FORUM DEI POPOLI MEDITERRANEI

martedì 26 settembre 2017

ROSATELLUM 2.0: L'UNICA COSA CERTA di Leonardo Mazzei

[ 26 settembre 2017 ]

Coalizioni o car pooling? A proposito della nuova proposta di legge elettorale targata Renzi-Berlusconi

Andrà davvero in porto l'ennesimo raggiro sulla legge elettorale congegnato dalla collaudata coppia formata dal Buffone di Arcore e dal Bomba di Rignano?

Al momento non lo sappiamo. A giudicare dallo schieramento che si è pronunciato a favore del Rosatellum 2 (Pd, Forza Italia, Ap e Lega) non dovrebbero esserci incertezze. A leggere invece le cronache di questi giorni qualche dubbio appare assai fondato. Non solo Renzi è più prudente del solito, ma i gruppi parlamentari del Pd sembrano divisi sia per motivi politici che per i diversi interessi di tanti deputati e senatori.

Certo, se il quartetto di cui sopra fallisse, a dispetto dei numeri di cui dispone, saremmo di fronte all'ennesimo sputtanamento di una classe dirigente che in materia detiene già molti record. Ma questo lo sapremo solo nelle prossime settimane.

Intanto cerchiamo di capire tre cose: come funzionerebbe la nuova legge qualora venisse approvata, quali scenari disegna, quale accordo politico la sostiene.


Rosatellum 2: al peggio non c'è limite

Da anni ormai, ogni nuova proposta di legge elettorale ha l'indubitabile pregio di far rimpiangere quella precedente. La fantasia truffaldina di certi personaggi, cui i partiti di regime delegano i lavori più sporchi, non ha davvero limiti. Il Rosatellum 2 non fa certo eccezione, anzi!

Con questa legge il 36% dei deputati e dei senatori viene scelto in collegi uninominali all'inglese, dove chi vince piglia tutto. Agli altri nulla resta, neppure lo scorporo parziale che c'era col Mattarellum. Il restante 64% dei seggi viene attribuito in collegi plurinominali (circa un centinaio, ma ancora da disegnare). Per l'ammissione alla ripartizione dei seggi le liste devono superare il 3% a livello nazionale.

Sono di nuovo consentite —grande vittoria della destra— le coalizioni. Si torna dunque, per questo aspetto, al tanto aborrito Porcellum. Sono però riconosciute come "coalizioni" solo quelle che superano il 10% dei voti. Questo è un aspetto molto importante, perché solo queste ultime avranno diritto al recupero dei voti delle liste, interne alla coalizione, che non abbiano raggiunto il 3% avendo però superato l'1%. Nelle coalizioni al di sotto del 10% questo recupero non è invece concesso. Quanto possa essere costituzionale una simile disparità i lettori possono giudicarlo da soli

Un altro aspetto da segnalare —qui i maneggioni che hanno elaborato la proposta si sono ispirati al Tedeschellum abortito in aula a giugno— è che non c'è voto disgiunto tra quota maggioritaria e quota proporzionale. Al contrario, sarà il voto nel collegio uninominale (maggioritario) a trainare quello proporzionale. Qui il vantaggio delle forze sistemiche (Pd e destra) è del tutto evidente. Ancor più lampante la volontà di colpire M5S, che nei collegi uninominali avrà inevitabilmente candidati meno conosciuti.

Infine, dopo tanti discorsi sulle preferenze, dopo gli stessi pronunciamenti della Corte Costituzionale, si torna alle liste interamente bloccate. Qui la giustificazione è che gli elettori potranno almeno scegliere un terzo dei parlamentari nei collegi uninominali. Il che è totalmente falso, perché se io voglio votare il partito x, sarò inevitabilmente costretto a votare il candidato y che lo rappresenta nel mio collegio, dunque niente a che vedere con le preferenze.

Una legge su-misura per i soliti noti

Belli i tempi in cui si parlava di leggi ad personam! Qui siamo ormai a leggi pensate su-misura per avvantaggiare alcuni partiti, danneggiandone altri. Di più, siamo di fronte ad una proposta di legge che mira a predeterminare con millimetrica precisione la futura maggioranza di governo. Uno schiaffo alle più basilari regole democratiche che grida davvero vendetta.

Come abbiamo già visto, il vantaggio di Pd e destra è dato dai collegi uninominali e dalla soglia del 10%. Per accettare i collegi uninominali la destra ha preteso (ottenendolo) il ripristino delle coalizioni, senza le quali sarebbe stata tagliata fuori.

Del danno ai pentastellati si è detto. Sia chiaro, con il profilo neo-democristiano scelto, con la candidatura di Di Maio l'insipido, M5S ci ha messo molto del suo per autoescludersi a priori dalla partita per il governo del Paese. Ma questo non cancella la gravità di una legge pensata innanzitutto in funzione M5S. C'è però un'altra area politica volutamente colpita da questa legge. Si tratta dell'area Mdp-Pisapia-Sinistra Italiana, un raggruppamento che non raggiungendo il 10% non avrà i privilegi delle coalizioni riconosciute.

