martedì 28 febbraio 2017

ALITALIA: «La cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto» di Daniele Moretti

[ 1 marzo ]

«Vorrei spendere due parole e ringraziare tutti quei colleghi e colleghe che dopo aver subito per anni pressioni di ogni tipo, dopo aver accettato compromessi raggiunti e imposti da persone che invece di tutelare, svendevano sia il nostro che il loro lavoro, dopo aver non solo lavorato ma vissuto nella precarietà per anni, hanno deciso che è stato raggiunto un limite sotto il quale non si può andare, hanno deciso che non si può lavorare ad ogni costo, hanno deciso che la parola Lavoro deve essere seguita dalla parola Dignità, queste persone hanno deciso di alzare la schiena, di mettersi in gioco, di rischiare, di lottare contro qualcuno infinitamente più grande e potente di loro, queste persone hanno e avranno sempre tutta la mia stima, queste persone sono la cosa più bella che ho visto in 9 anni di aeroporto ed io sono orgoglioso di farne parte.


Comunque vada un giorno potremmo dire che ci abbiamo provato, che ci abbiamo sperato e creduto, comunque vada un giorno potremmo dire che una volta forse solo una abbiamo avuto il coraggio di dire di no.

GRAZIE a tutti voi e grazie ai rappresentanti della Cub che ci stanno aiutando.

Per tutto il resto?!
C'è un foglio con un contratto da 5 ore che vi faranno firmare con le lacrime.. ma voi lacrime non ne avete perché vi hanno insegnato a sorridere a qualunque costo».



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ITALIA: CROLLA NELLA RETE IL FILO-EUROPEISMO

[ 28 febbraio ]

Crollato il filo-europeismo tra i cittadini italiani: da un gradimento del 40% di cinque anni fa, si è passati al 15,5% dei giorni nostri. E crescono i commenti per un divorzio dell'Italia dalla Ue. Un'indagine sul web.

Cresce l'onda antieuropeista, che - almeno in Rete - consolida il proprio consenso, attestandosi attorno all'85% dei pareri espressi. E non vale a placare le polemiche la proposta della Cancelliera tedesca di formalizzare l'esistenza di una Europa "a due velocità". E' quanto emerge dalla lettura di quasi 200 mila testi pubblicati su Twitter nel mese di febbraio appena concluso. Dal 2012 ad oggi l'Unione europea ha infatti progressivamente perso il favore dell'opinione pubblica del Bel Paese: da un gradimento del 40% di cinque anni fa, si è passati al 15,5% dei giorni nostri (comunque superiore, piccola nota di ottimismo, al minimo dell'11% toccato nel 2016).

I giudizi sui temi economici guidano, tra le principali ragioni, il fronte anti-Ue: il 35,1% dei commenti avversi all'Unione ne criticano infatti le politiche di eccessiva austerità. La gestione delle emergenze migratorie è invece nel mirino del 24,2% dei commenti, cui si aggiunge - sempre sul fronte delle relazioni internazionali - l'8,7% di chi reputa che la Ue non sappia affrontare adeguatamente le proprie esigenze di difesa. Quasi un terzo dei testi esaminati, invece, muove all'Ue una obiezione di fondo, non legata a specifiche scelte politiche: l'Unione è una tecnocrazia e le sue istituzioni mostrano un deficit strutturale di democrazia. La minoranza dei sostenitori dell'Unione europea, d'altra parte, sostiene che l'Ue abbia reso migliore la vita dei cittadini europei (75,2%) e che l'esistenza delle istituzioni europee abbia accresciuto l'autorità e il potere decisionale dei Paesi aderenti nello scacchiere geopolitico internazionale (24,8%).

In questo quadro, le recenti dichiarazioni della signora Merkel circa l'esistenza di una Europa a più velocità non migliorano il quadro, dividendo esattamente a metà l'opinione pubblica on-line. A determinare la spaccatura, probabilmente, è il diverso parere che viene espresso circa l'appartenenza dell'Italia al gruppo di testa o a quello di coda di una ipotetica Europa "frammentata". Il 36,7% dei commenti reputa così che la formalizzazione dell'esistenza di due gruppi di Paesi all'interno della Ue sarebbe un vantaggio per l'Italia, mentre il 33,6% ritiene che le conseguenze per il Paese sarebbero negative. A questi ultimi vanno aggiunti quanti sostengono che il frazionamento in gruppi dei Paesi dell'Unione gioverebbe alla sola Germania, vista ovviamente come il leader del gruppo "superiore" (17,2%). Una parte non trascurabile dei post analizzati, forse più pragmatici, invita invece a prendere atto che l'Europa è già di fatto composta da gruppi di Paesi che si muovono a velocità diverse (12,5%). E anche qua, i pareri su quale sia la velocità con cui effettivamente l'Italia si stia muovendo rimangono discordanti.

Insieme ai sentimenti antieuropeisti, si vanno radicando i pareri favorevoli all'Italexit, ovvero ad una uscita dell'Italia dall'Unione europea, sulla falsariga della Brexit, decisa nel giugno scorso dai cittadini del Regno Unito. Tra chi si esprime sul tema (una percentuale di commenti ancora minoritari, ma - attenzione - in rapida crescita) i favorevoli all'Italexit supera il 60%. Il dato positivo (si fa per dire) è che tale percentuale si ferma diversi punti al di sotto delle percentuali di avversione all'Unione europea: la differenza, peraltro non determinante, può riflettere la consapevolezza che il nostro Paese - a differenza del Regno Unito - condivide con i Paesi dell'Unione, oltre ai trattati sul mercato comune, anche la scelta della moneta unica.

* Fonte: VOICES from the Blogs 
osservatorio scientifico sui social media dell'Università Statale di Milano curato da A. Ceron, L. Curini, S.M. Iacus e G. Porro.

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PARIGI, 4 MARZO: IV FORUM DEL COORDINAMENTO EUROPEO NO EURO

[ 28 febbraio ]

Una delegazione di Programma 101 parteciperà al 4°Forum Internazionale per l'uscita dall'euro, dall'Unione Europea e dalla NATO organizzato dal Coordinamento europeo No Euro.


4 marzo 2017, Parigi, 30 Rue Cabanis.


Perché uscire dall'Unione Europea, dall'Euro e dalla NATO per costruire politiche favorevoli ai popoli, per la giustizia sociale e una nuova cooperazione internazionale



Programma del Forum
Interverranno delegati dei diversi paesi

Ricezione dei partecipanti ore 08:30

Tavola rotonda 1 . Ore 09:20-11:20
Resistenze contro il neoliberismo in Europa


Tavola Rotonda. Ore 11:30-13:30
Dal rifiuto del sistema neoliberista alla lotta per la sovranità nazionale e popolare


Tavola rotonda 3. Ore 15:00-16:30
Uscita dall'Unione europea o "Piano B"?


