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giovedì 20 aprile 2017

LA GLOBALIZZAZIONE-BUONA E I TITANISTI ANTISOVRANI di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 aprile ]

1. Ne abbiamo parlato tante volte, e in fondo il trilemma di Rodrik (se non altro perché è la spiegazione fenomenologica più attuale) dovrebbe aver chiarito che la democrazia delle singole comunità sociali sovrane è, ed è sempre stata, (cfr; p.6) la vera via alla pace: ma non c'è  niente da fare. 

Gli slogan mondialisti, fondati sulla proiezione paradossale degli oppressi negli interessi dell'oligarchia, sono troppo radicati per poter essere modificati:



2. Anzitutto, dovrebbe essere chiaro che una "globalizzazione senza regole" non può esistere, perché essa non è un fenomeno "naturale" (come ben sanno i suoi maggiori teorici): la globalizzazione può essere solo un fatto istituzionale, cioè di regole pretesamente "superiori" alle Costituzioni democratiche, promosso ed imposto dal diritto internazionale. Nella nostra epoca, più che mai, dal diritto internazionale di specifici trattati.
I trattati pongono obblighi a carico degli Stati nazionali, e questi divengono il vettore di un'azione di denazionalizzazione e, dunque, di sostituzione dei loro scopi fondamentali (precedenti); vale a dire, inevitabilmente, per virtù della prevalenza reclamata dalle regole del trattato, sostitutivi di quelli che caratterizzano la sovranità costituzionale.

3. Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambismo, cioè di affermazione del dominio dei "mercati" sulle società umane, i cui bisogni, - l'occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell'istruzione, della previdenza e della sanità- divengono recessivi e subordinati alla"scarsità di risorse" (pp. 4-5), che caratterizza gli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo, determinati dalla logica inevitabile del liberoscambismo istituzionalizzato e regolato "contro" le Costituzioni democratiche. 
Infatti, l'essenza (supernormativa) del liberoscambismo istituzionalizzato mediante trattati, cioè sempre iper-regolato e vincolante, è quella di rimuovere gli ostacoli (pp. 7-10) alla instaurazione dell'ordine sovranazionale dei mercati, che altro non è che il perseguimento di una specializzazione estesa a livello mondiale (possibilmente; ma soprattutto e sicuramente €uropeo), in base al principio economico dei vantaggi comparati

4. La globalizzazione è dunque un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare "i mercati esteri"
Questo meccanismo fondamentale si esprime inevitabilmente non solo come denazionalizzazione ma anche in termini di privatizzazione (antistatuale) degli interessi tutelati dalle norme istituzionali sulla globalizzazione: la conquista dei mercati avviene da parte dei monopoli e degli oligopoli privati delle nazioni più forti a danno di quelle più deboli e presuppone la minuziosa conservazione dei saldi della contabilità nazionale.
Nulla più della globalizzazione istituzionalizzata indulge a rilevare gli effetti del "vincolo esterno", cioè dell'indebitamento commerciale (e quindi privato) con l'estero dei vari paesi. E a trarne le conseguenze in termini di politiche che si impongono sui singoli Stati nazionali: politiche, a loro volta, riflesso automatico e condizionale delle regole precostituite nei trattati e per l'azione delle istituzioni organizzate che essi prevedono.

5. Dal che si desume, nella curiosa sequenza sopra riportata, una fallacia logica che ha dell'incredibile: e cioè, che la reazione, inevitabilmente nazionale (e come potrebbe essere altrimenti?), a politiche imposte dalle istituzioni sovranazionali, ma ad impatto socialenazionale, distruttivo della democrazia costituzionale e del benessere generale che essa persegue, sarebbe nazionalismo guerrafondaio!!!
Si giunge così alla assurda conclusione che l'estrema autodifesa di sopravvivenza, che si richiami alla sovranità democratica, opposta a politiche ad effetti nazionali, concepite come vincolo imposto al di fuori di qualunque circuito decisionale democratico ascrivibile alle costituzioni e ai loro fini, sarebbe alla base delle guerre.
In questa logica, paradossale, la Grecia ai tempi odierni, o la Cecoslovacchia o la Polonia ai tempi del secondo conflitto mondiale, sarebbero gli Stati responsabili dei conflitti armati.

