sabato 4 febbraio 2017

PUÒ SOPRAVVIRE UN’ITALIA SOVRANA? di Moreno Pasquinelli

[ 5 febbraio]

UNA CRITICA AI PARTIGIANI DELL'EURO E DEL GIGANTISMO ECONOMICO

Che la moneta unica, dopo averla scampata per un soffio nel 2011, sia prossima al trapasso ce lo attestano vari segnali: la recente uscita di Draghi, lo studio di Mediobanca, quello fresco fresco di Unicredit, ed infine, udite udite, la cancelliera Merkel in persona che al vertice di Malta del 2 febbraio ha, senza peli sulla lingua, prospettato “un’euro a due velocità” —con ciò gli amici che considerano i “due euro” come una soluzione “antagonista”, sono serviti.

Malgrado tutti questi segni premonitori i partigiani dell’euro— nel senso schmittiano di “gesuiti della guerra”, di combattenti caratterizzati da una dedizione cieca alla loro causa politica —, si accaniscono nel difendere il loro simulacro, vedendosi così costretti ad utilizzare argomenti al limite dell’assurdo.

Prendiamo Federico Fubini. Sul Corriere della Sera del 31 gennaio —dopo aver segnalato che “… nell’Eurobarometro di Bruxelles l’Italia presenta la quota di favorevoli alla moneta unica più bassa dopo Cipro” e che “…Quello che un tempo era uno dei paesi più europeisti si è trasformato nel suo contrario”—, prova ad indicare cosa accadrebbe “in concreto” se l’Italia uscisse dall’Unione e tornasse alla sovranità.
C’è da mettersi le mani tra i capelli.  

Lasciamo stare l’argomento davvero ridicolo dell’immigrazione —“fuori dalle Ue ci troveremmo esposti senza difese né veri alleati”. E’ noto che  invece di un “aiuto” la Ue ha risposto sospendendo Schengen lasciando alcuni paesi, tra cui il nostro, completamente soli. Sorvoliamo poi, per carità di patria, sul discorso sconclusionato secondo cui con il protezionista Trump alla Casa Bianca verrebbe “minacciato il nostro export verso l’America che oggi fattura 40 miliardi di euro l’anno” —come se restare nella Ue allacciati alla Germania non fosse peggio.

Due sono i piatti forti contro il cosiddetto “salto nel buio dell’uscita”.
Il primo è quello del debito estero. Sentiamo che ci dice il Fubini:
«… c’è un enorme debito estero pubblico e privato di almeno mille miliardi, che gli italiani dovrebbero a quel punto saldare in euro avendo una nuova moneta svalutata».
FERMI TUTTI!

Fubini non può non conoscere il principio della Lex Monetae —in Italia scolpito negli articoli 1277 e 1278 del nostro Codice civile—, per cui uno stato sovrano, stante la moneta avente corso legale, determina, in base alle proprie leggi, quale debba essere il tasso di conversione tra la precedente e la successiva moneta. Che significa? che una volta tornati a moneta sovrana lo Stato rimborserà —nel caso che voglia rimborsare— i suoi creditori esteri (ad oggi 780 miliardi sui 2.229 totali) con la nuova valuta, nient’affatto in euro.[1]  Principio che vale in barba alle Clausole di azione collettiva (CACs) sui titoli di stato introdotte dal Governo Monti in seguito alle direttive Ue. [2]

Fubini obietterà che diverso è il caso dei debiti su estero contratti da privati, anzitutto banche (220 miliardi in obbligazioni, prestiti ecc.). Ciò è vero, ma solo nei casi dei contratti di debito attivati sotto giurisdizione non italiana —che supponiamo siano una parte molto piccola del totale.

Fubini, rendendosi conto che la pistola era caricata a salve, passa all’artiglieria pesante:
«Questa Europa sarà piena di carenze e contraddizioni ma è un sistema strettamente integrato: per un’Italia che uscisse dall’euro, svalutasse e di fatto minacciasse di non saldare il suo debito estero in euro, le porte dell’Unione si chiuderebbero quasi subito. Tornerebbero le barriere doganali verso i primi due mercati di sbocco: la Germania, verso la quale esportiamo per oltre 50 miliardi l’anno; e la Francia che assorbe 40 miliardi di made in Italy (con un forte surplus commerciale a nostro favore)».
La balistica Fubini, la balistica!