Tavola rotonda 4. Ore 16:35-18:35
Una strategia per l'uscita unilaterale dalla Ue e dall'Euro

Conclusioni. Ore 19:00-20:00

Un piano di azioni coordinate a scala europea per la sovranità

Tutte le informazioni sul sito dei compagni francesi di PARDEM (Partito della Demondializzazione) e sul sito del Coordinamento


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lunedì 27 febbraio 2017

«PRODI, LEI È COLPEVOLE, CHIEDA SCUSA...» di Cristina Re

[ 27 febbraio ]

Una brava studentessa (non dico coraggiosa, perché per e mail mi ha riposto "Grazie professore, ma non credo sia stata una cosa così straordinaria") ha chiesto delle scuse (politiche e intellettuali naturalmente) a Prodi, di persona. 

Ho l'onore di essere stato invitato da Cristina il prossimo 27 marzo a Bologna, dove me la vedrò col braccio destro di Prodi, il prof. Paolo Onofri. Credo che ciò che abbia detto sia innanzitutto di una dignità straordinaria (anche confrontato con le deformazioni di Prodi e dei reporter):
«Adesso, non le chiedo, come fa qualcuno, di formare un nuovo partito o ricandidarsi per riparare alla situazione. No, quello spetta a noi. Però le chiedo, come minimo, che riconosca le sue responsabilità e i suoi errori; e che magari ci chieda anche scusa».
Il video è QUI , il testo e il commento di Cristina di seguito

Sergio Cesaratto

Ieri sera è uscito un articolo su Agi in cui si dichiara che durante l'incontro di Rethinking Economics Bologna con Prodi una studentessa (io): "aveva espresso dubbi sul progetto europeo auspicando un ritorno alle frontiere tra gli Stati Ue."

Tuttavia io non ho mai in nessun momento detto una cosa del genere ma ho piuttosto richiesto all'ex presidente del consiglio e della commissione europea di riconoscere le sue responsabilità ed i suoi errori nell'implementare politiche neoliberiste che ci hanno portato alla situazione attuale.

Questo perché "mi rifiuto di vivere in un paese che soffre di deficit di memoria. Che trasforma i carnefici in vittime e i colpevoli in eroi".

Prodi, che fa il politico di mestiere, ha ovviamente deviato il discorso mettendomi in bocca parole non mie.

Però mentre da un lato mi aspetto un comportamento del genere da un politico dall'altro mi auguro, forse ingenuamente, che la stampa non rappresenti in modo distorto la realtà.
Riporto quindi qui il mio intervento postando anche il video nel quale si nota che sono pure stata maleducatamente interrotta da un probabile fan di Prodi.

"Salve professore,

Sono Cristina di Rethinking economics Bologna e la ringrazio per aver accettato il nostro invito. Detto ciò, però, questo è l'unico ringraziamento che mi sento di farle. Mi permetta di rubarle due minuti.

Le parlo come componente di quella che viene definita "Generazione Erasmus". Eccola qui, la generazione Erasmus: una generazione nata e cresciuta all'interno dell'Unione Europea ed educata con la favola di un'Europa di cooperazione e obiettivi comuni, di uno spazio in cui viaggiare liberamente ed educarsi alla diversità. Un luogo di pace, prosperità e libertà.
La favola della nuova generazione Europea di studenti colti, aperti e con alta mobilità si scontra però con la realtà, ossia con la generazione dei disoccupati e dei lavoratori poveri. Infatti, solo l'1% degli studenti italiani partecipa a progetti di mobilità, mentre gli altri si trovano in situazioni di precarietà o disoccupazione. La disoccupazione giovanile nel 2017 è arrivata a superare il 40% e coloro che trovano lavoro sono costretti ad accettare orari e salari da fame con contratti a termine o retribuiti tramite voucher. In tantissimi sono costretti ad emigrare; alcuni svolgono attività di ricerca qui sotto finanziata altri sono costretti a lavori non qualificati e sottopagati, nonostante l'alto livello d'istruzione.

Il futuro dei giovani italiani è un futuro grigio e di cui lo Stato ha deciso di non farsi carico. Siamo una generazione abbandonata dalle istituzioni e, certo, non sarà tutta colpa dell'Unione europea, ma sicuramente per capire come migliorare bisogna prima individuare le colpe ed i colpevoli. L'italia ha scelto di condividere e mettere in atto lo smantellamento dello stato sociale: ha tagliato educazione, istruzione, protezioni sociali, investimenti industriali, ecc. Una situazione di cui nessuno vuole farsi responsabile ma che è strettamente collegata con l'adesione dell'Italia alle politiche neoliberiste.
Professore, lei, il 18 gennaio ha rilasciato un'intervista al Quotidiano.net in cui dice "la mia Europa è morta. Ma spero che la crisi la svegli. Ora possiamo solo aggiungere: preghiamo"
Beh, troppo semplice così.

Mi dispiace ma mi rifiuto di vivere in un paese che soffre di deficit di memoria. Che trasforma i carnefici in vittime e i colpevoli in eroi.
Non possiamo non dimenticare che lei, come presidente dell'IRI ha svenduto il patrimonio economico italiano a società private.

Lei partecipò in prima persona alla nascita dell'euro, prima come Presidente del Consiglio e poi come Presidente della commissione europea.

Lei non si è battuto per cambiare i criteri scellerati del trattato di Maastricht, nei quali l'Italia non rientrava, ma promise riforme future. Da quel peccato originale è succeduto un vortice di privatizzazione, tagli al welfare, sottomissione ai diktat franco- tedeschi, attacco ai salari e ai diritti dei lavoratori con l'unico obiettivo di ridurre il nostro debito pubblico, rientrare nei parametri di Maastricht e renderci "competitivi". Fu proprio durante il suo governo che venne approvato il Pacchetto Treu che diede inizio al fenomeno della precarietà in Italia.

Durante il suo secondo mandato da Presidente del consiglio, poi, fu lei a firmare il Trattato di Lisbona che di fatto era uguale alla Costituzione europea bocciata nel 2005 da francesi e olandesi.
Mi dispiace ma non può dire che questa non è la sua Europa. Questa è proprio la sua Europa.
Lei ha svenduto il nostro futuro e in cambio di cosa? Ecco cosa abbiamo ottenuto: la libertà di andare all'estero a fare i camerieri o di vivere una vita di precarietà e misera. Una vita che ha condotto molte persone alla disperazione ed alcuni anche al suicidio.