Ai danneggiati da questa orrenda legge bisognerebbe però ricordare il detto secondo cui chi è causa del suo mal pianga se stesso. E sia M5S, che il blocco dei sinistrati di cui sopra, hanno le loro colpe. Quella di non aver mai veramente sostenuto il sistema proporzionale come l'unico democratico, quella di essersi esercitati anzi con proposte ultra-maggioritarie i bersaniani (con il loro Mattarelum peggiorato), e con disegni comunque truffaldini M5S (il modello spagnolo). Così, oggi che il duo Renzi-Berlusconi vuole colpirli entrambi, possono sì lamentarsi del danno che andrebbero a subire, ma non possono certo rivendicare una cristallina posizione democratica.

Il patto Renzi-Berlusconi (e il loro dialogo immaginario)

Se stabilire chi guadagna e chi perde col meccanismo truffaldino del Rosatellum 2 è cosa da ragazzi, vediamo ora qual è la coalizione di governo per cui è stato pensato.

Se la coalizione elettorale più avvantaggiata è certamente quella della destra, è però all'alleanza post-elettorale che hanno guardato in primo luogo i suoi ideatori. E la spiegazione di tutto sta nel patto Renzi-Berlusconi. Chi scrive —sbagliando— pensava che Renzi non avrebbe mai concesso il ritorno alle coalizioni sulla scheda elettorale, questo per il banale motivo che il Pd una vera coalizione di forze alleate non ce l'ha. Dunque, perché suicidarsi?

Ma —l'abbiamo già detto— quando si tratta di imbrogliare questi qua non mettono limiti alla fantasia. La Costituzione? Le basilari norme democratiche? La regola di condividere la legge elettorale con l'opposizione? E chissenefrega!!! Quel che conta è solo il risultato, ed ecco così servito un sistema assai bizzarro, dove è vero che avremo le coalizioni pre-elettorali, ma dove si è stati ben attenti a che nessuna delle due (destra e Pd+cespugli), pur avvantaggiandosene su M5S, possa avere da sola la maggioranza dei seggi.

Questo perché? Hanno avuto forse qualche scrupolo democratico? Scordatevelo. Semplicemente, il Bomba vuol tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. E non è un segreto per nessuno che possa farlo solo con un accordo con il Buffone di Arcore. Fin qui siamo alla fondamentale scoperta dell'acqua calda. C'era però un problema. Con la legge attuale —uscita dalle sentenze della Consulta— la maggioranza in parlamento Pd e Forza Italia l'avrebbero vista solo con un potente cannocchiale. D'accordo imbarcare gli alfaniani, che stanno al mondo solo per quello, ma coi voti che hanno non sarebbero mai stati sufficienti. Imbarcare allora Mdp e soci? In linea generale nessun ostacolo, se non fosse per il niet a Renzi. Un dettaglio non proprio trascurabile, specie se visto da Rignano sull'Arno.

Ecco allora il Rosatellum 2. In fondo non è difficile immaginare il dialogo che dev'essersi svolto tra i due. Armiamoci anche noi di un po' di fantasia (ne basta sempre meno che per congegnare l'obbrobrio della legge elettorale di cui ci stiamo occupando), e capiremo meglio i come e i perché dell'accordo trovato.

Renzi. Guarda Silvio che non abbiamo i numeri per farcela. Bisogna ritornare ad un sistema più maggioritario.

Berlusconi. Lo so Matteo, ma non penserai mica di fregarmi con un nuovo Italicum?

R. No, non ti voglio fregare, voglio Palazzo Chigi e tu avrai quel che ti serve, per Mediaset e non solo.

B. Allora c'è un solo modo: devi ridarmi le coalizioni.

R. Ma così sei tu che mi freghi. Io dove ce l'ho una coalizione?

B. Tranquillo, qualcosa ti inventi. Alfano, per esempio, te lo lascio. Ma poi, mica dobbiamo fare delle vere coalizioni! A me serve solo un taxi per i collegi uninominali. Poi dopo il voto scendo e vengo da te.

R. E chi mi assicura che scendi? Come glielo spieghi ai tuoi?

B. Semplice: studiamo un meccanismo dove noi due insieme avremo la maggioranza di sicuro, ma senza che nessuna coalizione possa vincere da sola.

R. E come facciamo ad essere così sicuri? Col maggioritario tutto può succedere. 

B. Non essere ingenuo. Basta scegliere la giusta dose di maggioritario. Ne ho parlato con Verdini, la formula c'è. Tu parlane coi tuoi, che quando si tratta di imbrogliare non sono secondi a nessuno.

R. Va bene, ma non voglio scherzi. Di te mi fido, ma tra i miei ce n'è più d'uno che mi infinocchierebbe volentieri. E dietro hanno forze potenti... Quelli immaginano una nuova coalizione di centrosinistra, nuove primarie, un'idiota come Pisapia tra i piedi. Non so se ti rendi conto?

