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giovedì 22 giugno 2017

Rapina in banca, modello "Intesa" di leonardo Mazzei



[ 23 giugno 2017 ]

Le mani (non invisibili) sulle banche venete

Un euro privato contro 6 miliardi pubblici, come scambio ineguale proprio non fa una piega. Non devono averci messo molto i tecnici del sig. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a formulare la loro offerta d'acquisto per Veneto Banca e per la Banca Popolare di Vicenza.

La loro operazione sarà durata, sì e no, un paio d'orette. Lorsignori hanno preso due scatole, nella prima (denominata good bank) hanno messo la polpa - gli sportelli, i depositi, i crediti sicuri; nella seconda (denominata bad bank) hanno accatastato le ossa - i crediti deteriorati, quelli comunque considerati a rischio, le obbligazioni subordinate, i rischi connessi alle azioni legali. Per la prima si sono detti disposti a spendere nientemeno che la bella cifra di un euro. Per la seconda chiedono che lo Stato di euri ne sborsi 6 miliardi.

Naturalmente, di fronte a cotanta generosità, la stampa nazionale è già scattata come un sol uomo a ringraziare la munificenza del Messina: gli si dica subito di sì, che i mercati hanno fretta; si prepari la somma richiesta senza indugio, che si tratta di banche mica di pensionati. E, siccome - vedete le complicazioni della democrazia - per spendere quei soldi ci vuole una legge ad hoc, la si faccia subito, ovviamente per decreto, e che il parlamento esegua e zitto.

Ma al parlamento non solo questo si chiede. Oddio, "chiedere" è un verbo un tantinello inadeguato, perché il sig. Messina non chiede, ordina. E, tra le altre cose, l'ordine è quello di sfornare un'apposita legge per sterilizzare le cause legali, quelle presenti e quelle future.

Ma, signori, non c'era una volta il "mercato"? Secondo la leggenda, che ne dichiarava la sua sacralità, sarebbe stata la sua "mano invisibile" a risolvere tutto per il meglio. In fondo è quel che si dice al disoccupato: sei senza lavoro perché non sei riuscito a trovarne uno, dunque la colpa è tua, devi impegnarti di più e (soprattutto) devi abbassare le tue pretese in salario e diritti. A quel punto la mano invisibile del mercato interverrà ed avrai il tuo reddito, viceversa il "mercato del lavoro" ti punirà e morirai di fame. Ma sarà giusto così, perché «non esistono pasti gratis» (Mario Monti) e bisogna rieducarsi alla «durezza del vivere» (Tommaso Padoa Schioppa).

Ma quel che vale per il disoccupato non vale per le banche. Queste ultime non possono fallire, specie le più grandi, secondo il principio Too big to fail. Principio che evidentemente mostra la totale fallacia dell'ideologia mercatista. Dunque, per dirla alla Woody Allen (ma la frase sembra rubata a Ionesco): «Dio è morto, Marx è morto, ma anche il mercato non si sente tanto bene».

Che l'ideologia mercatista faccia acqua da tutte le parti non può negarlo neppure il Sole 24 Ore, il che è tutto dire. L'editoriale di oggi di Marco Onado ha un titolo che dice quanto basta: «Come dare una mano alla "mano invisibile». Ecco un'ammissione certo più sincera di quanto siano disposti a riconoscere i liberisti di sinistra, per il quale il "mercato" - meglio, i "mercati" - hanno sempre ragione, e chi lo nega è un residuo ottocentesco.

Naturalmente per Onado, lo Stato deve intervenire solo quando ci sono fallimenti di "mercato" che il "mercato" non può correggere. Si tratta in tutta evidenza di una tesi assai interessata, che resta però interessante nella misura in cui ammette che il mercato non è onnipotente, che può fallire, che va corretto. Il che, trattandosi della divinità più adorata degli ultimi decenni, non è davvero poco.

Ma come realizzare la suddetta "correzione"? Per lorsignori la ricetta è nota: pubblicizzando le perdite e salvaguardando i profitti privati. E qui torniamo all'offerta di Intesa Sanpaolo per le banche venete.

Chi ci segue sa quali sono le nostre idee sulla crisi bancaria: le banche vanno sì salvate, onde evitare un pesante disastro per l'intera economia del Paese, ma vanno immediatamente nazionalizzate (leggi qui).

Questa nostra posizione è stata oggetto di diverse critiche, quasi avesse una mera matrice ideologica, o fosse comunque irrealizzabile a causa dei suoi costi per lo Stato. Ebbene, il caso delle banche venete, così come quello precedente di Mps, ci dimostra l'esatto contrario. Nazionalizzare non solo è possibile, è doveroso. E lo è non solo perché soltanto con il controllo pubblico del sistema bancario sarà possibile rilanciare l'economia, ma anche perché in caso contrario il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di servitore di giganteschi interessi privati. Certo non è questa una novità, ma non si vede proprio perché si dovrebbe avallare la prosecuzione di questo andazzo, specie dopo il disastro che le banche private hanno prodotto.

Nel caso in questione ci ritroviamo con lo Stato chiamato a sobbarcarsi tutti i costi dell'impresa. E, contrariamente a quel che si vorrebbe far credere, la proposta di Intesa Sanpaolo va addirittura oltre al modello spagnolo con il quale, nei giorni scorsi, il Banco Santander si è fagocitato il Banco Popular. Il modello non è lo stesso perché il Santander si è perlomeno accollato l'onere della ricapitalizzazione, esattamente quello che invece il sig. Messina si è premurato di escludere tassativamente, chiedendo - meglio: ordinando - che a tal fine provveda lo Stato.

Bene, cioè malissimo, abbiamo già visto come Intesa Sanpaolo voglia portarsi a casa le banche venete - conquistando così una posizione di grande privilegio nel Nord-Est - all'esoso prezzo di un euro. Ora la domanda è questa: se l'operazione andrà davvero in porto, saremo di fronte ad una valutazione equa oppure davanti ad un'incredibile regalia? Se nel secondo caso dovrebbe esservi lavoro anche per la magistratura (ma su questo non ci illudiamo proprio), in un caso come nell'altro perché non nazionalizzare le due banche? Perché sborsare 6 miliardi per ripianare il passivo, per poi risparmiarne uno (di euri non di miliardi) per non nazionalizzarle?

E' da notare che l'offerta di Intesa non tutela neppure i risparmiatori, visto che il destino dei possessori di obbligazioni subordinate, appare destinato a restare alquanto incerto. Ancora meno tutela l'occupazione, visto che dei circa 10mila lavoratori attuali cinquemila dovranno andare a casa.

E allora, perché non nazionalizzare?
Domanda retorica, dato che in realtà la risposta è nota: perché comandano le grandi oligarchie finanziarie, perché il credo mercatista resta lì a dispetto dei suoi fallimenti, perché è su questo dogma che è stata edificata la schifosissima Unione Europea. Che pretende di dettar legge su tutto, ma sulle banche ancor di più.

Tuttavia, i fatti restano. Ed hanno la testa dura, anche se non come quella di chi ancora crede nel "mercato".

E i fatti di cui ci stiamo occupando gridano davvero vendetta. Il regalo al sig. Messina ed ai suoi azionisti è ributtante. La proposta di Intesa Sanpaolo non è una "offerta", è una rapina bella e buona. Ancor più grave se legalizzata con legge dello Stato. Vedremo se alla fine tutto ciò andrà in porto, ma il fatto che a questo punto si sia arrivati è la conferma più lampante di quanto la nazionalizzazione del sistema bancario sia necessaria quanto urgente.