Il Nostro sa bene che: (1) in caso di uscita dall’euro dell’Italia le probabilità che l’Unione europea resti in piedi sono prossime allo zero —lo scenario che prende in considerazione è quindi del tutto aleatorio; (2) l’integrazione economica esistente tra paesi europei ha radici storiche ed economiche profonde, che non verrebbero meno con la fine dell’Unione; (3) in caso di ritorno a regimi di moneta sovrana i paesi a subirne conseguenze pesanti, tanto più in caso di adozione di misure doganali protezionistiche, sarebbero quelli in surplus commerciale —quindi, in primis, proprio la Germania visto che detiene l’avanzo commerciale più alto del mondo— visto che la loro valuta subirebbe una pesante rivalutazione, rendendo meno appetibili sui mercati esteri le loro merci. 

L’arrivo dell’euroscettico e nazionalista Trump alla Casa Bianca, essendo un potente fattore esogeno di dissoluzione della Ue, spinge i partigiani dell’euro —ovvero del “vincolo esterno” per raddrizzare il legno storto italiano— ad usare l’arma di ultima istanza: quello dell’italietta e della liretta. Sentiamo ad esempio quanto scrive il pennivendolo Antonio Polito sul Corriere della Sera del 1 febbraio:
«Che cosa ci possa guadagnare in un mondo tale [quello del ritorno al balance of power, ovvero riarticolato sugli stati nazionali, Ndr]» la nostra piccola Italia, sia dal punto di vista dei commerci che del peso politico, a gareggiare da solo in competizione con i giganti del pianeta senza più nessuna speranza di proteggere i suoi interessi sotto il manto di una dimensione continentale, è un mistero che i fautori dell’addio all’Europa un giorno magari ci spiegheranno».
Qui se c’è un mistero è solo quello del presunto “manto” dell’Unione che proteggerebbe il nostro Paese. Che la Ue abbia accresciuto gli squilibri tra i paesi che ne fanno parte, e che l’Italia ne sia forse la principale vittima, non lo diciamo noi, lo dicono i fatti. Si vede che Polito non legge nemmeno quanto scrive la testata per cui lavora, tra cui proprio lo stesso Fubini. [3]

Siamo in presenza del vero e proprio dogma dei corifei neoliberisti della globalizzazione, quello secondo cui un singolo paese che non abbia dimensioni gigantesche non ha speranze di competere quindi di sopravvivere nel contesto della globalizzazione.

Il fatto è che questo dogma è condiviso anche da chi sostiene di essere  antiliberista e/o addirittura anticapitalista. Facciamo riferimento, ad esempio, a coloro che si riconoscono nelle diverse varianti del “piano B”, segnatamente le due principali componenti, quella di Lafontaine e quella di Varoufakis —la corrente lafontaniana proponendo sì un ritorno alle monete nazionali ma ripristinando la forma dello Sme, quella di Varoufakis difendendo l’idea della moneta comune europea.

Tre sono gli argomenti “forti” che questi compagni sollevano per condannare ogni ritorno alla sovranità nazionale, quindi conservando una qualche forma di Unione economica e monetaria.

Il primo è che un singolo paese, tanto più se con alto debito, finisce più facilmente in pasto alla finanza predatoria internazionale.
Il secondo è quello che alcuni economisti francesi eterodossi chiamano “escalisme” (scalismo, che sta per gigantismo), cioè l’idea che in un mercato globale liberoscambista, si può sopravvivere solo con “grandi economie di scala”.
Il terzo è che nell’economia oramai globalizzata ogni paese sarebbe afferrato in un’inestricabile “catena di produzione del valore” che non consente alcuno sganciamento e reale indipendenza economica.

Non abbiamo qui lo spazio per una contestazione rigorosa e scientifica di questi argomenti. Ci limitiamo ad alcune telegrafiche considerazioni, politiche e fattuali.

Il primo errore dei globalisti di sinistra è teorico: quello di ritenere la mondializzazione come un processo economico irreversibile — quindi, di converso, considerare impossibile ogni sganciamento dalla globalizzazione neoliberista. Assistiamo invece al suo tramonto, cosa che ripropone la centralità degli stati nazionali, quindi delle decisioni politiche sovrane su quelle determinate dai mercati. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca è la prova più clamorosa di questa tendenza.

