sabato 3 settembre 2016

SALVARE L'UNIONE EUROPEA DALL'EURO, LA PIÙ ESTREMA TRAPPOLA NEOLIBERISTA di Stefano Fassina

[ 3 settembre ]

Pubblichiamo volentieri questo recentissimo ed inequivoco intervento di Stefano Fassina [nella foto].
Abbiamo lasciato il titolo che Fassina gli ha dato, non solo equivoco assai (salvare l'Unione? Euro e Unione sono come gemelli siamesi) ma in conflitto col contenuto di quel che scrive.

Anche di questo si discuterà al III Forum Internazionale no euro di Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre.


«Si è recentemente tenuto il vertice di Ventotene tra il Primo Ministro Renzi, la Cancelliera Merkel e il Presidente Hollande. C’erano sul tavolo le questioni cruciali: i conflitti geopolitici ai confini dell’Unione Europea, la sicurezza interna, i flussi migratori e la crescita economica. L’incontro è stato animato da una grande ventata di retorica sul rilancio degli ideali dei padri fondatori dell’Europa unita. Ma alla fine non si è fatto nessun passo avanti per affrontare, nemmeno da un punto di vista analitico, i motivi fondamentali per i quali l’UE si sta disintegrando.
Come alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, le élite europee “sonnambule” tirano dritto senza rendersi conto della realtà, nonostante gli siano stati mandati dei messaggi molto chiari. In modo analogo agli sviluppi politici a cui stiamo assistendo sull’altro lato dell’Atlantico, il voto per la Brexit ha dimostrato l’insostenibilità economica, sociale e democratica dell’ordine neoliberista per un numero sempre crescente di famiglie della classe lavoratrice e della classe media. In USA come nel Regno Unito il sentimento anti-establishment raggiunge il culmine nel momento in cui l’establishment, tanto di destra (Reagan e Thatcher) quanto di sinistra (Clinton e Blair), si caratterizza nel modo più forte per la messa in atto dei programmi neoliberisti. In questo contesto il voto del 2016 sulla Brexit potrebbe rappresentare per il neoliberismo ciò che la caduta del Muro di Berlino ha rappresentato per il socialismo nel 1989.
A dispetto dell’evidenza che i leader politici e i funzionari hanno davanti agli occhi, il dibattito nell’Unione Europea e nell’eurozona resta prigioniero del conformismo europeista, come se i trattati e il programma politico che ha guidato l’integrazione europea, e tuttora conduce i giochi, non fossero profondamente radicati nel neoliberismo. Il neoliberismo ha fallito, ma per la sua manifestazione più estrema, vale a dire l’eurozona, tutto procede come sempre. Continuiamo a sentire invocazioni intrise di retorica sugli Stati Uniti d’Europa o, quantomeno, sul “più Europa”, e sulla necessità di un ministero del tesoro per l’eurozona. A sinistra, e ancora di più in una parte significativa della cosiddetta “sinistra radicale”, le cose vanno ancora peggio: ciò che viene proposto è una democratizzazione totalmente irrealistica dell’UE, e chiunque tenti di far notare l’insostenibilità della moneta unica e chieda una riflessione su un “piano B” per andare oltre l’euro e salvare l’UE viene respinto come “sovranista”, neo-nazionalista, populista, e di conseguenza associato a Grillo, Salvini, Le Pen e Farage.
La povertà di analisi che sta dietro il programma politico attuale è sinceramente imbarazzante, specialmente in campo socialista, e ciò a dispetto delle posizioni prese da un numero crescente di economisti progressisti e perfino mainstream. La scorsa settimana un intellettuale autorevole, nonché icona della sinistra radicale, uno che certamente è al di sopra di ogni sospetto di simpatie anti-europee, vale a dire Joseph Stiglitz, ha fornito una spiegazione approfondita dell’insostenibilità dell’ordine economico e sociale dell’eurozona. Nel suo libro “L’Euro: Come una moneta unica minaccia il futuro dell’Europa”, il premio Nobel all’economia 2011 ha spiegato come l’euro abbia prodotto dinamiche divergenti nei paesi membri, abbia generato stagnazione