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venerdì 19 agosto 2016

GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO: LA POLEMICA TRA COSTANZO PREVE E MORENO PASQUINELLI

[ 19 agosto ]

Quale lettura si doveva dare delle "Primavere arabe" che tra la fine del 2010 e il 2011 scossero il Vicino Oriente e il Nord africa arabo portando alla caduta di diversi regimi o, come in Libia e poi in Siria a sanguinose guerre civili? Si trattava di genuini sommovimenti popolari che quindi meritavano di essere sostenuti oppure di processi reazionari pilotati ab origine dagli Stati Uniti ed i loro alleati occidentali? 
Questo il punto di partenza della polemica tra Moreno Pasquinelli ed il compianto Costanzo Preve, un punto di partenza che tirava in ballo ben altre dimensioni, storiche, politiche e teoriche.



GEOPOLITICA E ANTIMPERIALISMO


di Moreno Pasquinelli
Con buona pace di chi ritiene che le categorie di destra e sinistra siano obsolete o addirittura defunte, esse categorie ci aiutano invece a mettere a fuoco la natura di questa o quella corrente di pensiero. Per dire che la Geopolitica (G maiuscola per segnarne l’aspetto dottrinario, useremo la g minuscola per intendere la geopolitica in senso descrittivo delle relazioni internazionali) nacque a suo tempo, quando quelle categorie obsolete di certo non lo erano, indiscutibilmente a destra, in un ambiente con un pedigree reazionario di prima classe. Ciò non vuol dire che si debba essere a priori contrari a tutte le affermazioni, o analisi o posizionamenti che vengono da destra. Non è, tanto per dire, che siccome fu Mussolini a dire che gli Stati Uniti erano una potenza imperialista e plutocratica, allora, dato che siamo di sinistra, noi dobbiamo affermare il contrario.

Fatta questa premessa resta tuttavia vero che una corrente di pensiero costitutivamente reazionaria —nelle sue diverse varianti vedi pensatori come Karl Haushofer, 
Carl Schmitt e Halford Mackinder, con la sua idea che la storia si spiegherebbe alla luce della battaglia perenne tra potenze talassocratiche e terrestri—, non può diventare, proprio per la sua impronta genetica, di sinistra. Questo o quel seguace possono diventare di sinistra ma, appunto, solo in quanto cambiano paradigma e idea politica. Diciamo questo perché non riteniamo possa esserci una Geopolitica di sinistra, tantomeno marxista. Quello che possiamo avere, al massimo, è che gente di sinistra, o anche marxista, a rafforzamento del proprio ragionamento anticapitalista o antimperialista, usi strumentalmente questa o quella categoria della Geopolitica. Ma con ciò non è che la Geopolitica diventi di sinistra, tantomeno rivoluzionaria. Per farla breve: certo che esiste una geopolitica (g minuscola) delle relazioni internazionali, che esistono forze, spinte e ambizioni geopolitiche che spiegano la politica degli stati, ma la dottrina Geopolitica, che è appunto una visione ideologica e assiologica, è tutta un’altra cosa.

Sette a noi paiono infatti i tratti genetici inconfondibili della dottrina Geopolitica, venendo a mancare i quali essa non sarebbe più tale. 

(1) L’equiparazione meccanicistica dei fenomeni storici a quelli naturali; 
(2) La statolatria, ovvero il mito del ruolo demiurgico dello Stato; 
(3) La negazione che la "società civile", ovvero le classi sociali e la loro lotta, siano il motore principale dell’evoluzione storica; 
(4) Il vero e proprio disprezzo per il popolo e specialmente del proletariato, considerati solo folla da manovrare; 
(5) Idealisticamente viene concesso che i popoli hanno uno Spirito, ma essi non possono saperlo, mentre è dato conoscerlo solo a ristrette minoranze illuminate di sapienti; 
(6) Quindi l’esagerazione del ruolo che può avere la personalità nella storia, ergo il culto, non sono delle élite, ma dei grandi condottieri; 
(7) Di qui il complottismo per cui gli eventi sociali, economici e politici, anche quelli di grande magnitudine, sono sempre in realtà determinati dalle mosse di piccole élite e nel caso entrino in gioco grandi masse, non si tratterebbe che di burattini mossi da questo o quel gruppo di pupari.

