ALITALIA ALL'ITALIA - FIRMA L'APPELLO

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giovedì 20 luglio 2017

MIGRANTI? NO, EMIGRANTI (ITALIANI)



[ 20 luglio 2017 ]

Nell’ultimo report sulle migrazioni l'Ocse ha fatto presente che l'Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli emigranti. La Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati

Oltre 250mila italiani emigrano all’estero, quasi quanti nel Dopoguerra
di Andrea Carli

Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Con questa formula il filosofo napoletano sintetizzava la capacità di certe situazioni di ripetersi nella vita degli essere umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche Idos e Confronti registra una di queste situazioni: oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero, oltre 250.000 l'anno. Corsi e ricorsi della storia, appunto.

Prima il calo poi la crisi del 2008 e l’inversione di tendenza

L’emigrazione degli italiani all'estero, dopo gli intensi movimenti degli anni '50 e '60, è andato ridimensionandosi negli anni '70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l'anno gli italiani in uscita.

Oltre 114mila persone sono andate all’estero nel 2015

Sotto l'impatto dell'ultima crisi economica, che l'Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all'estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l'anno.

La fuga dei cervelli

A emigrare - sottolinea il report - sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l'estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l'11,9% la laurea ma già nel 2013 l'Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati.

Germania e Regno Unito le mete preferite

Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l'Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l'Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.

L’investimento (perso) da parte dello Stato

Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall'Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse.

I flussi effettivi sono ancora più elevati

A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all'acquisizione della residenza e così via).

Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte 

Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell'Istat sui trasferimenti all'estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all'estero, un livello pari ai flussi dell'immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz'altro superiore ai casi registrati (624.000).

L’Ocse: Italia ottava in classifica

Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l'Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli immigrati. Secondo l'Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c'è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L'Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell'Ocse. In 10 anni l'Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.

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L'IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO di Domenico Moro

[ 20 luglio 2017 ]

Pubblichiamo la prima parte di un breve saggio di Domenico Moro dal titolo "Perché l'uscita dall'euro è internazionalista".