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SENSO COMUNE IN ASSEMBLEA di Paolo Gerbaudo

[ 22 giugno 2017 ]

Gli amici di Senso Comune svolgeranno sabato prossimo la loro prima Assemblea nazionale.
Ci saremo anche noi, ad ascoltare, a capire, a dialogare, nella speranza che prima o poi sia possibile unire le forze.



Cittadini,
Manca poco piú di una settimana alla prima assemblea nazionale di Senso Comune. Aiutateci a fare girare l'evento e se credete nel progetto fate di tutto per venire a dire la vostra. Nei prossimi giorni forniremo piú informazioni sulla giornata ma per il momento tre anticipazioni:

1. I promotori stanno preparando due documenti, uno su strategia, uno su organizzazione come punto di partenza per la discussione a Firenze. Cercheremo di farlo girare a inizio prossima settimana in modo da avere occasione di discuterne qui prima dell'incontro e permettere anche a chi non ci puó essere di esprimersi .


2. Durante l'assemblea cercheremo di dare massimo spazio al pubblico ma per fare ció é necessario ridurre durata interventi e incentivare dialogo non monologo. Metteremo un limite stretto a ciascun intervento (3 minuti o giú di lì). Io mi occuperó personalmente di cronometrare e disciplinare gli aspiranti Fidel Castro :)

3. Vogliamo evitare che si scivoli in una discussione astratta di ideologie e cosmogonie. La parte intellettualosa l'abbiamo già fatta durante
Giro d'Italia. In questa fase abbiamo bisogno di una discussione pratica e concreta su cosa vogliamo fare e come ci organizziamo.

https://www.facebook.com/events/1772020179764090/

«Se sei stufo di vivere in un paese dove pochi se la godono e gli altri si devono arrangiare. Se ne hai abbastanza di una politica che fa l'interesse dei furbetti a svantaggio dei cittadini. Se hai capito che lamentarti da solo serve a poco e che per farci sentire dobbiamo metterci assieme, vieni a "La Piazza del Popolo", la prima assemblea nazionale di Senso Comune, sabato 24 giugno, Piazza dei Ciompi, Firenze.

PROGRAMMA
10.30 ||| Introduzione
​11.30 ||| Discussione strategia e organizzazione
​13.30 ||| Pranzo
​15.30 ||| Gruppi di lavoro
18.00 ||| Chiusura

COME ARRIVARE
||| a piedi dalla stazione Firenze Santa Maria Novella: 20 minuti

||| in autobus dalla stazione Firenze Santa Maria Novella: linea C2 direzione "Piazza Beccaria". Scendere alla fermata "Annigoni"

||| in auto: uscita autostrada A1 "Firenze Sud" - imboccare raccordo - uscita dal raccordo "viale Europa" - imboccare viale Europa - viale Europa diventa viale Donato Giannotti - Piazza Gavinana - via Adriani - via Villamagna - Lungarno Francesco Ferrucci - Ponte San Niccolò - viale Giovanni Amendola - Piazza Beccaria. Parcheggiare Piazza Beccaria o zone limitrofe (strisce blu gratis il 24 giugno, per Firenze giorno festivo), oppure Parcheggio sotterraneo Beccaria (a pagamento), oppure Parcheggio sotterraneo Sant'Ambrogio (a pagamento). Raggiungere a piedi Piazza dei Ciompi».

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IUS SOLI: ANCORA E SEMPRE FATE PRESTO! di Sandro Arcais

[ 21 giugno 2017 ]

Ben volentieri pubblichiamo questo contributo di Arcais. Polemizza con certa sinistra per cui, siccome "siamo tutti cittadini del mondo" [vedi foto a sinistra ], il solo parlare che allo Stato spetti il diritto-dovere di stabilire come assegnare la cittadinanza, è una cosa... reazionaria.
Tante volte abbiamo criticato questa sciocchezza cosmopolitica. Il mondo? Per adesso è ancora solo un'espressione geografica. Quando un giorno esistesse un'umanità affratellata, politicamente unita sotto una sola bandiera, allora sì, saremmo tutti... cittadini del mondo". 
Tuttavia quanto diciamo non vuole minimamente giustificare il criterio dello Ius Sanguinis, dietro al quale si cela una concezione etnica e razzista della nazione. Su questo abbiamo scritto. E scriveremo, andando nel dettaglio, su quanto prevede la nuova normativa sul diritto di cittadinanza la quale era ferma in Parlamento da anni.

Viviamo in tempi di perenne emergenza. Il clima, il terrorismo, l’immigrazione, il morbillo, igor il russo. Mi dimentico di qualcosa? Ah sì, lavoro, sicurezza, benessere, servizi. Ma questi, in un mondo neoliberista, non sono diritti, ma roba che ti devi conquistare nella lotta per la vita. Se perdi, significa per definizione che non te li meriti, e quindi impegnati di più oppure crepa.
Ma in effetti, mi dimentico qualcosa di importante e indifferibile, per cui è lecito il noto FATE PRESTO! del megafono della razza padrona nostrana: dare la cittadinanza ai minori figli di stranieri arrivati in Italia successivamente alla loro nascita. Magari il loro padre sarà sfruttato nella logistica o chissà dove, magari verrà messo sotto da un camion durante un picchetto, magari dovrà accontentarsi di servizi sempre più magri, magari dovrà abitare in quartieri degradati. Ma dai, vuoi mettere essere figlio di un padre sfruttato da cittadino italiano piuttosto che no?

Lo so, lo so a cosa state pensando, anime mie buone di sinistra mosse da meravigliosi e celestiali sentimenti di fratellanza universale: “ma una cosa non esclude l’altra”. Sarà così in teoria, ma nella realtà del pensiero unico neoliberista e neospenceriano, una è ricevibile, l’altra no. E finché non aprite gli occhi di fronte a questa realtà, finché non emergete almeno solo un filino dalla brodaglia ideologica in cui siamo immersi da almeno trent’anni, capisco la vostra difficoltà a capire questo: torcere l’economia e metterla al servizio dei diritti sociali e del benessere del popolo, questa è l’unica priorità per cui bisognerebbe fare presto.
Una legge sul diritto di cittadinanza in Italia c’è già.
Dal 1991, infatti, lo straniero nato in Italia può diventare cittadino italiano al compimento dei diciotto anni, ed entro il 19esimo anno di età. La legge 91/1992, all’art. 4, comma 2, prevede che: “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore eta’, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. (qui)
È una legge perfettibile? Può essere. Tutto è perfettibile e ogni legge deve seguire e regolare le mutate condizioni della società. Se ne può discutere. Discutiamone. Ma senza fretta, isterismi, secondi obiettivi, accuse e anatemi reciproci. Perché se ci concentrassimo sulle cause di tutta questa isteria, animosità e faziosità potremmo scoprire che
molti problemi cosiddetti dell’immigrazione colpiscono in modi diversi tanto i rappresentanti de «la xenofobia populista» quanto il «migrante». Sicché nel denunciarne le radici si potrebbe almeno tentare di unire i fronti in una battaglia comune invece di tifare per l’una o l’altra vittima, di dividere il mondo in buoni e cattivi. (Il Pedante)
Solo coloro che non sono toccati dai problemi cosiddetti dell’immigrazione possono permettersi il lusso di lanciare con leggerezza dalle loro eteree altezze di cittadini del mondo le accuse di razzismo, fascismo e xenofobia a chi sulla questione porta argomenti, visioni e punti di vista che partono dall’esperienza di quelli che non possono evitare tali problemi semplicemente spostandosi da un’altra parte o elevandosi dal duro mondo di quaggiù. Si tratta di quel 20-30% che hanno tratto e traggono vantaggio dal mondo e dall’economia globalizzata e dal mondo liquido baumaniano. E per chi non può vivere senza un’emergenza, ecco la vera emergenza: spezzare il monopolio culturale e narrativo di questo 20-30%.