Adesso, non le chiedo, come fa qualcuno, di formare un nuovo partito o ricandidarsi per riparare alla situazione. No, quello spetta a noi.

Però le chiedo, come minimo, che riconosca le sue responsabilità e i suoi errori; e che magari ci chieda anche scusa."
Qui il link all'articolo:
http://www.agi.it/…/ue_prodi_tornare_indietro_sarebbe_una_…/

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LA GRECIA, L'EUROPA E GLI IMBECILLI di MdS

[ 27 febbraio ]

C'è qualcosa in giro di più ridicolo dei sinistrati? 

Sì, i sinistrati quando si mettono a scrivere appelli. La casistica è lunga ed articolata, ma quello recentemente lanciato sulla Grecia - «Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa» - davvero non scherza.
Il bello di costoro, per chi li volesse prendere ancora sul serio, è che ci parlano di un modo fatato, di un sogno europeo così seducente quanto inesistente, che certo prima o poi risorgerà a suon di... appelli. 

Questo il loro incipit: «La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi». Ah sì? Questa sì che è una notizia! E quando è iniziata questa strada? Forse nel luglio 2015 quando Tsipras, il traditore dell'OXI, decise di sottoscrivere il Terzo Memorandum?

Sul punto gli appellanti tacciono. Vergogna, pudore, banale reticenza, o più semplicemente tanta ma tanta disonestà intellettuale? Certo, molti dei firmatari sono degli tsiprioti della prim'ora. Ma non tutti, e per l'occasione hanno imbarcato anche Susanna Camusso, una nota per le battaglie contro l'austerità, pensate che contro la legge Fornero organizzò ben tre ore di sciopero: quasi un'insurrezione!  

Ma come salvare la Grecia e gli altri paesi mediterranei dell'UE dalle politiche austeritarie? Semplice: «Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale».

Questi davvero ci hanno rotto gli zebedei. Ma pensano che chi li legge sia più grullo di loro? Dove sono mai esistite le «radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale» di cui straparlano? Ma non glielo ha ancora detto nessuno che si tratta di balle? Che l'Unione Europea è nata proprio per svuotare la democrazia, attaccare ogni diritto sociale, scatenare la guerra verso il basso?

Chissà, alcuni dei firmatari scrivono libri e forse qualcosina avranno letto pure loro. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Questa però si chiama presunzione, che il dizionario Treccani così bene descrive: «Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati». Che alla Treccani abbiano letto le idiozie di costoro?

Ma simili personaggi non li ferma nessuno: «L'Europa deve riprendere il processo di integrazione» e «non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici». Tornare? Perché c'è bisogno di «tornare»? Che forse oggi non c'è già il nazionalismo egoistico della Germania? Ah già, ma è quello dominante e dunque è meglio non disturbarlo, sennò si distrugge il sogno della mitica Europa!

E come rilanciarlo questo «sogno», se non «riscrivendo i Trattati ingiusti»? Certo, è semplice, si è trattato solo di un errore di scrittura, e se gli sono venuti «ingiusti» è solo perché lì per lì non se ne erano accorti. Ma si può sempre rimediare, in fondo basta leggere l'appello...

Loro infatti si prendono molto sul serio: «Chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici». Dicono che a Berlino la signora Merkel sia saltata sulla sedia: passi per la Brexit, Trump, la caduta di Renzi, la crisi dell'euro ed i rischi delle elezioni francesi, ma adesso ci si mette pure Marco Revelli! Scheiße! E' venuta l'ora di chiudersi nel bunker e preparasi alla fine!

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sabato 25 febbraio 2017

LA SAPETE L'ULTIMA? SI INTITOLA "ARTICOLO 1"

Roberto Speranza, Enrico Rossi, Massimiliano Smeriglio (lapresse)
[ 25 FEBBRAIO ]

Ce lo dice la repubblica.it di oggi «Si chiamerà "Articolo 1 - Movimento democratici e progressisti" la nuova formazione politica lanciata stamattina dagli ex Pd Roberto Speranza ed Enrico Rossi e dall'ex Sinistra Italiana Arturo Scotto a Roma. 
L'articolo 1 della Costituzione "è il nostro simbolo, la nostra ragione" ha detto Speranza. "Queste parole straordinarie sono ancora una incompiuta. Il nostro primo punto nell'agenda di governo e dare risposta a questo dramma sociale. I giovani innanzitutto"».

Per convincersi che il nuovo partito è una schifezza sarebbe sufficiente stare ai curricola dei fondatori. Noi, forse masochisti, siamo andati tuttavia a leggere Il manifesto di (pseudo)Articolo1.

E che ne viene fuori? Forse che Renzi è il nemico?  Forse che è il neoliberismo che ha portato il Paese al collasso? Forse che i Bersani ed i D'Alema fanno qualche cenno d'autocritica per essere stati i corifei dei governi (non solo Monti) che hanno massacrato il popolo lavoratore?

Niente di tutto questo! Il nemico numero uno sono "i populisti", ovvero le forze che a vario titolo rappresentano l'opposizione al regime oligarchico —essenzialmente M5S, Lega salviniana, la sinistra no-euro. Lo scopo? Riconciliare il popolo con le élite oligarchiche, riappacificarlo con l'Unione europea, ricostruire il centro-sinistra.

I sondaggi danno questi sciagurati tra l'8 ed il 10%. Vedremo, vedremo... 

Cosa ci faranno con questi voti non lo hanno nascosto: essi, per l'intanto, agiranno come i più fidi paladini del governo Gentiloni poi, in vista delle elezioni, saranno alleati del PD, anche con Renzi al comando (ça va sans dire), quindi prima linea per difendere il regime.

Il manifesto è distillato chimico di retorica sinistroide. Non poteva mancare il grido d'allarme contro il fascismo in arrivo.

Ci sono venute in mente le sarcastiche parole di Amedeo Bordiga, che dopo la guerra affermò: "Il lascito peggiore che ci ha consegnato il fascismo è... l'antifascismo".

Questi signori non solo non ci difenderanno dal fascismo —ve li immaginate i Bersani e gli Speranza col fucile in mano?— sono invece proprio loro, con le loro politiche antipopolari dipinte di rosso, che faranno da apripista al fascismo (semmai dovesse rialzare la testa).