B. Certo, certo. Ma li puoi fermare solo prendendo prima tu l'iniziativa.

R. Questo è giusto. Ma già che ci siamo troviamo anche il modo di dare un colpetto a D'Alema e Bersani.

B. A me va bene. 

R. Ma come farai con Salvini?

B. Salvini è un uomo di mondo. Sa che tanto al governo non ci va. Sì, adesso non parla più dell'euro, sai quanto gliene frega... Ma sa che ai piani alti non piacerebbe lo stesso. A lui basta fare il pieno nei collegi del nord. Glielo concederò, poi ognuno per la sua strada.

R. Ma non ti accuseranno di tradimento della coalizione?

B. Tradimento? E perché. Tradirei se avessimo i voti per governare. Ma quelli non li avremo. Si imporranno le "larghe intese". Salvini e la Meloni si sfileranno. Io no: viva l'alleanza tra le forze che in Italia rappresentano i due maggiori partiti europei!    

R. Bene, accordo fatto. Ma evitiamo di gridarlo ai quattro venti, che poi magari in parlamento i franchi tiratori non mancheranno. Se andrà male non dovrà essere colpa nostra.

B. Beh, questo è più difficile, ma possiamo sempre accusarci reciprocamente, che un po' di teatrino non guasta mai.

Conclusioni

Solo fantasia? Chissà. Ma a me solo immaginando un siffatto dialogo le cose riescono a quadrarmi. Diversamente non si capirebbe la concessione di Renzi, che stupido non è, sulle coalizioni. Né si capirebbe lo strano dosaggio tra proporzionale (64%) e maggioritario (36%). 

Ma c'è qualcosa di più. Ed è che la legge prevede che le singole liste, non le coalizioni, presentino formalmente un programma elettorale. Ora, se le coalizioni fossero fatte per reggere —e, nel caso, per governare— tutto ciò non avrebbe senso. Se invece le coalizioni devono essere solo un taxi elettorale, meglio una sorta di car pooling applicato alla politica, il senso c'è eccome.

Se la mia tesi è giusta —ma prima si dovranno superare gli ostacoli parlamentari, di cui non ci occupiamo in questo articolo— avremmo una situazione pre-elettorale assai pittoresca.

Un mio amico —persona simpatica se non avesse questa fissa— chiude ogni discussione sulla legge elettorale in questo modo: «Si, va bene, ho capito quello che dici, ma io la sera delle elezioni voglio sapere chi ha vinto!». Ora, se il patto Renzi-Berlusconi avrà i voti necessari per diventare legge, lui sarà non contento, ma contentissimo, dato che —almeno per questo giro— il nome del vincitore (quello di chi andrà a Palazzo Chigi) lo saprà con ogni probabilità da subito, senza neppure dover aspettare quella sera!

Certo, il governo che ne verrà fuori sarà comunque debole. Ma la sua vita dipenderà innanzitutto dalla nascita di un'opposizione degna di questo nome, altro che il Salvini ri-berlusconizzato o il Di Maio integralmente democristianizzato, per non parlare dei sinistrati senza idee e senza consensi.

In ogni caso, tornando alla legge elettorale, tra tante incertezze che rimangono una cosa è certa: dietro il Rosatellum 2 c'è il patto di ferro tra il Bomba di Rignano ed il Buffone di Arcore. Ogni altra ipotesi è destituita di fondamento.


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IL FUTURO SPETTA AGLI STATI NAZIONALI di Wolfgang Streeck

[ 26 settembre 2017 ]

Wolfgang Streeck è un grande economista e sociologo tedesco. Noto per la sua critica dei paradigmi neoliberisti su cui è stata fondata l'Unione europea, ha fatto scalpore il suo libro How will capitalism end? Per Streeck il capitalismo è destinato a collassare a causa dei suoi "cinque disordini costitutivi": declino della crescita, oligarchia, miseria generalizzata, corruzione e anarchia internazionale. 
In questa intervista Streeck [nella foto], sostiene due tesi —in sintonia con quanto andiamo dicendo da tempo come MPL-Programma 101 in polemica con certa sinistra anarco-globalista: (1) che il futuro appartiene allo Stato-nazione e non agli organismi sovranazionali; (2) che solo all’interno degli Stati-nazione può essere esercitato un vero potere di controllo democratico.

