martedì 31 gennaio 2017

SOLIDARIETÀ CON IL "SI COBAS" E ALDO MILANI

[ 31 gennaio ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dai compagni del SI COBAS questo Comunicato stampa. Questa redazione esprime la sua solidarietà al compagno Aldo Milani [nella foto].
«Il SI Cobas nazionale esprime profondo sconcerto riguardo alle modalità con cui i principali organi di stampa e radiotelevisivi hanno affrontato e diffuso la vicenda dell'arresto del nostro coordinatore nazionale Aldo Milani.

Fin dalle prime ore successive ai provvedimenti cautelari abbiamo assistito a una gogna mediatica a senso unico, frutto di congetture, false interpretazioni dei fatti ed erronee attribuzioni di responsabilità, nel quadro di un utilizzo smodato, improprio e a nostro avviso strumentale del video prodotto dalla Questura di Modena in cui viene immortalata la consegna della busta contenente soldi dalle mani dell'imprenditore Levoni a quelle del consulente-faccendiere Piccinini (scopriamo come quest'ultimo era stato pagato con 10 mila euro dagli stessi Levoni dopo il primo incontro a meta' dicembre del 2016 con il SI Cobas ).

Cosa ben più grave, la quasi totalità degli organi di comunicazione hanno presentato il signor Piccinini come "sindacalista del SI Cobas", non si capisce sulla base di quale fonte informativa. Tale informazione, che abbiamo dimostrato anche nelle sedi competenti essere palesemente falsa, costituisce una grave lesione all'immagine e all'onorabilità della nostra organizzazione sindacale: un onorabilità che il SI Cobas si è saputo conquistare con anni di dure lotte e vertenze in primo luogo nei magazzini della logistica, veri e propri laboratori di supersfruttamento della forza lavoro (in prevalenza immigrata e dunque fortemente ricattabile) ad opera di finte cooperative senza scrupoli e nel processo contro Fca, vinto da cinque lavoratori licenziati iscritti all'organizzazione.

In casi analoghi, di fronte ad errori così palesi e clamorosi nella narrazione degli avvenimenti di cronaca, è prevista l'obbligatorietà della smentita e/o della rettifica con la stessa enfasi data alla prima (erronea) versione dei fatti.

Relativamente al merito della vicenda, ci preme altresì precisare che per quanto il tribunale di Modena abbia confermato le misure cautelari per entrambi gli indagati, la decisione di prescrivere per Milani un provvedimento più lieve (obbligo di dimora in luogo degli arresti domiciliari) costituisce già un indizio importante della totale estraneità del coordinatore nazionale SI Cobas alle accuse di estorsione nei confronti del gruppo Levoni.

Riguardo a quest'ultimo, presentato dalla stampa unicamente nelle vesti di vittima, ci sorprende come sia possibile che i principali organi di informazione non tengano in alcun conto del fatto che Modena e' al primo posto nell'evasione fiscale (86%), i motivi degli innumerevoli scioperi ed agitazioni sindacali portate avanti dai lavoratori delle ditte in appalto Alcar Uno e Global Carni, prima sfruttati in barba alla benchè minima tutela prevista dal CCNL vigente, con turni bestiali e salari da fame, poi licenziati illegittimamente e in base a condotte antisindacali e discriminatorie, infine defraudati finanche degli ammortizzatori sociali previsti in quanto i loro datori di lavoro, già da noi denunciati per frode fiscale, per anni non hanno versato i contributi INPS...

Al riguardo disponiamo una mole sterminata di materiale e di atti che comprovano quanto affermiamo.

Rivendichiamo dunque con forza il nostro diritto a chiedere la rettifica e la smentita delle "narrazioni tossiche" fatte circolare con insistenza sul conto del SI Cobas nelle scorse ore, nonchè di poter esercitare il diritto di replica nel merito dell'intera vicenda riguardante le lotte sindacali in corso nel comparto macellazione carni di Modena».

SI Cobas nazionale

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SINISTRA ANTI-NAZIONALE O SINISTRA SOVRANISTA? di Moreno Pasquinelli

[ 31 gennaio ]

(1) Dopo il lungo ciclo keynesiano, nell'arco dell'ultimo quarantennio, il sistema capitalistico dei paesi dominanti ha subito una profonda metamorfosi. La crisalide dell'imperialismo ha dischiuso l'insetto nella sua forma definitiva, che noi chiamiamo capitalismo-casinò o sistema di iper-finanziarizzazione. 
(2) Non si è trattato solo di una mutamento di forma del sistema di dominio ma della sua stessa struttura economico-sociale e politico-isituzionale. Hanno preso il sopravvento, all'interno del sistema capitalistico, le frazioni della rendita, quelle che, attraverso il controllo di banche, fondi e consorterie varie, captano il plusvalore da ogni parte per tesaurizzarlo e reinvestirlo come capitale monetario. Un meccanismo di giugulazione finanziaria per cui il denaro è tenuto a creare più denaro a spese degli altri settori economici, senza passare direttamente per la via crucis del ciclo di produzione delle merci. Di qui il predominio di quelle entità e frazioni della classe dominante che posseggono il tesoro, ovvero la ricchezza sociale nella sua forma più astratta, cioè liquida. 
(3) Questo sistema, per inesorabili passi successivi, ha dato vita ad una rete globale e integrata di dominio che ha finito per abbattere ogni ostacolo e scardinare quindi le difese degli stati-nazione, togliendo loro ogni autentica sovranità, facendone anzi organismi strumentali al predominio della nuova aristocrazia finanziaria globale. Questo processo di devoluzione di potere dagli stati-nazione ai centri nevralgici del capitalismo finanziario di ultima generazione è stato possibile grazie alla complicità dei settori di punta delle classi dominanti interne ai vari paesi, che hanno anzi assolto, mutatis mutandis, il ruolo che le potenze coloniali d'un tempo attribuivano alle borghesie compradore dei paesi che andavano a depredare. In questo contesto, approfittando del crollo dell'Urss, l'impero americano ha così potuto dispiegare tutta la sua trattenuta potenza.
(4) Il pesce comincia a puzzare dalla testa. Il sistema, conservati i suoi centri nevralgici in Occidente, ha spostato gran parte dei luoghi di produzione di plusvalore nei paesi a più alto tasso di valorizzazione (capacità di sfruttamento del lavoro salariato) del capitale industriale, ha riplasmato la composizione sociale. Settori di lavoro improduttivo sono cresciuti a spese di quelli produttivi. Il parassitismo ha ammorbato trasversalmente le società, di qui la cetomedizzazione sociale (in altri tempi si sarebbe descritto il fenomeno come "imborghesimento"), la società liquida, il tramonto del tradizionale antagonismo di classe, quindi il tracollo del vecchio movimento operaio e la vittoria ideologica del neoliberismo. Il precipitato di questa metamorfosi è stata la crescita lenta ma abnorme di una proteiforne massa sociale plebea, diventata la base sociale dei regimi neoliberisti.
(5) Dopo due decenni di euforia, interrotti da alcuni infarti, il sistema di capitalismo-casinò, è collassato su sé steso nel 2008. L'intervento massiccio di Stati e banche centrali ha evitato il vero e proprio crollo sistemico. Per i paesi dell'Unione europea che venivano da un lungo ciclo di disinvestimenti e che avevano di converso accumulato forti debiti privati e pubblici, quel collasso ha avuto conseguenze devastanti. Questi scoprirono che la moneta unica era diventata un micidiale cappio al collo. Già privi di ogni sovranità monetaria, impossibilitati a seguire autonome politiche economiche e di bilancio anticicliche, questi paesi hanno dovuto cedere gli ultimi brandelli di sovranità politica ai centri oligarchici europei. Questi ultimi, decisi a contrastare la tendenza all'implosione dell'eurozona, hanno imposto ai paesi violente terapie austeritarie che hanno finito per spingerli nella più grave depressione della loro storia. 
(6) L'Italia viene a trovarsi in questa drammatica situazione, con l'aggravante che attraverso il ricatto del debito "pubblico" è come se essa dovesse pagare colossali riparazioni di guerra, così che, per assicurarsi il rimborso dei crediti, il Paese è stato sottoposto (dominanti italiani consenzienti) ad un regime di protettorato di tipo sub-imperialista. La frazione globalista ed eurista della classe dominante, quella che controlla il sistema bancario e industriale, quello politico, istituzionale e mediatico, non vuole, e forse nemmeno può, fare marcia indietro, sposa consapevole la visione del "vincolo esterno" dell'aristocrazia finanziaria globale, per cui vanno evitati, anche a costo di gettare alla fame la popolazione, lo sfaldamento dell'Unione europea e la fine dell'euro. 
(7) Il combinato disposto degli effetti della depressione e della protervia dei dominanti nel difendere un sistema destinato invece all'implosione, ha iniziato a spezzare il blocco tra patrizi e plebei e determinato una situazione sociale esplosiva, che in altri tempi si sarebbe definita "pre-rivoluzionaria": "gran parte delle masse popolari non possono più vivere come prima, mentre i dominanti non riescono più a governare come prima" (Lenin). Si fa strada tra il popolo la consapevolezza che senza una radicale inversione di marcia non sarà possibile evitare il baratro.
(8) La tendenza allo scoppio dei conflitti sociali su larga scala, alla sollevazione popolare, è frenata e inibita, più che dal timore della reazione dei dominanti (deboli come non mai), da tre principali fattori: (a) dalla disabitudine all'azione sociale; (b) dall'assenza di organismi di lotta adeguati; (c) infine dall'assenza di una alternativa antisistemica condivisa. 
Di questi tre fattori frenanti il principale è che le masse non vedono quale modello sociale possa rimpiazzare quello moribondo attuale, quindi non vedono una direzione politica che abbia la forza e la determinazione a salire al potere scalzando i parassiti attuali. La spinta socialmente traversale ad una svolta decisiva —che è cosa ben diversa dal mero difendere o rivendicare questo o quel diritto leso— si è materializzata nella folgorante avanzata elettorale del Movimento Cinque Stelle. Tuttavia la potenza di questa spinta è pari alla sua indeterminatezza politica. M5S cristallizza questa confusa volontà di cambiamento. La spinta che sorregge M5S non si è affatto esaurita e potrebbe anzi consolidarsi, fino a spingerlo, se non schianta prima, alle soglie del governo del Paese. 
(9) Tutto è possibile a questo punto, nel nostro Paese tranne, se guardiamo in faccia alla realtà, una rivoluzione socialista. Troppi sono i fattori mancanti affinché questa si faccia strada qui e ora. Il Movimento 9 dicembre mostra che la fase segnata dall'apatia delle masse sta finendo, che gli strati sociali più falcidiati dalla crisi sistemica e non tutelati (anzitutto i settori non-garantiti e vittime dell'esclusione sociale della piccola e media borghesia e del proletariato) tendono a mettersi in moto. Sono i primi vagiti della sollevazione generale. Da questi vagiti si possono già ricavare alcune prime indicazioni: 
(a) la sollevazione generale sarà il punto d'arrivo di fiammate successive; (b) essa sprigionerà energie potenti e darà vita —siccome sarà espressione della mucillaggine sociale frutto della putrefazione del modello sociale neoliberista— ad un blocco sociale eterogeneo che combinerà e intreccerà gli interessi e le aspirazioni sociali di "chi sta in basso";  
(c) pulsioni reazionarie e populiste coabiteranno in un primo momento con aspirazioni autenticamente democratiche e rivoluzionarie;  
(d) se sarà la comune disgrazia a sorreggere la coabitazione di tanto diversi interessi sociali, il collante politico imprescindibile sarà quello della riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria, quindi l'uscita dall'eurozona;  
(e) "Quale sovranità? e per che cosa?" Il segno del "sovranismo" è biunivoco, può alimentare un'uscita di destra (con le sue varianti) o di sinistra. Nel fuoco della lotta si deciderà quali di queste due tendenze avrà l'egemonia;  
(f) compito dei socialisti rivoluzionari è quello di prendere parte alla sollevazione, anzi di occuparne la prima linea per trasformarla in una rivoluzione democratica, battendo così le tendenze che spingeranno in opposta direzione. Se essi ci riusciranno sarà possibile trascinare nella battaglia i settori di proletariato oggi dormienti, e senza i quali nessuna sollevazionerivoluzionaria potrà avere successo. 
La società è destinata comunque ad entrare in uno Stato d'eccezione, dal quale emergerà un governo d'emergenza che sarà obbligato ad adottare provvedimenti radicali che avranno conseguenze durature non solo sulla vita del popolo ma sull'intero assetto sistemico.