Chiunque abbia solo un’infarinatura teoretica capisce che qui siamo agli antipodi, non solo del pensiero di Marx, ma di qualsivoglia variante di materialismo storico. Confidando sul grado medio di intelligenza e cognizione dei nostri lettori, sorvoliamo su questo aspetto. Vorremmo passare all’oggi, per mostrare dove porta la Geopolitica come dottrina. Il caso che scegliamo è fresco fresco, quello delle cosiddette primavere arabe. Anche in questo caso la Geopolitica ha assimilato, non per forza su sponde opposte, gente di destra e di sinistra, imperialisti e certi antimperialisti.

Non appena, dopo Mubarak e Ben Alì, la protesta toccò la Libia e poi la Siria, i geopoliticisti sono usciti dalle catacombe in cui erano momentaneamente confinati arruolandosi lancia in resta tra le file dei gheddafiani e poi del Baath siriano, condannando i rivoltosi libici e siriani come ascari degli USA e della NATO. E’ bastato che a Bengasi i “ratti” rispondessero armi un pugno alla soldataglia inviata in forze dal “regime delle masse” che i geopoliticisti hanno cominciato a gridare al lupo: non c’era alcuna rivolta, fosse pure di islamisti trinariciuti, di babbei democratici, o più semplicemente di gente che si era rotta le palle di quaranta anni di dispotismo del clan Gheddafi. C’era solo un complotto orchestrato nelle capitali occidentali.
Si capisce la sordida soddisfazione di questi geopoliticisti quando, un mese dopo, il 19 marzo, ad esecuzione della risoluzione 1973 dell’ONU, la NATO diede il via alla sua operazione di supporto. Questa era la prova provata, non solo e non tanto dei disegni egemonici del blocco imperialista, ma appunto, della loro propria oracolare previsione per cui la rivolta era sin dall’inizio solo una messa in scena degli occidentali e dei satrapi qatarioti, che quindi era legittimo stroncare sul nascere, come in effetti Tripoli tentò di fare.

Non solo questo. Gli aerei NATO non avevano fatto in tempo a violare lo spazio aereo libico e la città siriana di Daraa di ribellarsi, che i geopoliticisti, in preda alle convulsioni, hanno sbottato, sputando il rospo che fino a quel momento (cioè per due mesi soltanto) avevano tenuto in gola. Tutte le primavere arabe erano finalmente liquidate come una diabolica cospirazione imperialista, per l’esattezza, di un complotto ordito dall’alleanza tra gli imperialisti e i loro “lacchè” musulmani. Punto. Chiuso ogni discorso. Sbarrato ogni accesso all’analisi razionale dei fatti. Rifiuto totale di ogni disponibilità a capire la natura composita delle rivolte popolari, ad afferrare la complessità della situazioni, tantomeno di capire le ragioni degli insorti. Neanche l’ombra di commiserazione umana verso le vittime delle repressioni brutali commesse dal regime siriano, nessun fremito, neanche il più flebile, di solidarietà con cittadini stanchi di essere vessati, anzi, tutti condannati agli inferi come appestati, avallo compiacente alle operazioni per “schiantare i terroristi”.
Potessero tornare indietro (i geopoliticisti non lo dicono ma lo pensano in cuor loro) si sarebbero schierati anche dalla parte di Mubarak, Ben Alì o Saleh, che se avessero resistito e schiacciato le sommosse non avremmo avuto tutto il casino successivo. La madre degli imbecilli, sempre gravida, ne aveva sfornati anche al tempo della Rivoluzione iraniana, per cui c’erano degli idioti con tale odio verso gli oppressi, che sostennero che lo Scià tiranno venne rovesciato dagli americani perché gli dava fastidio. Per la verità qualcuno ha insinuato anche in questa occasione, che sia in Tunisia che in Egitto, i regimi sono caduti non tanto per le sollevazioni popolari, ma anzitutto a causa dei desiderata americani i quali, la pecunia non poteva mancare, hanno foraggiato non solo i blogger ma i leader di Piazza Tahrir, compresi salafiti e femministe.