 È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione “è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria”. In particolare, per i lavoratori dei paesi avanzati il globale è una modalità di vita per rompere con “la barbara identità nazionale”(1).
Miopi noi ad aver sempre pensato, con Marx e soprattutto con i fatti, che la globalizzazione fosse una risposta del capitale per risolvere la sua sovraccumulazione e la caduta del saggio di profitto, mediante la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a sfavore del lavoro salariato.
Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione e lotta di classe non va preso alla leggera. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione, per come essi si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale.
Altiero Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene, fino a oggi punto di riferimento della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo stato nazionale, o meglio alla “sovranità assoluta” dello stato nazionale, intesa come male assoluto, origine della guerra e del fascismo. Infatti, secondo Spinelli, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo stato nazionale o per lo stato internazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa.
Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e una “erronea deduzione” dai principi del socialismo, che porta necessariamente alla dittatura burocratica. Mentre l’Urss combatte una lotta feroce contro il nazismo e a fianco degli angloamericani, il Manifesto sembra soprattutto preoccupato di prendere le misure ai nuovi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopo-guerra: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo.”(2)
Il nazionalismo, però, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista e dirigente del PCI Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di stato (3).
Durante quel periodo storico l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni ’30 con l’economia cosiddetta autarchica. Gli scambi di merci e di capitali avvenivano soprattutto tra la singola potenza imperialista e le sue colonie.
È ovvio che, in un tale contesto, lo stato avesse un ruolo più interventista e diretto nell’economia. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, nella forma della competizione per la conquista di imperi territoriali.
Le ideologie nazionalistiche, come lo stesso fascismo, furono lo strumento per la mobilitazione delle masse per l’espansione del capitale nazionale uscito dalla Prima guerra mondiale schiacciato dalle condizioni di pace, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nel caso dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e i suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.
Oggi, la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa, in quanto l’accumulazione non avviene che in parte su base nazionale. Dalla forma di capitalismo monopolistico di stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato (4). In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero (IDE). L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi del centro a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione e integrazione dei capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia.
Senza trascurare, però, la capacità di intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura. Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, ormai desueto, e abbracciando il cosmopolitismo. Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va assolutamente confusa con quella internazionalista.
I classici del marxismo, compresi Luxemburg e Lenin (5), hanno definito quella nazionale come la forma statuale tipica del capitalismo. Ciò è sicuramente vero soprattutto per quanto riguarda la fase di sviluppo del capitalismo industriale moderno, avvenuta nel corso delle lotte democratico-liberali tra 1789 e 1871, e nella quale essi vivevano e lottavano. L’unione statale su base nazionale è stata fondamentale per il passaggio del capitalismo a una fase superiore di sviluppo, perché consentiva di riunire i mercati frammentati degli staterelli allora esistenti, partendo da un fattore di unificazione molto forte, la lingua.
In questo modo, l’Italia e soprattutto la Germania riuscirono a decollare dal punto di vista industriale, raggiungendo e superando (nel caso della Germania) gli stati nazionali più vecchi come la Gran Bretagna e la Francia. Tuttavia, si trattava di una forma necessaria e sufficiente in quella fase. Nelle fasi storiche precedenti il capitalismo aveva assunto altre forme, tanto che, secondo Giovanni Arrighi, nella sua storia il capitalismo oscilla tra due tipologie, il capitalismo monopolistico di stato, il cui tipo ideale era la Repubblica di Venezia, e il capitalismo cosmopolita, il cui tipo ideale era il capitalismo finanziario della Repubblica di Genova (6).
Nella prima la stato era forte e aveva un ruolo importante nell’economia, nella seconda lo stato era quasi inesistente e lasciava l’iniziativa economica, compresa quella coloniale, ai privati.
Ovviamente si tratta di due estremi e, di solito, le concrete manifestazioni dello Stato e dei rapporti produzione capitalistici contengono, a seconda dei periodi, quote dell’una e dell’altra forma in percentuali variabili.
La Ue e più ancora l’Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1890 e il 1940, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra 1945 e 1989. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.
Un movimento verso cui il capitale tende spontaneamente in un fase di sovraccumulazione e di crisi strutturale, durante la quale sconta una tendenza cronica all’abbassamento della redditività degli investimenti nei Paesi più sviluppati, che, non a caso, sono quelli che in Europa fanno parte della Uem. L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase del capitalismo globale, non in assoluto ma nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale.
È per queste ragioni che l’ideologia avversaria dominante, cioè l’ideologia della classe dominante, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita.
Allora, ci si domanderà, perché si assiste alla rinascita del nazionalismo, accompagnata dalla rinascita della xenofobia? In primo luogo, bisogna dire che non tutto ciò che accade è il risultato meccanico e necessario dei piani della classe dominante, anche se certamente è la conseguenza dialettica dei rapporti di produzione dominanti.
L’introduzione dell’euro e le politiche europee sono state funzionali a permettere la riduzione del salario e del welfare, ma anche a ridurre quella che Marx chiamava la pletora di imprese, ovvero le imprese e le unità produttive che la stessa accumulazione rende ridondanti e superflue. Così facendo l’euro e le politiche di austerity hanno allargato i divari in termini di crescita e ricchezza tra gli stati europei. Nel contempo, all’interno di essi, hanno prodotto o accentuato, insieme all’aumento della povertà e della disoccupazione di massa, la concorrenza tra indigeni e immigrati per il welfare e il lavoro e lo scollamento tra una parte dell’elettorato e il sistema politico tradizionale bipartitico ed europeista.
Ma, l’euro non colpisce solo il lavoro salariato impiegato direttamente dal capitale (la classe operaia). Esso, in quanto strumento facilitatore della riorganizzazione complessiva dell’accumulazione, colpisce anche altre classi sociali, tra cui alcuni strati intermedi (artigiani, piccoli commercianti, piccoli professionisti) e persino alcuni settori di impresa capitalistica. Infatti, la riorganizzazione e l’accorciamento delle catene di fornitura e subfornitura manifatturiera hanno comportato l’eliminazione di molte imprese piccole, medie e, in certi casi, anche grandi, rendendo difficile la vita alle rimanenti che non riescono a stare sul mercato internazionale.
Queste imprese, a differenza delle imprese multinazionali, non traggono beneficio dall’esistenza di una moneta unica a livello europeo, ma ne sono danneggiate. Non è un caso che la Lega, espressione storica della piccola impresa del Nord, abbia una posizione anti-euro, combinata con una posizione xenofoba anti-immigrati. Si tratta di un posizionamento articolato e, a suo modo, abile che, tende a mettere insieme settori diversi, piccola impresa e operai, in un nuovo blocco corporativo di destra.
Significativamente, dopo vent’anni, la Lega in salsa salviniana ha mandato in soffitta la secessione del Nord, riciclandosi come forza nazionale, a dispetto delle lamentele del vecchio Bossi.
Una dimostrazione ulteriore dei cambiamenti dei rapporti di produzione (la struttura) e di come questi si riflettano sulla politica e sulla ideologia politica (la sovrastruttura). Viene da chiedersi, a questo punto, se la Lega stia usando l’uscita dall’euro come, per circa vent’anni, ha usato la secessione, cioè come specchietto per le allodole e arma di ricatto per ottenere maggiori risorse statali per certi settori imprenditoriali del Nord. Ad ogni modo, la piccola borghesia, come ricordava Marx e come provano la storia (ad esempio quella del fascismo) e i risultati di venti anni di esistenza della Lega, non ha reale capacità di azione autonoma e presto o tardi viene subordinata al movimento oggettivo del capitale, quello vero.
Dunque, il nazionalismo e la xenofobia, così come il successo di partiti cosiddetti populistici o di estrema destra, sono la risposta immediata a una situazione, determinata dal capitale, di aumento dei divari di crescita economica tra Paesi della Uem e della polarizzazione sociale tra le classi di ciascun Paese. Ma il nazionalismo e la xenofobia non sono l’ideologia dell’élite capitalistica, cioè delle imprese multinazionali e transnazionali che rappresentato il vertice dell’accumulazione capitalistica in Europa occidentale e in Italia.
Così come il fascismo, inteso per come si è manifestato storicamente in Italia e in Germania, non è la forma di governo o di stato adeguata al capitale in questo momento storico. Anche perché i meccanismi oggettivi dell’euro e i vincoli europei sono tanto più efficaci quanto più appaiono politicamente neutrali e progressisti, in particolar modo rispetto al fascismo, al nazionalismo e alla xenofobia.
Nazionalismo e xenofobia sono una conseguenza non voluta e inattesa della riorganizzazione capitalistica gestita dagli apprendisti stregoni europeisti. Essi contrastano con gli interessi del grande capitale europeo, i cui mezzi di comunicazione, dal confindustriale Sole24ore a The Economist, controllato dalle famiglie tipicamente cosmopolite degli Agnelli e dei Rothschild, propagandano una ideologia cosmopolita e europeista, paventando come la peste in questi ultimi tempi il crollo della Ue e della Uem. Tale ideologia cosmopolita e europeista è quella che meglio si combina con il neoliberismo, esprimendo le necessità della mobilità dei fattori produttivi, soprattutto del capitale ma anche della forza lavoro, e affermando la progressività della globalizzazione.
Il blocco sociale alla base di questa ideologia, come ha spiegato bene la femminista americana Nancy Fraser (7), è l’alleanza tra élite capitalistiche e ceti medi “progressisti”, che trova il suo cemento ideologico nella combinazione di neoliberismo e diritti civili riferiti a particolari categorie, viste in termini rigorosamente interclassisti. Tale alleanza sociale sostituisce, a partire soprattutto da Clinton, il blocco sociale keynesiano, disgregatosi negli anni ’80 a seguito della globalizzazione, il quale si basava sull’alleanza tra i settori più organizzati della classe operaia e la grande impresa.
L’ideologia cosmopolita è ancora particolarmente forte in Europa occidentale tra l’élite capitalistica, perché si confà alla natura dell’economia europea che presenta una propensione maggiore agli investimenti di capitale all’estero (IDE) e soprattutto all’export di merci, i quali pesano in percentuale sul Pil europeo molto più che su quello statunitense (lo stock di IDE in uscita il 62% contro il 37% e l’export di merci il 35% contro il 9%) (8).
La Uem, coerentemente con l’indirizzo impresso dallo stato-guida tedesco, impronta la sua politica economica al neomercantilismo, cioè al raggiungimento di forti surplus del commercio estero a scapito del mercato e del consumo interno, contratti dalla crisi, dall’austerity del Fiscal compact e dalla deflazione salariale imposta dall’euro. In tale contesto, è particolarmente devastante per quella sinistra che voglia rappresentare il lavoro salariato assorbire pezzi consistenti dell’ideologia dominante cosmopolita. Ciò avviene in parte accettando che la liberazione di certi settori sociali avvenga separatamente dalla modificazione dei rapporti sociali e in parte confondendo la globalizzazione con l’internazionalismo.
L’internazionalismo si basa sul riconoscimento e il perseguimento degli interessi collettivi del lavoro salariato contro le divisioni nazionali e il ruolo dello Stato di potere concentrato del capitale. Il cosmopolitismo, invece, è il rovesciamento dialettico in senso borghese dell’internazionalismo. Esso si basa sulla affermazione globale degli interessi individuali dell’élite capitalistica al di sopra dello Stato-nazione di provenienza, mantenendone, però, l’utilizzo e ben salda la natura di classe.
Note
(1) Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17.
(2) Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene, Agosto 1941.
(3) P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
(4) Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
(5) Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione.
(6) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, Milano 1994.
(7) Nancy Fraser, Come il femminismo divenne ancella del capitalismo, The Guardian, 14 ottobre 2013. Nancy Fraser, La fine del neoliberismo progressista, in Sinistra in rete ttps://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/9190-nancy-fraser-la-fine-del-neoliberismo-progressista.html
(8) Domenico Moro, op. cit.
* Fonte: Felce Rossa

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mercoledì 19 luglio 2017

ALITALIA: I CONTI NON TORNANO di Ugo Arrigo

[ 19 luglio 2017 ]

Di Ugo Arrigo (docente di Finanza Pubblica e Teoria delle Scelte Collettive presso la Facoltà di Economia dell’Università di Milano Bicocca) avevamo già pubblicato il 18 giugno scorso una sua inchiesta sul cosiddetto "fallimento" di Alitalia. Non siamo per niente d'accordo con l'Arrigo che infatti perora la vendita della compagnia, ma questa sua seconda incursione sui bilanci di Alitalia non è meno interessante della prima. 