6. Ma v'è di più: questa assurda conclusione, declamata come uno slogan altamente etico (basta affermare che si è contro la guerra per paralizzare ogni analisi logica della realtà strutturale che si vuole difendere),  basta di per sè a giustificare qualunque repressione del dissenso e qualunque compressione della democrazia sociale in qualunque parte del mondo. Ma, più di tutti, in €uropa.
Chi si oppone alla globalizzazione, inevitabilmente regolata e quindi legittima, propugnerebbe la guerra.
Il paralogismo si completa di un corollario implicito del tutto irreale: le regole della globalizzazione sarebbero  carenti e chi vuole la pace si "dichiara", implicitamente ma necessariamente, portatore del potere di integrare e modificare queste regole. 
La pace coinciderebbe, in pratica (senza magari rendersene conto), nel volere la regolazione,buona e comunque diversa, della lotta per la conquista dei mercati: ciò che è già un ossimoro, poiché questa lotta è l'essenza stessa di quella ricerca di dominio sui popoli che è lo scopo finale dei conflitti armati. E non c'è regola, storicamente immaginabile e ipotizzabile, che possa attenuare la brutalità e l'enorme costo sociale di questa essenza.
E si dichiara questa nobile finalità, - riformatrice del mondo capitalista nel massimo della sua potenza autolegittimata-, nonché la capacità di realizzarla, anche se questi "mercati" sono dominati da colossali interessi privati che hanno già il saldo controllo del processo istituzionale. 

7. Ma la integrazione e modifica delle regole imposte e applicate dai vincitori della lotta sui mercati è proprio la ragione per cui sono sorti i conflitti più devastanti del nostro tempo (sempre qui, p.6)
Dunque, sostenendo la prospettiva di una globalizzazione "buona-in-quanto-regolata-diversamente", si ignora (infatti...) sia la preesistenza di una regolazione preesistente già fortemente strutturata, che spiega l'andamento attuale del fenomeno, sia la fisiologica impotenza delle parti più deboli nella competizione sui mercati a imporre un qualsiasi cambiamento delle "regole del gioco" (al massacro di interi popoli), se non a prezzo di una vero conflitto armato.

7.1. Sarà superfluo (data la demonizzazione acritica di questo autore imperante presso glialtriglobalisti o altro€uropeisti), a questo riguardo, citare Keynes che, sull'imperialismo economico, - cioè sulla globalizzazione, legata alla logica della specializzazione (cioè vittoria/sconfitta nell'aggiudicarsi, sui mercati internazionali "aperti", ma a vantaggio della propria nazione "vincente", le produzioni  a maggior valore aggiunto, lasciando alle altre nazioni le briciole della dipendenza economica e politica, con il "vincolo esterno")-  si era espresso con chiarezza:
"Keynes...si interroga sulla efficacia dell'internazionalismo economico relativamente all'ottenimento della pace (cfr; pagg.95-98, in "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes): 
«...al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell'influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.
Alla luce dell'esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrario
La protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'imperialismo economicosono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario».


"...Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a "tensioni e antagonismi" che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastro

I paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l'infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d'oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti "gerarchie" che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei.

La stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del '29)".

8. Concluderemmo queste sconsolate osservazioni citando il pensiero di Gramsci (sempre qui, p.10).
Egli, relativamente alla globalizzazione, - che non è certo un'invenzione di questi ultimi decenni, quanto piuttosto una "restaurazione" dell'ordine internazionale dei mercati, propugnato negli anni successivi alla prima guerra mondiale (e già a sua volta nostalgico del capitalismo sfrenato della prima metà dell'800; p. 7 ss.)-, aveva già anticipato l'importanza dei rapporti di forza istituzionalizzati (al tempo dalle regole del diritto internazionale generale, direttamente creato dalla prassi delle "cannoniere") e le conseguenze della desovranizzazione degli Stati come processo distruttivo della democrazia:
"Gramsci...non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo
Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato.  
La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” 
(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).