Dove sta quindi il punto? Sta nel fatto che come tutti i dogmatici, i geopoliticisti, pur di tenere fede ai loro assiomi non solo si privano ogni possibilità di comprendere le complessità dei poliversi sociali (riduzione delle forze sociali a mere maschere) ma, pur di far quadrare i loro conti, truccano le carte. Vale, per i geopoliticisti, solo un canone binario. Assunto come atto di fede l’appoggio incondizionato ai regimi di Gheddafi e di Bashar al-Assad, non solo ad essi venivano rimessi tutti i peccati, non solo venivano abbonate anche le più miserabili nefandezze e idiozie politiche. Le diseguaglianze sociali, i contrasti che ne derivano, se c’erano, sono stati ridotti a meri pretesti, la legittima sete di libertà, a schifezza liberale. Alcuni di loro si sono spinti a dipingere i marcescenti regimi dinastici libici e siriano come fulgidi esempi di sistemi socialisti. Roba che al confronto, i sostenitori del socialismo surreale nord-coreano ci han fatto la figura di persone serie.

Nello specifico, il teorema dei geopoliticisti, sempre stando alla nuova situazione mediorientale, si fonda su tre proposizioni centrali, quella per cui non solo le petro-monarchie del Golfo e la Fratellanza Musulmana ma pure l’islam jihadista, sarebbero delle pedine dell’imperialismo occidentale, delle mere pedine. Il cerchio si chiude. Vero o falso? Falso.

E’ il solito schema elementare: non solo i popoli, ma pure stati e forze politiche quali che siano, non sono che dei fantocci lusitani, in base al principio puerile che i più piccoli non possono che seguire gli ordini dei più grossi. In verità gli sceicchi arabi perseguono un loro disegno, che non combacia affatto con quello anglo-americano, né con quello sionista. La Siria è un esempio lampante di questa asimmetria. I regimi del Golfo premono per un rovesciamento a qualsiasi costo del regime baathista siriano, e per questo hanno comprato Ghalioun e il CNS e foraggiano l’ESL. Sapendo che un intervento USA-NATO è altamente improbabile, premono affinché la Siria sprofondi nella guerra civile. Il tutto nella prospettiva di isolare l’Iran, di isolarlo strategicamente, anche a costo di trascinare loro malgrado i riluttanti Stati Uniti nella mischia. Stati Uniti che, per bocca della Clinton, hanno nuovamente ribadito che di intervenire armi in pugno in Siria non se ne parla nemmeno. Mentre gli sceicchi auspicano una guerra civile e sono disposti a correre i rischi del caso, gli americani e anzitutto gli israeliani, temono l’anarchia militare in Siria, che potrebbe accendere un conflitto di portata mondiale. Eventualità che rifuggono, evidentemente. Almeno per il momento.

