ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

mercoledì 31 agosto 2016

TERREMOTI E PREVENZIONE: VI PRENDONO PER IL CULO di Piemme

[ 31 agosto ]

L'ennesimo terremoto italiano, che tanti lutti e sofferenze ha causato alle popolazioni colpite, è stato seguito da uno sciame sismico impressionante. No, non ci riferiamo ai sommovimenti, del tutto previsti, del sottosuolo. Parliamo della vera e propria saga di fanfaluche, di vuote promesse e di vere e proprie fregnacce riguardo alla questione più importante: come mettere in sicurezza le vaste aree altamente sismiche del nostro Paese?

Che sia una vera e propria emergenza nazionale è autoevidente, basta guardarsi indietro, alla serie statistica degli eventi catastrofici che hanno maciullato l'Italia, ai loro costi umani, sociali ed economici —tanto per dire: si calcola che siano stati spesi 140 miliardi di euro per riparare i danni degli ultimi terremoti— e quindi alla mappa, precisa quante altre mai, del rischio sismico in Italia (vedi cartina n.1).


Cartina  n.1
Anche questa volta, come dopo ogni cataclisma, siamo stati sommersi, oltre che dai piagnistei, dalla retorica: è stato tutto un vociare invocante la necessità, ovviamente considerata inderogabile di un "piano nazionale di prevenzione". 

E' un fatto indiscutibile che di questo "piano" —che dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni ed ai doveri di governi seri, che cioè abbiano a cuore il destino del Paese e la vita stessa dei cittadini— non c'è traccia. 
Diciamocelo: non ce ne sarà traccia in futuro. La situazione è più grave di quel che si pensi.
Non abbiamo un piano per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici e neppure una classificazione certa della sicurezza anti-sismica delle case private (come denuncia il Consiglio Nazionale Geologi).

Non c'è dubbio che l'Italia abbia le competenze scientifiche, logistiche e tecnologiche per implementare un Piano nazionale di prevenzione anti-sismica. Figuratevi che lo stesso Giappone, paese in cui i terremoti sono ancor più devastanti, ha acquistato materiali antisismici da aziende italiane.

Tre sono le ragioni se questo Piano per mettere in sicurezza mezzo paese non prende forma: (1) la totale insipienza della classe dominante e dei suoi camerieri politici che si succedono al governo, (2) la scarsa rilevanza economica della zona 1 dal punto di vista del grande capitalismo finanziario —Meridione e zone più interne degli Appennini—  e (3) la presunta e ideologica mancanza di "risorse finanziarie".


Cosa abbiano in mente Renzi e Del Rio ce lo dice in anteprima Il Sole 24 ore di ieri: si starebbe pensando ad un "piano casa" da 2 miliardi l'anno per i prossimi venti anni. Fanno 40 miliardi. Una cifra francamente risibile. 

E' da segnalare che secondo una stima degli ingegneri italiani di qualche anno fa servirebbero almeno 90 miliardi per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici, almeno delle zone 1 e 2, ovvero quelle più pericolose. Se poi consideriamo le risorse finanziarie per mettere in sicurezza anche l'edilizia residenziale privata si stima che occorrano la bellezza di 360 miliardi.

Mettetevi l'anima in pace: finché si resta in un ambiente economico e politico neoliberista, tanto più coi dettami e con le regole dell'Unione europea, queste risorse non saranno reperite. Due sono infatti le regole auree che sovraordinano la politica economica euroliberista: (1) lo Stato non deve impicciarsi di fare economia lasciando che il mercato agisca senza briglie, (2) lo Stato non deve spendere più di quanto incassa (visto che le aziende pubbliche sono state pressoché tutte privatizzate la sola fonte di introiti dello Stato sono le tasse).


I discorsi stanno a zero: stanti queste due regole auree, e restando i governi in mano alla setta neoliberista, possiamo scordarci di mettere in sicurezza il Paese. Perché? Perché il "mercato" cioè i capitali privati, per loro stessa natura, investono per profitti a breve e sono quindi del tutto incapaci di mobilitare risorse che danno ricavi eventuali solo sul lungo periodo.

Un Piano nazionale di prevenzione può farlo solo lo Stato. Come insegna la storia, infatti, soltanto lo Stato può mobilitare tali ingenti risorse e programmare investimenti sul lungo periodo.