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mercoledì 21 giugno 2017

DOVE VA LA FRANCIA? di Jacques Sapir

[ 21 giugno 2017 ]


Il consolidarsi dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative mostra ancora di più l’ampiezza con cui si è manifestato il rifiuto del voto. Se si sommano astensione, schede bianche e schede nulle —voti, questi ultimi, in forte aumento dal primo al secondo turno (da 500.000 a 2 milioni)— si supera il 61,5%, cifra data dal 57,36% delle astensioni più il 4,20% di schede bianche o nulle. Questo significa che appena il 38,5% degli elettori aventi diritto (ossia 18,31 milioni su 47,58 milioni) ha espresso effettivamente un voto al secondo turno. L’ampiezza del rifiuto del voto, a prescindere da quale forma abbia assunto, spinge a porsi alcune domande sul senso stesso di queste elezioni.

Paese “legale” contro paese “reale”?
Se non avessimo già abusato della contrapposizione maraussiana tra “paese legale” e “paese reale”, dovremmo utilizzarla proprio per descrivere la situazione attuale. Certo, la situazione non è assimilabile a quella in cui Charles Maurras aveva espresso questa dicotomia. Essa indicava aspetti diversi e non può essere ridotta alla sola cifra dei non-votanti. Eppure oggi abbiamo un “paese legale” nel quale il movimento “Republique en Marche” ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale tramite l’ultima tornata di elezioni, di cui nessuno contesta la legalità, ma questa maggioranza assoluta di deputati non può far dimenticare la maggioranza, questa volta davvero schiacciante al confronto, di francesi che non hanno votato o che hanno rifiutato di esprimere una scelta nel momento in cui hanno compilato la scheda di voto. È questa la discrepanza che giustifica, nonostante le remore storiche e politiche, il riutilizzo della dicotomia tra “paese legale” e “paese reale”. L’Assemblea Nazionale, per quanto sia legalmente autorizzata, ha un enorme problema di legittimità.

Una conseguenza di questo è che non c’è alcuna onda di consensi dietro al presidente e al suo partito. Il sistema elettorale francese, come sappiamo e abbiamo ripetuto a sufficienza, non fa altro che amplificare i risultati di una singola elezione. Tuttavia, nel 1981, durante la famosa “onda rosa”, l’astensione era stata solo del 24,9% (al secondo turno). Analogamente, nel 1993 durante “l’onda blu” ci fu un’astensione del 32,4%. Ora siamo in una situazione ben diversa. Ed è questa la situazione che dobbiamo considerare, al di là dei successi degli uni e dei fallimenti degli altri.

Crisi di legittimità e fratture politiche
Se anche —per miracolo— l’elezione fosse avvenuta secondo le regole del sistema proporzionale, —e allora, vorrei ricordare, “France Insoumise” avrebbe ottenuto 84 deputati (anziché solo 19) e il “Front National” ne avrebbe ottenuti 80 (anziché appena 8)— la legittimità dell’Assemblea Nazionale sarebbe stata comunque fragile. Naturalmente si può sempre dire che, in caso di rappresentanza proporzionale, l’astensione sarebbe stata meno marcata. Questo è possibile, ma è da dimostrare. È quindi necessario distinguere il problema della rappresentanza delle forze politiche all’interno dell’Assemblea Nazionale - problema che riguarda ovviamente la rappresentanza delle due forze di opposizione reale, e che potrebbe essere ridotto da un sistema elettorale un po’ diverso – dal problema della legittimità complessiva dell’Assemblea Nazionale, che deriva dall’ampiezza dell’effettivo “sciopero del voto” a cui abbiamo assistito da parte degli elettori francesi.

Questo “sciopero del voto”, che ha coinvolto il 61,5% degli iscritti, dimostra che la crisi politica in Francia, crisi che covava già dal 2012 e dalla rinnegazione europeista di François Hollande, e poi diventata crisi aperta dal 2013, non è ancora terminata. Gli incensatori di Emmanuel Macron e i propagandisti al soldo di “Republique en Marche” possono pure strombazzare in giro che con questa elezione si apre una nuova era. Ma sappiamo tutti che non è così. La società francese resta ancora spaccata in modo duraturo, a causa della disoccupazione, della disuguaglianza, del peso degli interessi delle grandi imprese e delle banche sugli ambienti politici e mediatici, ma anche a causa della crisi della scuola repubblicana, del modello di integrazione francese e del rischio terroristico. Di queste fratture ci ha dato un quadro più attendibile il primo turno delle elezioni presidenziali, che ha dimostrato come di fronte al campo del capitale – un campo che oggi si confonde con quello degli interessi “europeisti” – le diverse forze sovraniste nell’insieme potevano fare il loro gioco e ottenere la maggioranza.

Che futuro si prospetta?
Il grande rischio è di vedere il “paese legale” convincersi di avere tutti i diritti, e mettere in atto le riforme e le misure che aggraverebbero le fratture della società francese. Nei fatti questo rischio può assumere forme concrete differenti. La prima riguarda l’anomia, con una società che si disferebbe progressivamente sotto i colpi sempre più violenti che le vengono inferti, e frammenti di questa società che ricorrono alla violenza per cercare di far valere i propri diritti. Entreremmo allora in un mondo come quello di cui parla Hobbes, il mondo di una “guerra di tutti contro tutti”, con il più grande vantaggio – e la più grande felicità, si è costretti ad aggiungere – di quell’1% che ci comanda. La seconda strada, decisamente preferibile, vedrebbe i francesi unire le proprie forze contro le istituzioni occupate da una minoranza priva di legittimità, per far valere le proprie richieste. È stato questo l’appello rivolto domenica sera ai francesi da Jean-Luc Mélenchon.

Verso quale delle due forme di reazione penderà la bilancia è della più grande importanza. Ciò determinerà il nostro futuro. Bisogna quindi che le forze di opposizione, nel loro insieme, capiscano che non c’è soluzione possibile alla crisi politica se non nelle lotte collettive all’interno delle quali dovrà emergere, ancora una volta, l’idea del bene comune. Perché, e questo deve essere compreso da tutti, il “bene comune” non esiste al di sopra e al di là delle lotte sociali. Il bene comune va costruito all’interno di esse. Pertanto la nostra partecipazione alle lotte collettive sarà importante per definire il futuro che ci attende.

Allora e solo allora potrà essere trovata una soluzione alternativa a quello che alcuni colleghi hanno chiamato giustamente il “blocco borghese” o, più precisamente, il “blocco liberale”. Queste forze, senza rinunciare a ciò che costituisce la loro identità politica, dovranno capire che forme di unità sono necessarie, se un giorno vogliono veder trionfare le proprie idee.

Articolare “il” politico e “la” politica
Questo implica una riflessione seria sui campi del politico e della politica. Il politico, come sappiamo, si definisce attraverso la contrapposizione tra amico e nemico. È lo spazio dei confronti antagonistici. Ma avere più avversari alla volta implica assumersi il rischio di essere sconfitti, soprattutto quando gli avversari sono a conoscenza del problema. La politica è invece lo spazio dei conflitti non-antagonistici, delle opposizioni e delle divergenze che possono legittimamente emergere tra le forze politiche, e che ad un certo punto dovranno essere risolte, ma la cui soluzione può passare temporaneamente in secondo piano rispetto ai confronti antagonistici prima menzionati. Chantal Mouffe ha definito questo lo spazio del “confronto agonistico”, secondo una distinzione che molti di quelli che si riferiscono al suo pensiero, ma evidentemente non lo hanno letto, farebbero bene a meditare.