Il secondo errore dei globalisti di sinistra è assiologico: quello di considerare la mondializzazione capitalistica un “progresso necessario”, un avanzamento della civilizzazione —quindi, di conseguenza, considerare “un andare indietro” ovvero un processo reazionario il de-globalizzare su basi nazionali.

Il terzo errore dei globalisti di sinistra è quello di utilizzare il criterio delle “economie di scala” in riferimento alle dimensioni degli stati nazionali, mentre esso vale semmai per singole aziende o filiere produttive dove i fattori dimensionale e della capitalizzazione evidentemente contano per ridurre i costi di produzione. [4] Uno Stato sovrano che ritenga necessario sostenere le proprie filiere produttive e i settori economici nazionali ha mezzi e risorse affinché le aziende possano avere alti livelli di produttività —rendendo relativo il fattore grandezza— e quindi emanciparsi dalla gran parte dei vincoli e delle concatenazioni delle cosiddette  “catene di valore” internazionalizzate. [5]

Come detto non pretendiamo, con queste brevi considerazioni, di chiudere il confronto con i globalisti e gli europeisti di sinistra. Ci sia solo consentito, a mo’ di conclusione, segnalare che certe tesi sono contraddette da ogni evidenza empirica.

Ci sono com’è noto svariate economie nazionali tutt'altro che titanichele quali, malgrado il marasma mondiale, sono più che floride, non fanno parte di alcuna unione, né economica né tantomeno monetaria, la cui sovranità è anzi fattore primario di successo. Tanto per fare degli esempi la Corea del Sud, Taiwan, Singapore e, per venire in Europa, la Svizzera o la Norvegia — paesi a cui infatti non passa per la testa di entrare nella Ue tantomeno nella Uem.

Perché mai un’Italia sovrana, in un contesto di tendenziale de-globalizzazione, dato il suo enorme patrimonio di forze produttive, con la politica e l’interesse generale messi al primo posto, non potrebbe risorgere e fare addirittura meglio dei paesi sopra citati?

NOTE

[1] In base all’ultima rilevazione ufficiale della banca d’Italia del gennaio 2016 la quota del debito pubblico italiano in mano a investitori stranieri nel novembre 2015 era pari al 39% del totale. Nell’ultimo anno si è ridotta al 35%, per un totale di 780 miliardi sui 2.229 totali.
«Non esistono dati ufficiali puntuali, aggiornati e certi. Ma in base a stime attendibili, il debito pubblico italiano in forma di bond è detenuto per il 65% da detentori italiani di cui banche (20%) , compagnie di assicurazione , (17%), Banca d’Italia (11%), fondi comuni (3%), famiglie (6%) , altri italiani (8%) e per il rimanente 35% da un’istituzione straniera, la Bce , (9%) e poi da investitori esteri (26%). Le istituzioni e gli investitori istituzionali italiani, che sono mani forti, non vendono in massa, non svendono, non speculano contro l’Italia in tempi di crisi»
Isabella Bufacchi. Il Sole 214 Ore del 7 dicembre 2016

[2] Introduzione delle Clausole di azione collettiva

[3] Vedi l’articolo sugli squilibri delle bilance dei pagamenti nella Ue scritto non più tardi di cinque mesi fa.

[4] Economie di scala: Diminuzione dei costi medî di produzione in relazione alla crescita della dimensione degli impianti e sono quindi realizzate dalle grandi imprese per ragioni organizzative e tecnologiche. In relazione a un dato livello di dimensione degli impianti, la riduzione dei costi unitarî al crescere della quantità prodotta può realizzarsi in conseguenza sia della maggiore efficienza della direzione e delle maestranze, sia della riduzione e dispersione dei rischi, sia della maggiore facilità di finanziamento e della possibilità di un più largo ricorso alla pubblicità. Inoltre le economie di s. sono connesse con la ricerca di migliori metodi di produzione e con lo sviluppo di nuovi prodotti. Alle e. di s. fanno però riscontro anche le diseconomie di scala, ossia le difficoltà crescenti di organizzazione e di amministrazione collegate con l'aumento delle dimensioni delle imprese.