Vero è che la Fratellanza Musulmana (ne è una prova l’evoluzione di HAMAS che va recidendo i suoi legami con Teheran), dopo profonde fibrillazioni interne, anzitutto nel suo braccio egiziano più potente, ha visto il sopravvento, con l’appoggio dei sauditi e degli emirati, dell’ala più conservatrice. La saldatura tra la Fratellanza e le petro-monarchie è un fatto. Per questo forse la Fratellanza è passata armi e bagagli con l’imperialismo? Noi diamo un’altra lettura, e il dibattito interno ad HAMAS, per quello che trapela ne è la dimostrazione. La maggioranza di HAMAS ha mollato il regime siriano, del cui sostegno ha goduto, anzitutto perché lo ritengono spacciato, e in secondo luogo perché ritengono che l’appoggio di Teheran sarà rimpiazzato da quello degli sceicchi. Il tutto in un disegno strategico antisionista. E’ sbagliato questo disegno della Fratellanza? Sì per noi è completamente sbagliato, ma da qui a sostenere che oramai HAMAS e tutta la Fratellanza sono passati dal lato opposto della barricata ce ne corre.
La verità è tutta all’opposto di quella dipinta dai paranoici geopoliticisti. La verità è che nel vicino oriente, nell’intricato gioco del vicino oriente, non ci sono pupi e pupari, ma forze e attori ognuno dei quali gioca la sua partita, ha i suoi propri scopi, e questo dentro una fase di passaggio fluida e dall’esito apertissimo e imprevedibile, in un contesto in cui di sicuro ci sono intrighi e complotti, ma la maggior parte dei quali sono destinati a fare fiasco perché la direzione di marcia degli eventi dipende anche dal protagonismo delle masse e dalle dinamiche interne ai movimenti popolari.

Vi è un caso che riteniamo esemplare a corroborare quanto diciamo, e a mettere a nudo tutta la fallacia della geopolitica. La Turchia di Erdogan e dell’AKP. Fino ad un anno fa questo paese e il suo condottiero islamico erano i vessilli dei geopoliticisti, non solo quelli di destra. Erdogan era osannato come un amato stratega che con fare astuto minava i disegni egemonici americani e sionisti. Che clamoroso schiaffo questi geopoliticisti hanno ricevuto! Essi, ora che Erdogan ha sostenuto i rivoltosi libici, ora che appoggia l’ala islamista della sollevazione siriana, ora tacciono. Non l’hanno ancora scritto, ma di sicuro pensano anche in questo caso a qualche complotto satanico ordito da CIA e Mossad. Non gli passa per la testa che Erdogan, invece di seguire i loro schemi astratti, si è reso conto di quanto devastante sia la crisi siriana a causa appunto di una rivolta dalle dimensioni di massa, che il regime siriano è spacciato, che difenderlo sarebbe sposare una causa persa. Che quindi è costretto a riposizionare la Turchia dentro il ginepraio.

Tutto questo non toglie che spesso ci siamo trovati d’accordo coi geopoliticisti, e che ci troveremo ancora d’accordo con loro, su questo o quel luogo della scacchiera mondiale. La spiegazione è semplice essendo loro antiamericani e noi antimperialisti, e dato che gli USA sono il baluardo dell’imperialismo mondiale, si spiega il comune sostegno a questa o quella resistenza. Ma questa coincidenza, appunto, è solo una coincidenza. Non è affatto un giungere alla medesima conclusione, è solo stare momentaneamente dalla medesima parte della barricata, pur avendo diversi principi, e usando diversi angoli visuali.
7 marzo 2012


GEOPOLITICA E ANTI-IMPERIALISMO

Risposta a Moreno Pasquinelli

di Costanzo Preve

1. Ho letto un interessante intervento in rete firmato Moreno Pasquinelli del 7 marzo 2012. Io non vi sono nominato, e quindi la mia non è una risposta personale. E’ un’occasione pubblica per chiarire posizioni, e spero che l’inevitabile personalizzazione non venga enfatizzata e non dia luogo a pettegolezzi.
2. Pasquinelli se la prende con chi nega la vigenza della dicotomia Destra/Sinistra, ma soprattutto con la Geopolitica, vista come componente essenziale della cultura di destra. Con chi esattamente ce l’ha?
A proposito della Geopolitica, nell’accezione di Pasquinelli essa può riguardare il blog di Gianfranco La Grassa, il punto di vista di MARX XXI di Diliberto e Gemma, la rivista Eurasia e “Stato e Potenza”, eccetera. Ma tutto viene messo in un solo amalgama-calderone, secondo lo stile polemico a me ben noto di Pasquinelli. Per quanto riguarda la negazione della vigenza attuale della dicotomia Destra/Sinistra, penso che Pasquinelli ce l’abbia con me (Costanzo Preve). Ha tutto il diritto di farlo, la polemica è sempre legittima. Non ripeto qui per l’ennesima volta l’argomentazione storico-filosofica-sociologica-psicologica, eccetera per cui ne sostengo l’obsolescenza, e di cui il governo Monti è la punta dell’iceberg. In sintesi, sostengo che questa dicotomia abbia caratterizzato una fase dialettica del capitalismo, mentre ci troviamo oggi in una fase speculativa. Chi vuole a poco prezzo impadronirsi di una completa versione previana della questione, può utilmente leggere un libro previano recente (cfr. Diego Fusaro, Minima Mercatalia. Filosofia e Capitalismo, Bompiani, Milano 2012).