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NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA: LA TRAPPOLA AUSTRALIANA di Luca Maria Esposito

[ 25 febbraio ]

Secondo gli ultimi dati diffusi dal rapporto Migrantes, al 1 gennaio 2016 gli iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) sono 4.811.163[1], in un trend in continuo aumento dai primi anni 2000. In particolare, nel 2014, 107.529 persone hanno lasciato l’Italia in un movimento che dal 2006 al 2016 è aumentato esponenzialmente del 54,9%, raggiungendo addirittura la cifra record di 147 mila unità nel 2015[2]. Tra questi sono sempre di più i laureati, almeno 25 mila nel 2015, +13% sull’anno precedente. Il flusso di questa nuova ondata migratoria si è diretto principalmente in Europa e Sud America, ma secondo le statistiche, dopo Spagna (+155,2%), Brasile (+151,2%), Argentina (+93,7%), Regno Unito (+76,4%) e Germania (+31,4%), il sesto Paese di approdo per gli italiani è stato l’Australia con un incremento delle registrazioni all’Aire del 31,1%, davanti a Stati Uniti, Svizzera, Belgio, Canada e Francia.
Molto è già stato scritto su questo fenomeno in crescita esponenziale, per il quale, diversamente dal passato, è difficile utilizzare la parola emigrazione nel suo pieno significato, soprattutto in un momento in cui una spaventosa crisi migratoria sta investendo in pieno l’Europa. Quello che abbiamo di fronte è tuttavia un vasto movimento, soprattutto di giovani (il 43% è nella fascia di età 25-39 anni)[3] in cerca di opportunità, che sta investendo il nostro Paese in proporzioni che non si vedevano da tempo.
Una parte di questo flusso ha raggiunto negli ultimi anni anche l’Australia e di questo insieme fanno parte principalmente giovani ragazzi al di sotto dei trent’ anni[4]. La spinta principale che ha portato molti ragazzi a muoversi così lontano da casa può essere individuata, a livello superficiale, nella ricerca di un migliore reddito personale[5], ma è anche il segno di una mancanza di corrispondenza nelle aspettative che questa fascia di giovani ripone nel sistema italiano ed evidenzia anche un forte bisogno di espressione personale[6].
Anche se è molto difficile generalizzare, il percorso che i ragazzi italiani si trovano ad affrontare una volta sbarcati in Australia è piuttosto simile. Un numero notevole di essi atterra negli aeroporti australiani con una cognizione vaghissima di ciò che si troverà davanti, spinto soprattutto dalla voglia di evasione nei confronti di una realtà come quella italiana definita deprimente, desolante, immobile, priva di prospettiva[7]. La temporaneità del visto fa sì che non si percepisca inizialmente quella australiana come una vera e propria migrazione, con tutto il carico emotivo che questo comporta, quanto piuttosto come un’esperienza di vita, simile a quelle che in molti hanno già avuto occasione di avere in Europa. L’Australia è attraente anche perché nell’immaginario collettivo (complici i maggiori media nazionali)[8] è terra dalle “facili” possibilità lavorative, dai guadagni elevati, se rapportati a quelli italiani, e dall’alta qualità della vita offerta. Anche se tali definizioni approssimative hanno sicuramente un fondo di verità, la realtà dei fatti è differente, ma per accorgersene è necessaria una profondità di visione che al momento dell’arrivo in pochi hanno la capacità di cogliere. Secondo i dati raccolti dalla nostra associazione, almeno la metà dei ragazzi non arriva in Australia motivato dalla ricerca del lavoro e solo una percentuale intorno al 9% argomenta la propria scelta con un radicale cambiamento di vita.
Esperienza comune iniziale a tutti è dunque quella della ‘ricerca’: di una sistemazione, di un lavoro, di persone da conoscere, di ambienti in cui inserirsi. Una ricerca che si svolge soprattutto attraverso il ‘passa parola’ oppure tramite il social network. Una volta trovata una sistemazione, che per la maggior parte delle volte è una stanza dal prezzo notevolmente elevato, l’esigenza principale è quella di trovare un lavoro e, riprendendo la definizione di Marta Fana nella sua lettera sull’Espresso[9], da ‘camerieri d’Europa’ i ragazzi italiani diventano, nell’altro emisfero, i camerieri d’Australia. L’ambito nel quale un ragazzo, laureato o meno, troverà sicuramente lavoro è infatti quello dell’hospitality[10] e al di là che tu sia ingegnere aerospaziale o perito agrario, il tuo percorso in Australia ti porterà volente o nolente nelle cucine di un ristorante e poi starà a te decidere se rimanerci o tentare, con molte difficoltà, di esplorare altri ambiti professionali. Ovviamente ci sono ristoranti e ristoranti, ma a quanto rilevato dalle più recenti inchieste sia del Senato Federale[11], che ha definito quella dello sfruttamento dei lavoratori temporanei una “disgrazia nazionale”, il problema del lavoro nero, sottopagato o senza le protezioni stabilite per legge è una realtà con cui molti dei ragazzi italiani hanno a che fare quotidianamente.