Senza scomodare la tesi della Modern Money Theory, per cui lo Stato prima spende e poi tassa, quindi che la spesa pubblica in deficit in regime di moneta fiat è sempre virtuosa in quanto genera ricchezza per il settore privato ed i cittadini, la soluzione reperire le risorse necessarie è semplice quanto la scoperta dell'uovo di Colombo.

Il Parlamento, una volta elaborato il Piano nazionale di prevenzione e l'ammontare delle risorse pubbliche da mobilitare (diamo per buona la cifra di 360 miliardi), una volta stabilita la priorità strategica della sua applicazione (è decisivo per l'Italia e gli italiani che le zone appenniniche e del Mezzogiorno non si desertifichino e non si spopolino ulteriormente) stabilirà la durata del piano, il termine entro il quale il Paese dovrà essere messo in sicurezza Diciamo venti anni. Abbiamo che serviranno 18 miliardi l'anno.

E' possibile reperire queste ingenti risorse senza accrescere la pressione fiscale? Sì. 
Il parlamento dovrebbe obbligare la Banca d'Italia di finanziare il Governo emettendo moneta sonante per 17 miliardi di nuove lire ogni anno ad un tasso d'interesse a zero. Il Governo, da parte sua potrebbe emettere dei titoli di debito pubblico garantiti al tasso d'interesse fisso del 2%. Si tratterebbe di un prestito interno con cui lo Stato chiederebbe ai suoi cittadini di finanziare la messa in sicurezza del Paese—titoli che quindi non verranno immessi nei circuiti finanziari internazionali, non verrano gettati in pasto ai pescecani della speculazione. Una misura di questo genere, in un Paese che vede la ricchezza finanziaria privata (conti correnti, depositi ecc) grande quasi tre volte il Pil, è non solo fattibile ma necessaria. Oggi infatti questa ricchezza mobiliare è in realtà immobilizzata, alimenta solo banche e finanza speculativa. Va invece mobilitata perché sia un lievito per sostenere il Piano.


Perché i cittadini dovrebbero accettare di finanziare lo Stato? tanto più che quello italiano ha un alto debito pubblico? Semplice: perché gli converrebbe. Andrà spiegato che uno Stato non può fallire, e non può mai trovarsi nell'insolvenza se ha la sovranità monetaria. Ma questo è un discorso di ultima istanza. In prima istanza i cittadini debbono sapere che un Piano nazionale di prevenzione per mettere in sicurezza il Paese sarebbe un volano di stabile "crescita" economica e di occupazione. E' noto a tutti come l'edilizia sia uno dei settori che muove il Pil in maniera sensibile, trascinando in modo virtuoso molti altri settori. Così, mentre si avvantaggerebbero da questo piano di investimenti pubblici di lungo periodo sia il settore privato produttivo coinvolto nella messa in sicurezza del Paese che quello del risparmio, lo Stato ci guadagnerebbe a sua volta in termini di ritorno fiscale.  

Avrete capito che tutto questo implica la piena sovranità nazionale e monetaria, che il sistema bancario ritorni pubblico, ovvero la facoltà di decidere e difendere la propria politica economica. Che tutto questo implica uno Stato che non solo diventi agente economico di primo piano, ma che, se non vogliamo chiamarla pianificazione, sia in grado di fare programmazione economica e sociale strategica.

E se avete capito questo, avete anche capito che la condizione per salvare mezzo Paese dalla devastazione, occorre fuoriuscire dalla trappola neoliberista e dalla gabbia dell'euro, quindi di governanti che non siano zimbelli della finanza globale e delle oligarchie eurocratiche.








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martedì 30 agosto 2016

CONTRO LA RETORICA COSMOPOLITICA DELLA "CITTADINANZA UNIVERSALE" di Danilo Zolo

[ 30 agosto ]

«La cancellazione della cittadinanza nazionale e dei suoi valori in nome dell'ideale universalistico della cittadinanza universale è una strada che conduce, nonostante le buone intenzioni dei suoi sostenitori, nelle braccia dell'imperialismo statunitense e del suo progetto di egemonia mondiale mascherato sotto le vesti della diffusione planetaria dei valori occidentali».