Così, ci sono differenze importanti, persino radicali, tra i vari sovranisti, ma questo non dovrebbe impedire ai sovranisti di formare un fronte comune contro lo stesso avversario. È comprensibile che ci siano molti punti che in questi anni hanno contrapposto i militanti del Front National agli attivisti saldamente radicati nella sinistra di France Insoumise. Ci sono differenze nei punti di vista e nell’identità politica. Queste differenze continueranno a esserci anche nelle battaglie che si dovranno condurre. Ma gli uni e gli altri devono capire che queste differenze potranno essere espresse solo quando la sovranità del popolo, cioè la sovranità della Francia, sarà stata ripristinata. Ciò non implica affatto che le contrapposizioni che ci sono tra loro siano superficiali o poco importanti. Non lo sono, se si considera il campo economico, per esempio la questione fiscale. Queste contrapposizioni ci sono, devono essere rispettate e sono legittime, in quanto rappresentano posizioni sociali differenti.

Ma queste contrapposizioni non devono oscurare quella, al contrario irriducibile, tra i sovranisti e i loro avversari. Questo lo aveva capito Eric Dillies, candidato perdente del Front National per la circoscrizione Nord, dove è stato recentemente eletto Adrien Quatennens, candidato di France Insoumise. Eric Dillies aveva dichiarato a un giornale locale, la “Voce del Nord”: “Voterò per lui e ho invitato i miei elettori a seguire il mio esempio (…). Ho incontrato Adrien Quatennens ed è una brava persona. Di fronte a una maggioranza strabordante lui difenderà il popolo, non sarà uno yes-man” [1]. 
Eric Dillies è stato ascoltato dai suoi elettori e questo può aver contribuito al successo di Quatennens. Questo è un esempio di realizzazione della distinzione tra “il politico” e “la politica”, che i sovranisti dovranno imperativamente mettere in atto in futuro, se vorranno sperare di prevalere.

NOTE 

[1] http://www.lavoixdunord.fr/177015/article/2017-06-12/le-front-national-appelle-voter-pour-l-insoumis-adrien-quatennens

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martedì 20 giugno 2017

PROF.STIGLITZ, IT'S TOO LATE FOR WISHFUL THINKING * di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 giugno 2017 ]

1. Dunque: il libro di Siglitz è pubblicato e ne circolano anche svariate recensioni: e tutte si possono definire "adesive", nel senso che ne condividono quantomeno l'analisi problematica, che ripercorre la serie di errori e di assurdità teorico-economiche che hanno caratterizzato l'applicazione e gli effetti disastrosi, a dir poco, della moneta unica. Ma, del libro, evidenziano pure le contraddizioni.


Voci dall'estero ci ha riportato un "doppio" commento di Sapir sempre al libro di Stiglitz e al quasi contemporaneo volume di Mervyn King, sempre sull'argomento della crisi della moneta unica.
Al di là dei rispettivi presupposti di teoria economica, entrambi gli autori prevedono una imminente grave crisi politica oltre che economica come futuro sviluppo inevitabile di un elemento "culturale" che qui abbiamo molte volte analizzato: le elites €uropee, in perfetta ed inevitabile continuità con l'intero paradigma pianificato da oltre 60 anni, concepiscono qualsiasi soluzione solo come un'intensificazione degli stessi meccanismi e delle stesseaspettative che hanno caratterizzato la loro azione immutabile.

2. Da un intervista al New York Times, rilasciata in occasione della pubblicazione del libro, Stiglitz, per parte sua, dà conferma della contraddizione sopra accennata, che può essere riassunta nel seguente passaggio. Richiesto se le "istituzioni" €uropee siano propense ad un riesame della loro "filosofia economica", Stiglitz risponde:
Mi piacerebbe che ciò accadesse. Sfortunatamente, ciò che ho visto è praticamente l'opposto. E' un approccio aggressivo quello tenuto dai leaders europei alla Brexit; esponenti come il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno affermato: "Saremo molto, molto duri con il Regno Unito, perché vogliamo assicurarci che nessun altro paese se ne vada".Per me è stato scioccante. Si spera che si desideri stare nell'UE perché ciò apporta benefici, perché c'è un credo nella solidarietà europea, la convinzione che che l'UE porti prosperità. Egli invece afferma che l'unico modo in intendono tenere insieme l'UE è tramite la minaccia di quel che accadrebbe se si pensa di lasciare.
E ancora, richiesto di indicare quali siano gli strumenti per realizzare quello che, tutt'ora, Stiglitz ritiene "the best scenario", cioè una riforma della moneta unica che la possa "salvare", egli ribadisce: 
Un'unione bancaria con un'assicurazione dei depositi. Qualcosa di simile agli eurobond. Una BCE che non sia focalizzata solo sull'inflazione, ma auspicabilmente sul pieno impiego. Una politica fiscale che si incentri sulle ineguaglianze. E occorre liberarsi dei limiti sui deficit statali".Nel finale, peraltro, Stiglitz ammette che tutto ciò è improbabile che avvenga: "E' difficile credere che il cercare di cavarsela nel modo attuale possa continuare per altri 5 anni. La Grecia è ancora in depressione, non meglio di un anno fa. La cosa più verosimile è che in un paese o in un altro ci sia abbastanza supporto per un altro referendum, e ne derivi l'exit. Ciò darà inizio al processo che sbroglierà il pasticcio dell'eurozona. 
3. Sapir, nel commento citato al libro di Stiglitz, fa questa chiosa finale: 
"Stiglitz è perfettamente consapevole dell’enorme costo politico che la creazione dell’euro nella sua forma attuale ha causato. 
Anch’egli annuncia una crisi che sarà tanto politica quanto economica, a meno che i paesi dell’eurozona non decidano di dissolvere l’euro in modo ordinato, o di fare in modo che la moneta unica diventi solamente una moneta comune
Confesso di avere dei dubbi su quest’ultima soluzione. Non che non sia intellettualmente attraente. Ma la complessità dei meccanismi che dovrebbero implementarla la rende più che improbabile. È l’altra soluzione, quella di una dissoluzione concertata dell’euro, che si dovrebbe logicamente imporre. 
Ma le resistenze sono molto forti, specialmente tra le élite francesi, che persistono nel non voler vedere la realtà, e che continuano a fare discorsi insensati sui “rischi” ai quali una dissoluzione dell’euro ci esporrebbe. In realtà è proprio il mantenimento dell’euro che espone l’Europa a rischi immensi, sia dal punto di vista economico che da quello politico. È ciò che abbiamo scritto finora su questo blog. 
Si può pensare che l’Unione Europa non sopravviverà all’euro nella sua forma attuale, e che la battaglia per “salvare” l’euro finirà per portarsi via quelle stesse forze che sarebbero necessarie per rimettere in sesto l’Unione Europea. Da questo punto di vista dobbiamo considerare i leader attuali e passati, così come le loro ufficiali opposizioni, in Francia, in Germania e in molti altri paesi dell’Unione Europea, come i peggiori nemici dell’Europa, non nel senso istituzionale, ma nel senso della comunità di popoli che dovrebbe essere mantenuta unita da un obiettivo di pace, prosperità e democrazia". 