La ricerca di un lavoro in regola e retribuito adeguatamente, diventa dunque un’esperienza non facile, che può rendere molto spiacevole e difficoltosa la permanenza in Australia. In più, il visto con cui la maggior parte dei giovani italiani, almeno l’80% di coloro che entrano in contatto con l’associazione, arriva in Australia, è chiamato Working Holiday Visa, ha durata di un anno e permette di lavorare, ma non più di sei mesi con lo stesso datore di lavoro. Questa limitazione è discriminante e rende molto remota la possibilità che un’azienda investa su qualcuno impiegabile solo per un tempo limitato. Di conseguenza, le tipologie di lavoro facilmente accessibili per coloro che possiedono tale visto, sono limitate, eccetto che per alcuni rari casi, a professioni che non richiedono particolare esperienza o training. Un vantaggio di tale tipo di visto è quello di poter essere rinnovato per un successivo anno, previa un’esperienza di lavoro di 88 giorni nelle cosiddette aree rurali. Purtroppo, anche questa esperienza non è priva di insidie e come rilevato dal Fair Work Ombudsman[12], almeno il 29% dei lavoratori temporanei in questo settore non ha percepito uno stipendio, mentre di coloro che riescono a farsi retribuire per il lavoro svolto, il 28% è sottopagato, il 27% dei quali in nero. In più, ben il 6% ha dovuto pagare per avere indietro firmati i propri documenti validi ad applicare per un secondo working holiday visa.
Ma lo sfruttamento comincia ancor prima della giornata lavorativa. Il 14% ha dichiarato addirittura di aver dovuto pagare per avere un lavoro, di questi il 63% ha dovuto pagare un intermediario, il 21% costretto contro la propria volontà perché una parte dello stipendio gli veniva scalata prima di percepirlo. Tutta questa situazione, dice il Fair Work Ombudsman, è frutto di una concezione sbagliata che si è radicata all’interno dei datori di lavoro nelle aree rurali, per i quali, i workingholidaymakers costituiscono una manodopera a basso costo facilmente sfruttabile vista la particolare condizione che li vede privi di tutele e rappresentanze, carenti nella comprensione della lingua, poco informati sui propri diritti di lavoratori e diffidenti verso le autorità. Insomma, la situazione è tutt’altro che rosea e finire preda di personaggi senza scrupoli non è un’eventualità poi tanto remota. Ma non è tutto. Alla scadenza anche del secondo anno, in molti esprimono il desiderio di rimanere ancora in Australia, chi per ragioni personali, chi per motivi lavorativi, ma solo in pochi riescono a farlo grazie al sistema delle sponsorizzazioni.
La maggior parte finisce dunque per ricorrere ad visto da studente[13], una tipologia che si sta diffondendo a macchia d’olio soprattutto negli ultimi anni. Il permesso concede di vivere sul territorio autraliano per studiare, ma limita chi lo ottiene a lavorare solamente 40 ore bisettimanali. L’escalation dei visti studente è stata anche alimentata da tutta una serie di agenzie che, come attività, svolgono il compito di mettere in contatto coloro che vogliono studiare con le scuole. Questo servizio di intermediazione non viene pagato dai clienti che si recano alle agenzie, ma dalle scuole stesse, quindi più studenti le agenzie riusciranno a procurare alle scuole più profitto riusciranno a produrre. Tale sistema ha portato le agenzie ad utilizzare tutti gli strumenti possibili[14] per incentivare l’accesso dei ragazzi alle scuole, arrivando a tenere anche veri e propri viaggi promozionali direttamente in Italia. Un meccanismo che ha dato vita ad un circolo vizioso per cui l’interesse principale non è quello di studiare per accrescere le proprie conoscenze, ma di possedere lo status di studente, alimentando la nascita di corsi estremamente economici ma poco qualificati, che non offriranno facilmente a chi li frequenta la possibilità di accedere in futuro a visti di natura permanente. In più, dato l’alto costo della vita, le persone in possesso di visto studente oltre alle proprie 40 ore bisettimanali sono costrette a lavorare in nero, impattando sul mercato del lavoro in modo distorto e producendo una numerosa mano d’opera debole dal punto di vista contrattuale[15].
In molti casi quindi, coloro che hanno intrapreso questo percorso, anche a causa di coloro che alimentano per proprio tornaconto false aspettative, si ritrovano intrappolati in una situazione che li porta a passare da un visto studente all’altro senza accrescere realmente la propria professionalità, trovandosi pertanto in una specie di limbo di precarietà sia dal punto di vista lavorativo che da quello legale. Tali pratiche, che risultano sempre più diffuse, investono anche i ragazzi italiani, ai quali è necessario fornire informazioni accurate per fare in modo che siano più consapevoli delle loro reali opportunità. Proprio questo è stato uno degli obiettivi del NomIT sin dalla sua nascita.
* Fonte: Senso Comune
NOTE
[1]Migrantes, 2016, Rapporto Italiani nel mondo 2015, Roma
[2] Istituto Italiano di Statistica, Report sulle migrazioni internazionali ed interne della popolazione residente, anno 2015.
[3] Istituto Italiano di Statistica, Report sulle migrazioni internazionali ed interne della popolazione residente, anno 2014
[4] “Almost 50% of the new Italian entrants between 2004 and 2015 arrived under the Working Holiday Visa Program targeted for people between 18 and 30” (Armillei/Mascitelli, 2016, From 2004 to 2016 a new Italian exodus in Australia?,Melbourne).
[5]Becchi E., Barone C., 2016, Graduate Migration out of Italy, Parigi. Ha dimostrato che coloro che lasciano l’Italia dopo la laurea riescono ad ottenere uno stipendio medio superiore del 37%, rispetto ai loro coetanei che rimangono in Italia.
[6]Favell A., Feldblum M., Smith M., 2007, The human face of global mobility: A research agenda, Davis.
[7] Dall’estate del 2013 l’Associazione Nomit Inc. ha aperto uno sportello di assistenza gratuita presso il Consolato Generale d’Italia a Melbourne. Il progetto, denominato Welcome Desk, è sempre stato gestito dai volontari dell’associazione e ad oggi, ha assistito centinaia di ragazzi appena arrivati a Melbourne.  Fin dall’inizio, ai fruitori del servizio è stato richiesto di compilare un form con diverse tipologie di domande, dai dati anagrafici, al livello d’istruzione, dalle motivazioni per cui si è deciso di lasciare l’Italia, al lavoro ricercato o che si svolgeva in precedenza. Tutte queste informazioni sono state raccolte e catalogate per comprendere e conoscere gli utenti che usufruivano del servizio e da esse sono state tratte delle statistiche non ancora pubblicate. Ad oggi il campione raccolto supera le 600 unità.
[10] Secondo i dati registrati presso lo Sportello Welcome almeno il 33% dei ragazzi è impiegato nel settore dell’accoglienza e della ristorazione.
[13]Grigoletti M., Pianelli S., 2016, Un ‘viaggio’ da temporaneo a permanente, Migrantes, Sydney
[14] Con sempre maggiore frequenza le agenzie presentano se stesse come centri informativi gratuiti, attivando contact point aperti al pubblico che offrono diversi livelli di assistenza, come ad esempio aiuto nella ricerca dell’alloggio, del lavoro, ecc. Tale strumento è utile per attirare coloro che hanno necessità di informazioni o assistenza e che potrebbero diventare potenziali clienti. Ma mentre da un lato tale supporto svolge sicuramente un positivo ruolo di aiuto per chi, appena arrivato, ha tali necessità, dall’altro presenta come assistenza disinteressata un’attività che in realtà non lo è, creando confusione tra chi opera nel profit e chi nel no profit.

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venerdì 24 febbraio 2017

«NAZIONALIZZARE ALITALIA!»: GRANDE SUCCESSO DELLO SCIOPERO A FIUMICINO

[ 24 febbraio ]

Si è svolto ieri lo sciopero in ALITALIA. 

Dopo anni di cedimenti vergognosi, anche CGIL, CISL e UIL, sotto la pressione dei loro stessi iscritti, sono stati costretti a chiamare alla mobilitazione. 4 ore di sciopero dalle 14:00 in poi. Adesione totale.

Di questo, ma sottovoce, hanno parlato anche i media. Censura totale invece, per il fatto più importante, lo sciopero e la mobilitazione indetta dai sindacati di base, per la precisione C.U.B. e U.S.B.già dalla mattinata del 23 febbraio. 