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INCHIESTA ALITALIA/ I nuovi sospetti sui numeri

Cosa sappiamo in più su Alitalia dopo che la gestione commissariale ha opportunamente reso pubblica la domanda di ammissione all’amministrazione straordinaria presentata dai precedenti amministratori e il documento da essi allegato sulla situazione economica e patrimoniale dell’azienda alla data del 28 febbraio 2017? In realtà abbastanza poco, molto meno di quello che risulterebbe necessario per comprendere le ragioni che hanno portato al peggioramento della situazione economica di Alitalia nel corso del 2016 e nella prima parte dell’anno in corso.

La ragione fondamentale per cui i due documenti resi pubblici aggiungono molto poco a quanto già sapevamo è che continua a mancare il conto economico dell’esercizio 2016, l’anno nel quale la situazione di Alitalia si è aggravata sino al dissesto. Come sono andati i ricavi aziendali nello scorso anno? E i costi? A quanto ammonta la perdita industriale? Solo conoscendo questi dati è possibile farci un’idea sull’esatta natura della crisi aziendale, se essa sia prevalentemente di tipo industriale o finanziario e quanto possa essere oggetto di miglioramento in tempi ragionevoli da parte dell’attuale gestione commissariale.

Anche la domanda su quale sia la strategia migliore per i commissari potrebbe trovare utili suggerimenti nei dati che non ci sono. Ad esempio, se i problemi maggiori non riguardassero la gestione industriale converrebbe ai commissari lavorare per sistemare ulteriormente questi aspetti, prendendosi il tempo necessario, e mettere in vendita più avanti un’azienda risanata dal punto di vista industriale, ipotesi che permetterebbe maggiori introiti da cessione e un maggiore recupero da parte dei creditori delle somme incagliate. Se invece la crisi fosse prevalentemente dovuta a ragioni industriali, per essere più chiari all’impossibilità di recuperare con i ricavi da traffico una quota molto elevata dei costi necessari per far volare gli aerei, converrebbe invece la strategia opposta, quella di accelerare la cessione dell’azienda, possibilmente in favore di un operatore aereo che si reputi in grado di inventarsi una gestione sostenibile dal punto di vista industriale.

Purtroppo i dati aggiuntivi contenuti nei due documenti resi noti nei giorni scorsi sono insufficienti a chiarire il quadro interpretativo su Alitalia e discriminare nettamente tra le due ipotesi alternative. Sia chiaro che la responsabilità delle informazioni mancanti non può essere attribuita alla gestione commissariale, alla quale va invece dato merito di aver reso pubblica la documentazione a sua disposizione, bensì ai precedenti amministratori, i quali non hanno depositato, entro la scadenza di metà aprile prevista dalle norme, né successivamente, il bilancio d’esercizio del 2016 che avrebbe dovuto contenerle. È quasi del tutto inutile infatti conoscere il conto economico dettagliato dei primi due mesi del 2017, periodo dell’anno soggetto a una forte stagionalità negativa, quando non si dispone del conto economico dei dodici mesi precedenti. In mancanza di dati indispensabili occorre ancora una volta dar spazio al ragionamento logico, escludendo le ipotesi più irragionevoli e lasciando in campo solo quelle più verosimili.

In un precedente intervento avevo manifestato perplessità su alcuni numeri ufficiale sui conti di Alitalia, riportati nella sentenza del Tribunale di Civitavecchia che ha stabilito lo stato d’insolvenza. La sentenza in oggetto cita infatti la “situazione patrimoniale aggiornata al 28.2.2017 (…), che riporta un patrimonio netto negativo di 111 milioni, perdite - solo nel periodo 1.1.2017-28.2.2107 - per 205 mil. (…)”. Tuttavia se il patrimonio netto è divenuto negativo per 111 milioni al 28.2.2017 dopo un bimestre di perdite pari a 205 milioni questo vuol dire che esso era invece positivo per 94 milioni al 31.12.2016. Tale dato non risultava tuttavia compatibile con l’elevata e mai esattamente quantificata perdita del 2016. Il bilancio 2015 di Alitalia Spa, l’ultimo noto, evidenziava infatti un patrimonio netto positivo al 31.12.2015 per 51,9 milioni (tabelle di pag. 188 e 191 del bilancio 2015). Esso si sarebbe pertanto accresciuto da 51,9 milioni a 94 milioni nel corso dell’anno nonostante perdite d’esercizio dichiarate come consistenti, che lo avrebbero al contrario diminuito, e in assenza di aumenti di capitale da parte dei soci.

Almeno riguardo a questi aspetti il documento contabile ora reso pubblico, dal titolo “Relazione illustrativa al 28.2.2017”, chiarisce a pag. 8 e nella tabella di pag. 26 dal titolo “Prospetto di variazione del patrimonio netto” il mistero: il patrimonio netto risultava positivo a fine 2016 in conseguenza del fatto che sul finire dell’esercizio il socio Etihad ha conferito mezzi finanziari “quasi equity” (Strumenti finanziari partecipativi-Sfp) per 231 milioni di dollari, in assenza dei quali esso sarebbe andato in negativo per 93 milioni di euro, dato che si accresce a 146 milioni a parità di principi contabili rispetto all’esercizio precedente.

Sappiamo a questo punto che la gestione aziendale ha determinato nell’esercizio 2016 il peggioramento del patrimonio netto da +52 milioni a -146 milioni, contribuendo al medesimo per -198 milioni. Questa cifra può essere considerata come perdita gestionale dell’esercizio 2016? Se così fosse, il dato dovrebbe essere considerato come positivo, in quanto molto distante e pari solo a un terzo rispetto alla perdita di 600 milioni indicata ufficiosamente per lo stesso anno da tutti i media prima del referendum sindacale bocciato dai lavoratori. Una perdita di 200 milioni è ben diversa da una di 600: la prima appare infatti affrontabile e probabilmente rimediabile, la seconda evidentemente no. Inoltre, essa si confronta con una perdita di Alitalia Spa pari a 408 milioni nel precedente esercizio 2015 e dunque ne evidenzierebbe un dimezzamento.