4. A Stiglitz, peraltro, vorremmo obiettare che, a parte la scarsa efficacia degli eurobond per riequilibrare le asimmetrie da sbilancio dei conti esteri che rendono disastroso l'euro, la discussione nelle varie istituzioni €uropee di qualsiasi soluzione di questo tipo viene accompagnata dalla condizionalità feroce che corrisponde al progetto del "fondo europeo di redenzione"-ERF, la cui introduzione equivale a un default degli Stati debitori a copertura illimitata (cioè 100% di recovery rate a qualsiasi costo economico-sociale).
Ebbene, Stiglitz, l'americano colto e democratico, queste cose non dovrebbe ignorarle: il modo di intendere la (inesistente) solidarietà fiscale all'interno dell'UEM, è già manifesto e praticamente non negoziabile, da parte dei poteri dominanti in €uropa. 
Così come non dovrebbe ignorare che le regole fondamentali dei trattati impongono, in modo assoluto e altrettanto non negoziabile, i limiti ai deficit statali, anzi il pareggio di bilancio (come proiezione del mito teologico, neo-liberista, dello "Stato come una famiglia") e vietano politiche fiscali redistributive a livello "federale" (cioè che trascenda il sistema fiscale del singolo Stato).

5. Sarebbe quasi inutile ripercorrere le ragioni di questo assetto, perché su esso ci siamo soffermati in lungo e in largo e anche di recente: quello che decisamente è "scioccante" è che Stiglitz, oggi, paia non essersene ancora reso conto e...si sciocchi di quanto affermato da Juncker sulla Brexit (che, tra l'altro, e non a caso, è un problema estraneo all'eurozona). Quanto e cosa ha veramente visto Stiglitz degli eventi, e delle prese di posizione politiche, che negli ultimi anni si sono manifestati nell'eurozona?

La tardività di reazione, quantomeno in termini di realistiche politiche e misure di rimedio, denunciata da Stiglitz, è segno di un problema inquietante. 
Stiglitz è un economista autorevolissimo e anche sinceramente democratico: è in prima fila nel denunciare il carattere sovversivo del TTIP, rispetto al travolgimento di ogni minimo alveo di democrazia statale, e crede, con moderata pragmaticità, nelle politiche fiscali espansive come rimedio sensato ai cicli economici avversi.  
Ma pensare che l'euro possa tirare avanti con espedienti per altri 5 anni significa accettare il rischio di un livello di distruzione dell'economia europea e del riacuirsi della crisi economico-finanziaria mondiale, - che già oggi è sul crinale del suo manifestarsi e che ha come epicentro la situazione dell'eurozona-, che pare sposarsi con l'inconsapevolezza che, nella migliore delle ipotesi, ad esempio, il fondo assicurativo (privato) europeo per i depositi bancari sarebbe attivato nel 2024; e, dunque, anche con l'inconsapevolezza che tutto questo dà il tempo, alla radicale opposizione della Germania, di far svolgere all'unione bancaria il suo vero ruolo di ristrutturazione colonizzatrice e depressiva dell'intera economia del continente.

6. Insomma, le norme dei trattati e le loro applicazioni vincolate (TINA), già in buona parte formalizzate dalla tragica combriccola delle oligarchie totalitarie che regolano le istituzioni UE e dei governi che le sostengono, nelle sedi decisive in cui si continuano ad effettuare le stesse scelte (nella logica dell'irreversibilità del paradigma neo-liberista che pure Stiglitz denuncia), bisogna conoscerle: perché sono il vero formalizzarsi della volontà politica, non solo delle istituzioni UE, ma appunto dei governi e delle sottostanti classi dirigenti che votano i trattati e le loro integrazioni. 
Questa volontà politica non può essere realisticamente desunta, o mutata, dal wishful thinking di una propria, per quanto (in gran parte) sensata, visione economico-scientifica. 
Il de jure condito, ad oggi, si sposa coerentemente, in €uropa, con il de jure condendo, e non c'è il minimo spazio per un "altro" de jure condendo. Se non altro per la totale assenza, in chiunque si trovi, a livello UE come in quello nazionale, in posizione decidente, delle necessarie "risorse culturali".

7. Ma la cosa più gravemente indicativa è un'altra: se Stiglitz, - cioè la punta più avanzata dell'autorevolezza scientifico-economica USA, il più accreditato e "democratico" degli esponenti di quella cultura-, la vede così, pensate a cosa possa aver in serbo, per l'€uropa,l'establishment finanziario degli interessi oligarchici che appoggiano la Clinton.
Il problema è dunque questo: si conferma che la costruzione federale europea è quella concezione  restauratrice del capitalismo sfrenato che tanto è stata sospinta dall'insensibile e rudimentale visione degli USA (l'Unione europea è sempre stata un progetto americano) da sempre ostile alle "democrazie del welfare" europee ed alle "Costituzioni antifasciste".

8. La correzione di tutta questa follia, - in cui, contrariamente agli ipocriti enunciati di "pentimento" del FMI, non si è imparato nulla dalla crisi, del 1929 prima ancora che da quella del 2008-, non sarà possibile finché gli USA non saranno mossi da visioni e "interlocutori-informatori" europei più capaci di rappresentare la realtà, piuttosto che le proprie fantasie revanchiste ormai patologiche, e cioè meno fanaticamente asserviti a slogan che già negli anni '80 Caffè considerava inaccettabili e vuoti
Salvo imprevisti, stiamo correndo verso la rinascita di una nuova tragedia mondiale (qui, pp.2-3la guerra civile mondiale, quale definita da Schmitt, in relazione al dare manolibera al liberoscambismo e ai suoi effetti totalitari). Come sempre accade, quando i neo-liberisti impongono il loro giogo alla società e la vogliono "Grande", cioè globale, per trascinare nel gorgo il mondo intero.

* Fonte: Orizzonte 48

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SE LO SCIOPERO FA PAURA (A LORSIGNORI ) di Carlo Formenti


[ 20 giugno 2017 ]

Dedicando due pagine piene – la due e la tre – allo sciopero dei trasporti del giorno precedente, il Corriere della Sera di sabato 17 giugno lancia l’ennesima crociata contro il diritto di sciopero e di associazione sindacale. 

Decodificare il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è facile, ma vale la pena di leggere fra le righe per approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca degli effetti dello sciopero, inalbera sopra il titolo a effetto “Città in coda aerei a terra”, un occhiello che apre così: “Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici”, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono “minori”, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione da parte dei lavoratori (che a Palermo, rivela lo stesso articolo, hanno toccato il 78%)? Identica considerazione vale per il titolo della pagina di destra, che ospita una lunga intervista al presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passarelli: “Bisogna impedire che un sindacatino fermi tutta l’Italia” (sindacatino? Ma allora come fa a fermare tutta l’Italia?).


Il vero problema, sul quale il Corriere glissa, è che “sigle minori” e “sindacatini”, a mano a mano che i lavoratori prendono atto dell’incapacità delle centrali confederali di difenderne gli interessi, tendono a rivolgersi a Cobas, Cub e Unione Sindacale di Base, tanto per citare le sigle più conosciute. Tutto ciò non si traduce direttamente in una massiccia trasmigrazione di iscritti dalle confederazioni storiche ai sindacati di base, ma fa sì che una percentuale significativa di iscritti alle prime – ma anche di lavoratori non iscritti ad alcuna sigla – rispondano agli appelli di lotta dei secondi. Un processo che, se da un lato autorizza Giorgio Cremaschi (ex dirigente nazionale Fiom passato alla Usb) a sperare nella rinascita di un vero sindacato di classe, dall’altro lato terrorizza i sacerdoti del pensiero unico liberista che monopolizzano le pagine del Corriere (e degli altri media di regime).