D: Signor Streeck, in Europa c’è ancora bisogno di singole nazioni, oppure è l’Unione Europea che deve risolvere i nostri problemi politici?
R: La democrazia moderna è nata dai conflitti all’interno degli stati nazionali. E fino ad oggi ha la sua patria (Heimat) negli stati nazionali. Al contrario, le organizzazioni internazionali sono dominate dagli esperti. Mancano di quella che chiamerei la dimensione plebea della democrazia.
D: Cosa intende con ciò?
R: La democrazia non è prerogativa di una classe colta, istruita, i cui membri si comportano in modo gentile e garbato tra di loro, e cercano di risolvere insieme i problemi. Anche quelli che stanno ai gradini inferiori della società devono poter alzare la voce e dire quello che vogliono.
D: Però questa possibilità di alzare la voce ha recentemente causato molti problemi in Europa.
R: I problemi di alcuni sono le soluzioni di altri – e viceversa. In una democrazia, si deve discutere su quali sono i problemi.
D: Secondo Lei, la nazione è garanzia di democrazia?
R: Non la nazione ma lo Stato-nazione. Il tipo di democrazia a cui mi riferisco esiste solo negli stati, e gli unici stati che esistono sono Stati-nazione —più o meno.
D: Si potrebbe far crescere la democrazia anche a livello sovranazionale. Angela Merkel ed Emmanuel Macron —entrambi democraticamente legittimati— vogliono riparare la UE e stabilizzare l’euro.
 R: Probabilmente non avverrà nulla di tutto ciò. Gli interessi di Francia e Germania riguardo l’euro sono così diversi che, a parte qualche politica simbolica per salvare il capitale politico dei governi coinvolti, non c’è molto che si possa fare. Prenda il ministro delle finanze europeo. Per i tedeschi è qualcuno che deve assicurare che i piani di risparmio e di austerity siano rispettati. Per i francesi, invece, è l’unico che dispone di un budget per fare investimenti in Francia, che altrimenti non potrebbero essere finanziati se venissero osservati i vincoli sui deficit di bilancio. Gli italiani, similmente, vorrebbero fare questi investimenti, così come i greci e portoghesi.
D: Questa è la ragione per cui le nazioni dovrebbero essere superate.
R: Che significa superate? Contro la volontà dei loro cittadini? E cosa si dovrebbe mettere al loro posto? Non dovremmo voler abolire lo Stato-nazione come luogo di democrazia prima di avere un sostituto. Ogni tentativo di portare l’Europa sotto un unico governo conduce alla divisione. Guardi ai cattivi rapporti che si sono creati tra i paesi dell’Euro nel nord Europa e nell’area mediterranea. L’Europa da Hammerfest a Palermo sotto un unico governo sarebbe solo una tecnocrazia, sconnessa dagli immaginari dei suoi cittadini, governata da uomini che si sentono moralmente e intellettualmente superiori. Sarebbe una comunità politica senza un linguaggio comune, senza tradizioni comuni, senza una comune comprensione di problemi e soluzioni —un prodotto artificiale.
D: Lei come uomo di sinistra sostiene l’idea di Stato-nazione? Vuole tornare indietro al 19° secolo?
R: Ma che retorica! Lo Stato-nazione non è un passo indietro ma un passo in avanti. Il numero di stati nazionali è in costante crescita. Ce ne sono circa 200 oggi. Quando fu fondata l’ONU, dopo la seconda guerra mondiale, non erano più di 60. Lo Stato-nazione democratico sembra essere un modello di successo. È interessante notare che molti stati sono piccoli; la popolazione media è di 17 milioni. Sembra che ci sia una certa preferenza per l’omogeneità: di regola, più piccola è una società, più è omogenea. Lo Stato-nazione come organizzazione politica consente di rappresentare gli interessi regionali delle popolazioni locali nel mondo. Questo non va fatto con la violenza. Il mondo delle nazioni europee occidentali è pacificato da sette decenni.
D: Gli stati nazionali come possono difendere gli interessi della loro popolazione in un’economia globale?
R: Creandosi —attraverso una politica economica intelligente— uno spazio nel mercato globale, in modo che la propria popolazione possa vivere bene. Per farlo, non è necessario trasformarsi in un paradiso fiscale. Prenda un paese come la Danimarca, che ha trovato una sua nicchia grazie al Design, ai servizi di Consulenza, alla Logistica. I danesi hanno legato la loro moneta all’euro, ma, quando questo crea problemi, possono ancora svalutare la loro moneta. La sovranità nazionale, utilizzata in maniera saggia e temperata, può essere uno strumento utile nel mondo globalizzato.
D: Lei ha affermato che la dimensione “plebea” della democrazia —che altri chiamano populismo— ha prodotto effetti reali. Dove e come?
R: Anche uno come Macron, banchiere e tecnocrate, deve prendere atto del fatto che solo un paio di punti percentuali hanno impedito che il secondo turno delle elezioni presidenziali si tenesse tra i populisti Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Il fatto che lo stesso Macron si sia lamentato della mancanza di una dimensione sociale dell’UE potrebbe significare che certi segnali sono arrivati.