La sinistra sovranista vuole diventare il lievito di un blocco sociale antioligarchico ampio che riesca a strappare il potere dalle mani di chi oggi lo detiene, in vista di un governo popolare d'emergenza che sia capace di attuare quelle grandi trasformazioni sociali necessarie al fine di ricostruire il Paese su nuove basi.

La storia ci insegna che sulle macerie di un paese non può essere costruito che un "socialismo da caserma", destinato ad avere il fiato corto. L'edificazione del socialismo è una lunga marcia, un processo di rotture successive che conoscerà fasi alterne di avanzata e ritirata, una montagna che potrà essere scalata salendo dal basso verso l'alto, giammai con un singolo balzo.

* Questo articolo venne pubblicato il 12 febbraio del 2014

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EUROSTOP: BILANCIO DELL'ASSEMBLEA

[ 31 gennaio ]

Pubblichiamo il bilancio dell'assemblea nazionale di EUROSTOP a cura del Comitato organizzatore.
Sabato 28 gennaio a Roma si è svolta l’assemblea nazionale della Piattaforma Sociale Eurostop. E’ stata grande e partecipata con 25 interventi. Apprezzati i contributi anche di personalità e strutture ancora esterne al percorso – come il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena, di Mimmo Porcaro, Dino Greco e del sindacato di base Unicobas – ma con i quali crescono i punti di convergenza e di azione comune intorno ai tre NO all’euro, all’Unione Europea, alla Nato. E' stato letto anche un messaggio di Nicoletta Dosio dei NO TAV della Val di Susa.

L'Assemblea ha provato a fare – e a rivendicare - il bilancio dell'anno trascorso dalla prima assemblea nazionale di Eurostop (novembre 2015): le due mobilitazioni nazionali contro la guerra e la Nato del gennaio e marzo 2016, il convegno di Napoli del maggio 2016 che ha lanciato la campagna per l’Italexit e le mobilitazioni dell’autunno sul referendum sulla controriforma costituzionale e che hanno animato quel No Sociale rivelatosi decisivo per la vittoria. Un passaggio decisivo di quella campagna (confermata dalla composizione sociale della vittoria del No nel referendum) sono state le due giornate di mobilitazione del 21 e del 22 Ottobre (Sciopero generale e Manifestazione nazionale). Il risultato del Referendum del 4 novembre si è inserito in un quadro internazionale ed una situazione politica e sociale del paese completamente diversa dalla precedente, caratterizzata dalla Brexit in Gran Bretagna e dall'elezione di Trump negli USA.

L’assemblea ha sostanzialmente approvato lo spirito e i contenuti dei documenti politici preparatori (le sedici tesi, il documento sull’Italexit e quello con la proposta di modello organizzativo di Eurostop). E’ apparso evidente come per Eurostop diventi necessario un passaggio politico sul piano della configurazione e del programma con cui agire politicamente e socialmente nel paese e nei rapporti con le forze analoghe negli altri paesi. L’ipotesi di mettere in campo un movimento politico, popolare e radicale sui tre NO, capace di declinarli in programma di azione sociale, politica, sindacale, è ormai all’ordine del giorno. Senza precipitazioni che mettano in difficoltà le organizzazioni aderenti (sia politiche che sindacali) ma operando un passaggio da piattaforma sociale a fronte e/o coalizione sociale Eurostop. Il consolidamento di Eurostop sul piano politico e organizzativa è fondamentale per poter affrontare con efficacia una situazione di estremo interesse sul piano della possibilità del conflitto ma anche di eventi politici rapidamente mutevoli.

Nessuna mediazione o ulteriore perdita di tempo è più accettabile con la sinistra europeista, perché è ormai evidente sia l’irriformabilità dell'UE sia l’indebolimento dell’egemonia delle classi dominanti emersa dal referendum del 4 dicembre che spinge i processi di lotta verso una completa rottura e fuoriuscita dall'Unione Europea, dall'Euro e dalla Nato.

L'Assemblea ha deciso quindi di costruire un percorso di rafforzamento della Coalizione Sociale Eurostop, anche attraverso un lavoro più intenso ed articolato a livello territoriale da strutturarsi a livello regionale. Per questo si è riconvocata in una nuova assise nazionale per domenica 26 marzo a Roma per formalizzare le scelte fatte nell'assemblea del 28 gennaio.

Sul piano dell’iniziativa l’assemblea ha riconfermato la mobilitazione per i giorni del vertice dell’Unione Europea in occasione dell’anniversario del Trattato di Roma. Quindi una manifestazione nazionale a Roma il 25 marzo preceduta da una giornata di iniziativa sindacale il 24 marzo contro il vertice tra Ces, Confindustria Europea e governi della presidenza di turno della Unione Europea.

Inoltre l'assemblea ha dato la propria adesione alla manifestazione a sostegno del popolo kurdo dell’11 febbraio a Milano, ha aderito anche alla mobilitazione contro il vertice del G 7 dei ministri economici e finanziari che si terrà tra l'11 ed il 13 maggio a Bari e la partecipazione diretta alle mobilitazioni contro il G7 che si terranno a Taormina il 26 e 27 maggio. Infine Eurostop ha dato il proprio sostegno allo sciopero della scuola del 17 marzo indetto da USB, Unicobas, Cobas e alle mobilitazioni delle donne per l'8 marzo.

Si lavorerà con spirito unitario e inclusivo alla riuscita delle mobilitazioni, ma senza più rinunciare ai contenuti dirimenti espressi dal percorso di Eurostop.

31 Gennaio 2017



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lunedì 30 gennaio 2017

L'ALTRO VOLTO (ABOMINEVOLE) DI TRUMP...

[ 30 gennaio ]

«L'arma più potente nelle mani del capitale per spezzare la resistenza operaia è stata tuttavia la globalizzazione. La globalizzazione, infatti, non è solo un fenomeno —o meglio un complesso di fenomeni— economico: è anche un lucido disegno politico che mira a distruggere i rapporti di forza del proletariato americano ed europeo attraverso l'arruolamento di sterminate masse di neosalariati nei Paesi in via di sviluppo».
Utopie Letali, Carlo Formenti. Jaka Book, 2013. p. 22

Così stanno le cose, in barba al pietismo apolitico di tipo cattolico, contro certo solidarismo ma anti-politico della sinistra che teorizza il meticciato universale e invoca l'immigrazione di massa —in sintonia, appunto, con la cupola capitalista e mondialista. Vedi il Corriere della Sera di oggi, che dedica una paginata alle dichiarazioni dei grandi paperoni della Silicon Valley (Google, Twitter, Facebook, Microsoft, Uber, Airbnb, Apple, Netflix, Tesla) tutti contro Trump e per non porre limiti di sorta all'immigrazione.

