica identitaria, implementando la lotta per trasformare l’ordine del discorso fondato su valori culturali patriarcali con la lotta per la giustizia economica. Infine, sarebbe necessario recidere il legame tra la critica alla statalizzazione e al fondamentalismo del libero mercato, recuperando il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia.


* Fonte: Micromega

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