Nonostante le minacce dell'azienda (pesantissime) e delle forze dell'ordine (vero e proprio terrorismo!) dell'aeroporto di Fiumicino, tanti lavoratori, anzitutto precari, hanno dato vita ad assemblee ed ad un corteo la cui partecipazione e combattività è senza precedenti. 
Un segnale tanto importante, visto che per anni ha vinto l'azienda coi suoi ricatti, con le sue intimidazioni. Un segnale di svolta, ma ci torneremo.
Ancor più importante la consapevolezza, grazie  C.U.B. e U.S.B. che la sola soluzione è la NAZIONALIZZAZIONE  di Alitalia.

Qui sotto il video del corteo svoltosi ieri nell'aeroporto di Fiumicino, con in testa Fabio Frati.






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DISASTRO PRIVATIZZAZIONI: IL CASO DELL'ENEL di Leonardo Mazzei

[ 24 febbraio ]
Mentre le nuove privatizzazioni affannano, ricominciamo a parlare di nazionalizzazioni. Per capire quanto sia necessario diamo uno sguardo alle privatizzazioni del passato, a partire dal caso da manuale del settore elettrico
Nel governo qualcuno si è svegliato?

Su La Stampa dell'altro ieri campeggiava un titolo all'apparenza bislacco: «Orfini avvisa il governo: “Fiducia sullo ius soli e basta privatizzazioni”». La novità, che segnala pure una divisione nel governo, è tutta in quel «basta privatizzazioni». Ora, Matteo Orfini è un personaggio assolutamente modesto, ma dopo quarant'anni di «viva le privatizzazioni!» a reti unificate anche quel «basta» del neo-reggente del Pd qualcosa ci dice.

Insomma, la crisi del modello e delle politiche neoliberiste è ormai evidente a tutti. Perfino a chi quelle politiche le ha sempre sostenute fino ad oggi. Si pensi alla fallimentare idea renziana sulla «soluzione di mercato» in materia bancaria.

Ma cosa dice esattamente Orfini? Leggiamo:
«Prima di tutto, dobbiamo fare una discussione seria sull’economia. Purtroppo siamo tutti più vecchi e gli anni ’90 sono finiti: riproporre oggi come soluzione a un debito pubblico di oltre 2000 miliardi le privatizzazioni è sbagliato. Abbiamo piuttosto bisogno di rilanciare la funzione delle grandi imprese pubbliche e di capire come usare meglio in questo senso anche Cassa depositi e prestiti. Su questo dobbiamo discutere prima di procedere». 
Fin troppo facile rilevare come questo primo segnale di ravvedimento sia del tutto tardivo. A poco serve chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Orfini forse non ne è informato, ma le «grandi imprese pubbliche» di cui parla non esistono più da un pezzo. E anche quando lo Stato mantiene ancora consistenti pacchetti azionari, come nel caso di Eni (30%) e di Enel (23,50%), parlare di «aziende pubbliche» è del tutto improprio. Queste sono ormai delle Spa da un quarto di secolo, operano prevalentemente all'estero e, non avendo più una mission pubblica, agiscono come qualunque altra multinazionale in base agli obiettivi del profitto e dei dividendi da distribuire agli azionisti.

Al netto della scelta tattica di smarcarsi un po' dalla linea Padoan, l'affermazione di Orfini va letta in rapporto alla discussione nel governo sulle privatizzazioni previste (e promesse all'Unione Europea) nel 2017: l'ultima tranche di Poste Italiane e quella delle "Frecce" di Ferrovie dello Stato. Inutile dire che per invertire la disastrosa rotta degli ultimi decenni serve ben altro: un deciso piano di nuove nazionalizzazioni nei settori del credito, dell'energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, nonché nei campi strategici di un'industria nazionale da rilanciare anche per questa via.  Ma questo è il nostro programma. Meglio, questo sarà necessariamente il programma di una nuova Italia che voglia risorgere sulle attuali macerie. La qual cosa va decisamente assai oltre l'orizzonte del luogotenente di Renzi.

Tuttavia, le sue parole critiche non sono le uniche sfuggite in queste settimane da quella congrega di liberisti ad oltranza che si ritrova alle riunioni di Palazzo Chigi. Segno che qualcosa scricchiola nei dogmi che hanno retto la politica degli ultimi decenni.

Il 9 febbraio, con un'intervista a la Repubblica, il sottosegretario Giacomelli iniziava a porre il problema della privatizzazione totale di Poste Italiane: 
«È il momento di una riflessione approfondita sulla privatizzazione della seconda tranche di Poste». E ancora: «Le mie obiezioni sono note, già ai tempi del primo pacchetto. Ma ora siamo di fronte a uno scenario impegnativo: privatizzare un altro 30% entro l'anno. È giusto richiamare l'attenzione su rischi e implicazioni». 
Dichiarazioni che contrastano con la linea ufficiale dell'esecutivo (leggi ad esempio QUI), ma che hanno trovato altre sponde nella compagine governativa.

Dieci giorni fa è stata infatti la volta del ministro Delrio a proposito di FS: 
«Io ho dei problemi a privatizzare le Frecce con dentro il trasporto pubblico regionale dei pendolari». 
Vedremo cosa seguirà a queste parole, ma è assai curioso che ci si ricordi solo ora di quel che significa per gli utenti di certi servizi il ritrovarseli privatizzati. Se, giustamente, più che giustamente, Delrio si preoccupa oggi delle decine di migliaia di pendolari che utilizzano le "Frecce", che dire degli oltre 30 milioni di utenti (oggi, si badi, "clienti"!) del servizio elettrico liberalizzato?
IDEOLOGIA NEOLIBERISTA
Come essi giustificavano le privatizzazioni: leggere per credere!

Apriamo dunque il capitolo delle conseguenze della privatizzazione dell'Enel e della liberalizzazione del sistema elettrico. Conseguenze che ritroviamo anche nel settore delle telecomunicazioni, dove si è verificata addirittura una cosa ancora più grave, dato che la privatizzazione del 1997 (governo Prodi) ha alla fine portato Telecom Italia (oggi Tim) sotto il controllo del gruppo francese Vivendi, con il brillante risultato di mettere un "monopolio naturale" nazionale come la rete telefonica nelle mani di un grande gruppo straniero. 

Ma torniamo al caso del settore elettrico, anche perché le cronache del terremoto e delle nevicate del gennaio scorso nel Centro Italia, molte cose ci hanno detto.

Speculazioni, bollette più care, peggioramento del servizio: il caso della liberalizzazione del settore elettrico e della privatizzazione dell'Enel

Per descrivere il disastro dell'accoppiata privatizzazioni-liberalizzazioni il caso dell'energia elettrica è probabilmente il più appropriato. Un vero esempio da manuale.