Così stanno le cose, ma ciò non toglie che il recente Ordine esecutivo di Trump firmato il 27 gennaio che vieta l'ingresso ai cittadini di sette paesi considerati "a rischio terrorismo", sia una colossale e islamofoba cazzata.

Islamofoba, perché riguarda solo paesi musulmani — pittoresca perché  esclude, che so, Afghanistan, Arabia Saudita, Pakistan, Tunisia, Turchia, repubbliche centro asiatiche: ovvero i paesi che han dato più combattenti ad Al Qaida e soprattuto allo Stato islamico. Razzista perché esclude chi sia di religione cristiana —magari i prossimo shahid si vestiranno da preti.

Un decreto gravissimo quindi, che avrà pochi effetti reali in quanto a dissuasione dell'immigrazione "irregolare, ma sintomatico di quale sia la visione del mondo di Donald Trump: un distillato chimico dell'ideologia WASP della superiorità bianca, un precipitato della tesi ultra-imperialista della "guerra di civiltà" e della supremazia USA nel mondo.

Abbiamo festeggiato la sconfitta della Hilary Clinton, perché rappresentante massima del capitalismo globalista, ma questo non può significare ora essere indulgenti verso il più radicale rappresentante della supremazia del capitalismo a stelle e strisce, ovvero dell'ideologia americanista.

Ricordiamocelo quando sentiamo parlare Salvini o la Meloni, che si fregiano di essere... trumpiani. "Sovranisti" strabici: sono sì contrari alla sudditanza verso la Germania, ma per tornare subalterni all'America.

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CONGRESSO PRC: UNA MAIONESE IMPAZZITA di Ugo Boghetta

[ 30 gennaio ]
In Francia, Benoît Hamon, il "populista di sinistra", ha vinto le primarie del partito socialista col 58%.
Sarà quindi lui il candidato del Ps alle prossime, elezioni presidenziali.
Scrivono i giornali di regime italiani preoccupati: «Il candidato prescelto, su cui nessuno o quasi avrebbe scommesso fino a qualche settimana fa, è il simbolo di una svolta verso la base più radicale della sinistra. Il suo programma: orario di lavoro a 32 ore settimanali, reddito universale per tutti i cittadini pagato dallo Stato, nuova tassa sui robot per le imprese. Il "Sanders alla francese" rappresenta un ritorno al "socialismo rivoluzionario" di altri tempi dopo cinque anni di esercizio di governo che hanno profondamente spaccato la gauche». Hamon non lo dice, ma sa che per realizzare anche solo il 50% del suo programma, occorre far saltare l'Unione europea. La vittoria di Hamon è il sintomo che la Francia ribolle, che non c'è solo la destra lepenista, che anche a sinistra... c'è vita.
E in Italia? Che succede a sinistra? Stiamo messi male ma...

CONGRESSO PRC: UNA MAIONESE IMPAZZITA 

di Ugo Boghetta

Jared Diamond in: “Collasso: perchè le società decidono di vivere o morire” espone varie ipotesi al riguardo.  
Ne cito alcune: 
«Non si è riusciti a prevedere l'insorgere del problema, fallimento della soluzione del problema che comunque si conosce, gli interessi di alcuni (gruppi dirigenti) vengono prima di quelli collettivi, il dilemma del prigioniero: ... tanto gli altri faranno quello che faccio io quindi meglio che lo faccia prima io, una soluzione ci sarebbe ma servono le condizioni di fiducia e di uguaglianza, gli interessi delle elitè sono diversi da quelli dell'intera corpo sociale, il mantenimento dello status quo conviene ad un certo gruppo, c'è uno scontro fra obiettivi a lungo termine ed a breve, c'è la psicologia di massa, c'è il rifiuto psicologico della verità o della soluzione».
Queste ipotesi possono essere applicate anche alle forze politiche? Sbizzarritevi a pensare perchè le forze di sinistra siano al collasso. E, a proposito di collasso, basti vedere come il PRC va al congresso: sembra una maionese impazzita.

Per quanto mi riguarda non ho firmato il "Documento alternativo", tantomeno quello del segretario Ferrero. Facendo parte del Comitato Politico Nazionale, devo delle spiegazioni.

Il documento Ferrero si guarda bene dal fare un bilancio nonostante che il partito abbia perso oltre la metà dei tesserati in due congressi (ma oltre 42mila compagni ci danno il 2x1000), e una mezza dozzina di fallimenti del soggetto unitario della sinistra. E' un atto di grande arroganza e di non rispetto del partito. Ma si capisce, se si fosse fatto un bilancio avrebbero dovuto dimettersi o non potrebbero riproporre la stessa linea politica.

La ri-proposta del soggetto unitario, l'unica in campo, è quanto mai fumosa visto lo stato della cosiddetta sinistra. Si scrive poi che "l'Unione europea è irriformabile", ma si ripropone una politica che vuole... "cambiare i Trattati". Tutti, tranne quello di Maastricht dove si decise l'Unione e l'euro visto che l'una e l'altro devono rimanere. Quindi l'irriformabilità è una bugia!

Si dice che ci si deve battere per "l'attuazione della Costituzione", ma è un'altra bugia perchè, nell'Unione ed nell'euro, questo è impossibile.

Il documento, nella parte analitica generale, scivola verso il revisionismo ed il riformismo (si sarebbe detto un tempo) allontanandosi dal marxismo e dal combinato disposto forze produttive-rapporti di produzione. Siamo sempre all'economicismo. Ma, mentre il rinnegato Kautsky motivava la scelta moderata aspettando il crollo del capitalismo, qui la stessa scelta avviene per il contrario: l'abbondanza da questi prodotto. L'abbondanza, in realtà presunta visto che si tratta di capitale in larga parte speculativo. Abbondanza possibile dalla sconfitta ideologica, politica e sociale del movimento operaio e comunista, quindi non riproducibile con rapporti sociali diversi. Piccolo particolare, il documento quasi non si avvede che la globalizzazione è finita!!

Abbondanza che consentirebbe anche il passaggio all'alternativa di sistema senza passare per la fase del “comunismo di guerra”. Ma, nonostante questa transizione sembri un pranzo di gala, il comunismo ed il socialismo sono vaghe petizioni di principio. Posizioni generiche che servono per poter essere accolti nell'ipotetico variopinto soggetto della sinistra. Del resto il segretario non ha forse detto che condividiamo il 90% delle idee con la sinistra!

Noi condividiamo il 90% delle idee con la sinistra liberal-libertaria e anticomunista!!??

È, dunque, un documento continuista nel peggioramento. Votarlo è un atto di fede ed è il passaggio ad una generica sinistra: altro che Rifondazione e Comunista!?.

Le opposizioni interne

A fronte di questa proposta non c'è dubbio che il primo obiettivo sarebbe quello di riaprire la dialettica interna e sconfigge la gestione burocratica del partito.

In secondo luogo, stante la mancanza di identità ideologica e politica, sarebbe necessaria una proposta politica alternativa chiara e sensata e una cultura politica adeguata. C'è, infatti. La necessità di ri-idelogizzare, ri-politicizzare, ri-organizzare il partito.

Negli ultimi tempi si era via via costruita nei fatti una convergenza sui temi della contrarietà alla confluenza nel nuovo soggetto di sinistra, Unione, euro, con Dino Greco, Domenico Moro, Pegolo, Targetti, parte dei Giovani Comunisti, ed il "Documento 3". Per quanto riguarda invece l'eurodeputata Forenza la sua critica era alla gestione del partito di Ferrero mentre ne condivide la sostanza dell'impostazione di fondo. "Abbiamo la stessa cultura politica", ha affermato al fine di sostenere l'ipotesi del congresso a tesi. Ma, purtroppo, così non è più.

Dino Greco e Moro hanno rigettato la prospettiva unitaria [ di tesi unitarie delle opposizioni, Ndr] motivandola in vario modo, finendo per emendare un documento per sua natura inemendabile. Così facendo, Greco e Moro, si sono assunti gravi responsabilità: non aver contribuito al documento per tesi alternativo, portare voti ad un documento insostenibile. Rendere il documento Ferrero comprensivo di maggioranza e opposizione cosicchè, come diceva il marchese del Grillo: "tutti gli altri non sono un cazzo". Inoltre, finito il congresso, dovranno avere un atteggiamento conforme al documento che hanno sottoscritto.

Nonostante queste defezioni si è lavorato a costruire un documento alternativo. Ovviamente è stato un percorso faticoso ma il documento: “Il partito che vogliamo”, aveva una sua dignità di proposta politica: Costituzione, uscita dall'Unione e dall'euro, ruolo del Prc.

Questa quadra è stata messa in discussione per allargare il fronte alla compagna Forenza. Ma le difficoltà a stilare un documento integralmente unitario si sono subito palesate viste le impostazioni diverse quando non opposte. Cosa fatta rilevare dal sottoscritto e condivisa da Eleonora. La possibilità unitaria stava solo nella necessità di riattivare la democrazia e la dialettica interna.

Ma è prevalsa la solita volontà unitarista senza tener conto che questo partito non si salva con una marmellata. Fa più danni l'unitarismo della peste.