Costoro avevano sperato, grazie alla “domesticazione” di CGIL CISL e UIL e al loro allineamento agli interessi aziendali e alle politiche economiche dei governi liberisti, di poter ottenere con mezzi pacifici quell’annientamento totale della resistenza sindacale che la Tatcher ha realizzato attraverso un feroce scontro frontale. Ma ora che il discorso rischia di riaprirsi, non esitano a chiamare alle armi, e il presidente dell’Autorità “garante” (garante di chi?!) per gli scioperi risponde subito all’appello. Lo sciopero di ieri era legittimo, dichiara, perché rispettava le regole. E quindi? Quindi bisogna cambiare le regole in modo che non sia più tale! Il giornalista gli chiede se uno strumento per evitare gli scioperi “indisciplinati” potrebbe essere un referendum preventivo fra i lavoratori, ma Santoro Passarelli replica che così si rischia di “complicare le cose” (già: dopo il referendum Alitalia, per tacere di quello sulle riforme costituzionali, l’establishment non nutre più alcuna simpatia per questo strumento!). La soluzione? “Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza”.

Ma quale consistenza? Numero di iscritti o seguito reale? Vedrete che una formula per rendere gli scioperi di fatto (anche se non formalmente) illegali si troverà. Auspicabilmente con l’appoggio delle sigle confederali, a partire da quella CISL la cui segretaria, come ricorda compiaciuto Dario Di Vico nel commento a fianco dell’intervista, ha sprezzantemente liquidato come “populismo sindacale” il voto dei lavoratori Alitalia. CGIL e UIL prendano esempio dalla Furlan e, abbandonata ogni “pigrizia”, si facciano parte attiva per stroncare le iniziative dei “sindacatini”. Un vero grido di guerra, condito da un appello demagogico agli “interessi dei più deboli” vale a dire di precari e partite Iva che sono i più danneggiati da questi scioperi. Di Vico ci ammannisce questa litania un giorno sì e l’altro pure, come se i precari non fossero il prodotto – e le prime vittime - delle politiche economiche di cui proprio lui è uno dei più solerti piazzisti. Infatti, nello stesso articolo, gli scioperi contro le privatizzazioni vengono bollati come “ideologici”, dimenticando che l’ideologia delle privatizzazioni a ogni costo è quella che ci ha regalato i disastri di Ilva e Alitalia, servizi sempre più cari e inefficienti, disoccupazione, povertà e precarietà di massa. Ecco perché si vuole ridurre all’impotenza chi denuncia queste verità e incita alla ribellione.

Ps. All’atto di consegnare il pezzo leggo (“Diritto di sciopero, serve una norma contro la dittatura delle minoranze”, Corriere del 19 giugno) che l’ineffabile Pietro Ichino — assiduo promotore di una versione italiana del New Labour, nonché acerrimo nemico dei diritti dei lavoratori — difende, a differenza del garante, la soluzione del referendum preventivo che, assieme alla limitazione del diritto di assemblea sindacale, è un punto qualificante della sua “riforma degli scioperi” datata 2015 e finita su un binario morto. Cambiano le proposte tecnico giuridiche, ma l’obiettivo resta lo stesso: imitare l’Inghilterra del duo Tatcher-Blair (se possibile prima che Corbyn riesca a liquidare la loro eredità forcaiola).

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I GIOVANI TRA RASSEGNAZIONE E RIBELLIONE di Jacopo Di Miceli

[ 20 giugno 2017 ]


I giovani italiani sono rassegnati: hanno la percezione di essere deboli, impotenti, isolati. E, in un certo senso, lo sono. Il 78% di loro (dati Eurobarometro) crede che la crisi economica li abbia marginalizzati, economicamente e socialmente. Una sensazione che è rispecchiata dal tasso di disoccupazione giovanile al 34% (fanno peggio solo Grecia e Spagna) e dal numero di laureati che svolgono mansioni al di sotto delle qualifiche (300mila, il 28% del totale).

La situazione non coinvolge tuttavia solo il nostro Paese, ma è un fenomeno globale. «È probabilmente la prima volta nella storia dell’età industriale, eccetto che per i periodi di guerra o di disastri naturali, che i redditi dei giovani sono caduti in questa misura se rapportati al resto della società», osserva il Guardian. In Francia, Germania, Italia, Stati Uniti e Canada i redditi dei ventenni sono almeno del 20% al di sotto della media nazionale. In Italia gli under 35 sono più poveri dei pensionati sotto gli 80 anni, addirittura il 10,2% di essi vive in povertà assoluta.

Per di più, i giovani diffidano della politica, dei partiti e del ruolo del parlamento (meno del 5% ha fiducia in queste istituzioni) e non ripongono alcuna speranza nell’attuale conformazione dei sindacati. Ne consegue non solo un’emarginazione sociale ed economica, ma anche politica, che si traduce in elevato astensionismo alle urne (il 27% non è nemmeno interessato a votare) e nell’incapacità di rivendicare efficacemente le proprie istanze.

Di fronte a una massa di individui atomizzati e disillusi, ha quindi gioco facile l’élite nel diffondere una narrazione che attribuisce ai giovani stessi ogni responsabilità per le loro condizioni. Vengono colpevolizzati perché scelgono percorsi di studi “inutili”, poco appetibili per il dio mercato. Vengono etichettati come “schizzinosi”, “bamboccioni”, “sfigati” perché impiegano troppo tempo a laurearsi, non accettano il primo lavoro propostogli ed esitano a lasciare la casa dei genitori. Vengono bollati come pigri, sfaticati, non abituati al lavoro.

Dall’altra parte, poi, si è insinuata una propaganda più subdola, che lusinga i giovani con l’obiettivo, tuttavia, di disinnescarne qualsiasi velleità rivoluzionaria. Ecco, ad esempio, il mito della “Generazione Erasmus”, nonostante il 95% dei giovani italiani non abbia mai studiato né lavorato all’estero, e le storie di successo dei “cervelli in fuga”, inserite in un flusso che se da un lato distorce la realtà, omettendo di citare i casi di italiani rimasti intrappolati in impieghi malpagati a Londra e Berlino, dall’altro alimenta il circolo vizioso della rassegnazione e dell’impotenza. Rimangono, infatti, in pochi a pensare di poter incidere sulle sorti del Paese; i più vagheggiano invece una svolta personale all’estero. L’emigrazione come costrizione, non come scelta, un presagio cupo che passa per la testa di almeno un giovane italiano su quattro (ben al di sopra della media europea).

I millennials sono anche vezzeggiati con l’appellativo di “generazione più istruita di sempre”, ma, allo stesso tempo, si domanda loro di sacrificarsi, di essere flessibili e di ripensarsi per non soccombere alla nuove sfide del mondo globalizzato, un eufemistico giro di parole per indurli a tollerare passivamente contratti precari, salari indegni e diritti al ribasso. Si esalta la loro creatività e capacità di innovazione, invitandoli a mettersi in gioco fondando start-up, perché “la cultura del posto fisso [..] ha distrutto una generazione”, eppure il 90% delle start-up è destinato al fallimento.

Qualora, invece, i giovani intendessero ribellarsi allo status quo, il nemico contro cui scagliarsi viene opportunamente calato dall’alto: i “vecchi”. Il conflitto generazionale diventa una comoda cornice entro cui interpretare le storture della società, un velo dietro il quale la classe dirigente occulta una realtà ben più complessa. I padri e i nonni, che spesso hanno rappresentato l’unico riparo dai tagli al welfare state, sono sbattuti al tavolo degli imputati, mentre resta impunito l’1% più ricco della popolazione, che in Italia si è accaparrato il 25% della ricchezza nazionale attraverso 30 anni di trasferimenti di capitale, favoriti da una politica compiacente verso la finanza ma punitiva verso i redditi da lavoro.