[5] Un utile abstract sulle Catene di Valore


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11 commenti:

  • Anonimo scrive:
    5 febbraio 2017 03:15

    Il debito va in gran parte ripagato in euro.
    Ora vi spiego e ve lo dimostro con un link di un economista a voi vicino.
    Si tratta dei titoli comprati dalla BCE nel programma di alleggerimento quantitativo. Quelli è scritto che debbono essere saldati in euro.
    E sono tanti.

    Lo dice anche Gennaro Zezza mentre corregge nel libro di Cesaratto lo stesso errore che fate voi

    Copincollo o'professore e poi il link

    Zezza:

    "P.S. Una cosa è sfuggita a Sergio, nella descrizione del funzionamento del QE nell’Eurozona. Come il testo spiega chiaramente, il QE viene effettuato in prevalenza dalle Banche centrali nazionali dell’Eurosistema, che sono autorizzate dalla BCE a creare liquidità a fronte di acquisto di titoli pubblici del proprio Paese. Ma se un Paese decidesse di uscire dall’Euro, e riconvertire i propri titoli in valuta nazionale, la propria Banca centrale nazionale che ha questi titoli nel suo portafoglio per conto della BCE, dovrà garantirne il rimborso in Euro, e non nella nuova valuta nazionale. Il QE, da questo punto di vista, è stato l’ennesimo provvedimento per aumentare il costo dell’uscita dall’Euro."

    http://gennaro.zezza.it/?p=1920

  • Luca Tonelli scrive:
    5 febbraio 2017 08:47

    Se usciamo non si paga niente in euro.
    Come puoi rimborsare in una valuta che non esiste più?

  • Anonimo scrive:
    5 febbraio 2017 09:36

    Tonelli

    Le scommesse da smargiassi finisce che si perdono in malo modo.
    Se l'Italia esce l'eurozona si divide in due e l'euro propriamente detto resta nella parte dei paesi forti.
    Invece di pensare programmi da squinternati come "usciamo usciamo" o peggio ancora "facciamo il corralito" teniamo presente che il problema del debito denominato in euro esiste e che l'unica via di uscita è nei rapporti di forza che sembrano mutare dopo l'elezione di Trump.

    Se si vuole uscire dall'euro lo si potrà fare solo alleandosi apertamente col nuovo presidente USA e cercando il sostegno in una Francia eventualmente governata dalla Le Pen.

    Non c'è altra strada e chi racconta di Lex Monetae mente o è un impreparato.
    La LM vale per tutto ciò che è prima del QE, dal QE in poi gli acquisti della BCE sono denominati solo in euro.

    Ce la farà la sinistra a comprendere che è necessaria una alleanza tattica con Trump e con i populismi di destra?
    No, non lo capirà e per questo resterà ai margini.
    Prevedo quindi l'ennesimo insuccesso per Eurostop a meno che non accetti di diventare più spregiudicato.

  • Matteo scrive:
    5 febbraio 2017 09:38

    Correggetemi se sbaglio,ma i creditori inglesi e olandesi dell'Islanda non volevano essere pagati in sterline e euro,e poi dovettero accontentarsi di corone svalutate? Lo chiedo senza nessuna polemica,solo per saperr

  • Anonimo scrive:
    5 febbraio 2017 10:46

    Matteo l'Islanda per prima cosa non era nell'euro e poi i suoi titoli non erano stati comprati dalla BCE nel programma di QE.

    Non vi sto dicendo che non si può fare nulla ma che si stanno sparando faciloneria a ruota libera (la lex monetae di quello, il corralito di quell' altro,i vari cavilli economico giuridici) senza capire che tutto sta nella capacità di interpretare in maniera "machiavellica" la contingenza politica.
    Non lo volete fare per restare puri?
    Rimarrete ai margini.
    Tenere presente che le contingenze passano ma se le sai sfruttare ti ritrovi in una posizione improvvisamente avvantaggiata dalla quale sarà facilissimo rivendicare la propria originaria identità forti del successo ottenuto.
    Il successo giustifica tutto.
    L'insuccesso al contrario trasforma le buone intenzioni in ridicole velleità da falliti.