Era dunque inevitabile che si addivenisse ad un documento pasticciato: da una parte una proposta politica che stava sull'asse Costituzione, rottura Unione e dell'euro, ruolo dei comunisti, dall'altra l'anarco-negrismo di Eleonora fatto di movimentismo, europeismo e altermondialismo fuori tempo. Anche il punto controverso del soggetto della sinistra era diverso: da una parte la proposta di un Fronte Popolare Costituzionale dove i comunisti operano in piena visibilità ed autonomia, dall'altra quella di un soggetto di sinistra fatto dal basso —impostazione a cui Ferrero risponde: dall'alto e dal basso. Il tutto come se fosse un problema altimetrico. Un documento, dunque, con approcci e proposte giustapposte. Un documento dove, per altro, ci sono due emendamenti: uno contro l'euro e l'altro pro.

Certo ci sarà chi giustamente voterà qualsiasi cosa pur di rompere la gabbia che sta soffocando il partito, ma c'è anche il dovere e la necessità di una proposta alternativa chiara.

Io, francamente non me la sono sentita di sottoscrivere questo pasticcio. Da nessuna parte, infatti, c'era una proposta organica alternativa al Documento 1 [della maggioranza di Ferrero, Ndr].

Secondo le procedure, poi, e qui la maionese fa un altro impazzimento, coloro che hanno scelto i due documenti ad un certo punto si separeranno. Per fare che cosa? Per discutere e votare gli emendamenti. Emendamenti che sono sugli temi ma in documenti opposti!!!???

La maionese infatti impazzisce perché i vari ingredienti non si amalgamo. Per recuperare una maionese impazzita ci vuole un altro tuorlo d'uovo e usare forte la frusta. Cercasi soluzione.

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domenica 29 gennaio 2017

FARE IL SALTO VERSO UN NUOVO SOGGETTO POLITICO di Giorgio Cremaschi

[ 29 gennaio ]

Ieri si è svolta a Roma l'assemblea nazionale del cordinamento EUROSTOP. Dopo la relazione introduttiva di Giorgio Cremaschi, che qui pubblichiamo, cinque ore di dibattito, che segnano in effetti un passo avanti della coalizione sociale EUROSTOP —malgrado pochi siano stati gli interventi entrati nel merito della proposta di trasformazione del coordinamento in soggetto politico. Ieri abbiamo pubblicato l'intervento svolto da Programma 101, che di EUROSTOP fa parte. 


1) La globalizzazione liberista in questi anni è sembrata diventare un dato della natura. Il mondo è così e non ci sono alternative. Anche la contestazione Noglobal di quindici venti anni fa pareva sconfitta. Così alla fine le élites hanno potuto diffondere la loro narrazione, che giustificava ogni distruzione di diritti sociali e del lavoro nel nome della competizione nella economia globale. E anche una parte di chi contestava le ingiustizie sociali e le devastazioni ambientali conseguenti finiva per accettare l'ineluttabilità della globalizzazione, per ammirarla persino in alcuni casi.

Invece la globalizzazione è entrata in crisi. Non come volevamo e speravamo, ma è comunque entrata in crisi e oggi i suoi apologeti appaiono improvvisamente vecchi nostalgici dell'ancièn regime.
Giorgio Cremaschi introduce

La ragione economica della crisi della globalizzazione sta nell'incepparsi del suo stesso meccanismo di fondo: il corrispondere della crescita vorticosa della ricchezza finanziaria con alti ritmi di sviluppo trainati dalla Cina, dall'India e dai paesi emergenti. Si è così inceppato il meccanismo di compensazione sociale che la globalizzazione liberista aveva costruito nei paesi più ricchi. Gli avanzi della ricchezza accumulata dalle élites non sono più caduti dalla loro tavola,per poter essere nutrimento di tutti gli altri. Il ceto medio e la classe operaia dei paesi occidentali hanno subito una regressione gigantesca nelle condizioni di reddito e sociali, mentre la povertà di massa è dilagata. E alla fine si è disintegrato il consenso ed il sistema di potere economico politico e culturale si è trasformato in élites contestate e rifiutate dal popolo. La crisi della globalizzazione è al tempo stesso economica, sociale e di consenso politico. Se pensiamo che tutte le principali istituzioni e organizzazioni mondiali, e gran parte dei sistemi politici e delle classi dirigenti sono stati plasmati dalla globalizzazione liberista, cominciamo ad intravvedere lo sconquasso che si prepara.

Sono proprio i due primi paesi nei quali la globalizzazione liberista, decenni fa, aveva assunto il potere politico, gli Stati Uniti di Reagan e la Gran Bretagna di Thatcher, sono proprio questi paesi i primi a rompere. E lo fanno con governi di destra, che raccolgono una spinta di contestazione di massa al sistema e tentano di incanalarla verso un modello nazional liberista e xenofobo. Il fatto che Trump e, a che se in maniera diversa Theresa May siano dei raezionari, non significa che contro di loro si debba difendere e chiedere la restaurazione della globalizzazione liberista, tecnicamente anche questa sarebbe una posizione reazionaria. Il pronunciamento popolare sulla Brexit è stato un fatto positivo, così come il rifiuto di milioni di elettori democratici di votare la terribile Clinton pur di fermare Trump. Un storia è finita, anzi è finita la fine della storia di cui parlò il politologo Fukuyama dopo la caduta del muro di Berlino. La storia ricomincia con la crisi della globalizzazione e lo scontro dei prossimi decenni sarà non se, ma su come uscirne. Se dal lato di Trump e di un capitalismo nazionalista e dei suoi muri, oppure da quello della eguaglianza sociale, della libertà di tutte e tutti, del socialismo e non dimentichiamolo mai, del rifiuto della guerra. Per questo chi, nel nome della democrazia, difende ancora la globalizzazione e le sue istituzioni va contrastato a fondo. Perché da un lato impedisce che si vada avanti, dall'altro aiuta la soluzione di destra della crisi. Nei prossimi anni dovremo così imparare a lottare su due fronti, contro il vecchio potere delle élites e dei loro seguaci e contro la destra reazionaria. Non siamo stati con la Clinton contro Trump così come non stiamo e non staremo col PD contro Salvini o chi per lui.

Il terreno principale del conflitto sarà quello della questione sociale, abbandonata dalle sinistre di governo diventate neo liberali e per questo a volte occupata da quella parte della destra che ha fatto proprio il linguaggio del populismo. Con questa ambizione di costruire un'alternativa progressista alla crisi della globalizzazione ripartiamo.

2) La globalizzazione liberista ha distrutto diritti e conquiste sociali di decenni in Europa ed è giunta a minacciare la democrazia e le costituzioni antifasciste. Essa ha operato con precisi strumenti di potere, che sono diventati ancora più oppressivi con la crisi economica e con la politica di guerra permanente scatenata da trenta anni dagli USA e dai governi occidentali. Nonostante questo, la rottura con Euro, UE e NATO non è finora stata una discriminante della politica italiana. La destra populista si dichiara contro l'Euro e non contro la UE nè tantomeno contro la NATO. La sinistra radicale è contro la NATO, ma non contro l'euro e la UE . Il PD e Forza Italia sono a favore di tutto, il M5S con le sue ultime scelte di collocazione europea, poi per sua fortuna saltate, non pare avere posizioni davvero definite.

Le lotte ed i movimenti sociali non hanno mai assunto coerentemente sinora tre NO ad Euro UE NATO. Nella migliore delle ipotesi li hanno dati per scontati come premessa o come conseguenze dei conflitti, ma non li hanno mai assunti direttamente. Questo ha spesso reso più deboli i movimenti nella individuazione dell'avversario. Che invece ha sempre manovrato a tutto campo, usando tutta la filiera del potere per affermare i propri interessi e la propria egemonia. Il fatto che ogni lotta importante ad un certo punto si misuri con la rigidità di un sistema che non ammette mediazioni e che ogni volta si trincera dietro l'impossibilità delle alternative, finora ha permesso al sistema stesso di vincere i conflitti o di isolare le resistenze più tenaci e forti.

3) Il referendum costituzionale per la prima volta da molto tempo ha portato alla sconfitta l'establisment sul terreno sul quale in Italia finora aveva sempre vinto: quello delle riforme liberiste. La vittoria del No alla controriforma della costituzione mostra che anche in Italia ha acquisito forza la cosiddetta onda populista, cioè il rigetto della globalizzazione, dei suoi effetti sociali e il rifiuto delle elités che dalla globalizzazione traggono profitto e potere. Il No è stato una domanda di giustizia sociale che per ora non ha alcuna risposta, anzi alla quale le risposte finora date sono tutte fondate sulla riconferma delle politiche della globalizzazione liberista.

Per la prima volta da tempo esistono lo spazio oggettivo e le condizioni soggettive perché la rottura con Euro UE e NATO, intese come rotture con la forma specifica e immediata assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese, possano acquisire un consenso di massa. Lo stesso schieramento di tutte le istituzioni europee ed occidentali per il Si al referendum, con il suo scarso peso nel voto, dimostra che questo spazio oggi esiste, anche se non è detto che duri per sempre. Sostanzialmente si può affermare che il blocco sociale, politico e culturale che sostiene la globalizzazione ed i suoi strumenti europei è oggi minoranza, o comunque in forte crisi di egemonia.