Il dato in oggetto, relativo a una perdita presunta di circa 200 milioni nel 2016, non trova tuttavia conferma esplicita nel documento contabile reso pubblico, il quale resta molto oscuro al riguardo. Infatti, nella stessa tabella di pag. 27 viene indicata una perdita d’esercizio per il 2016 pari a ben 497 milioni, tuttavia attenuata per ben 299 milioni da non meglio definite “Altre componenti del conto economico complessivo”. Di che si tratta esattamente? Il documento contabile nulla dice al riguardo. In ogni caso la somma algebrica delle due componenti conduce alla perdita netta di -198 milioni, relativa al “conto economico complessivo”, che abbiamo già commentato in precedenza. Possiamo allora concludere che la perdita di Alitalia Spa nel 2016 è stata di circa 200 milioni di euro, la metà dell’anno precedente e un terzo esatto di quanto era stato annunciato alla stampa forse nell’intento di condizionare l’esito del referendum.

D’altra parte il peggioramento di Alitalia nel 2016 è proprio strano. È dovuto a una caduta del traffico in un anno di grande espansione del mercato? A una caduta dei prezzi medi, dovuta alla concorrenza? Oppure sono esplosi i costi? E se sono esplosi i costi, si tratta di costi industriali tipici, e in questo caso quali, oppure di errate scelte di carattere finanziario? In realtà, qualcuna delle possibili cause possiamo ragionevolmente escluderla: non sono crollati i passeggeri, non sono crollati i ricavi medi del traffico, non è esploso il costo del personale e neppure quello dei servizi negli aeroporti e in rotta. Sul primo fronte l’Enac ci dice nel suo annuario statistico che i passeggeri totali di Alitalia sono stati nel 2016 23,1 milioni, persino qualcuno in più dei 23 milioni del 2015. I prezzi medi si sono ridotti sul mercato, ma solo perché i vettori hanno girato ai clienti i risparmi, e neppure tutti, derivanti dal minor prezzo del carburante.

Le tariffe aeroportuali e per l’assistenza al volo non sono cresciute. Non restano molti altri fattori. Neppure il costo della flotta, che si compone degli ammortamenti, dei costi del leasing e delle manutenzioni degli aerei, può essere esploso. Non resta allora che l’onere proveniente dagli errati contratti relativi ai derivati sui costi del carburante. Ma questa non è una componente della normale gestione industriale e se essa fosse la causa principale del dissesto economico il problema Alitalia risulterebbe assai più facilmente rimediabile. Significherebbe che Alitalia ha avuto un dissesto dei conti, ma non il grave dissesto di tipo industriale in cui abbiamo sinora ritenuto si trovasse in assenza delle corrette informazioni di cui la nostra analisi necessitava.

Tutto questo è molto positivo, ma smentisce l’ipotesi che Alitalia si trovi in uno stato di grave dissesto industriale e probabilmente anche che vi si sia trovata nello scorso anno.




* Fonte: IL SUSSIDIARIO

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SERBIA: GLI OPERAI DELLA FIAT IN SCIOPERO DA TRE SETTIMANE di Gianluca Samà

[19 luglio 2017]

Nella foto gli operai FIAT dello stabilimento di Kragujevac (2mila dipendenti) in corteo alcuni giorni fa.


«I lavoratori degli impianti della Fiat di Kragujevac, città della Serbia centrale, sono in scioperoda più di due settimane. Tra le loro richieste vi è un aumento del salario minimo e una diversificazione degli orari di lavoro, giacché hanno risentito dei tagli alla produzione e al personale decisi nel 2016. Per sbloccare la situazione, il 14 luglio Alfredo Altavilla, direttore operativo dell’FCA Group, è atteso a Kragujevac per i negoziati con i rappresentanti dei lavoratori.
Presidio davanti alla fabbrica di Kragujevac

Le proteste

Le proteste dei lavoratori dell’impianto noto per la produzione della Fiat 500L sono iniziate nell’ultima settimana di giugno e non si sono mai interrotte. Anzi, i primi giorni di luglio il rappresentante dei comitato di sciopero Zoran Markovic ha annunciato una radicalizzazione delle proteste. I lavoratori sono disponibili a essere presenti in fabbrica, ma non a riprendere la produzione. Richiedono l’aumento della base lorda salariale a 50.000 dinari (circa 416 euro), una turnazione diversa che possa migliorare gli orari di lavoro degli operai impiegati su più turni, bonus di produzione e indennità di trasporto. La gestione dell’impianto ha risposto a tali dichiarazioni asserendo che non è possibile accettare una recrudescenza delle modalità dello sciopero.

Il primo ministro serbo Ana Brnabic ha dichiarato, come riportato dall’agenzia di stampa Tanjug, che a causa di questi scioperi ci rimettono tutte le parti in causa: in primis la Serbia che detiene il 33% delle quote dell’impianto di Kragujevac, in secondo luogo la Fiat, che perde output di produzione e infine i lavoratori stessi, che scioperando non ottengono giorni di stipendio. Di più la Brnabic ha denunciato il rischio che le proteste possano allontanare ulteriori investitori esteri, spaventati dall’immagine di lavoratori non disposti a onorare il contratto di lavoro. La premier ha quindi invitato gli operai ad interrompere lo sciopero, proponendosi come mediatore tra i lavoratori e la dirigenza. La mediazione tra le parti è infatti una prassi prevista per legge in caso di scioperi.

La Fiat in Serbia

Gli accordi tra Fiat e governo serbo sono protetti dal segreto di Stato, ma in base ai bilanci e ai paragoni tra le varie annate si può capire l’indotto che genera la produzione di Kragujevac. Nel 2016 lo Stato serbo ha versato alla Fiat 3,8 miliardi di dinari (quasi 30 milioni di euro), mentre il Lingotto ha potuto beneficiare di agevolazioni per il pagamento dell’Iva. Va aggiunto che la Fiat in Serbia è dispensata dal versamento dei contributi per i lavoratori per dieci anni, e gode dell’esenzione delle imposte locali e sulle tasse di realizzazione del piano urbano per il complesso industriale. Gode inoltre di tassi agevolati sui prestiti della Banca Europea per gli investimenti e di uno sconto sulle forniture energetiche: in sostanza la Fiat in Serbia sembra godere, bilanci annuali alla mano, di agevolazioni tipiche di un’azienda che deve svilupparsi da zero, nonostante la produzione di auto a marchio Fiat avvenga dal 2008.

Nel 2016 lo stabilimento serbo subì un ridimensionamento in termini di organico, e furono licenziati 882 dipendenti. Questo dramma umano fu causato da un enorme calo di produzione che interessò l’impianto: va aggiunto però che il calo delle esportazioni di autovetture a benzina è stata in parte sostituito dall’aumento delle esportazioni di altri prodotti che escono dalla fabbrica. L’economista Dragan Milicevic sostiene che il modello di business di Kragujevac ha esaurito il suo corso, e la Fiat Srbija si regge in buona parte sugli aiuti di Stato e nel risparmio che hanno nel pagare i 2.400 dipendenti rimasti con salari minimi.

I portavoce dei lavoratori esortano la premier Brnabic a rendere pubblico l’accordo di Belgrado con il Lingotto, per dimostrare che la Fiat in Serbia ha ottenuto enormi benefit, e che la responsabilità dei problemi che conseguono lo sciopero non può essere addossata alla forza lavoro, in quanto retribuita meno della media nazionale».