D: Quindi le democrazie nazionali possono cambiare l’Unione europea più di quanto si pensa?
R: La politica di apertura delle frontiere del governo Merkel —unilaterale e motivata da ragioni di politica interna— con i suoi effetti distruttivi per l’Unione europea, sarebbe potuta continuare a lungo se l’AfD (Alternative für Deutschland, partito di estrema destra xenofoba, ndr) non fosse cresciuta nei consensi alle elezioni regionali della primavera del 2016. Senza la politica immigratoria tedesca della seconda metà del 2015, probabilmente il voto sulla Brexit sarebbe andato diversamente; in fondo, la distanza tra le due fazioni era solo di alcuni punti percentuali.
D: Il concetto di nazione desta particolare sospetto in Germania. I tedeschi sognano più di altri una società senza frontiere?
R: Potrebbe essere così. Da nessuna altra parte come in Germania il desiderio di società senza frontiere sembra così diffuso, anche quando si tratta in realtà della società senza frontiere di tipo neoliberista. Questo è probabilmente dovuto al fatto che ci si vuole sbarazzare della storia nazionale. Si spera che in futuro il nazionalismo tedesco possa essere sostituito dal nazionalismo europeo.
D: Affinché l’Unione europea possa sopravvivere, deve diventare un’unione più stretta —o separarsi ulteriormente. Quale sarebbe l’opzione migliore?
 R: Abbiamo bisogno di meno Unione Europea. Posso immaginare che l’Unione europea in futuro serva come piattaforma per varie forme di cooperazione volontaria tra le nazioni europee. Soprattutto, una futura Unione europea non dovrebbe essere regolata come quella attuale; cosa che oggi la rende praticamente irriformabile. Attualmente, sono praticamente impossibili modifiche ai trattati o correzioni alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Questo è uno dei più gravi deficit democratici dell’Unione europea.
D: Per quanto tempo ancora esisterà l’Unione?
 R: L’UE, fra vent’anni, non esisterà più nella sua forma attuale. Anche all’euro toccherà la stessa sorte. Ma questo non dovrebbe valere per la semplice cooperazione, il coordinamento volontario, il rispetto reciproco, e sperabilmente per altre cose. Ovviamente, in Europa continueremo a conservare scartamenti ferroviari standardizzati, e forse saremo in grado di chiamare a casa con il cellulare anche dalla Svizzera senza dover pagare una fortuna. Ma il governo europeo tecnocratico dall’alto ha da lungo tempo cessato di funzionare, come dimostra l’euro. Anche se i loro funzionari non vogliono ammetterlo.
D: Lei ha affermato una volta che il problema più grande dell’Unione europea è lo stato di religiosa devozione in cui la gente cade quando sente la parola Unione Europea.
R: Assolutamente. Credo che per molte persone della classe media l’Europa sia diventata oggetto di una religione civile. Quando osserviamo le immense difficoltà che il capitalismo moderno sta affrontando —super-indebitamento, crescente disuguaglianza, diminuzione della crescita, problemi ambientali— non possiamo far finta di credere che i problemi europei stiano nell’organizzazione nazionale della politica europea. Non pochi sembrano credere che grazie all’aiuto di un Superstato, che dovrebbe evidentemente cadere dal cielo, si possano eludere i problemi strutturali del capitalismo globale. Questo si avvicina molto a una credenza religiosa.
D: Le democrazie nazionali sono uno strumento contro il capitalismo? Per esempio, lo scienziato politico belga Chantal Mouffe ha detto una volta: “Il nemico principale del neoliberismo è la sovranità del popolo”.
 R: Sì, aveva ragione.
D: Ma questo non potrebbe essere sostenuto anche da Marine Le Pen?
R: Non posso proibirmi di sostenere ciò che ritengo essere corretto dopo una seria riflessione, solo perché lo sostiene qualcun altro che non sopporto. I politici sono persone che tirano fuori dall’humus di idee delle loro società ciò che più gli conviene. Il Front National era anti-semita e neoliberista, ora non è più antisemita e difende lo stato sociale. Quindi dovrei smettere di aborrire il razzismo e di sostenere una politica egualitaria democratica? Il neoliberismo è l’attuale ideologia della politica globale americana. In rapporto al neoliberismo e al suo impeto espansionistico, la sovranità nazionale può essere uno strumento di difesa utile, che non si dovrebbe disprezzare.
Wolfgang Streeck (Lengerich, 1946) è stato dal 1995 al 2014 direttore del Max Planck Institute per la ricerca sociale di Colonia, oltre che membro del partito socialdemocratico tedesco (SPD) per molti anni. Tra i suoi lavori recenti, ricordiamo How will capitalism end? (Verso Book, 2016) e Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013).
* Fonte: il conformista
** Intervista di Thomas Isler per NZZamSonntag, 12/08/2017. 
Titolo originale:Wolfgang Streeck: «Die EU wird es in zwanzig Jahren so nicht mehr geben» *** Traduzione di Federico Stoppa