3. Se volessi scendere sul terreno gruppuscolare delle polemiche fra allucinati, farei notare il paradosso dell’antimperialista di sinistra Pasquinelli che nel caso della Libia e della Siria appoggia forze dichiaratamente di “destra” (Fratelli Musulmani, salafiti, emiri del Golfo, Qatar, Arabia Saudita, la strega Clinton, l’Europa americanizzata, il sistema di manipolazione mediatico unificato, eccetera). Ma so già la risposta paratrotzkista: costoro strumentalizzano, mentre io appoggio le masse popolari sopra ogni cosa.
Si tratta quindi di una metafisica delle masse. Quale ne è la genesi ideologica?

4. Alla base degli errori di valutazione e di appoggio tattico (errori inevitabili, e chi è senza peccato scagli la prima pietra!) ci sta una matrice teorica strategica. Dietro il picconatore Bertinotti e il suo inspiegabile atteggiamento autolesionistico ci sta il codice Ingrao-Rossanda, che può essere sommariamente riassunto così: il comunismo c’è in tutto il mondo, salvo che nei paesi che si dicono comunisti, in cui è l’unico posto in cui non c’è. Ergo, il comunismo è “indicibile”, soprattutto nei salotti mediatici romani per straccioni arricchiti. Il dramma del cosiddetto partito di Rifondazione è quindi psicoanalitico, non politico. Vendola lo ha risolto riciclando il suo elettorato confusionario in “risorsa narrativa” per il PD.
Quando conobbi Pasquinelli, pensavo che fosse quello che affermava, un antimperialista. Ben presto mi resi conto (o credetti di rendermi conto, mettiamola pure in forma cortese-dubitativa) che si trattava di un clone trotzkista, che ovviamente si percepiva come quartier generale della rivoluzione mondiale, e pertanto prendeva posizione su tutto, ma assolutamente tutto, modo migliore ovviamente per rimanere isolato. Secondo le leggi della probabilità e del gioco dei dadi, a volte ci si azzecca (Jugoslavia 1999, Iraq 2003, Palestina da sempre), e a volte invece no (Libia, Siria). Ma non voglio imbarcarmi in una polemica astiosa. Mi interessa invece concentrarmi su tre punti:
a) Natura storico-strategica complessiva della cosiddetta Primavera Araba.
b) Statuto storico e teorico delle cosiddette “masse” nei processi rivoluzionari.
c) Uso corretto di una disciplina come la geopolitica, che non è né di destra né di sinistra. O magari di destra come genesi storica originaria, ma questo non tocca la sua pertinenza generale.