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ITALIA RIBELLE E SOVRANA. II assemblea della CLN (1-3 settembre)

[ 19 luglio 2017 ]

Da venerdì 1 settembre a domenica 3 settembre prossimi si svolgerà a Chianciano Terme la SECONDA ASSEMBLEA della Confederazione per la Liberazione Nazionale. Essa è aperta a tutti i simpatizzanti della CLN che eventualmente volessero partecipare.
Sabato 2 settembre si svolgerà un forum internazionale. Parteciperanno esponenti di France Insoumise, di Podemos dalla Spagna, di Laiki Enotita (Unità Popolare) dalla Grecia, Die Linke dalla Germania e un portavoce britannico della campagna Left for Brexit.

Qui sotto il programma dei lavori dell'assemblea e del forum. 

Nei prossimi giorni tutte le indicazioni sui costi e le modalità di prenotazione.

Per ulteriori informazioni scriveteci: Conf.liberazionenazionale@gmail.com

ITALIA RIBELLE E SOVRANA. Idee e proposte della CLN

ASSEMBLEA NAZIONALE
Chianciano Terme. 1-3 settembre

Programma dei lavori

Venerdì 1 settembre

ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE
(Prima parte) - Ore 10:00-13:00

“LA CRISI SISTEMICA ITALIANA E I SUOI POSSIBILI SBOCCHI”

(Seconda parte) - Ore 15:30-19:00

CHE FARE? LA NOSTRA PROPOSTA: ITALIA RIBELLE E SOVRANA

Ore 21:00-23:00

SICILIA LIBERA E SOVRANA: VERSO LE ELEZIONI REGIONALI DEL 5 NOVEMBRE


Sabato 2 settembre

FORUM INTERNAZIONALE

Prima sessione - Ore 10:00-13:00

GRECIA
Dopo Syriza Alba Dorata?

GERMANIA
Die Linke è un’alternativa alla socialdemocrazia? 


GRAN BRETAGNA
Dalla Brexit all’affermazione di J. Corbyn


Seconda sessione ore – Ore 15:30-19:00

SPAGNA
Podemos e la Catalogna: secessione o Spagna federale?

FRANCIA
Per un nuovo patriottismo: l’esperienza e la proposta di France Insoumise


Domenica 3 settembre

ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

(Terza parte) - Ore 09:-13:00

VOTAZIONE DOCUMENTI ED ELEZIONI DEGLI ORGANISMI DIRIGENTI





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martedì 18 luglio 2017

PERCHÉ DICHIARO GUERRA ALLE FELPE CALIFORNIANE di Riccardo Ruggeri

[ 18 luglio 2017 ]

Speriamo che Google non ci chiuda il blog...
Un lettore ci segnala il grido di battaglia di Riccardo Ruggeri, quindi il suo sito. Ci piace e lo pubblichiamo. Ruggeri dev'essere uno che viene dal mondo della grande industria, uno che deve aver vissuto, dall'interno, la gigantesca metamorfosi subita dal capitalismo negli ultimi decenni. Ruggeri non è un anticapitalista, per questo il suo grido è ancor più significativo. E lo facciamo nostro


Ho deciso, da privato cittadino, di dichiarare guerra al neo feudalesimo delle felpe californiane (uso il grassetto perché mi riferisco a delle persone fisiche, non ad aziende o a prodotti). 


Ricordo che il feudalesimo (centrato il sinonimo di Massimo Montanari “Rete vassalla”) si affermò nel IX secolo, per abbatterlo ci volle un millennio, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, Napoleone: solo nel 1806 fu spazzato via. Fummo liberi.

Sono passati 25 anni dall’inizio dell’era digitale, quella che avrebbe dovuto cambiarci la vita. Così non è stato, anzi, secondo molti studiosi di varie correnti di pensiero (non li cito essendo troppi), abbiamo consuntivato: 
a) Declino della crescita economica; b) Aumento dell’indebitamento; c) Allargamento delle disuguaglianze; e a seguire d) La stagnazione; e) La corruzione; f) L’anarchia globale; g) La redistribuzione oligarchica; h) Il saccheggio del patrimonio pubblico; g) Il mistero dei salari perduti. In cambio? Possiamo consumare prodotti e cibi (scadenti) a prezzi ribassati. I cittadini si sono trasformati in “consumatori da batteria”, con uno stile di vita da finti ricchi in presenza di vite impoverite dal ceo capitalism.

Persino la Mit Technology Review sottolinea come il Pil degli Usa, dall’avvento di Internet, ha iniziato a crescere a ritmi sempre più bassi, con la quota imputabile al digitale aumentata di appena l’1% dal 2000 a oggi. Stesso percorso per la produttività. Circa il mercato del lavoro i risultati sono stati ancora peggiori, a meno di considerare lavoratori quelli sottopagati di Uber e soci, o quelli asserviti di Amazon e soci. Concorrenza? Zero, l’oligopolio delle Big Five (Apple, Google, Microsoft, Facebook, Amazon, e soci) è lo stesso da oltre dieci anni, hanno in paradisi fiscali un quarto del cash dell’intero listino S&P 500, i rari concorrenti li comprano per chiuderli, dopo aver loro tolto l’anima.

Il modello è vecchio come il mondo, i colti lo chiamano winner-take-all (tutto a chi vince), il monopolio.

La sintesi l’ha fatta Eugeny Morozov: «I dati non sono un bene come un altro e il loro mercato non è un mercato come un altro». Vogliamo, come giusto, sfruttare la condivisione delle informazioni? Allora i “dati” (come l’aria e l’acqua) devono appartenere a un unico Fondo di proprietà di noi cittadini, messo a disposizione, a pagamento, delle aziende che li vogliano utilizzare. 

Continuare con questa sudditanza dalle Big Five significherebbe far morire il capitalismo, quello vero, per overdose e creare un nuovo feudalesimo d’impronta nazista.

Per quel che vale (nulla), io non ci sto, quindi mi dichiaro in guerra (solitaria) contro costoro.


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DOVE VA RISORGIMENTO SOCIALISTA di Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli e altri

[ 18 luglio 2017 ]

Pubblichiamo qui un contributo programmatico sottoscritto da alcuni iscritti e dirigenti di Risorgimento Socialista, che puntualizza la linea politica socialista e sovranista che è comune anche alla Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) e che motiva l'adesione di Risorgimento Socialista alla CLN. 
Tale documento, pur essendo finalizzato al confronto interno a Risorgimento Socialista, ed in particolare al consolidamento delle sue strategie programmatiche ed operative, viene da noi pubblicato perché gli otto punti programmatici in esso specificati sono del tutto coerenti con gli obiettivi della nostra Confederazione
E' quindi auspicabile che i contenuti di detto documento vengano resi noti ad una platea più larga, e che la sua pubblicazione assuma il significato di sostegno, da parte della Cln, al confronto avviato da questi compagni dentro Risorgimento Socialista.