e, nel migliore dei casi, solo grazie a una disperata politica monetaria si riesce a tenere in piedi coi puntelli l’equilibrio precario dovuto all’elevata disoccupazione. In definitiva, la contrazione e la prolungata depressione economica dell’eurozona non è stato il risultato di una reazione inadeguata a una crisi esogena, né la conseguenza dell’irresponsabilità fiscale dei governi nazionali. È la struttura stessa del sistema euro a creare il problema, perché è basata sulla svalutazione del lavoro. Il problema fondamentale dell’eurozona non è l’austerità. Il problema è che abbiamo reso costituzionale una versione estrema del neoliberismo, che nemmeno i più trionfanti conservatori dell’epoca d’oro di Reagan e Thatcher si sarebbero mai sognati di proporre, vale a dire lo Statuto della BCE da una parte e il Fiscal Compact dall’altra. Tutto questo nel quadro della svalutazione del lavoro iniziata dalla Germania con le cosiddette “riforme Hartz”, che rappresentano decisamente l’azione più anti-europea che sia stata perpetrata nella UE dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Sulla carta esisterebbero anche delle soluzioni per ridirigere la moneta unica su un percorso più favorevole al lavoro. Il libro di Stiglitz ne fa un buon riassunto: dall’imposizione di una stretta regolamentazione sui flussi di capitale e sul sistema bancario, per costringerli a stare al servizio dell’economia reale, alla ristrutturazione del debito pubblico; dall’archiviazione del Fiscal Compact per poter finanziare un New Deal ambientalista, all’aumento dei redditi nei paesi che hanno un surplus commerciale. Il problema, che è chiaro al Prof. Stiglitz ma che non viene minimamente notato dai miopi seguaci del sogno di Altiero Spinelli degli “Stati Uniti d’Europa”, è l’assenza di un minimo di consenso nei vari contesti nazionali per poter approvare le correzioni necessarie. Purtroppo non esiste un “demos” [popolo] europeo: il demos è nazionale per profonde ragioni culturali, storiche e sociali. In altre parole, la democrazia è nazionale oppure non è.
In questo contesto, per i paesi periferici dell’eurozona è ridicolo scontrarsi con Berlino per ottenere pochi decimi di punto percentuale di PIL in più da spendere in deficit. Altrettanto ridicole sono le richieste di ulteriori misure dal lato dell’offerta per spingere ancora più in là la svalutazione del lavoro nel tentativo di migliorare la competitività, o di fare cassa con la domanda interna dei paesi vicini. Questa politica, raccomandata a e messa in atto da tutti i paesi dell’eurozona, non serve affatto a migliorare la posizione relativa di una singola economia. È invece molto efficace nel deprimere la domanda interna dell’intera eurozona, nel perpetuare la stagnazione e nello spingere le famiglie della classe lavoratrice e della classe media verso l’abbraccio delle forze nazionaliste e xenofobe, preparando così, in combinazione con la paura e l’insicurezza causata dagli attacchi terroristici e dai flussi migratori, una tempesta perfetta.
Per quanto possa essere difficile, il dibatto politico deve affrontare la scomoda verità e dircela apertamente, e deve occuparsi delle alternative possibili agli aggiustamenti dell’euro. I leader europei progressisti devono trovare il coraggio intellettuale e politico di ammettere che l’euro è stato un errore di proporzioni storiche, e definire una via d’uscita dalla trappola per rivitalizzare la democrazia, promuovere la piena occupazione e posti di lavoro dignitosi, e ridurre la disuguaglianza. Il Prof. Stiglitz ha articolato un paio di alternative all’attuale situazione del “tirare a campare”: la prima, un “divozio amichevole” per arrivare a un euro del nord e un euro del sud Europa; la seconda, l’uscita della Germania e dei suoi paesi satelliti dall’attuale eurozona.
Continuare a camminare da sonnambuli dietro alla Germania mercantilista non è solo suicida per l’eurozona, ma anche per tutta l’Unione Europea».