Per un trentennio, dal 1962 al 1992, dire energia elettrica era come dire Enel. Questa azienda - pubblica al 100% - aveva il compito di far fronte al fabbisogno energetico, assicurare il servizio, completare l'elettrificazione delle zone rurali. Nel luglio 1992, quaranta giorni dopo il celebre meeting clandestino sul panfilo reale Britannia* (gran cerimoniere l'ineffabile Mario Draghi), il governo Amato (insediatosi da pochi giorni) decideva la trasformazione in Spa di Enel così come di Eni ed Iri. Era questo il primo passo per arrivare alle successive privatizzazioni.

Ma per privatizzare bisognava operare in due direzioni: obbligare per legge l'Enel alla vendita di un consistente numero di centrali di produzione; liberalizzare il sistema elettrico, sia nel campo della produzione che in quello della distribuzione e vendita dell'energia. Diverso il caso della "trasmissione" (in pratica le linee e le stazioni ad alta tensione) la cui privatizzazione sembrò troppo anche ai folli liberalizzatori dell'epoca. Nacque perciò Terna, azienda rimasta sostanzialmente pubblica, grazie al controllo di Cassa depositi e prestiti, attraverso Cdp Reti. Tuttavia, siccome non bisogna farci mancar niente dell'attuale follia finanziaria, il 35% di Cdp reti (che possiede anche il 30% di Snam) appartiene adesso a State Grid Corporation of China, la più grande azienda di servizi elettrici del mondo, di proprietà dello stato cinese. Abbiamo così che, almeno dal punto di vista della proprietà, nel settore strategico delle infrastrutture per il trasporto dell'energia elettrica e del gas, il governo di Pechino conta quasi quanto quello di Roma...

Ma torniamo ad Enel. Nel 1999 il governo D'Alema concretizzava, con l'apposito decreto Bersani, il progetto di liberalizzazione. Esso includeva i criteri per la cessione delle centrali, imponendo la soglia massima del 50% per ciascun produttore, operazione necessaria affinché il monopolista pubblico non si trasformasse in monopolista privato. I soldi di quelle vendite non vennero perciò reinvestiti in Italia, bensì all'estero, con acquisizioni in ogni parte del mondo. Oggi Enel è attiva in oltre 30 paesi di 4 continenti, con una presenza particolarmente significativa in Spagna ed in America Latina. Realizza più del 50% del suo fatturato all'estero, mentre l'occupazione in Italia è scesa dai 118mila dipendenti dei primi anni '90 ai poco più di 30mila di oggi. 

Ci sarebbe molto da dire sulle modalità del percorso di liberalizzazione-privatizzazione, ma qui dobbiamo stare all'essenziale. E l'essenziale è presto detto. Tutte le promesse che furono alla base di quella scelta sono state puntualmente smentite dai fatti dei successivi 18 anni.

Si disse allora che avremmo avuto un servizio più efficiente, mentre tutti gli utenti (pardon, clienti!) sanno che si è verificato esattamente il contrario. Si disse che avremmo avuto bollette più leggere, mentre le cose sono andate in maniera del tutto opposta. Si volle far credere che "privato" avrebbe significato "trasparenza", mentre invece è ormai assodato come la Borsa elettrica sia il luogo privilegiato di speculazioni miliardarie a danno delle famiglie italiane.

Vediamo con ordine questi tre aspetti.

In primo luogo il peggioramento del servizio, un aspetto particolarmente sentito nelle zone rurali e di montagna, quelle che maggiormente risentono degli eventi calamitosi, dal maltempo ai terremoti. Il caso di quanto avvenuto a gennaio nelle Marche ed in Abruzzo è di per se illuminante. Certo che ci si è trovati di fronte ad una nevicata "storica", per giunta abbinata ad un significativo evento sismico. Questo è vero, ma è altrettanto innegabile che gli incredibili ritardi nel ripristino del servizio siano stati legati a due precisi fattori, entrambi riconducibili alle logiche della privatizzazione: la drastica riduzione del personale, i tagli draconiani alle spese di manutenzione delle linee. 

Chi nega questo rapporto di causa-effetto o è disonesto al 100% o è del tutto fuori dalla realtà. La manutenzione delle linee (qui parliamo di quelle in media e bassa tensione gestite da Enel Distribuzione) è quella cosa che serve appunto a prevenire i guasti nelle condizioni più avverse, inutile lamentarsene solo dopo quando ormai è tardi per rimediare. Sull'insufficienza del numero degli addetti, poi, è inutile insistere, visto che quelli di oggi sono solo un quarto di quelli dell'Enel pubblica.

In secondo luogo le bollette, illeggibili e care. Se le bollette elettriche italiane sono tra le più care d'Europa, c'è un aspetto che grida semplicemente vendetta: la loro illeggibilità. Un fatto, evidentemente voluto, che consente di prosperare ai tanti operatori del "libero mercato", con le loro offerte (telefoniche e non) più che truffaldine. Già, il libero mercato! Come milioni di italiani hanno già avuto modo di sperimentare, le bollette liberalizzate sono sistematicamente più alte (minimo del 20%, ma si arriva a percentuali anche doppie) di quelle non ancora liberalizzate del Servizio di maggior tutela riservato ancora alle utenze domestiche ed alle piccole imprese, i cui prezzi sono fissati dall'Autorithy dell'energia. 

Quando, nel 2015, la liberalizzazione delle bollette elettriche, così come di quelle del gas, avrebbe dovuto essere estesa a tutti, il governo fu costretto a rinviarla di tre anni al giugno 2018. Ufficialmente si ammise che un aumento secco del 20% (una stima semmai da rivedere verso l'alto) sarebbe stata troppo violenta, ed avrebbe posto evidenti problemi di consenso. Ma come, non avevano detto che il libero mercato avrebbe portato a ridurre i prezzi? 

E invece, dopo lunghi anni di liberalizzazione tariffaria, e dopo quasi un ventennio di liberalizzazione della produzione e della vendita all'ingrosso, la conseguenza del libero mercato è un forte aumento dei prezzi! Adesso si cerca di traghettare gli utenti (oltre il 60% è ancora nel Servizio di maggior tutela, dove molti sono rientrati dopo aver sperimentato le delizie del mercato libero) al passaggio del 2018, attraverso il "pacchetto sconto" di Tutela simile. Una trovata pubblicitaria che, dopo quaranta giorni dal via, ha ottenuto poco più di mille (1.000) adesioni su oltre venti milioni di utenze interessate, segno che ormai ai vantaggi del libero mercato proprio non crede più nessuno!