8 PUNTI PROGRAMMATICI PER RISORGIMENTO SOCIALISTA 

Un documento politico per Risorgimento Socialista proposto da:

Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli, Thomas Del Monte, Angelo Fontanella, Federica Francesconi, Angelo Milano, Mattia Morelli, Monica Notari, Mauro Poggi, Paolo

Zacchia, Antonio Zito

  
«La gravità e la profondità della crisi economica e sociale che le società capitaliste stanno vivendo, dovuta alle imminenti innovazioni tecnologiche (sintetizzate nel termine giornalistico di Industria 4.0 e che rivoluzioneranno la struttura del mercato del lavoro e le stesse relazioni sociali), nonché gli effetti della globalizzazione (dalla liberalizzazione del commercio, all’euro, alle migrazioni) sempre più spesso considerate “inevitabili” e “positive” dalla sinistra “ufficiale”, stanno producendo una ristrutturazione di portata storica della società.

Una ristrutturazione che sta verticalizzando gli assetti di potere economico e politico, tanto da creare un potere oligarchico e tecnocratico tale da svuotare di contenuti le nostre democrazie parlamentari e distruggere gli organismi di rappresentanza intermedia.

Davanti a noi si stagliano scenari neo-feudali, in cui masse di esclusi, privati persino della loro identità sociale e nazionale, premeranno, affamati, contro le mura ben custodite di élites tecnocratiche ristrette. L’abbandono dell’approccio di classe da parte della sinistra ufficiale, che preferisce parlare genericamente di “lavoratori” o di “oppressi”, senza identificare le specificità delle dinamiche sociali, conduce allo stesso individualismo metodologico del neoliberismo (attraverso la narrazione di diritti civili finanche cosmetici) e dimostrandosi antistorica ed inadeguata ad affrontare la realtà attuale.

1. UN APPROCCIO DI CLASSE.

L’abbandono dell’approccio di classe da parte della sinistra ufficiale non consente di porre attenzione alla reale ed attuale necessità, costituita dalla tutela dei ceti medi in caduta libera, dell’ancora presente proletariato industriale, oltre che di classi sociali emergenti, che si collocano in posizioni ambigue ed intermedie rispetto alle vecchie definizioni di proletariato e piccola borghesia, come il precariato cognitivo, o i lavoratori della share economy.

2. NO AI TRATTATI U.E., NO ALL’EURO.

Un moderno partito del socialismo italiano deve saper prendere posizione in modo netto contro la globalizzazione, contestandone le cause, i sintomi ed i falsi rimedi. Stesso netto approccio critico meritano i trattati europei che istituiscono l’area di libero scambio, mediante la moneta unica euro. Nessuna critica all’Europa dei popoli, ma una severa contestazione delle politiche economiche modellate dal gioco “follow the leader” del mercantilismo tedesco, del mancato filtro all’accoglienza ed all’immigrazione, con la dovuta solidarietà verso i rifugiati e con un intelligente filtro di accesso alla componente economicamente più utile dell’immigrazione, a protezione dei valori di solidarietà, apertura e giustizia sociale, che restano patrimonio definitorio del socialismo.

3. NO ALL’IMMIGRAZIONE SENZA REGOLE, SI AL LAVORO E A WELFARE PER I LAVORATORI ITALIANI.


Il fenomeno dei flussi migratori incontrollati è sicuramente il prodotto del capitalismo nella fase imperialistica; tuttavia, per un’analisi sufficientemente obiettiva, occorre altresì affermare con chiarezza che detta forma di immigrazione incontrollata è strumentalizzata da poteri oligarchici come un novello “cavallo di Troia”, con il fine ormai chiaro di indebolire ulteriormente le già fragili economie dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, fino a causarne il tracollo. Far ricadere la gestione dell’attuale crisi migratoria internazionale sulla sola Italia significa assestare un duro colpo al suo stato sociale, che non gode di buona salute ed è attaccato, dall’interno e dall’esterno, dai sostenitori di un modello neoliberista – e disumanizzante – dell’economia. Immettere un numero altissimo di esseri umani in un sistema sociale ed in un mercato del lavoro già traballante, significa attuare una pianificazione volta a minarne le strutture portanti, sia a favore dei lavoratori italiani, sia degli immigrati inseriti ed integrati nella nostra società, mediante parametri realmente solidaristici e non di mera facciata.

4. LA DIMENSIONE NAZIONALE E LA RIAFFERMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA.


Occorre tornare ad una dimensione nazionale e profondamente democratica della lotta politica e di classe, in quanto unica ad essere vincente; è noto, infatti, che i consessi sovranazionali non offrono, deliberatamente, alcun luogo istituzionale o sociale in cui condurre una battaglia politica in difesa dei lavoratori.

Il nostro sistema costituzionale e parlamentare, originario ed indipendente, si trova a Roma, non certo a Bruxelles, dove operano sedicenti consessi parlamentari privi di iniziativa legislativa, oltre a pseudo-istituzioni autoreferenziali che funzionano soltanto come camere di compensazione delle dispute fra i singoli interessi nazionali.

I cittadini che vogliamo rappresentare non sono un’entità metafisica che girovaga, senza patria né radici, a cavallo delle frontiere, ma vivono nel nostro Paese.

5. NESSUNA ALLEANZA È POSSIBILE CON LA SINISTRA ATTUALE: RIFONDARE IL

SOCIALISMO ITALIANO.

Il ceto medio acculturato e globalizzato, che ha fornito finora la base di consenso a sellismi e boldrinismi vari, non è certo il referente di un moderno socialismo fondato sulla lotta di classe.

Il compito politico-programmatico che ci attende è enorme. Si tratta di una battaglia importante e dura, rispetto a cui gli strumenti di analisi ed elaborazione della sinistra tradizionale si sono gravemente impoveriti nell’ultimo quarto di secolo, rimpiazzati, purtroppo, da populismi aggressivi e forieri di lacerazioni sociali.

Una battaglia difficile si vince con uno sforzo di lungo periodo, volto a ricostruire culturalmente le basi politiche del socialismo, distrutte da tempo, senza che le iniziali difficoltà di penetrazione del nostro messaggio ci tolgano entusiasmo e senza farsi abbagliare da tentazioni elettoralistiche ed opportunismi del momento.

La battaglia per una società più giusta va condotta guardando negli occhi i nostri interlocutori sociali, ricostruendo, nei loro confronti, la credibilità del socialismo, apparsa a molti perduta dalle varie versioni blairian-riformiste di una sinistra in realtà rivelatasi prona alle volontà della Finanza e del Capitale.

La credibilità si conquista con la coerenza delle azioni e ci impone, in primo luogo, di non oscillare, di avere una posizione ferma sulla contestazione delle reali cause delle nostre difficoltà: i trattati di libero scambio in Europa e dell’Euro.