In questo modo, non sorprende che ai giovani rimangano pochi strumenti per combattere. Alcuni si rifugiano illusoriamente nel clicktivism, ovvero in campagne di sensibilizzazione a suon di hashtag, che costituiscono tuttavia una forma di partecipazione politica sconfitta in partenza, perché accetta le stesse regole delle campagne pubblicitarie e del mercato.

Altri ancora, come i ragazzi della Generazione Z, nata a ridosso del 2000, la prima a essere cresciuta con la crisi economica e l’insicurezza sociale, non sembrano nemmeno riuscire a immaginare un mondo diverso e accettano con ineluttabilità quanto gli aspetta: l’83% è ormai disposto a svolgere un tirocinio non retribuito dopo la laurea e l’82% a trasferirsi pur di lavorare.

Eppure, nel corso degli ultimi mesi, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, i giovani – quando si sono impegnati politicamente – hanno dimostrato di possedere la forza per dettare l’agenda e imprimere un cambiamento significativo al proprio Paese.

Negli USA, dove i millennials hanno ormai eguagliato numericamente i baby boomers e superano il 30% dell’elettorato potenziale, Bernie Sanders è stato inaspettatamente accreditato come il principale avversario dell’establishment nelle primarie democratiche e ha raccolto più voti di Clinton e Trump messi insieme, se consideriamo il voto degli under 30.

In Francia, nonostante i media mainstream non abbiano mancato di magnificare l’europeismo giovanilista di Macron, è stato al contrario Jean-Luc Mélenchon il candidato presidenziale preferito dai giovani, in particolare da chi ha fra i 18 e i 24 anni, una spinta che è risultata decisiva per trascinarlo a poche migliaia di voti dal ballottaggio.

In Gran Bretagna, infine, l’exploit di Jeremy Corbyn non sarebbe avvenuto se non fosse stato per la grande mobilitazione giovanile: nella fascia d’età compresa fra i 18 e i 34 anni il laburista supera ampiamente il 60% dei consensi.

E in Italia? I millennials sono più di 11 milioni, se si unissero, sarebbero il primo partito italiano e – al netto delle differenze che li separano al loro interno – avrebbero un’infinità di diritti in comune da rivendicare: introduzione di un salario minimo, stipendio equo e proporzionato al titolo di studio, soppressione della precarietà e stabilizzazione dei contratti, sostegno economico per l’affitto e l’acquisto della prima casa, certezza di poter disporre dei requisiti minimi per la pensione almeno un decennio prima dei 75 anni attualmente prospettati, servizi pubblici di orientamento professionale, possibilità di ottenere finanziamenti agevolati per l’imprenditorialità, maggiore progressività delle tasse universitarie, incentivi per l’accesso alla cultura, e soprattutto il diritto a non dover emigrare per realizzare i propri sogni.

C’è un senso comune trasversale ai giovani italiani: adesso spetta a loro cogliere l’occasione e scegliere se affondare nella rassegnazione o ribellarsi.

* Fonte: Senso Comune

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lunedì 19 giugno 2017

CON D'ALEMA IN PRIMA FILA di Paolo Gerbaudo*

Anna Falcone e Tommaso Montanari
[ 19 giugno 2017 ]

Alcune telegrafiche ma impeccabili considerazioni sulla kermesse dei sinistrati, svoltasi ieri a Roma, al teatro Brancaccio. 

Paolo Gerbaudo è tra i primi firmatari del manifesto di SENSO COMUNE. Per un populismo democratico

1. Tante persone (sembra 1.500) tra cui molti compagni che conosco e stimo. Sempre bello vedere alta partecipazione a eventi politici. Ma il progetto politico é convincente?

2. L'incontro sembra essere un grande "secondo movimento" della nostra sinistra. Dopo il momento delle scissioni e di nuovi partiti spuntati come funghi negli ultimi mesi arriva immancabilmente il richiamo salvifico all'unitá a sinistra. Magari sono solo io a essere disilluso e incattivito come un riccio ma ho come un dejá vu..

3. Montanari nel suo discorso ha promesso che non si tratterá di una nuova sinistra. Ma quello che sembra configurarsi é una nuova riedizione della sciagurata alleanza del 2008 in condizioni fortemente peggiori vista la diminuzione di importanza della sinistra e l'aumento dei vari capetti da mettere d'accordo. Si cerca di mettere assieme tutti: D'Alema e Fratoianni, Gotor e Montanari, gli euristi di Diem e gli anti-euristi di Fassina. Manca solo Pisapia. Ma che progetto coerente possono costruire persone con idee cosí diverse?

4. Montanari nel suo discorso ha attaccato il liderismo a cui imputa le sconfitte della sinistra. Ha pure promesso che lui non si candiderá come se fosse una cosa positiva. Se proponi un progetto secondo me ci devi mettere la faccia e preferisco un leader pubblico riconosciuto e legittimo a tanti apparatchik che si contendono il potere a porte chiuse.

5. L'evento mi sembra l'ennesima conferma che la sinistra italiana é prigioniera di un loop temporale senza fine. Mentre altrove come in Gran Bretagna vediamo una nuova sinistra populista che é sempre piú vicina al potere da noi si continuano a commettere gli stessi errori. Forse niente cambierá finché non avremo anche in Italia un movimento di piazza popolare come gli indignati spagnoli che chiuda infine la lunga agonia della sinistra novecentesca ed apra un nuovo orizzonte.

* Fonte: Paolo Gerbaudo

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LA LEZIONE DI JEAN-LUC MELENCHON E DELLA SINISTRA FRANCESE di Giuseppe Angiuli*

[ 19 giugno 2017 ]

Ecco quindi i risultati del secondo turno delle elezioni legislative francesi. 
Primo dato, eclatante, l'astensione record: il 57,4% degli aventi diritto non si è recato alle urne (a cui vanno aggiunte le schede bianche e nulle).

Il successo delle liste di Macron (
La République en marche - LRM) è stato più contenuto del previsto: 308 seggi (si parlava di 400 seggi). Grazie ai 42 seggi degli alleati di MoDem la maggioranza assoluta è assicurata. Tonfo del Front national di Marine Le Pen: 8 seggi.

Niente male invece il risultato, dell'alleanza tra France Insoumise di J.L. Melenchon e Partito Comunista: 27 seggi (17 per France Insoumise, 10 per il PCF).

Sull'esperienza di France Insoumise riceviamo e volentieri pubblichiamo queste considerazioni di Giuseppe Angiuli.

* Giuseppe Angiuli, è responsabile Esteri di Risorgimento Socialista ed è membro del Consiglio della CLN (Confederazione per la Liberazione Nazionale)


LA LEZIONE DI JEAN-LUC MELENCHON E DELLA SINISTRA FRANCESE 
di Giuseppe Angiuli



L’esperienza della coalizione patriottica francese denominata La France Insoummise (“La Francia che non si sottomette”) costituisce un interessantissimo laboratorio politico a cui in tanti in Italia dovremmo guardare con grande interesse giacchè essa lancia anche a tutti noi un messaggio di forte pregnanza politica.

Tale messaggio, se correttamente inteso, potrebbe offrirci degli spunti decisivi per provare a condurre la sinistra italiana – o meglio, quel poco che di essa è ancora rimasto in piedi - fuori da una crisi di identità che viene da lontano e che oggi investe tutta la sua classe dirigente: una generale crisi di credibilità politica che pare avere ogni giorno di più un carattere strutturale e tendenzialmente irreversibile.