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lunedì 25 settembre 2017

ELEZIONI IN GERMANIA: NOI NON VOMITIAMO di Piemme

[ 25 settembre 2017 ]

Il significato della sberla tedesca.
E per fortuna che era svanito il fantasma del "populismo". L'avevamo detto che quella di Macron era una vittoria di Pirro.

Le elezioni sono uno specchio, per quanto deformante, della realtà sociale. Il terremoto elettorale che ha stravolto il paesaggio politico tedesco con lo sfondamento di AfD e il crollo dei due partiti sistemici ci dice che nel sottosuolo tedesco il sommovimento in corso è ancor più grande. 

Mi vengono in mente quegli azzeccagarbugli che vanno cianciando che grazie al "pilota automatico" e alla forza motrice tedesca l'Unione europea procede verso il proprio rafforzamento, gli Stati Uniti d'Europa. La scossa che è venuta dalle urne e che ha azzoppato la Merkel, fa invece tremare dalle fondamenta l'Unione europea e le sue tracotanti élite euriste. E' cosa buona? Si, lo è, sicché noi non vomitiamo affatto — " l'avanzata dell'AfD è una cosa che mi fa vomitare", ha affermato il verde e sorosiano, ed ex Ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer.

L'autorevole Frankfurter Allgemeine, oltre a fornire una mappatura del voto, rende note le prime analisi sui flussi elettorali. Esse confermano che se i voti ad AfD sono venuti da ogni parte dello schieramento politico —anche da sinistra, dalla Spd come pure dalla Linke. Se si guarda la composizione sociale, essi sono venuti anzitutto dal proletariato e dai settori sociali che hanno subito la "crescita", che di questa "crescita" non hanno raccolto che briciole, che han finito per trovarsi ai margini della società. Un clamoroso voto di protesta quindi. Non a caso AfD ha ottenuto un successo strepitoso nei Länder poveri della Germania dell'Est.


Le élite euriste, prese dal panico, lanciano l'allarme con immancabile l'anatema: "la democrazia più solida d'Europa è in pericolo, l'Europa è minacciata, avanza il nazismo".

Non è un nostro problema che l'instabilità tedesca  faccia traballare l'Unione. Nostro grande, grandissimo problema è semmai che rabbia e indignazione di chi sta sotto, in Germania e nei suoi satelliti, prenda forme nazionaliste e reazionarie. Che AfD sia un movimento nazista è una pacchiana esagerazione, la storia tuttavia insegna: il nazionalismo tedesco contiene geneticamente in grembo il mostro di uno sciovinismo imperialista e aggressivo. 

Occorre fermarlo? Certo che sì! Ma non si ferma in combutta con le forze sistemiche, nemmeno con quelle di sinistra, dalle quali invece occorre prendere le massime distanze. Si costruisce un argine al revanchismo nazionalista se e solo se si avanza, dentro l'inesorabile tendenza geopolitica alla ri-nazionalizzazione, una prospettiva di patriottismo democratico, di un sovranismo costituzionale.

Occorre fare in fretta a costruire un polo politico indipendente della sinistra patriottica, neo-internazionalista, che sappia incalanare la rabbia e dargli una prospettiva strategica democratica. I tempi stringono. Come insegnano gli avvenimenti non solo italiani ma europei, il solo terreno sul quale, per il momento, è possibile raccogliere e convogliare proteste e rabbia sociale di chi sta in basso, sono le elezioni. Ce lo ha dimostrato anche il referendum del 4 dicembre dell'anno scorso.

In Italia si voterà la prossima primavera. Vogliamo provare a giocare la partita?

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domenica 24 settembre 2017

FRANCIA: SOLIDARIETÀ CON IL MOVIMENTO OPERAIO FRANCESE

[ 24 settembre 2017 ]

Dichiarazione del coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO

«Il Coordinamento europeo per l'uscita dell'Unione europea, l'euro e la NATO esprime solidarietà e sostegno ai lavoratori francesi che si oppongono alle riforme neoliberali del governo di Macron. Leggi simili (Hartz I, II, III, IV) sono state imposte ai lavoratori tedeschi  con conseguente impoverimento di milioni di persone, quindi ai lavoratori spagnoli in cui il tasso di disoccupazione rimane molto elevato, dove la precarizzazione è esplosa e la gioventù è particolarmente colpita,
ai lavoratori italiani (Renzi) ed ai Greci da parte della "sinistra radicale" di Tsipras, che ha obbedito alle direttive europee nonostante la grande mobilitazione dei lavoratori per opporvisi.

In tutti i paesi dell'Unione Europea, le stesse leggi favoriscono il padronato riducono i diritti sociali, il potere d'acquisto senza tuttavia mai far scendere la disoccupazione.

E' assieme che i lavoratori, salariati e disoccupati che debbono combattere e organizzarsi per rompere con la globalizzazione euro-liberale che priva i popoli della loro sovranità.

Per costruire le basi di una nuova società, basata sull'uguaglianza, la giustizia sociale, la democrazia, la sovranità e la pace, il Coordinamento europeo per l'uscita dell'Unione europea, dall'euro e dalla NATO chiede a tutti coloro che non vogliono rinunciare al progresso sociale ad aderire».

Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione europea, dall'euro e dalla NATO 
Parigi, 20 settembre 2017

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sabato 23 settembre 2017

AfD: SE LA GERMANIA VA A DESTRA di Pasquinelli Moreno

[ 23 settembre 2017 ]

Jean Baudrillard, nel descrivere quella che chiamava "epoca postmoderna", oltre a sostenere che il reale era sostituito (falsificato aggiungo io) con i "segni del reale", disse, ricorrendo ad una delle sue figure immaginifiche, che si vive in un contesto pieno di eventi ma dove non succede mai un cazzo

Aveva ragione? Sì e no. Sì se per eventi s'intendono quelle grandi fratture, per loro natura palingenetiche, destinate a invertire il corso della storia dato, riconoscibili quindi per l'irruzione sulla scena di forze nuove, rivoluzionarie, fino a quel momento sotterranee. No se per grandi eventi vogliamo dire anche quei salti, quelle accelerazioni che forze potenti imprimono alla catena degli eventi e che quindi la storia la segnano nel profondo.

La riunificazione delle due Germanie del 1990 —la seconda Deutsche Einigung, ovvero l'annessione della Germania socialista dell'Est che poi ha trascinato nel baratro l'Unione Sovietica— venuta dopo il cosiddetto "crollo del Muro di Berlino",  è stato uno di questi eventi colossali di secondo tipo. Nessuna rivoluzione sociale, anzi, una controrivoluzione, per quanto dai "guanti di velluto".
il Terzo Reich nazionalsocialista

In occasione della riunificazione Giulio Andreotti, argutamente, ebbe a dire: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ciò che forse ci aiuta a capire "mani pulite", ovvero la liquidazione della élite politica della Prima repubblica da parte del nascente "partito tedesco" italiano, che poi prenderà il sopravvento in Italia, che ebbe nel governo di Mario Monti il suo apice.


Ecco, quella riunificazione-annessione è ciò che gli storici chiamano "data periodizzante". Quel fatto ha segnato la storia europea e mondiale. Lì la spinta verso la nascita dell'Unione europea (1991-92); lì stanno le vere radici dell'attuale supremazia tedesca [1], supremazia che spiega la crisi irreversibile dell'Unione europea, quindi il fallimento della visione francese che riteneva, con la moneta unica, di ingabbiare il latente imperialismo tedesco. 
Morale della favola, come ebbi modo si scrivere mesi addietro in LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO:
«Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco».
Tuttavia, quella tedesca, malgrado non avanzi sulla punta delle baionette ma grazie alla potenza del suo Moloch industriale, non solo segue le tradizionali linee geopolitiche espansioniste germaniche, ma è anche stavolta una supremazia senza egemonia, destinata quindi a collassare su se stessa, a meno che, in fretta, non si doti della necessaria potenza militare. Scrivevo nel 2014: 
«Può sopravvivere l'Unione europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale? No, non può resistere. Ciò che fa traballare l'Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi paesi "periferici" e l'insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca. Per comprendere come potrebbe andare e finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia. Il lepenismo in Francia, così come l'avanzata di diverse forze nazionaliste nei paesi europei, possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni che si sentono minacciate dall'espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate».
Domani i tedeschi vanno alle urne. Come spiegare che malgrado la sua supremazia economica (disoccupazione al 3,8%, bilancio in surplus, primazia mondiale nell'export) Alternative für Deutschland —AfD, che non è più quella delle origini visto che ha subito una
impressionante metamorfosi in senso nazionalista e sciovinista— è data nei sondaggi in grande avanzata diventando il terzo partito con 80-100 deputati?
Il successo di AfD si spiega per il concorso di due fattori, uno sociale e l'altro ideologico. 
Il malcontento degli strati sociali che stanno in basso i quali, subendo il dogma dei sacrifici, lavorano come bestie in cambio di salari e redditi più che modesti o, come all'Est, sono disoccupati o sottoccupati (mentre in un decennio è aumentato il numero dei milionari e delle loro rendite: la Germania merkeliana vede una concentrazione tra le più alte di patrimoni nel 10% delle famiglie più ricche). Sul versante ideologico AfD sta riuscendo a far passare l'inganno che queste ingiustizie sociali dipendono non dai meccanismi intrinseci alla dottrina ordoliberista bensì ai lacci ed ai lacciuoli dell'Unione europea. Rimuoverli quindi, et voilà, benessere generale grazie ad una dispiegata potenza tedesca.

Una miscela esplosiva, che nasconde, per chi voglia vedere, l'incipiente e risorgente idea della Grande Germania, ovvero del Quarto Reich.

In conclusione. L'Unione può crollare sotto l'attacco combinato di due forze opposte: i risorgenti nazionalismi nei paesi europei che mal sopportano la supremazia (senza egemonia) della Germania; oppure di quelle revanchiste che proprio questa supremazia tedesca alleva nel suo grembo.

Sventata per il momento la minaccia francese, le urne tedesche potrebbero domani, in caso di avanzata dell'AfD, suonare per la Ue e per gli attuali equilibri europei e mondiali (se Putin è guardingo, Trump non dorme sonni tranquilli) un ancor più minaccioso campanello d'allarme.