In terzo luogo le speculazioni effettuate dai principali produttori grazie alla Borsa elettrica. Di questo vero e proprio furto si sono occupati diversi organi di stampa. Tra questi Il Fatto Quotidiano e Business Insider. Si calcola che nel solo 2016 queste speculazioni abbiano fruttato almeno un miliardo di euro, poi riversato ovviamente sulle bollette degli ignari consumatori.

Come avviene questa autentica truffa? Poiché l'energia elettrica non può essere immagazzinata, occorre che produzione e consumi siano costantemente bilanciati sulla rete nazionale. Finché l'Enel agiva come monopolista pubblico questo non aveva influenza alcuna sui prezzi. A quel tempo il problema era solo tecnico - quali centrali dovevano funzionare e con quale potenza nelle diverse ore della giornata. Adesso no, dato che la pluralità di soggetti impone un vero e proprio mercato dell'energia all'ingrosso, la cosiddetta Borsa elettrica

In questa borsa, il bilanciamento - che non è più solo di potenza elettrica ma di prezzi in euro -  avviene in due fasi: il "mercato del giorno prima", che serve a disegnare all'ingrosso la curva della produzione del giorno dopo; ed il "servizio di dispacciamento" che serve ad equilibrare domanda ed offerta in tempo reale. E' qui, in questa seconda fase, che scatta il trucco dei produttori. 

Leggiamo dall' articolo già citato
«Proprio sul mercato del dispacciamento, tra aprile e giugno del 2016 si sono registrati picchi anomali di costi, con prezzi medi di 70 euro/MWh, contro i 40 euro/MWh del Mercato del giorno prima. Ma le punte massime di speculazione hanno toccato anche i 600 Euro/MWh! Solo ad aprile, per capirci, i maggiori costi del dispacciamento hanno superato i 300 milioni. Come ciò sia stato possibile è facilmente spiegabile: la gran parte dei produttori e dei trader hanno modificato le loro strategie nel Mercato del giorno prima, in modo da potenziare il loro potere di mercato (e la loro redditività) su quello secondario. Inoltre, hanno individuato i momenti nei quali, statisticamente, il Mercato di “riserva” registrava i suoi picchi. E ne hanno approfittato. Parliamo di decine di operatori, grandi e piccoli, che si sono seduti a un banchetto durato almeno tre mesi e hanno mangiato per oltre un miliardo! Tutti costi scaricati sulle bollette degli utenti finali. Cioè, noi consumatori». 
Se i consumatori hanno pagato, chi sono invece gli speculatori che ci hanno guadagnato? Probabilmente un po' tutti i maggiori produttori, dato che in un settore come quello elettrico era inevitabile che al monopolista pubblico succedesse un ristretto oligopolio privato, formato da soggetti che possono mettersi d'accordo tra loro nel creare le condizioni su cui speculare, accordandosi poi anche sul prezzo del megawattora all'ingrosso. In ogni caso, riguardo alle vicende del 2016, l'Autorità per la Concorrenza (più nota come antitrust) ha aperto un procedimento nei confronti di Enel e Sorgenia. Nessuno pensi però che queste aziende rischino qualcosa di sostanziale. Al massimo una piccola multa, più probabilmente un inutile richiamo. Lorsignori lo sanno, ed i fatti del 2016 non sono certo stati un'eccezione, visto che simili speculazioni sono iniziate immediatamente dopo l'avvio della liberalizzazione e la relativa istituzione della Borsa elettrica

Conclusioni

Siamo partiti dalle modeste convulsioni dei modesti personaggi che calcano la scena politica attuale, per allargare il discorso sugli effetti delle privatizzazioni più importanti realizzate negli anni '90. Questo per farne comprendere la portata antisociale, ma anche il loro carattere prettamente speculativo. Credo che il caso del settore elettrico, sul quale sono stato costretto ad un minimo di discorso tecnico che può forse essere risultato pesante, sia assolutamente illuminante.

Ma enormi sono stati i guasti provocati un po' in tutti i settori interessati ai processi di privatizzazione-liberalizzazione. Si è già accennato al settore del gas, ai disastri compiuti con Telecom, ma potremmo continuare con Poste Italiane, dove il servizio è già peggiorato e rischia di peggiorare ancora se l'ultima tranche verrà davvero venduta dallo Stato. Un atto che, anche se non immediatamente, rischierebbe di mettere i risparmi di milioni di famiglie italiane nelle mani dei grandi fondi d'investimento stranieri con esiti facilmente immaginabili. Del resto, già con la vicenda dei fondi immobiliari, anche in Poste Italiane si sono visti da tempo gli effetti del dominio della finanza speculativa.

Che dire poi dei trasporti? Tutti sanno quel che ha significato per i pendolari la trasformazione in Spa di FS. Ma, sempre in questo settore - e senza dimenticarsi i disastri del Trasporto pubblico locale e dei costi autostradali -, come non ricordare l'emblematico caso di Alitalia?

Proprio ieri i lavoratori del trasporto aereo erano in sciopero. A fronte di un aumento costante del traffico aereo, negli ultimi 10 anni sono stati 22mila i licenziamenti nel comparto aereo-aeroportuale. Di questi oltre 12mila solo in Alitalia. Ma nonostante questi tagli, ovviamente presentati come il prezzo da pagare ai "salvatori privati" per ottenere il risanamento della società, l'ex compagnia di bandiera è ad un passo dal terzo fallimento in nove anni. E le perdite registrate dalle varie gestioni private, che si sono succedute in questo periodo, sono superiori a quelle della vecchia compagnia di Stato.

Un disastro che dovrebbe insegnare qualcosa. «E’ ora che il Governo decida di rilanciare il comparto, rimettendo in discussione le privatizzazioni», ha scritto in maniera più che opportuna la Cub Trasporti.

Bene, è davvero ora che si cominci a parlare seriamente del nuovo piano di nazionalizzazioni necessario al Paese. Necessario non solo per difendere lavoratori e consumatori, ma per porre le basi di un rilancio economico effettivo. Ovvio che lo si potrà fare solo uscendo dall'euro e riacquisendo la sovranità monetaria. Altrettanto ovvio che sarà questo uno dei terreni decisivi di una ricostruzione economica che ha nell'uscita dalla moneta unica solo la prima indispensabile premessa.


NOTE

* Alla riunione sul Britannia parteciparono, insieme ad un bel po' di pescecani della finanza internazionale, diversi big del mondo bancario e di quello imprenditoriale del nostro Paese. Naturalmente non fu l'unico luogo dove si discussero i termini delle privatizzazioni italiane. Di certo però - la tempistica è lì a dimostrarlo - fu quello che dette il via a quell'enorme processo di svendita: negli anni novanta l'Italia ebbe infatti il poco invidiabile record mondiale delle privatizzazioni

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