* Fonte: stefanofassina.it
** Traduzione: Voci dall'estero
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3 commenti:

  • chiunque scriva ciò che vuole scrive:
    3 settembre 2016 10:08

    Pigrizia mentale e cieca follia dei visionari degli “Stati Uniti d’Europa”
    La follia di chi invoca gli “Stati Uniti d’Europa” è conseguenza di cecità totale di fronte all’evidenza e di pigrizia mentale nel rifiuto di studiare le cause della crisi che, a prescindere dal fatto contingente che l’ha innescata (subprime, Lehmann & Brother) erano costitutive dell’idea di una moneta unica europea.
    Senza compensazioni e transfer fiscali nessuno Stato può gestire una moneta valida per l’intero territorio. Il miglior esempio della condizione irrinunciabile per mantenere una moneta unica in aree economiche non omogenee lo fornisce la Germania Federale:
    gli art. 106 e 107 della Costituzione tedesca impongono una ripartizione del gettito fiscale fra le regioni, finalizzata a garantire „l'uniformità delle condizioni di vita nello Stato Federale” evitando di “sovraccaricare il contribuente” ed esplicita che attraverso apposite leggi le “diverse capacità fiscali delle regioni devono essere compensate in modo adeguato .
    Concretamente dei 16 “Länder” federali sono ben 13 a ricevere e solo tre a pagare per tutti, cioè quelli industrialmente più avanzati (Baden-Württemberg, Baviera, Assia), che regolarmente mugugnano e ogni anno minacciano ricorsi alla corte Federale per contrattare riduzioni dei transfer finanziari ma finiscono poi sempre per pagare.
    Dunque i padrini dell’euro, cioè i governanti tedeschi, sapevano benissimo - avendone l’obbligo costituzionale in casa propria - che per funzionare l’euro avrebbe dovuto prevedere l’identico meccanismo e che senza di esso era impossibile “garantire l'uniformità delle condizioni di vita” dei cittadini dei vari Paesi d’Europa: evidentemente questo dettaglio non interessava loro minimamente o era esattamente quello che volevano evitare.
    Mentre vantavano i benefici dell’euro che stavano imponendo secondo le proprie regole (60 % deficit statale e 3% annuale indebitamento massimo, regole che per primi poi violarono) sapevano dunque benissimo che mancava la condizione di base e che senza di essa le conseguenze sarebbero appunto state quelle attuali: la Germania coi tassi negativi guadagna indebitandosi (!) a spese degli altri Paesi ai quali ha imposto vincoli di spesa tramite la servile Commissione Europea. Che i governanti tedeschi facciano i propri interessi è comprensibile. Ciò che stupisce è la dabbenaggine dei “sinistrorsi sinistrati e creduloni” che continuano a credere alla favola degli Stati Uniti d’Europa quando la cancelliera Merkel predica sacrifici e austerità per un illusorio “salvataggio dell’euro quale condizione per salvare l’Unione europea”.
    Non si rendono nemmeno conto costoro che la cancelliera parla quale marionetta dell’apparato industriale-finanziario neoliberista , in cui l’industria militare gioca un ruolo fondamentale (il vice cancelliere socialdemocratico Gabriel da vero e proprio commesso viaggiatore degli armamenti è riuscito a raddoppiare le esportazioni d’armi nel 2015). Nessuna meraviglia quindi che il governo tedesco sia la punta di diamante per imporre al resto dell’UE le sanzioni antirusse e che appoggi incondizionatamente le provocazioni NATO: la conseguente corsa agli armamenti serve a compensare le forti perdite nelle esportazioni in Russia per effetto delle sanzioni ed agisce da catalizzatore per la riconversione industriale tedesca dal settore civile a quello militare: un dettaglio che dovrebbe preoccupare le sinistre, ma sembra passare del tutto inosservato.

  • Alberto scrive:
    5 settembre 2016 10:11

    La cosa che più mi incuriosisce e sgomenta è come abbia fatto una persona intelligente a rimanere così a lungo nel PD.
    Per contro, la cosa che mi rallegra, e non mi meraviglia affatto, è come si possano liberare grandi energie (intellettuali) positive liberandosi dal conformismo piddiota.

    Uno , cento, mille Fassina!

  • Luigi Di Martino scrive:
    9 settembre 2016 19:35

    Ma non capisco questo signore. Mi ricordo bene come difendeva l'euro in un talk-show.

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