Danilo Zolo [nella foto ] è uno dei più prestigiosi filosofi del diritto viventi.
Autore di numerosi libri e saggi, molti dei quali tradotti in svariate lingue.
Ci pare molto utile pubblicare alcune parti di un suo libro del 2007: Da cittadini a sudditi. La cittadinanza politica vanificata (Edizioni Punto Rosso).


INTRODUZIONE

Da cittadini a sudditi: è questo il processo di regressione politica oggi in corso nelle 'democrazie del benessere' occidentali. La qualifica di cittadino si oppone a quella di straniero, sempre meno a quella di suddito. La cittadinanza torna ad essere un dato formale, con una connessione sempre più incerta con i diritti dei cittadini, con la loro dignità e autonomia, con il loro sentimento di solidarietà e di appartenenza ad una comunità politica. La cittadinanza tende a divenire una pura ascrizione anagrafica che sopravvive come strumento di discriminazione dei non cittadini. In Europa —in Italia in particolare— ha sinora operato come una clausola che esclude i migranti 'extracomunitari' dalla titolarità o dal godimento dei diritti fondamentali. È una clausola che li riduce, soprattutto se irregolari, ad una condizione di non-persone, che li rifiuta, li respinge o li rinchiude in carcere. Una condizione non razzista della cittadinanza esigerebbe che a tutti gli stranieri che vivono e lavorano in Europa venisse concessa la piena cittadinanza in tempi rapidi e senza condizioni capestro.


È sempre più evanescente la grande, nobile idea, riproposta da Thomas Marshall nella seconda metà del secolo scorso, della cittadinanza come luogo in cui si realizzano le condizioni politiche, economiche e sociali della piena appartenenza di un soggetto ad una comunità organizzata: l'ambito della realizzazione effettiva —non della semplice titolarità giuridica— di aspettative sociali collettivamente riconosciute come legittime, espressione di una solidarietà pubblica fruita e condivisa da tutti i cittadini. E si dissolve a maggior ragione l'idea welfarista del carattere inclusivo ed espansivo dei diritti soggettivi in una traiettoria evolutiva che dovrebbe correggere la deriva discriminatoria dell'economia di mercato, procedendo per tappe successive dai diritti civili a quelli politici e a quelli sociali, verso approdi sempre più egualitari.

Nei paesi occidentali, a partire dalla fine della Guerra fredda, si sono verificate profonde mutazioni del sistema politico ed economico, tali da stravolgere le strutture stesse della cittadinanza. Dalla società dell'industria e del lavoro siamo passati alla società postindustriale dominata dalla rivoluzione tecnologico-informatica e dallo strapotere delle forze economiche che sfruttano le dimensioni globali dei mercati proiettando le disuguaglianze sociali su scala planetaria. Il fallimento del 'socialismo reale' e la spinta della globalizzazione hanno messo in crisi anche le istituzioni del Welfare State e fortemente contratto i diritti sociali, a cominciare dal diritti al lavoro, soprattutto delle nuove generazioni. I processi di globalizzazione economica consentono alle grandi corporations industriali e finanziarie di sottrarsi ai vincoil delle legislazioni nazionali, in particolare all'imposizione fiscale. Nello stesso tempo lo sviluppo tecnologico ha aumentato la produttività delle grandi imprese che tendono a disfarsi della forza-lavoro che non sia altamente specializzata e di questa si servono secondo le modalità del lavoro interinale o a tempo determinato, con la conseguenza di un costante aumento della inoccupazione giovanile e della disoccupazione.