6. PER UN MOVIMENTO SOCIALISTA DAVVERO ATTRATTIVO: NO ALLE ALLEANZE POLITICHE INCOERENTI.

Affinché RISORGIMENTO SOCIALISTA possa essere identificato con la generale volontà di ricostituire la cultura politica del socialismo italiano, occorrerà che il gruppo dirigente del nostro partito dimostri in ogni momento di informare le proprie scelte politiche a principi di serietà, coerenza e fermezza dinanzi a tutti i passaggi decisivi che ci separano dalle elezioni politiche del 2018, evitando di oscillare in modo erratico fra posizioni e prospettive politiche contraddittorie se non inconciliabili e, soprattutto, evitando di venire meno a qualsiasi accordo politico già siglato con altre forze politiche o coalizioni.

Non riteniamo opportuno che RISORGIMENTO SOCIALISTA offra sponde politiche ad operazioni di natura manifestamente elettoralistica e trasformistica, come si è rivelato l’incontro recentemente svoltosi il 18 giugno scorso al Teatro Brancaccio a Roma, in cui è stato riproposto il consueto e consunto schema – che tante volte abbiamo visto all’opera negli anni scorsi, con esiti catastrofici - della sinistra buonista e compassionevole, tutta integrata dentro gli schemi culturali della globalizzazione neo-liberista e dei suoi trattati euro-atlantici, la cui espressione identitaria si riduce a vuoti slogan o ad astratte petizioni di principio, suggestive ma sterili, come la rivendicazione di una maggiore giustizia sociale.

Non riteniamo politicamente opportuno che il gruppo dirigente di RISORGIMENTO SOCIALISTA possa finanche pensare di discutere, anche solo come mera eventualità, dell’opportunità di partecipare e dare il suo contributo alle inutili e stucchevoli operazioni di ricostruzione di una sedicente sinistra europeista, a vocazione governista/ministerialista, oggi collocata solo per ragioni tattiche contingenti a “sinistra” del PD renziano ma manifestamente priva di qualsiasi riferimento a contenuti fondanti, come il deciso NO ai trattati ordo-liberisti sui quali è stata edificata l’Unione Europea, un’Unione sorta al servizio del capitale finanziario e della sua libertà incontrollata di circolazione, a tutto discapito dei popoli europei.
Giuseppe Angiuli, uno dei firmatari del documento


Da questo punto di vista, pure rispettando l’autonomia decisionale dei compagni siciliani di RISORGIMENTO SOCIALISTA, consideriamo un grave errore politico la loro scelta – apertamente avallata dal coordinatore nazionale del nostro partito – di dare vita ad una “lista unitaria di sinistra” da presentare alle prossime elezioni regionali di novembre e fondata sul mero richiamo di appartenenza identitaria e a schemi ideologici ormai desueti e non più in grado di consentirci di leggere correttamente l’attuale fase, tutta incentrata sulla lotta per la riconquista della sovranità popolare nei confronti di un potere oligarchico trans-nazionale incarnato nelle istituzioni comunitarie con sede a Bruxelles.

Confidiamo nel fatto che la scelta siciliana possa essere stata in qualche modo imposta dalle circostanze, ma l’esperienza italiana ed europea di questi anni ci fa obbligo di rilevare come l’unica proposta autenticamente innovativa proveniente dall’area che un tempo si era soliti definire – più propriamente di oggi – “sinistra” sia oggi quella espressa dalla C.L.N. (Confederazione per la Liberazione Nazionale), un gruppo di forze che, pur con gli inevitabili limiti legati alla fase dell’avvio, si sta comunque sforzando di affrontare seriamente questioni nuove e decisive quali la (presunta) unità europea, l’immigrazione di massa e il recupero di una sovranità nazionale in chiave solidaristica, privilegiando l’analisi concreta rispetto alla vacua ripetizione di slogan improntati a quel “politicamente corretto” che risulta, a sua volta, espressione di quella sovrastruttura ideologica edificata dal sistema capitalista, contro cui siamo chiamati a lottare.

7. Moneta, banche, credito
Riccardo Achilli, tra i firmatari del documento


Di recente in Italia in occasione del salvataggio di Monte Dei Paschi di Siena e altre banche italiane colpite dalla crisi abbiamo assistito alla centralizzazione dei capitali con il sostegno dello Stato ed a spese dei contribuenti. Altri salvataggi di questa fattura potranno seguire. Così mentre le perdite per le operazioni di salvataggio saranno accollate ai contribuenti, contemporaneamente grossi gruppi bancari assorbiranno la “parte buona” delle banche in crisi avvantaggiandosene in un processo di centralizzazione dei capitali “sovvenzionato” in definitiva dai cittadini e dai lavoratori.
Tutto questo non è accettabile.
Il nostro progetto politico punta a creare un sistema in cui il settore creditizio pubblico possa essere volano di sviluppo.
Vogliamo una Europa dei Popoli e siamo per creare un sistema assai differente in cui le Banche di interesse strategico diventino pubbliche. Vogliamo che il sistema pubblico punti a proteggere le Banche Popolari e le Casse di Risparmio, in un’ottica comunque di sistema misto pubblico-privato nel settore del credito. Siamo a favore della trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in un vero e proprio soggetto pubblico di finanziamento di progetti di sviluppo infrastrutturale ed imprenditoriale, andando oltre il suo ruolo attuale di finanziatore degli enti locali, finanziandosi integralmente fuori dal debito pubblico, sul modello della tedesca Kfw.


8. UNA COALIZIONE DI FORZE PATRIOTTICHE.


La nostra lotta politica proseguirà dentro RISORGIMENTO SOCIALISTA. Noi profonderemo tutti i nostri sforzi, nel medio periodo, verso il consolidamento di una nuova coalizione di forze autenticamente socialiste, patriottiche ed anti-liberiste, sul modello della coalizione patriottica francese “La France Insoumise” guidata dal compagno Jean-Luc Mélenchon e tutte unite dal desiderio di liberare il nostro Paese dalla gabbia dei Trattati ultra-liberisti della Unione Europea».

13 Luglio 2017

Riccardo Achilli, Giuseppe Angiuli, Thomas Del Monte, Angelo Fontanella, Federica Francesconi, Angelo Milano, Mattia Morelli, Monica Notari, Mauro Poggi, Paolo Zacchia, Antonio Zito


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lunedì 17 luglio 2017

ALITALIA: OGGI ASSEMBLEA A FIUMICINO

[ 18 luglio 2017 ]

ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEI LAVORATORI ALITALIA DI TERRA E DI VOLO (ATTIVI E CASSINTEGRATI) AEROPORTUALI E DELL’INDOTTO 

18 LUGLIO 2017 DALLE ORE 15,30 

PRESSO L’AULA CONSILIARE DEL COMUNE DI FIUMICINO (Piazza Generale Carlo Alberto dalla Chiesa 78 – Fiumicino) 


ALITALIA NON PUÒ E NON DEVE ESSERE LIQUIDATA 
L’AEROPORTO DI FIUMICINO NON PUÒ SUBIRE UN’ALTRA MATTANZA 

ALL'ASSEMBLEA PARTECIPERANNO:

Ugo Arrigo (Docente Università Bicocca), Stefano Fassina (Deputato S.I. e Consigliere Comunale a Roma), Gaetano Intrieri (Docente Università Tor Vergata e manager aeronautico), Roberta Lombardi (Deputata M5S), Giuseppe Marziale (Avvocato del Lavoro), Esterino 
Montino (Sindaco di Fiumicino) 


Saranno invitati ad intervenire oltre ai giornalisti del settore anche altri rappresentanti istituzionali e 
politici sia nazionali che territoriali (COMUNE DI ROMA, COMUNE DI CERVETERI, REGIONE LAZIO), nonché i consiglieri dello stesso Comune di Fiumicino. 