Tanto per cominciare, la credibilità di un leader politico e della classe dirigente che lo circonda non si forma di solito per via del fato o per opera della buona sorte ma è sempre il frutto di una lunga serie di scelte coerenti e tempestive che quel leader e quella classe dirigente sono stati in grado di compiere nel loro percorso politico. Quanto più tale percorso è in grado, per la sua linearità, di essere compreso dal popolo nonché di entrare in quella che Gramsci chiamava la “connessione sentimentale con le masse”, tanto più il leader alla guida di quel percorso acquisirà sostegno popolare per il suo disegno politico.

Tenendo a mente tali fondamentali princìpi, a Jean-Luc Mélenchon deve essere riconosciuto da tutti noi il merito di essere stato tra i primissimi leader della sinistra europea, accanto al tedesco Oskar Lafontaine, ad avere preso atto per tempo del processo irreversibile di crisi di credibilità politica del socialismo europeo e di avere agito tempestivamente di conseguenza.

Oggi è facile per tutti noi ricostruire il lungo processo di inquinamento ideologico del P.S.E., a partire dall’avvento del blairismo negli anni ’90 del secolo scorso per arrivare al rude “kapò” tedesco Martin Schultz: un processo di degrado contraddistinto dal generale appiattimento di quella famiglia politica europea sul pensiero unico dell’ideologia neo-liberista e dal suo sostegno acritico a tutte le più scellerate decisioni di austerità economica imposte dagli organismi della Troika sulla pelle dei popoli europei, ivi compreso il famigerato Fiscal compact.

Jean-Luc Mélenchon è riuscito ad accumulare il suo capitale di credibilità politica perché prima di tanti altri in Europa ha preso atto di tale triste realtà e, senza perdere tempo, ha fatto le valigie ed ha abbandonato polemicamente la famiglia del socialismo europeo fin dall’anno 2008, allorquando si è dimesso dal Partito Socialista Francese (già allora egemonizzato dal liberista François Hollande) ed ha fondato un nuovo partito di chiara impronta anti-liberista, con cui già nelle elezioni europee del 2009 avrebbe dato vita alla sperimentazione di un cartello elettorale di ispirazione frontista, il Front de Gauche.

Quel che andrebbe compreso più a fondo del messaggio politico che l’esperienza di Mélenchon trasmette a noi qui in Italia è che il leader francese, una volta elaborato il trauma del divorzio dal vecchio Partito Socialista – di cui pure era stato un importante dirigente per tanti anni, militando nella componente di sinistra denominata Nuovo mondo – non ha più sprecato energie per provare illusoriamente a ricomporre un rapporto politico col P.S.F. e con la famiglia del socialismo europeo, che non era evidentemente più ricomponibile ed è andato dritto sulla sua strada, costruendo un ampio cartello politico-elettorale contraddistinto dal richiamo al vecchio spirito patriottico francese e con un programma di netta opposizione ai Trattati U.E.: la credibilità del percorso politico personale di Jean-Luc Mélenchon e del programma della coalizione de La France Insoummise è stata successivamente suggellata dall’ottimo risultato del primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso 23 aprile, allorquando lo stesso Mélenchon ha ottenuto quasi il 20% dei voti, sfiorando l’accesso al secondo turno di ballottaggio.

Studiando con attenzione l’esperienza dei nostri cugini francesi, da cui spesso nella storia abbiamo dovuto prendere esempio, si scopre che per Mélenchon ottenere il consenso di quasi un quinto degli elettori votanti è stato il premio ad un suo percorso politico coraggioso e coerente, contraddistinto in primo luogo dalla sua battaglia in prima linea contro i piani austeritari della Troika, una battaglia intrapresa ancor prima che tali piani iniziassero a prendere di mira direttamente il popolo francese.

E così, mentre qui in Italia l’approvazione del JOB’S ACT è passata quasi sotto silenzio grazie al complice (ancorchè implicito) avallo della CGIL camussiana e grazie alla sostanziale inazione politica dei partiti e partitini che ancora compongono il ristretto arcipelago della sinistra, i lavoratori ed i giovani precari francesi hanno trovato nella Gauche anti-liberista di Mélenchon un saldo e sicuro punto di riferimento nei giorni della grande protesta sociale contro l’approvazione della nuova Loi du Travaille (l’equivalente francese del JOB’S ACT).

E sulle questioni internazionali, mentre le sinistre italiane ogni giorno fanno a gara su chi tra esse debba apparire più compiacente e passiva nel sostenere l’agenda politica euro-atlantista, specie per quanto attiene al deterioramento dei rapporti con la Russia di Putin, Mélenchon non ha avuto remore nel rivendicare più volte l’esigenza e l’interesse del popolo francese e dell’Europa intera nel favorire un clima di distensione e di rinnovato dialogo con la grande nazione eurasiatica che ci guarda da est.

Qui in Italia, con la nascita della Confederazione per la Liberazione Nazionale (C.L.N.), in tanti stiamo iniziando a lavorare alla costruzione di una coalizione patriottica ed anti-liberista che, anche prendendo spunto dall’esperienza francese de La France insoummise, ponga al centro del nostro programma politico la piena attuazione della nostra Costituzione del 1948 ed il ripudio dell’impianto ultra-liberista dei Trattati U.E. in cui è ingabbiato il nostro Paese.

E in una fase politica in cui tornano ad ascoltarsi, qui in Italia, i consueti appelli “alla ricomposizione della sinistra” dal carattere alquanto vago e identitario, a cui ricorrono da anni i gruppi dirigenti screditati di una sinistra auto-referenziale e distante dal popolo, specie quando sono mossi da una improvvisa frenesia elettoralistica, occorre chiarire che nessun generico richiamo ai valori della nostra carta costituzionale potrà essere sufficiente a comporre un serio programma politico-elettorale, in mancanza della presa d’atto della conclamata incompatibilità tra la nostra Magna Charta (fondata sulla centralità del lavoro e dei bisogni dell’uomo) ed i trattati ultra-liberisti della U.E. (fondati sulla libertà di circolazione incontrollata del capitale finanziario).

L’auspicio di tanti tra noi è che l’esempio francese della coalizione patriottica di Mélenchon, che conclude usualmente i suoi comizi intonando l’inno nazionale del suo Paese subito seguito dalle note de l’Internazionale, possa davvero fare scuola anche nel nostro Paese.

Senza una sana contaminazione delle idee giacobine francesi, in Italia in passato non avremmo avuto la rivoluzione partenopea del 1799 né l’epopea della Repubblica romana del 1849, esperienze entrambe antesignane ed anticipatrici della successiva e definitiva caduta del nostro Ancien Régime monarchico e papalino.

E se oggi in Italia vogliamo seriamente emulare il migliore spirito ribelle dei nostri cugini transalpini, bene incarnato dal combattivo Jean-Luc Mélenchon, è decisivo comprendere che il successo politico della coalizione patriottica de La France Insoummise non ha tratto spunto da alcun generico appello all'unità delle sinistre d’oltralpe ma, al contrario, si è poggiato su alcuni forti contenuti unificanti a carattere programmatico, quali il rifiuto dei trattati U.E. e la proposta di fuoriuscita della Francia dalla NATO.

Qui in Italia, soltanto chi saprà ancorare la propria azione politica ad un saldo riferimento a punti programmatici di evidente e tangibile credibilità – come ha fatto Mélenchon in Francia – potrà candidarsi a giocare un ruolo decisivo nelle fase politica che si delinea dinanzi ai nostri occhi nel futuro prossimo e imminente.

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