4) La gravità e la durata della crisi economica hanno però indebolito tutte le risposte dirette ai suoi effetti. Siamo stati abituati alla coerenza tra modo di pensare delle classi subalterne e loro modo d'agire. Cioè quando queste classi non lottavano esprimevano anche un certo consenso al sistema, mentre quando contestavano direttamente la loro condizione assumevano anche un punto di vista critico più generale. Oggi non è così. La crisi costringe ad accettare condizioni di sfruttamento e di oppressione sociale, di perdita di libertà, senza che queste siano condivise sul piano generale. Anzi proprio la rabbia per la condizione materiale che si subisce alimenta il rifiuto, ma solo a livello politico generale, del sistema. Questo apre lo spazio anche a forze ambigue o apertamente reazionarie, che possono trarre vantaggio dalla passività sociale delle masse. Siamo quindi di fronte ad un rifiuto distorto e contraddittorio del sistema da parte di classi subalterne che in gran parte ne subiscono ed accettano gli effetti sulla vita quotidiana, ma che allo stesso tempo investono appena possono nella speranza di un rovesciamento politico che cambi le cose. Questo è il terreno sul quale fanno presa le forze che propongono facili e brutali soluzioni, o affidando tutto ad un leader, all'uomo forte, o proclamando la lotta alla corruzione e alla casta politica come soluzione di tutti i mali, o dirottando la rabbia sociale verso i migranti e solo per questa via alle istituzioni europee e sovranazionali. E tuttavia questo dissenso politico di massa verso il sistema e le sue élites, per quanto contraddittorio, è oggi il primo punto da cui partite per qualsiasi progetto di cambiamento reale.

Si amplia infatti la contraddizione tra la domanda di massa di cambiamento economico e sociale e il fatto che tutte le risposte di cambiamento politicamente "utili", in realtà finiscano per adattarsi al sistema dominante. Questo produce il meccanismo della delusione di massa periodica e ricorrente, con il progressivo logorarsi delle stesse basi della democrazia liberale. Che viene sottoposta a un doppio stress: da un lato per la sua sottomissione alla governance dell'ordoliberismo, dall'altro per la contestazione da parte di forze apertamente reazionarie. Il rischio è quello di una continua regressione in senso autoritario, col continuo rafforzamento delle diseguaglianze sociali, contrastata da rivolte democratiche che la interrompono per un momento, ma poi non la fermano.

5) Di fronte a questa crescente critica e al rifiuto politico del sistema, le risposte delle sinistre e del mondo sindacale confederale sono inesistenti o negative. Le forze di centrosinistra di derivazione socialdemocratica si sono sottomesse alla globalizzazione, pensando di condizionarla, ed ora ne sono assorbite e non a caso vengono identificate come parte dell'establishment. Esse sono diventate semplicemente forze liberali, espressione dell'ideologia del capitalismo compassionevole. I grandi sindacati confederali europei, pur critici a parole della globalizzazione, ne sono complici con la totale adesione alla "governance" della UE e con la pratica concreta della propria azione, con la politica della collaborazione con le imprese e della riduzione del danno. Un ultimo esempio di questa pratica che contraddice totalmente le roboanti affermazioni antiliberiste lo troviamo nell'accordo contrattuale dei metalmeccanici sottoscritto anche dalla FIOM, accordo che è un vero e proprio manifesto ideologico della flessibilità del lavoro e della complicità sindacale con le imprese. È così che si alimenta la passività sociale e quindi il dislocarsi del mondo del lavoro, degli operai in primo luogo, nel campo della protesta politica senza conflitto sociale.

Anche le tradizionali sinistre radicali in Europa non sono riuscite sinora a costruire un'alternativa a quelle socialdemocratiche e alla fine vengono coinvolte e travolte dal loro fallimento. La resa di Tsipras e di Syriza alla Troika ha distrutto una occasione storica della sinistra radicale di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia in grado di competere con il populismo di destra. Ora le sinistre radicali europee nella loro maggioranza stanno rifluendo verso un sostegno critico alle socialdemocrazie, cioè marciano verso la propria ininfluenza nell'ambito di un fallimento. Altre forze invece rifiutano di accodarsi alle socialdemocrazie, ma fuggono dalla realtà della politica rifugiandosi nella predicazione della rivoluzione mondiale come unica soluzione. Questa fuga nella palingenesi totale a volte poi copre opportunismi molto concreti nella pratica quotidiana.

Tutte queste tendenze stanno maturando una condizione politica per cui, in Europa, e negli Stati Uniti, l'alternanza di governo sia sempre di più tra due destre, quella tecnocratico finanziaria liberale e quella reazionaria che usa il populismo. Gran parte del centrosinistra neoliberale è oramai assorbito nella dialettica e nel conflitto tra queste due destre, cioè non esiste più come forza realmente indipendente. Nella storia europea recente questa catastrofe della sinistra ufficiale ha un solo precedente: la resa e l'appoggio delle socialdemocrazie europee al massacro della prima guerra mondiale.

6) Contro la governance europea a sinistra stanno oggi alcuni intellettuali e militanti solitari, alcune forze comuniste, organizzazioni sindacali antagoniste in minoranza rispetto al sindacalismo confederale, movimenti politici e sociali territoriali, tra tutti, da noi, i NoTav della ValleSusa. Queste forze sono normalmente ignorate dal sistema mediatico e culturale dominante, che ha scelto di presentare come sola opposizione al sistema di potere europeo il populismo. Senonché sotto questo termine compaiono forze di segno ed orientamento ben diverso. Il partito lepenista in Francia, il M5S In Italia, Podemos in Spagna si collocano su diverse aree e orientamenti da destra a sinistra e non possono essere considerati come un unico fronte populista, come invece fa il palazzo della politica. Questi diversi movimenti mostrano anzi che la spinta critica verso il sistema di potere può volgersi in diverse direzioni e che questo dipende anche dalla capacità delle forze antagoniste e anticapitaliste, che assieme possono ancora pesare, di misurarsi e confrontarsi con la ribellione populista. Col populismo bisogna confrontarsi e non recriminare. Il che però richiede come premessa di rompere totalmente con il sistema di potere politico e sindacale e con le forze del centrosinistra neoliberale.

Il riformismo storico del movimento operaio, il gradualismo nei miglioramenti è morto. Oggi riformismo è solo adattamento al peggioramento. Oggi in Europa il riformismo è diventato l'ideologia del liberismo e la cultura politica delle élites e dei mass media da esse guidati. Il cambiamento progressista non può essere politicamente riformista, ma può avvenire solo con la rottura con il, e del, sistema di potere. Costruire questa rottura e la conseguente alternativa è il solo compito che giustifichi e dia senso ad una rinnovata sinistra anticapitalista sociale e politica. Ogni altra scelta significa condannarsi o ad un ruolo da Testimoni di Geova del socialismo, o all'annullamento nel riformismo complice delle destre.

7) La rottura deve avere obiettivi politici determinati, come sempre è stato per ogni cambiamento e processo rivoluzionario. Quindi la rottura con Euro UE NATO non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile. La rottura è contemporaneamente obiettivo e cemento di un blocco sociale. Occorre pensare alla rottura come obiettivo di transizione, come passaggio verso un nuovo sistema economico e politico, che non è ancora socialista, ma che non è più quello ordoliberista. La rottura ha il compito di mettere in connessione lotte e movimenti con un obiettivo politico generale unificante. Nel referendum costituzionale abbiamo misurato il contrasto strategico tra la Costituzione del 1948 e la governance europea e occidentale. Bisogna agire su questo contrasto e trasformarlo in rottura politica : o la Costituzione antifascista, o l'Euro, la UE, la Nato.

Non bisogna aver paura di affermare che la rottura punta alla sovranità democratica e popolare innanzitutto nel nostro paese. Non possiamo sincronizzare gli orologi con gli oppressi di tutta Europa ed aspettare l'ora nella quale si ribelleranno tutti assieme. Dobbiamo provare ad organizzare la rottura qui ed ora. All'obiezione sui rischi di nazionalismo bisogna rispondere che ogni comunità corre questo rischio, che va combattuto con l'ampliamento della democrazia e della eguaglianza. E soprattutto mantenendo una dimensione ed una prospettiva internazionale della liberazione dal capitalismo liberista. Bisogna avere fiducia nel fatto che ovunque si produca la rottura, essa si estenderà per contaminazione. Se un popolo rompe con Euro UE NATO, altri ipopoli imporranno scelte analoghe. Non esistono Euro e UE senza l'Italia, salterebbe tutta la baracca per tutti. E sarebbe un grande fatto positivo. La rottura è riconquista di democrazia, potere popolare, eguaglianza sociale, ovunque si avvii poi si diffonderà

8) La scelta di fondo è coniugare ed incrociare il conflitto di classe con quello contro l'esclusione prodotta dall'ordoliberismo. Costruire il blocco sociale degli sfruttati e degli esclusi, un blocco potenzialmente maggioritario, deve essere l'obiettivo. Se costruiamo questo blocco, siamo in grado di volgere verso il potere la rabbia che sfocia nelle guerre tra i poveri, guerre che il potere alimenta e la destra xenofoba utilizza per i propri fini. E possiamo così costruire la solidarietà di tutti gli oppressi, nativi e migranti.

Noi non diremo mai prima gli italiani, ma prima gli sfruttati gli oppressi i poveri, senza distinzione.

La rottura con Euro UE NATO finora ha vissuto solo nel confronto e nel dibattito politico di una parte dei militanti della sinistra di classe e antagonista, ora deve entrare nei conflitti reali. Per questo proponiamo un percorso di lotta che abbia come primo grande appuntamento il vertice europeo di fine marzo. Allora vogliamo riprendere il senso del NO sociale che ha prodotto il grande sciopero del 21ottobre, promosso da USB, UNICOBAS, USI, SICOBAS, e poi la grande manifestazione del 22. Un NO sociale a Euro UE e Nato proponiamo anche ai compagni che hanno manifestato il 27 novembre. Non siamo invece interessati a manifestare assieme a chi ancora chiede la riforma dell'Unione Europea, vuole un euro e magari anche una Nato di sinistra.. C'è un limite alla confusione. Proponiamo inoltre sin da ora di aderire alla mobilitazione anti vertice G7 che si terrà in Sicilia.