Nel frattempo la democrazia parlamentare ha ceduto il passo alla 'videocrazia' e alla 'sondocrazia': la logica della rappresentanza è surrogata dalla logica della pubblicità commerciale, assunta a modello della propaganda politica. Il codice politico è contaminato dal codice multimediale della spettacolarità e della personalizzazione. Il potere persuasivo dei grandi mezzi di comunicazione di massa ha vanificato anche gli ultimi residui 'partecipativi' e 'rappresentativi' della democrazia pluralista à la Schumpeter. I partiti di massa sono scoparsi. Le direzioni centrali dei partiti non ricorrono più alla mediazione comunicativa delle strutture di base e del proselitismo degli iscritti e dei militanti. Non ne hanno più alcun bisogno perché ci sono strumenti molto più efficaci ed economici per farlo: i canali delle televisioni pubbliche e private. In questo senso i nuovi soggetti politici non sono più, propriamente, dei 'partiti': sono delle ristrettissime élites di imprenditori elettorali che, in concorrenza pubblicitaria fra di loro, si rivolgono direttamente alle masse dei cittadini-consumatori offrendo, attraverso lo strumento televisivo e secondo precise strategie di marketing, i propri prodotti simbolici. Usando altre tecniche di marketing —in particolare il sondaggio di opinione— gli imprenditori elettorali analizzano la situazione del mercato politico, registrano le reazioni del pubblico alle proprie campagne pubblicitarie e influenzano circolarmente queste reazioni attraverso la pubblicazione selettiva, spesso manipolata, dei risultati dei sondaggi. E mentre l'astensionismo politico tende ad aumentare in tutto il mondo occidentale, a cominciare dagli Stati Uniti, le forze politiche sono sempre più impegnate nelle sofisticate alchimie di riforme elettorali che fanno della volontà del 'popolo sovrano' l'oggetto passivo e inconsapevole dei calcoli di breve periodo della classe politica.

Norberto Bobbio e Danilo Zolo

Come Norberto Bobbio ha osservato, si è verificata un inversione del rapporto fra controllori e controllati: i soggetti politici che detengono il potere di comunicare attraverso i mezzi di comunicazione di massa —pubblici e soprattutto privati— si muovono in uno spazio che è al di fuori e al di sopra della cittadinanza. Non sono soltanto sottratti ad un controllo democratico ma sono in grado di esercitare un'influenza insinuante sui modelli di consumo e sulle propensioni politiche dei cittadini riducendoli così a nuovi sudditi, a servi inconsapevoli di una tirannia subliminale, obbedienti a un regime di potere in larga parte occulto. L'eccessiva pressione simbolica cui sono sottoposti impedisce ai destinatari della comunicazione multimediale di selezionare razionalmente i contenuti. Per nessuno, neppure per lo specialista più esperto, è agevole controllare i significati e l'attendibilità dei messaggi che riceve, né stabilire una relazione interattiva con la fonte emittente. E ciò vale in particolare per la comunicazione pubblicitaria, che è la più impegnata nell'escogitare moduli comunicativi sofisticati, psicologicamente complessi e seduttivi. 
Non sono le grandi ideologie che in questo modo si affermano. Si afferma il loro surrogato impolitico: l'abulia operativa, la docilità sociale, la passività consumistica, la venerazione del potere e della ricchezza altrui, la dipendenza cognitiva e immaginativa, la disposizione a credere. In questo senso la grande emittente televisiva, pubblica e privata, è il nucleo centrale del 'potere invisibile', è l'epicentro di quegli arcana imperii —le trame eversive, le organizzazioni criminali, le manovre finanziarie segrete, la corruzione, gli interessi privati che si annodano nelle pieghe del formalismo legislativo— che Bobbio riteneva assolutamente incompatibili con i valori di una cittadinanza democratica. La mancata demolizione delle strutture del potere invisibile era per Bobbio la più grave delle "promesse non mantenute" della democrazia liberale. 

Sul piano internazionale si affievolisce il potere di gran parte degli Stati nazionali e si scompongono gli equilibri geopolitici e geoeconomici che si erano stabilizzati nel secondo dopoguerra. E si profila una "costituzione imperiale" del mondo: gerarchica, violenta, eversiva dell'ordinamento giuridico internazionale. Una inarrestabile deriva concentra il potere internazionale —anzitutto quello militare— nelle mani di un ristretto direttorio di grandi potenze sotto la guida della massima potenza nucleare del pianeta, gli Stati Uniti d'America. Anche sotto questo profilo l'ideale della cittadinanza —strettamente legato alla forma politica dello Stato sovrano— sembra esposto a sollecitazioni distruttive. Nel contesto neo-imperiale la violazione dei diritti fondamentali delle persone è un fenomeno di imponenti proporzioni. Se si deve prestare fede ai documenti delle Nazioni Unite e ai rapporti di organizzazioni non governative com Amnesty International e Human Rights Watch, milioni di persone oggi sono vittime, in tutti i continenti, di gravi violazioni dei loro diritti fondamentali. L'ampiezza del fenomeno è la conseguenza non solo del carattere dispotico di molti regimi statali, ma anche di decisioni arbitrarie di soggetti internazionali dotati di grande potere politico, economico e militare: un potere che i processi di globalizzazione hanno reso soverchiante e incontrollabile e contro il quale la sola replica in atto è oggi la violenza del global terrorism, tanto sanguinaria quanto impotente. Sotto accusa sono le guerre di aggressione delle potenze occidentali, la pena di morte, la tortura, i maltrattamenti carcerari —si pensi a Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram— il genocidio, la povertà, le epidemie, il debito estero che dissangua i paesi più poveri, la devastazione dell'ambiente, lo sfruttamento neoschiavistico dei minori e delle donne, l'oppressione razzista di popoli emarginati: dai palestinesi ai curdi, ai tibetani, ai rom, agli indoamericani, agli aborigeni africani, australiani e neozelandesi.