  • Legge Mancino n°205 scrive:
    5 febbraio 2017 11:20

    Sta mattina mi son guardato il Caravaggio. Ci sono numerose opere all'estero. Inghilterra, in Germania. Nel 45 sono sparite 3 opere. C'è mezza italia al Louvre, a NY e Londra.
    Può sopravvivere un Italia sovrana?
    Si certo basta togliere dagli scantinati tutto il patrimonio artistico e metterlo nei musei e poi fare pagare chi viene dalla cina, dal giappone, dalla russia, dagli usa a vedere. Si paga per vedere basta con sto mito del tutto gratuito. D'Annunzio diceva che l'Italia non si sarebbe lasciata deindustrializzare per diventare il ristorante e il museo preferito dagli inglesi. Giusto. Ma non si campa di sole industrie che fanno tondini. Il patrimonio artistico va sfruttato e oggi non è così. Incominciamo a fare pagare chi entra a Firenze, Siena o Assisi. 100€. Cosa è l'america intera di fronte a una di queste città ? Niente. Quale civiltà lascerebbe il vuto più grande se scomparisse in una notte ? Un altro mondo è possibile.....

  • Anonimo scrive:
    6 febbraio 2017 07:54

    Ma non dica sciocchezze sui musei, per cortesia.
    L'Italia ha un problema dal punto di vista del patrimonio artistico e cioè le opere sono sparse in tutto il territorio e non concentrate per esempio in un Louvre o in una Tate Gallery.
    La roba di epoca romana a Roma sta a palazzo Massimo alla stazione termini, poi ai musei Capitolini al Campidoglio, poi un sacco di cose in altre gallerie e in più c'è l'intera collezione Torlonia alla Lungara che non si sa cosa se ne voglia fare.
    La stessa cosa per i quadri che stanno disseminate nelle varie chiese e non a palazzo Barberini. Per non parlare dell galleria Spada, della galleria Colonna, della galleria Corsini, dei musei Vaticani.

    Dopodiché in Toscana trovingli uffizi ma se vuoi cercare certe note pitture devi metterti a girare come una trottola per tutta la regione.
    Chi in questo blog sa dove si trova quel capolavoro assoluto della deposizione di Rosso Fiorentino?
    Chi è andato a vederla?
    A Volterra chi è andatao al museo etrusco a vedere l'Ombra della Sera?
    Quanti dei turisti che vengono a ma drie in Italia se ne fregano di queste cose?

    I grandi musei non fanno soldi coi biglietti ma con gli oggetti venduti al souvenir shop.
    Invece di fare i nostalgici sul nostro patrimonio per far finta di essere uno che si interessa di arte cerchiamo di dividere i due piani.
    Esiste un turismo di massa che va sfruttato al souvenir shop e nel comtempo bisogna salvaguardare il patrimonio offrendo anche ai veri appassionati la maniera di fruire al meglio le opere d'arte.

    Il punto è, per essere chiari, che nei magazzini dei musei italiani a parte alcune eccezioni non c'è nulla di trascendentale.
    Anzi ci si trova un colossale ammasso di roba accademica dell'ottocento che si potrebbe tranquillamente buttare.

  • Federico Parigi scrive:
    6 febbraio 2017 10:54

    Aggiungo alla lista dei "piccoli paesi ma forti" la Repupplica Ceca, pil +2% disoccupazione al 3,5%. Stanno per mollare il floor della corona a 27. http://www.wallstreetitalia.com/repubblica-ceca-come-la-svizzera-abbandonera-leuro/

  • Legge Mancino n°205 scrive:
    6 febbraio 2017 15:46

    @ Anonimo 6 febbraio 2017 07:54
    Quindi si paragona l'Italia alla Francia che senza Parigi è il nulla.
    E si dice che c'è solo paccottiglia e robetta da buttare
    Poi ci stupiamo dei governanti ladri che ci hanno venduti.
    Ma quale Italia sovrana con certi ragionamenti.

  • Anonimo scrive:
    6 febbraio 2017 16:06

    Legge Mancino

    Non hai capito niente.

    Lasciamo perdere che è meglio.

  • Legge Mancino n°205 scrive:
    6 febbraio 2017 21:40

    si anonimo che capisci tutto lascia perdere che è proprio meglio

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