NOTE

[1] «La realtà dei dati

I numeri di Eurostat, l’agenzia statistica europea, raccontano in effetti una storia lontana dalle narrazioni dei politici. L’enorme successo del made in Germany sui mercati mondiali e il surplus negli scambi con l’estero oggi più vasto al mondo devono molto di più alla seconda riunificazione: dopo quella tedesca del 1990, quella continentale del 2004 con l’ingresso nell’Unione europea di gran parte dell’ex blocco di Varsavia. La Merkelomics, il modello economico della cancelliera, si regge più sulla catena di scambi intrecciata con l’Europa centro-orientale che sul culto dei sacrifici o il dogma dello Schwarze Null, il bilancio in surplus. La Germania ha trovato sul confine orientale la sua «Cina interna», un’area a basso costo inclusa nella sua stessa area politica, giuridica, di mercato e in parte anche monetaria (Slovacchia, Slovenia e i Baltici adottano l’euro). In questi anni l’industria tedesca è riuscita come nessun’altra a trasferire in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca o nella stessa Slovacchia gran parte della produzione delle componenti che le servono; queste poi vengono reimportate e assemblate in Germania, in vista dell’export del prodotto finale che monetizza solo all’ultimo stadio gran parte del valore aggiunto dell’intera filiera.

Vincenti e perdenti

I dati lasciano pochi dubbi. La Repubblica federale ha un surplus negli scambi di beni manufatti con tutto il mondo, eppure è in deficit con i 10 Paesi dall’Estonia alla Slovenia. Nel 2016 da queste economie la Germania ha comprato 69,6 milioni di tonnellate di beni industriali e ne ha vendute loro solo 53,6 milioni. Nell’import da Est spicca tutto ciò che serve a fare auto: manufatti di gomma, metallo, altri «equipaggiamenti per il trasporto, parti e accessori» (gli acquisti tedeschi di questi pezzi dall’Europa centro-orientale sono raddoppiati dal 2006).
I dati finanziari relativi a queste partite industriali rivelano poi l’altro lato della storia: qui i saldi sono in equilibrio; anche se la Germania compra da Est molte più tonnellate di beni di quante ne venda. Il prezzo d’acquisto da Oriente riflette sistemi nei quali le fabbriche lavorano al salario minimo e questo non supera mai i 500 euro al mese. Il prezzo di vendita del prodotto finale made in Germany, sempre caro, riflette invece salari da 30 euro l’ora negli impianti tedeschi di assemblaggio, oltre alla forza dei marchi come Bmw».




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venerdì 22 settembre 2017

PALERMO: FORUM DEI POPOLI MEDITERRANEI

[ 22 ottobre 2017 ]


La Sicilia periferia dell’Europa o centro del Mediteranneo? 


In una Europa a trazione tedesca quali sono le prospettive per la nostra regione e per gli altri Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum? Cosa è stato fatto finora per favorire lo sviluppo del Sud dell’Europa? Sono alcuni dei temi che verranno affrontati nel corso del Forum internazionale che andrà in scena a Palermo il prossimo 14 Ottobre – dalle 10 alle 16 – presso il “Cinema Rouge Noir” di Piazza Verdi.

Una iniziativa promossa da Noi Siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana e dalla Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) che riunisce tutti quei movimenti che, accanto alle storiche rivendicazioni del mondo del lavoro, si stanno battendo per ricostruire un blocco anti-liberista di unità popolare che sappia opporsi alla dittatura della finanza che sta affamando i popoli, in particolare quelli mediterranei.

Il Forum porterà nel capoluogo siciliano esponenti dei movimenti popolari di Spagna, Catalogna, Grecia, Francia, Tunisia e di altri Paesi uniti da una critica radicale nei confronti dei trattati europei da loro definiti “ultra-liberisti e funzionali unicamente al capitale finanziario”. 
Dalla Francia arriveranno protagonisti del movimento di “La France Insoumise” movimento della sinistra francese che fa capo a Jean-Luc Mélenchon che, alle ultime presidenziali, con il suo 19% ha battuto il Partito socialista fermo al 6%. 
Dalla Spagna arriveranno esponenti dei vertici di Podemos, il partito nato dal basso che fa capo a Pablo Iglesias.
Delegati anche dalla Catalogna, scossa dalla battaglia per l’indipendenza.
Dalla Grecia avremo Laiki Enotita (Unità Popolare) ... e tanti altri ancora.

Il Forum sarà un’occasione per fare della Sicilia un vero e proprio laboratorio per una nuova sinistra europea che possa ridare voce ai popoli e che possa riaffermare il primato della politica - quella vera, quella esercitata nel nome della democrazia - su una economia prigioniera delle lobby finanziarie il cui unico scopo è garantire la sopravvivenza dell’oligarchia che regna in questa Unione europea.

Info: Conf.liberazionenazionale@gmail.com

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