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ELEZIONI DEL 5 NOVEMBRE: "SICILIA LIBERA E SOVRANA" SI PRESENTA

[ 17 luglio 2017 ]

Il 5 novembre prossimo i cittadini siciliani andranno alle urne per rinnovare l'Assemblea Regionale Siciliana. Il fatto nuovo è che alle elezioni concorrerà una lista, quella dei nostri fratelli di "Noi Siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana".
Questa mattina si è svolta a Palermo la conferenza stampa con cui il movimento  ha presentato le idee con cui scenderà in campo. Nella foto da sinistra: Giulio Ambrosetti, Franco Busalacchi (candidato alla Presidenza dell'ARS) e Beppe De Santis.
Un'impresa enorme quella dei fratelli siciliani, a cui assicuriamo il nostro pieno sostegno. Terremo i lettori costantemente informati. Intanto due brevi dispacci sulla Conferenza di questa mattina.
Il simbolo della nostra lista in Sicilia

Regione, il candidato Busalacchi
Ecco simbolo e primi assessori


PALERMO - Liberare la Sicilia dai governi fantocci imposti dai Governi nazionali e da una classe politica che si lascia corrompere per mantenere lo status quo. Questo l’obiettivo principale del movimento politico ‘Noi Siciliani con Busalacchi’ che stamattina, a Palermo, nel corso di una conferenza stampa, ha presentato il simbolo e i protagonisti a sostegno della candidatura alla presidenza della Regione siciliana dello stesso Franco Busalacchi.

“Perché in Trentino l’Autonomia speciale ha prodotto ricchezza e in Sicilia no? Perché - ha detto Busalacchi - in Sicilia i nostri politici si sono lasciati corrompere dai Governi nazionali che non vogliono applicare il nostro Statuto per continuare a fagocitare le nostre risorse. Loro ne traggono vantaggi personali mentre la Sicilia, che potrebbe stare bene come se non più del Trentino, viene condannata alla povertà. Noi siamo pronti a scontrarci con lo Stato per difendere gli interessi della Sicilia e per una piena applicazione dell’Autonomia, poi saranno i siciliani a scegliere se vorranno l’indipendenza o un nuovo patto federativo con lo Stato”.

Busalacchi è anche intervenuto sull’appello di alcuni ‘intellettuali’ siciliani al presidente del Senato, il siciliano Pietro Grasso, invitato a candidarsi alla carica di governatore siciliano per il PD. “Sono solidale con Grasso - ha detto Busalacchi - perché sta resistendo alle richieste insistenti dei vecchi partiti che ne vorrebbero fare l’ennesimopresidente fantoccio diretto da Roma come Crocetta”.

Concetti ribaditi anche da Erasmo Vecchio, leader di Noi Siciliani, uno dei movimenti storici che ha aderito al progetto di liberazione della Sicilia: “Lo scontro sarà inevitabile perché in tutti questi anni lo Stato ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di riconoscere i diritti dei Siciliani. Il mancato sviluppo di questa terra fa comodo alla politica clientelare. Saremo noi, in ottemperanza al principio di autodeterminazione , a scegliere se puntare o meno sull’indipendenza”.

A Beppe De Santis, leader di Noi Mediterrenei ed esponente siciliano della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) il compito di annunciare l’adesione al nuovo movimento politico di due nomi importanti nel panorama della cultura italiana: l’economista keynesiano, Nino Galloni, che riceverebbe la delega di assessore all’Economia e il filosofo Diego Fusaro, al quale andrebbe la delega di assessore ai Beni culturali. Entrambi si battono per la riconquista della sovranità politica e monetaria dell’Italia contro la ‘dittatura’ dell’euro che ha sostituito la democrazia e affamato il popolo.

“Guerra contro le multinazionali per ridare dignità alla nostra agricoltura e per fare della Sicilia la piattaforma dello stile di vita mediterraneo. Quindi rilancio dell’agricoltura siciliana, a partire dal grano duro, contro il grano avvelenato che arriva dall’estero. Sovranismo significa tornare alla Costituzione italiana del 1948. Difendendo la nostra Costituzione, noi siciliani difendiamo anche il nostro Statuto, che fa parte della Costituzione. Il liberismo e l’euro - ha concluso De Santis - ci hanno distrutto e solo riconquistando sovranità democratica e monetaria potremo risalire la china”.


Il candidato Busalacchi: ” Rivolteremo la Sicilia come un calzino”

“Abbiamo l’obiettivo di rivoltare la Sicilia come un calzino. Abbiamo un programma ambizioso ma non irrealistico. La nostra e’ un’esperienza che viene da molto lontano, che raccoglie una Sicilia nuova e veramente autonomista”. Cosi’ Franco Busalacchi, candidato alla Presidenza della Regione Siciliana della lista “Noi Siciliani con Busalacchi – Sicilia libera e sovrana”, presentando a Palermo, presso la sede de “I Nuovi Vespri”, in via Archimede, il simbolo per la corsa alle elezioni regionali del prossimo 5 novembre. Oltre a Busalacchi, erano presenti all’incontro Erasmo Vecchio (Noi Siciliani), Beppe De Santis (Noi Meditterranei), Massimiliano Musso (Forza del Popolo) e Remo Pulcini (Unita’ siciliana). Scelti anche due assessori: Nino Galloni, economista romano, designato assessore all’Economia con particolare attenzione alle politiche del Mediterraneo; ed il filosofo Diego Fusaro, che si occupera’ dei Beni culturali. “Vogliamo fare comprendere ai siciliani – aggiunge Busalacchi – che e’ possibile unirsi per lottare al fine di cacciare la vecchia politica. Vogliamo ridare dignita’ alla politica. Vogliamo superare il precariato, investire nelle infrastrutture, nuove proposte per la scuola”.

Sull’astensionismo diffuso in Sicilia, emerso anche durante le scorse elezioni amministrative, Busalacchi ha le idee chiare: “Questo astensionismo e’ frutto deliberato e scientifico della classe politica – sottolinea Busalacchi -. Vogliono mandare al voto solo le persone che a loro servono per avere un rapporto di scambio. La mala politica e’ quella che fa schifare le persone serie. Ma le persone che restano a casa fanno il gioco della mala politica. Bisogna chiamarle al voto con argomenti concreti che sono nel nostro programma, un programma in cui c’e’ la volonta’ di cambiare tutto dalle fondamenta?”, conclude Busalacchi. (ITALPRESS)

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