Di fronte a questo panorama c'è chi non abbandona un atteggiamento ottimistico. 
Antonio Negri, ad esempio, ha sostenuto che la crisi delle cittadinanze nazionali, l'erosione della sovranità degli Stati e l'affermarsi di un ordine imperiale del mondo è foriero anche di sviluppi positivi, nel senso che prelude all'affermarsi di una cittadinanza cosmopolitica, di un "universalismo delle 'moltitudini' capaci di insediarsi entro le strutture di potere dell'impero globale", occupandole senza distruggerle. 
Altri autori hanno sostenuto che la cittadinanza nazionale è una istituzione che deve essere cancellata e che la sua crisi merita di essere guardata con favore e assecondata. Lungi dall'essere un fattore di inclusione e di eguaglianza, la cittadinanza è un privilegio di status, è l'ultimo relitto premoderno delle diseguaglianze personali in contrasto con l'universalità dei diritti fondamentali. Non ci sarà pace e giustizia nel mondo, né rispetto dei diritti soggettivi, si sostiene, finché non saranno abbattute le frontiere degli Stati dietro le quali si annida il particolarismo delle cittadinanze nazionali. Solo una cittadinanza universale e un ordinamento giuridico globale sono finalità coerenti per chi abbia a cuore la tutela e la promozione dei diritti fondamentali delle persone e non dei soli cittadini.

Queste tesi —tipiche di quelli che Hedley Bull ha ironicamente chiamato Western globalists— sono ispirate da presupposti filosofici che rinviano o all'universalismo umanitario del comunismo utopistico o alla tradizione del moralismo kantiano che ha trovato autorevoli epigoni in autori come Hans Kelsen, Jürgen Habermas, John Rawls, Ultich Beck

Si tratta di filosofie globaliste che sembrano ignorare che la dottrina dei diritti dell'uomo, l'esperienza dello Stato di diritto e del costituzionalismo, le istituzioni liberal-democratiche si sono affermate nel contesto delle cittadinanze nazionali sviluppatesi, dopo il superamento dell'universalismo politico e giuridico del medioevo, entro i confini degli Stati nazionali europei. 
La proiezione universalistica di queste esperienze, al di là della sua vistosa assenza di realismo politico, dà per scontata la natura universale dei valori (europei ed occidentali) ai quali esse si sono ispirate, a cominciare dai diritti dell'uomo e dalle istituzioni democratiche. Ma si tratta di un'assunzione tanto rischiosa quanto controversa, poiché l'universalismo etico e giuridico dei Western globalists ha dato ampia prova di essere paradossalmente in sintonia con l'universalismo neocoloniale delle potenze occidentali. 

Nell'ultimo decennio del secolo scorso autori globalisti e cosmopoliti come Habermas, Rawls, Beck e, almeno in parte, lo stesso Bobbio, hanno approvato come giuste perché "umanitarie" le guerre di aggressione scatenate dall'Occidente contro Stati sovrani non in grado di difendersi: si pensi alla guerra per il Kosovo e alle aggressioni contro l'Afghanistan e l'Iraq. La cancellazione della cittadinanza nazionale e dei suoi valori in nome dell'ideale universalistico della cittadinanza universale è una strada che conduce, nonostante le buone intenzioni dei suoi sostenitori, nelle braccia dell'imperialismo statunitense e del suo progetto di egemonia mondiale mascherato sotto le vesti della diffusione planetaria dei valori occidentali. E finisce così per giustificare la strage di decine di migliaia di civili innocenti e la devastazione dei diritti più elementari. 