5. La cosiddetta Primavera Araba è stata l’equivalente dell’Ottantanove, ma non del 1789 della rivoluzione francese o del 1889 della fondazione della Seconda Internazionale, quanto il 1989 di Varsavia, Praga e Berlino Est. Ovviamente mi sono del tutto chiare le differenze, che mi astengo dall’elencare pedantescamente. Il minimo comun denominatore non è il protagonismo delle masse (variamente musulmano-salafite nel mondo arabo, anticomuniste-occidentaliste nel baraccone fallimentare del comunismo storico novecentesco veramente esistito e non onirico di Ingrao-Rossanda-Ferrando), ma è stato la fine di un ciclo storico ben caratterizzato: realsocialista nei Paesi occupati dall’URSS nel 1945, nazionalistico “progressista” nel mondo arabo (nasserismo, Baath, FLN algerino, eccetera). Cartina di tornasole sicura, come lo è la glicemia per il diabete: l’atteggiamento degli USA e della grande stampa occidentale.
Ma, si dirà, ci sono le masse. Si vorrà forse negare il ruolo delle masse in Egitto e in Tunisia? Ma neppure per sogno. Nessuno lo vuole negare, o almeno io non mi sogno di farlo. In Libia e in Siria non ci sono mai state “masse” indistinte in lotta contro un apparato repressivo-dittatoriale, ma ci sono state sanguinose guerre civili locali, che Gheddafi purtroppo ha perso e che speriamo invece Assad non perda, ma riesca a fare un compromesso con i suoi oppositori più patriottici e meno fantocci degli emiri del Golfo.
Nel codice teorico trotzkista, in cui un piccolissimo gruppo dottrinario (e appunto perché dottrinario esposto fisiologicamente a continue scissioni) si autopercepisce con falsa coscienza ideologica necessaria (per usare una categoria marxiana) come il quartier generale in pectore dell’intero processo della rivoluzione mondiale, il “protagonismo delle masse” ha un ruolo essenziale, perché funziona simbolicamente da ruolo compensativo di sostituzione della propria evidente impotenza ultraminoritaria. Ma le vere rivoluzioni (inglese seicentesca, francese, russa, cinese, eccetera) si definiscono non certo per la presenza attiva di masse, ovviamente presupposta, ma per la natura strategica della direzione politica.
Dopo un anno e mezzo di primavera araba sembra di capire che la direzione politico-ideologica sia nelle mani di un Islam politico che non ha nulla a che fare con quel vero e proprio incidente di percorso che è stata Al Qaeda (incidente di percorso generato originariamente dall’intervento USA in Afghanistan al tempo dei russi), ma che è l’espressione di una omologazione economica di nuovi gruppi “borghesi” arabi, non più legati alla mediazione “progressista” dei partiti “socialisti”. Il discorso sarebbe lungo, ma è inutile farlo con un trotzkista, così come è inutile parlare di teologia con un testimone di Geova o di marxismo con un distributore del giornale di “Lotta Comunista”. Esiste una cosa chiamata autoreferenzialità, che rende impossibile il dialogo anche ai meglio disposti.

6. Nello stile polemico di Pasquinelli mi colpisce soprattutto la dismisura verbale. I geopoliticisti “usciti dalle catacombe” si arruolano lancia in resta, e soprattutto, “in preda alle convulsioni”, non hanno nascosto la loro “sordida soddisfazione” quando la NATO cominciò a bombardare la Libia. Ora, io non so che abbia in testa Pasquinelli (probabilmente, solo i suoi fantasmi), ma personalmente provai angoscia e dolore, non certo sordida soddisfazione. E questo lo dice un Pasquinelli con la memoria corta, che scrisse che era impossibile che la NATO portasse i ribelli a Tripoli, e che se lo avesse fatto si sarebbe cosparso il capo di cenere (sic!).
Qui però mi fermo, perché non mi interessa entrare nel mondo paranoico dei reciproci rinfacci. E’ meglio tornare alla discussione sui fondamentali.

7. In una concezione generale della storia, tutte le cosiddette “masse” meritano rispetto, persino quando sgozzano i giacobini come nella Vandea del 1793 o nella Napoli del 1799, oppure quando rovesciano il socialismo reale polacco o la cosiddetta banda dei quattro maoista nel 1976 (e potrei ovviamente moltiplicare gli esempi). Lo vogliamo o no, tutti alla fine finiamo per preferire alcune “masse” ad altre “masse”. Siamo sicuri che Gheddafi non avesse delle masse dietro di lui, e che Assad non le abbia (cristiani, drusi, alawiti, eccetera)? Evidentemente Ben Alì non le aveva più o non le aveva mai avute, e questo vale forse anche per Mubarak. Ma se parliamo di masse senza tenere in conto le direzioni politiche vincenti, processi come il 1917 russo e il 1949 cinese diventano letteralmente incomprensibili. Riempire piazza Tahrir è certamente importante, ma quello che conta alla fine è il tipo di regime sociale che si consoliderà sul medio termine. Il gruppettarismo trotzkista, esplicito (Turigliatto, Ferrando) o implicito (Pasquinelli) non può capirlo, perché ritiene veramente che la rivoluzione comunista antiburocratica delle masse sia all’ordine del giorno.