E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti internazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: 
«Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoniLa vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieriIl mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni».(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit. 227-28).
8.1. E voi neo-regolatori, conditores della neo-istituzionalizzazione della "globalizzazione buona", siete davvero così forti da tacitare il grido di dolore di centinaia di milioni di disoccupati e precarizzati, privati della dignità del lavoro e del benessere, con l'autoproclamazione della vostra titanica capacità di battere questo "trust" che domina il mondo, oggi più incontrastato che mai?

* Fonte: Orizzonte48
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5 commenti:

  • Anonimo scrive:
    20 aprile 2017 11:00

    Redazione mi fate una cortesia?
    Dite a USB di dichiarare come voterà il sindacato di base al referendum Alitalia che inizia oggi e finisce lunedí 24 alle sedici?
    Di informare i lettori se hanno dato direttiva agli iscritti di votare per accettare il piano, per rifiutarlo, o se hanno lasciato libertà di coscienza?
    Se mi fanno vedere dove sta scritta questa direttiva o se l'hanno data chiacchierando al bar o se si sono dimenticati di darla?
    Che dicano anche qual è la loro percezione delle intenzioni di voto dei lavoratori possibilimente per categoria.

    Altrimenti succede come sempre e cioè

    "eh ma i lavoratori sono immaturi...noi volevamo rifiutare il piano però non c'è abbastanza coscienza sindacale...non ci possiamo fare niente..."

    Per quanto riguarda gli scioperi ricordatevli che ci sono dei modi (almeno due) per piantare delle grane con astensioni di vario tipo dal lavoro e per quanto riguarda gli scioperi selvaggi anche se sono illegali se partecipasse più del 50% dei lavoratori dell'azienda sarebbe praticamente impossibile erogare delle sanzioni disciplinari.

    Dite che non si può fare...perché?
    Ah già è colpa dei lavoratori che sono stati plagiati dalla propaganda di regime...certo non può essere colpa vostra che non sapete motivarli...voi siete sempre bravi e fate sempre le scelte giuste...

    SCRIVETE "PRIMA" COSA AVETE DETTO DI VOTARE AI LAVORATORI, SE ACCETTARE O RIFIUTARE!!!

  • Anonimo scrive:
    20 aprile 2017 11:07

    Intanto Anpav mi ha detto che loro hanno firmato e che pensano che il referendum lasserà.
    Mi hanno anche detto che fra quelli di terra qualche voce di dissenso c'è più mentre quelli di volo accetteranno quasi tutti.
    Sono opinioni di questo sindacalista, secondo me sono molto verosimili ma non si tratta di certezze.
    Sarebbe tanto importante che USB scrivesse qualcosa sul referendum, come voteranno, se hanno o non hanno dato delle direttive precise agli iscritti, se è vero che fra quelli di terra qualche opposizione c'è mentre fra quelli di volo no...
    Non facciamo che scrivono dopo quello che gli fa comodo...scrivete prima e esponetevi

  • Luca Tonelli scrive:
    21 aprile 2017 03:20

    la globalizzazione senza regole crea anche gli idioti come Furfaro purtroppo.

  • Luca Tonelli scrive:
    21 aprile 2017 03:22

    su Alitalia: finchè sarà permesso porre referendum che hanno la sostanziale struttura:

    "volete essere sbattuti sul lastrico o accettare le nuove condizioni vessatorie aziendali?"

    si parla di niente.

  • Anonimo scrive:
    21 aprile 2017 10:21

    Tonelli ma di che diavolo parli per Dio...ma lo sai cosa significa fare una lotta sindacale?
    Ma lo sai in che condizioni lottavano gli operai dei nel XX secolo?
    E intanto USB non risponde.

    Mi dispiace ragazzi ma se i lavoratori vogliono fare una lotta contro qualcuno più forte di loro devono sapere che ci sarà da spffrire.

    MA SE SARANNO "TUTTI" UNITI VINCERANNO. Uniti come azienda, uniti come lavoratori anche di altre aziende.

    Certo che se appena il padrone fa la voce grossa uno se la fa sotto non si ottiene granché.

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