Ma non possiamo esistere solo con le mobilitazioni generali, pur indispensabili. Ricordiamo che esattamente un anno fa siamo stati noi a promuovere le manifestazioni contro la guerra che durava da 25, ora 26 anni. Tenere aperto il fronte della lotta alla guerra assieme a tutti gli altri è indispensabile, non a caso diciamo anche No Nato.

Ma tutto questo non basta, dobbiamo costruire una forza che vada oltre le manifestazioni. Dobbiamo cioè trasformare la Piattaforma Sociale Eurostop in una coalizione. È questo un termine che è stato squalificato dalla gestione negativa e strumentale che ne ha fatto il gruppo dirigente della Fiom, ma la necessità della coalizione esiste comunque. Lavoriamo dunque per costruirla ovunque questa coalizione, ogni forza ovviamente con la propria autonomia e con il grado di adesione che riterrà più giusto, ma lavoriamo assieme. E lavoriamo ovunque nel paese, non solo nei grandi appuntamenti nazionali, c'è bisogno delle forze e della coalizione di Eurostop in tante lotte e in tanti luoghi. Abbiamo un compito enorme, ma o noi o nessuno. Per questo non ci faremo ora assorbire dalla competizione elettorale che si prepara, ma giudicheremo le proposte e le candidature sulla base dei nostri punti discriminanti. A giugno tireremo le prime somme del lavoro svolto.

Non è più tempo di attesa, organizziamoci.

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I CINQUE STELLE E L'EURO

[ 29 gennaio ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa segnalazione di un attivista 5 Stelle:
«Seguo assiduamente da un paio d'anni il vostro blog. Apprezzo l'attenzione che dedicate al Movimento, e riconosco che siete tra i pochi che vi rendete conto che con tutti i limiti esso è la sola possibilità, almeno fino a quando non ci sarà qualcosa di meglio, per cambiare in meglio questo Paese — oppure si vuole finire tra le braccia di Salvini?. Vedo tuttavia che diversi vostri lettori approfittano di ogni passo falso di M5S (vicenda ALDE) per mandarci alla malora. Uno degli argomenti è che Grillo avrebbe abbandonato l'uscita dall'euro. Non è vero. Vi segnalo che il blog del Movimento ha ribadito proprio ieri la nostra posizione ufficiale, quella dell'uscita, su cui raccogliemmo le firme meno di due anni fa».


Referendum sull'euro, prima che sia troppo tardi

«Nel marzo 2012 i Paesi dell’UE hanno sottoscritto a maggioranza il Patto di Bilancio (meglio noto come Fiscal Compact) che vincola ogni Stato dell’Unione al pareggio del saldo strutturale (cioè il saldo nominale al netto delle misure una tantum e del ciclo economico) o, in caso di disavanzo strutturale, al rispetto di determinati percorsi di rientro. Il Parlamento italiano ha inserito questo vincolo nella Costituzione all'interno dell'articolo 81. Da allora la Commissione Europea ha avuto un'ulteriore via libera istituzionale per fare spulciare i conti pubblici dell’Italia e sollecitare riforme e “aggiustamenti”, compresa l’ultima richiesta di una manovra correttiva dello 0,2% del PIL (3,4 mld di euro).

L'austerità uccide, uscirne si può
Non si può vivere di austerità, specialmente per l’Italia che ha un debito pubblico mostruoso di oltre 2200 miliardi di euro (pari al 132,4% del PIL), modeste prospettive di crescita e che al momento si trova a dover gestire varie emergenze. Anche quest’anno il Tesoro dovrà rifinanziare oltre 260 mld di BTP; con l’approcciarsi della conclusione delle misure straordinarie di politica monetaria della BCE (quantitative easing) e i giudizi negativi degli esperti indipendenti (pensiamo al recente declassamento del nostro rating sovrano da parte dell’agenzia DBRS), l’impresa si profila ardua e l’eventualità di un aumento della spesa per interessi si fa sempre più probabile. 

Stare nell’euro diventa ogni giorno più complicato e costoso per la maggioranza dei Paesi dentro l'eurozona. E questo lo sa anche la BCE che per bocca di Draghi ha recentemente dichiarato che si può uscire a patto di pagare il conto dell’uscita. L’uscita è dunque possibile e ciò darebbe sostegno ai saldi commerciali e nuova linfa ad una crescita asfittica. Il debito pubblico poi, ridenominato in lire, tornerebbe sotto controllo per effetto della prevedibile svalutazione della nuova moneta nazionale. Bisogna fare presto però dal momento che i costi di uscita sul nostro debito pubblico continuano ad aumentare con il passare del tempo grazie anche all’inerzia dei Governi di fronte alle richieste dell’euroburocrazia.

I costi dell'uscita dall'Euro, più si aspetta più si paga
Ma quanto ci costa uscire dall’Euro e ridenominare il nostro debito pubblico?
I conti li ha fatti Marcello Minenna, docente alla London Graduate School of Mathematical Finance. ll beneficio da ridenominazione del debito in lire dipende dal perimetro di applicazione della Lex Monetae, il principio universalmente riconosciuto che conferisce a uno Stato la facoltà di ridenominare i propri debiti in moneta nazionale (nel caso di specie, la nuova lira come da nostro codice civile) purché governati dal diritto domestico. In Italia, su 1882 miliardi di BTP appena 48 sono di diritto estero e andrebbero dunque rimborsati in euro con una lira svalutata, rappresentando quindi un implicito costo finanziario per i contribuenti nella nuova moneta. In teoria ciò vorrebbe dire rimborsare i restanti 1830 miliardi di BTP in nuova lira svalutata consentendo dunque un beneficio per il Paese. Il problema è che a partire dal 2013 con decreto del governo Monti i BTP di nuova emissione hanno dovuto incorporare le cosiddette CAC, ossia clausole di azione collettiva che, dopo lo swap sul debito greco del marzo 2012, i Paesi dell’area euro hanno concordato di introdurre progressivamente nelle nuove emissioni di titoli di Stato. Tali clausole consentono oggi ai detentori di almeno il 25%+1 di ogni emissione di BTP di bloccare il governo dal ridenominare in nuove lire tale debito.
In base a recenti elaborazioni su dati Bloomberg e Dealogic, ipotizzando una svalutazione del 30% della nuova lira e assumendo che i 210 miliardi di BTP comprati dalla Banca d’Italia nel programma di QE siano per metà ridenominabili e per metà no, Minenna conclude che l’Italia si trovi oggi a metà del guado con circa 200 miliardi di benefici finanziari dalla ridenominazione sulla componente domestica grazie alla Lex Monetae e circa altrettante perdite sui BTP non ridenominabili per via appunto delle CAC. Ciò vuol dire una situazione di pareggio attuale destinata a peggiorare esponenzialmente man mano che la migrazione verso i BTP con CAC sarà completata nel 2022: da adesso in poi rinviare l’uscita dall’Euro e dunque la ridenominazione costa all’Italia circa 70 miliardi all’anno, metà come maggiori perdite e metà come minori guadagni.

Referendum sull'euro subito
Un referendum che consenta agli italiani di decidere sull'euro è essenziale, soprattutto alla luce di questi costi enormi a cui si va incontro. Gli italiani devono essere informati di cosa vuol dire restare nell'euro e cosa significa uscirne, in termini di costi e benefici. Il fattore tempo a questo punto è cruciale. Riportare la Banca d’Italia nell’orbita del Tesoro annullando il divorzio deciso in altra epoca storica e ridenominare la parte maggiore possibile del nostro debito pubblico – compresi tutti i 210 miliardi di via Nazionale – al fine di tornare a far crescere economia e occupazione attraverso la riconquistata sovranità monetaria.
Il 2017 offre all’Italia una ottima occasione per far sentire la sua voce in Europa. Entro il 1° gennaio 2018 il Fiscal Compact dovrà essere ratificato nel quadro giuridico dell’UE. E serve l’unanimità. Questo dà all’Italia la forza contrattuale necessaria per presentarsi alla Commissione Europea e alla BCE e minacciare il suo veto in assenza di un accordo ad esempio sulla monetizzazione dei titoli di stato acquistati dalla Banca d’Italia nell’ambito del QE. Oppure in assenza di una road map verso gli EurobondRimanere in questo Euro senza mutualizzazione del rischio e rispettando al contempo questo Fiscal Compact significa condannare il paese ad un progressivo impoverimento.

Cambiare strategia
Lo svantaggio dell’enorme debito italiano (anche quello del settore privato) può diventare un punto di forza. L’Italia è la terza economia dell’area euro e il nostro debito pubblico è più di 6 volte quello greco: questo ci dà la forza per negoziare alla pari la flessibilità di cui abbiamo bisogno per ripagare i nostri creditori. Altrimenti l’Europa a trazione tedesca continuerà a dare le carte; e non ci vuole molta fantasia per capire che ci attende lo stesso drammatico copione della Grecia, a partire dalla ristrutturazione del debito pubblico italiano già “suggerita” dai consiglieri economici della Merkel».