8. E parliamo ora della buona vecchia geopolitica. Pasquinelli ne da una versione unificata e grottesca, e dichiara “inconfondibili” sette tratti genetici che proclama in modo apodittico. Essi sono talmente “inconfondibili” che personalmente non mi ci riconosco nemmeno in uno. La geopolitica è come un bisturi, può essere usata per sgozzare o per curare, e quindi non può essere un fine in sé, ma uno strumento per facilitare progetti che non sono mai primariamente geopolitici, ma sono politici, sociali e filosofici. Quindi, per evitare che un possibile confronto si trasformi in una rissa fra ubriachi, bisogna prima chiarire di che cosa vogliamo parlare. In questo caso, io non parlo per Eurasia, Gemma-Dilioberto (sostenitori accaniti della dicotomia Destra/Sinistra), o per il blog dell’amico La Grassa (che avversa ciò che io amo sopra ogni altra cosa, e cioè la filosofia, la metafisica, l’idealismo e l’umanesimo). Parlo solo per me stesso.
Citerò una recente e pregnante formula di Alain de Benoist, nella quale mi riconosco nell’essenziale: “Il nemico principale è oggi il capitalismo e la società di mercato sul piano economico, il liberalismo sul piano politico, l’individualismo sul piano filosofico, la borghesia sul piano sociale e gli Stati Uniti sul piano geopolitico”. Come si vede, il piano geopolitico non è tutto, ma è al massimo un quinto del problema complessivo. Ripeto, solo un quinto. Sono solo i Pasquinelli che vogliono inchiodare un quinto alla totalità, proiettando sugli altri le loro monomanie esclusivistiche.
Come ho detto, mi riconosco nell’essenziale nella formulazione di de Benoist, ma se dovessi articolarla cambierei forse qualcosa. I piani economico e politico possono essere distinti solo con una astrazione scolastica, ma di fatto sono ormai una cosa sola. Più che di borghesia, che secondo me ormai non c’è più, a meno che vogliamo ridurla a un insieme catastale di proprietari dei mezzi di produzione, parlerei alla La Grassa di agenti strategici della riproduzione capitalistica (dominanti). Più che di individualismo nel vecchio senso hobbesiano, parlerei di estensione del dominio della lotta fra “io minimi” alla Lasch, eccetera. Ma nell’essenziale ripeto: la geopolitica non è che un quinto del problema, non mi farò inchiodare ad essa dai vari Pasquinelli.

Se si dovesse scrivere oggi un “programma di transizione” alla Trotzky (ma me ne guardo bene!), comincerei con questo. Oggi non sappiamo per ora a cosa dovremmo “transire”, visto che i vecchi modelli sono caduti, tutti i vecchi modelli, da Stalin a Trotzky, da Mao a Bordiga, con tutta la banda Ferrero, Diliberto, Rizzo, Turigliatto, Ferrando, eccetera. Riproporre il “comunismo” politico significa dividere il popolo, per la carica inerziale negativa dovuta a coloro che hanno usato questo nome. Per ora il massimo che si può ottenere è il ripristino della sovranità nazionale, monetaria e militare. Questo è a un tempo sia il programma minimo che il programma massimo. Chi vuole che questo “fronte” venga fatto con “egemonia comunista” illude se stesso e gli altri, e rilanciando la dicotomia Destra/Sinistra è un fattore di confusione e non di chiarezza.

Torino, 16 marzo 2012
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