* Fonte: Beppe Grillo punto it

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sabato 28 gennaio 2017

ITALIA SOVRANA? ITALIA PUTTANA! di Piemme

[ 28 gennaio ]

25 mila, saranno stati al massimo 5 mila. Parliamo dell'odierna manifestazione promossa da Fratelli d'Italia, ospiti di primo piano, Matteo Salvini e alcuni esponenti di spicco di Forza Italia, come Toti, Brunetta, Tremonti e la Santanchè.
In effetti, fossero stati 25 mila, col cazzo che sarebbero stati contenuti in P.zza San Silvestro, non bastava Piazza del Popolo, almeno cinque volte più grande. I numeri hanno la loro importanza, a noi pare, ed essi dimostrano che malgrado il vento della Brexit, della Le Pen e di Trump, non c'è alcuna valanga delle cosiddette "destre sovraniste" —tanto più tenendo conto che la destra ex-missina considera Roma una sua roccaforte. Senza i voti nordisti della Lega Nord, questa "destra sovranista", che è stata governista per vent'anni, agevolando la svendita della sovranità italiana, è ben poca cosa.

Resta quindi un fatto come minimo pittoresco che proprio l'asse portante di questa destra, che inneggia a Trump, sia incardinata ad un movimento che al primo punto del suo statuto rivendica la secessione della "Padania" dall'Italia.

E' vero che Brunetta è stato fischiato (per nome del Cavaliere ha raccontato la barzelletta che prima di andare alle urne occorre "armonizzare i meccanismi elettorali di Camera e Senato), ma se lui è stato invitato è perché, come hanno ripetuto sia la Meloni che Salvini, il loro auspicio è quello di primarie del centro-destra, ovvero di riunire il centro destra, quindi nuovamente assieme a Berlusconi —visto che senza il suo sostegno di quattrini e di voti lo strombazzato 40% Lorsignori se lo sognano.

Che il centro-destra ritorni unito, tuttavia, è altamente improbabile. E allora perché sia la Meloni che Salvini ripetono il loro appello unitario a Berlusconi? Certo è tattica, ma questa tattica rivela quale sia la loro area di pesca: i berluscones; e quale sia la loro anima profonda: un reazionarismo su tutta la linea. Altro che "Italia sovrana", Italia puttana. 

Certo essi debbono camuffarsi, e per strappare consensi usano linguaggi, slogan e pratiche apertamente populisti. Un populismo identitario smaccatamente di destra. Si dice che le categorie di destra e sinistra non esistono più, che non sono più valide (e lo dicono spesso pure Meloni e Salvini), ma proprio la sfilata di oggi, per simboli e contenuti, dimostra che la destra esiste, eccome. Ovvero, la sinistra sistemica fa sì schifo, ma tirerà a campare, ahinoi, ancora a lungo finché esisterà questa destra qui. Una destra che parla di "sovranità" (dopo averla svenduta), ma che declina questa "sovranità" in modo sciovinista, becero, razzista e reazionario.

Non sottovalutiamo affatto questo populismo di destra. Se non sorgerà un polo politico populista di sinistra, ovvero sovranista e patriottico, costituzionale e democratico, prima o poi la destra sfonderà. 

Siamo ancora in tempo. Che l'Italia riconquisti la sua sovranità nazionale è inevitabile. Chi ci sarà alla testa di questa liberazione? E cosa ci faremo con la sovranità riottenuta?
Questo è il punto.

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BUONGIORNO EUROSTOP! di Programma 101

[ 28 gennaio ]

E' in corso oggi a Roma l'assemblea nazionale del coordinamento EUROSTOP. Il tentativo è quello di dare vita ad un nuovo soggetto politico, per quanto plurale e confederato. Qui sotto l'intervento che sarà svolto dal delegato di Programma 101.

Cari compagni

Siamo chiamati, con questa assemblea, a decidere se EUROSTOP debba e possa trasformarsi in un soggetto politico —per quanto plurale e confederato. Che lo si debba fare lo sosteniamo da tempo, scontiamo anzi un enorme ritardo (e non sarebbe secondario chiedersi il perché), che sia possibile, dipende. Da cosa dipende?

Diceva Hegel che: “Quando si hanno tutte le condizioni, la cosa deve diventare reale”.

Tra le diverse condizioni, cinque a noi sembrano quelle determinanti: (1) un’analisi della situazione condivisa; (2) una visione strategica comune; (3) un programma politico di fase unico; (4) una medesima concezione sulla natura del soggetto che vogliamo costruire; infine (5) una squadra dirigente che oltre ad essere di alto profilo sia forte della reciproca fiducia dei suoi componenti.

A noi non pare che tutte queste condizioni esistano già. Molte, purtroppo, sono le differenze (e le diffidenze) tra noi. Dobbiamo per questo rinunciare all’impresa? No, non dobbiamo rinunciarvi, dobbiamo tentare, ma facendo il passo secondo la gamba, mettendo ogni cosa al suo posto, individuando le aree di criticità, giocando a carte scoperte, avviando un processo graduale costituente che affronti i problemi invece di nasconderli.

Abbiamo letto con la dovuta attenzione i documenti fondativi sottoposti all’attenzione di tutti noi. C’è un evidente squilibrio tra l’impegnativa chiamata a fondare un soggetto-politico-fronte e la base politica, francamente striminzita, con cui la si giustifica —e che a ben vedere resta sostanzialmente la stessa che avevamo già come coordinamento. I tre NO (all’Unione europea, all’euro e alla NATO) sono condizioni necessarie ma insufficienti. Un salto organizzativo chiede un proporzionale corrispettivo politico altrimenti il rischio —come ad alcuni di voi accadde con ROSS@—, è che il salto sia mortale.

Proviamo quindi ad individuare i nodi che andrebbero sciolti, se vogliamo davvero gettare le fondamenta di una costruzione che non collassi al primo urto, e ce ne saranno diversi nei prossimi anni.

(1) Per quanto riguarda la situazione generale, al netto dell’accordo sul fatto che questa crisi è sistemica, “organica” come avrebbe detto Gramsci, non tutti siamo d’accordo non solo che la globalizzazione è al tramonto, ma che l’Unione europea (che non nacque affatto come polo antagonista a quello americano ma ben al contrario come sorella gemella dell’imperialismo USA) ha imboccato la via del suo inesorabile disfacimento. La conseguenza, che vi segnalavamo da tempo e che ha enormi conseguenze politiche, è quella che vedrà gli stati nazionali riconquistare il centro della scena.

(2) Noi riteniamo un grave errore strategico opporsi alla tendenza geopolitica alla rinazionalizzazione. Invece di fare esorcismi contro il ritorno alla sovranità nazionale —concetto che nei documenti ci si è guardati bene dal solo nominare, preferendo quello di “sovranità popolare”, come se questa e le procedure democratiche possano esistere oggi senza il demos nazionale— noi dovremmo invece impugnarla, con ragionevole audacia. Dovremmo andare incontro ai risorgenti sentimenti nazionalistici tra le masse popolari (che significano più sovranità nazionale, più Stato, più comunità, più democrazia, più sicurezza) opponendo un patriottismo repubblicano, costituzionale e socialista, contro ogni nazionalismo sciovinistico e imperialistico. Questo è secondo noi il discorso per combattere il nemico principale, il blocco oligarchico mondialista dominante (in cui la nostra grande borghesia è pienamente incapsulata), e quindi lanciare e vincere la sfida dell’egemonia nel campo popolare e antioligarchico, oggi presidiato anzitutto da forze come M5S e nuove destre come Lega nord e FdI.

(3) I documenti parlano di ITALEXIT, ma sono vaghi, non ci dicono niente di preciso su come noi vorremmo utilizzare la riconquistata sovranità nazionale e monetaria. Questa reticenza è inammissibile visto che da anni fuori di qui se ne dibatte e sono state prodotte tesi e proposte di indiscutibile valore scientifico. Ma questa reticenza ha una ragione: c’è chi scongiura un’uscita unilaterale e vaticina (in base a discorsi francamente risibili sulle “economie di scala) improbabili nuove zone di mercato e moneta comune, siano esse mediterranee o meno. Di contro al rischio che l’uscita dall’euro e dall’Unione sia pilotata da forze nazional-liberiste, noi dobbiamo opporre un chiaro programma per dare vita ad un ampio blocco costituzionale che in futuro possa dare vita ad un governo popolare d’emergenza, o di transizione, che metta in sicurezza il Paese. Un programma che sia coerente con la democrazia sociale scolpita nella Costituzione del 1948, che per noi deve avere il profilo di un keynesismo radicale, che potrebbe fungere da anticamera di trasformazioni socialiste vere e proprie. Ma, anche qui, c’è chi fa spallucce lancia anatemi contro il keynesismo “borghese”.

(4) Sulla natura del soggetto politico, che viene prima della forma, qui circolano le idee più disparate. Non parliamo tanto delle regole che debbono tenerci assieme. Qui parliamo, lo diciamo senza peli sulla lingua, del populismo. Anche in questo caso tra noi c’è chi lancia anatemi; si tratta, sia di coloro che ritengono sia oggi percorribile la strada della ricostruzione del partito di classe, ovvero comunista, sia di quelli che rispolverano la tradizione sindacalistica.

Il campo sociale e politiconon è più diviso da una retta verticale che divida la destra dalla sinistra, bensì da una retta orizzontale che divide chi sta sopra (l’oligarchia e la cima della piramide sociale) da chi sta sotto (una poltiglia sociale senza più la classe operaia al suo centro). Formenti ci dice che questa è la nuova forma della lotta di classe. E’ vero, a condizione di precisare che è una nuova forma di lotta di classe per cui, inabissatosi il soggetto sociale teleologico che per sua natura avrebbe una funzione guida, spetta al soggetto politico (politico si badi, né sindacale né tantomeno vagamente “sociale” —non amiamo quindi l’aggettivo “sociale” posto dopo il sostantivo “piattaforma”) dare forma e finalità alla eterogenea sfera sociale, di questi tempi un partito che costruisce e plasma un popolo che sia forza di mutamento e capace di esercitare sovranità.

Per questo non basta avere un programma, né rivendicare l’applicazione delle parti progressive della Costituzione, né tanto meno limitarsi ad affermare tre NO. C’è bisogno di un discorso profetico, di simboli forti, e perché no, di miti e nuovi orizzonti di senso. Dobbiamo saper stabilire connessioni emotive con il popolo lavoratore, precario e marginale, capaci di parlare al suo cuore e non solo alla sua testa. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non ha pathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, non è quindi solo linguaggio o retorica discorsiva, è l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa.

Per concludere. C’è molto lavoro da fare affinché “la cosa diventi reale”.

Dobbiamo unire le nostre forze, avviarci su questo sentiero, senza temere le difficoltà esistenti che potremo superare come abbiamo già superato alcune delle divergenze che ci dividevano fino a ieri. In questo contesto ci permettiamo di condensare quelli noi consideriamo i dieci punti d’indirizzo per andare verso il popolo e farne il protagonista della rivoluzione democratica:

(1) IL POTERE SPETTA AL POPOLO NON ALL’OLIGARCHIA CAPITALISTA

(2) LA COMUNITÀ VIENE PRIMA DELL’INDIVIDUO

(3) L’EGUAGLIANZA E LA SOLIDARIETÀ SIANO I PRINCIPI DELLA CONVIVENZA CIVILE

(4) LA DIGNITÀ E IL DIRITTO AL LAVORO DI OGNUNO VENGONO PRIMA DI TUTTO

(5) LA POLITICA DIRIGA E PROGRAMMI L’ECONOMIA, PER DIFENDERE AMBIENTE E TERRITORIO NELL’INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ

(6) LO STATO DEVE COMANDARE, NON IL MERCATO

(7) REGOLARE L’IMMIGRAZIONE IN BASE ALLE ESIGENZE DELLA COMUNITÀ CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE ETNICA, RELIGIOSA O RAZZIALE

(8) PER LA SICUREZZA SOCIALE, CONTRO LA CRIMINALITÀ, I SOPRUSI E LE ANGHERIE

(9) PER LA SOVRANITÀ NAZIONALE , CONTRO GLOBALIZZAZIONE, UNIONE EUROPEA E NATO

(10) PER UN PATRIOTTISMO REPUBBLICANO E INTERNAZIONALISTA


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venerdì 27 gennaio 2017

PRODI E D'ALEMA ORA SCARICANO RENZI MA È FIGLIO LORO di Stefano Fassina

[ 27 gennaio ]

Critica dura, quella del compagno Stefano Fassina, al Partito democratico. Molto più a fondo si dovrebbe andare, e un'onesta autocritica non farebbe male. 
Fassina ribadisce tra l'altro che lo smantellamento della moneta unica è necessario e inevitabile, ma a patto che sia consensuale, e propone un"superamento cooperativo dell'euro", allude alla nostra idea di "patriottismo costituzionale"  nel quadro di una nuova Unione europea "come confederazione fra stati nazionali". Idea che sottoporrà, con davvero scarse possibilità di successo al prossimo congresso di Sinistra Italiana.

Per le manovre in corso a sinistra, sarebbe utile partire da una domanda: "Perché il discorso della sinistra è oggi tanto inefficace? Perché non ha fermato Donald Trump e non sembra sortire effetti concreti contro i populismi, i neorazzismi, le derive genuinamente antidemocratiche che agitano venti di tempesta in Europa e negli Stati Uniti?"

È la domanda che Nicola Lagioia affronta in un commento controcorrente dedicato all'analisi della vittoria di Trump (L'Internazionale, 19 Gennaio). È la domanda che, nelle dichiarazioni degli ultimi giorni, Romano Prodi, Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema evitano accuratamente. Invece, dovrebbero affrontarla prima di invocare il Mattarellum e il presunto bel tempo che fu: "L'Ulivo non è irripetibile" dice speranzoso il primo; "servirebbe un giovane Prodi" incalza convinto il secondo; "ricostruire il centrosinistra a partire dai candidati di collegio, con il ritorno al Mattarellum" indica disinvolto il terzo.

Certo, la scomoda domanda scolpita da Lagioia si può rimuovere dal piano politico attraverso la scappatoia del "renzismo". Oggi, va di moda, anche nel dibattito congressuale di Sinistra Italiana, separare il Pd dal renzismo. Si scaricano le responsabilità sull'ultimo arrivato. Così, l'angosciosa domanda trova facile risposta e si riparte con L'Ulivo o il centrosinistra o il campo progressista, secondo il lessico più recente di politici che "quanto meno si misurano con l'analisi delle condizioni materiali, tanto più si esercitano nelle formule verbali" (Paolo Favilli, Il Manifesto).

No. Le rimozioni nella politica, come nella vita, si pagano care. No, Matteo Renzi non è un incidente di percorso nel Pd. Non è un usurpatore. Matteo Renzi è la conclusione del lungo ciclo post-89 della sinistra storica italiana e europea, dopo Blair, Schroeder, Zapatero, Hollande. In particolare, Matteo Renzi è l'interprete estremo, ma coerente, della democrazia plebiscitaria alla base dello statuto del Pd e del liberismo europeista celebrato al Lingotto.

Allora, di fronte all'insostenibilità economica e sociale della globalizzazione neo-liberista, "Perché il discorso della sinistra è oggi tanto inefficace?" In altri termini, perché il popolo delle periferie economiche, sociali, culturali, oltre che territoriali è diventato ovunque ostile alla sinistra storica e ai suoi derivati? La risposta è agra, ma evidente: perché la sinistra storica lo ha colpito e continua a colpirlo con la corresponsabilità dell'ordine neo-liberista.

Perché, risponde Lagioia, "A partire dagli anni novanta la sinistra pretende di sognare in proprio, mentre in realtà è il personaggio secondario di un sogno altrui. È in quel periodo che dà i primi vagiti la creatura ridicola, oggi diventata insopportabile a tanti, che potremmo chiamare Bravo democratico, o Bravo progressista, il proprietario della Tesla tutto dedito alle buone cause travolto da un tir".

L'efficace sintesi vale per la sinistra extra-Ue (Stati Uniti). Vale per la sinistra extra-euro (Regno Unito). Vale, a maggior ragione, per la sinistra nell'eurozona. Qui, le responsabilità sono ancora più marcate: nell'eurozona, la sinistra storica ha promosso o almeno condiviso la costituzionalizzazione della versione estrema del neo-liberismo. Una "costituzione" europea, ossia i trattati e il Fiscal Compact, incardinata su principi (stabilità dei prezzi e concorrenza) radicalmente contraddittori con le costituzioni post seconda guerra mondiale, in particolare con la nostra (fondata sulla dignità del lavoro).

Quindi, una moneta unica finalizzata alla svalutazione del lavoro, fisiologia dell'euro, non frutto fuori tempo massimo della moda blairiana incorporata nel Jobs Act. In sintesi, il mercato unico senza standard sociali e ambientali, in particolare dopo l'allargamento a 28 dell'Unione, e l'euro sono stati fattori di aggravamento delle conseguenze negative della globalizzazione.

Insomma, cari Prodi, Bersani e D'Alema, ma andrebbero aggiunti gli altrettanto cari, senza ironia, Ciampi, Napolitano, Amato, Veltroni, i fiori all'occhiello del rimpianto Ulivo o centrosinistra, sono in realtà colpe gravi verso quelli che dovrebbero essere gli interessi di riferimento della sinistra.

Per scansare taglienti responsabilità e dare continuità al racconto, stagionati e freschi campioni de L'Ulivo o centrosinistra o campo progressista, dentro e a ridosso del Pd, ripropongono stancamente, oltre all'archiviazione dell' "alieno" fiorentino, la retorica completamente astratta della riforma dei Trattati e della correzione di rotta da affidare ai partiti del socialismo europeo. Almanaccano di un'"altra Europa", come fossimo di fronte a un accidentale deragliamento di un progetto progressivo.

Non vogliono prendere atto che l'Unione europea e l'euro hanno funzionato benissimo al fine di raggiungere il loro vero obiettivo: la marginalizzazione del lavoro sul piano economico, sociale e politico. Di fronte alla evidente impraticabilità politica nell'eurozona di programmi "Keynesiani", che fare? Le strade sono due. Da un lato, l'arroccamento disperato dei "bravi democratici" e "bravi progressisti" nella cittadella assediata dai "populisti" per provare a attutire la svalutazione del lavoro imposta dall'inossidabile mercantilismo tedesco.

Dall'altro, un "divorzio amichevole", come propone Joseph Stiglitz, della moneta unica. L'obiettivo di quest'ultima opzione non è una deriva autarchica, sovranista, ma il rilancio dell'Ue come confederazione fra Stati nazionali, rivitalizzati dalla riappropriazione della politica monetaria e di bilancio, del controllo dei movimenti di capitali, della protezione del lavoro negli scambi di merci e servizi.

Ovviamente, non si torna a Bretton Woods e ai "Trenta gloriosi", ma almeno si riconquista qualche leva da agire in alternativa alla svalutazione del lavoro. Per il sottoscritto e per tanti altri sostenitori del No al referendum del 4 Dicembre scorso sta qui, nel superamento cooperativo dell'euro, la necessaria ragione fondativa di una forza animata da patriottismo costituzionale, ossia orientata a attuare la nostra Costituzione. La proponiamo in un emendamento al documento congressuale di Sinistra Italiana. Speriamo di fare qualche passo avanti.


* Fonte: HUFFINGTON POST, 27 gennaio

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