Che cosa è possibile fare? Quali strategie, in particolare la sinistra europea, può adottare sul terreno della difesa delle conquiste fondamentali della cittadinanza democratica?
Soltanto una piena consapevolezza dei valori e, nello stesso tempo, dei limiti e delle tensioni della cittadinanza e, in essa, della Stato di diritto, può consentire una elaborazione teorica e un impegno politico adeguato, nel quadro di una più generale ricostruzione delle istituzioni democratiche. Sul terreno propriamente politico una coerente teoria della cittadinanza dovrebbe proporre una 'lotta per i diritti' che non si risolva in parole d'ordine generiche e moralistiche. In alternativa alla retorica secolare del bene comune e dei doveri dei cittadini occorrerebbe mettere a punto una tavola di rivendicazioni normative rivolte contro i rischi crescenti di discriminazione chi vanno incontro i cittadini —per non parlare degli stranieri— non affiliati alle grandi corporazioni economiche, finanziarie, multimediali, professionali e religiose.

Mentre la tutela dei diritti civili —liberty and property— appartiene, per così dire, alla normalità fisiologica della cittadinanza e dello Stato di diritto, solo una pressione conflittuale può ottenere che questo livello minimo venga superato: solo il conflitto sociale è in grado di restituire effettività all'esercizio dei diritti politici, riscattandoli dalla loro condizione di puro cerimoniale elettorale, e di garantire l'adempimento effettivo delle aspettative che stanno dietro ai cosiddetti 'diritti sociali'. Si tratta di interessi e di aspettative che lo Stato di diritto come tale non è incline a riconoscere stabilmente, se non in termini assistenziali e comunque largamente ineffettivi.


Infine, andrebbe tematizzata l'esigenza di garantire non soltanto le libertà politiche e il diritto all'informazione dei cittadini, ma anche la loro 'autonomia cognitiva'. Il problema richiederebbe una lunga elaborazione. Ma si può comunque sostenere che i temi della 'nuova censura' e del 'diritto di replica' a difesa della autonomia cognitiva dei cittadini contro i monopoli della comunicazione elettronica, dovrebbero essere posti all'ordine del giorno di una battaglia per l''aggiornamento della democrazia', per usare l'espressione di Jacques Derrida. Senza una lotta contro la concentrazione e l'accumulazione comunicativa, oggi favorite dai processi di globalizzazione informatica, la democrazia è destinata a divenire una finzione procedurale, una ingannevole parodia multimediale.

Sul piano internazionale, fuori dall'ambigua retorica cosmopolitica della 'cittadinanza universale' e del 'governo mondiale', occorrerebbe porre in primo piano il tema dei "regimi internazionali" in quanto forme di cooperazione fra gli Stati che operano senza fare ricorso agli strumenti coercitivi di giurisdizioni penali e di polizie soprannazionali. L'assenza di una autorità globale favorisce lo sviluppo di un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di negoziazione multilaterale fra gli Stati e di aggregazione autoregolativa (governance). E' una forma di 'anarchia cooperativa' che seppure per ora limitata ad aree specifiche —la ricerca spaziale, la meteorologia, la disciplina delle attività umane dell'Antartico, la pesca oceanica, fra le molte altre— contraddice clamorosamente la logica della giurisdizione penale centralizzata, vincolante e universale, sostenuta dai giuristi che si ispirano al cosmopolitismo kantiano e kelseniano.

Per contenere ed equilibrare lo strapotere della potenza imperiale degli Stati Uniti, occorrerebbe puntare su un macro-regionalismo multipolare che dia affatto per scontato il superamento degli Stati nazionali e dei valori della cittadinanza. E non sottovaluti la forza coesiva delle radici etniche e culturali dei gruppi sociali, ma tenti pazientemente di intrecciare la tutela dei diritti fondamentali con i particolarismi dell'appartenenza e delle identità collettive, soprattutto se sostenute da tradizioni millenarie. Di grande rilievo in questo quadro strategico potrebbe essere il contributo di un'Europa unita che non si limitasse a svolgere il suo ruolo di potenza economica e finanziaria, ma riuscisse a ritrovare le sue radici identitarie nell'intreccio delle culture mediorientali e mediterranee, incluse quelle arabo-islamiche. Ricostruire la sua identità 'non occidentale' consentirebbe all'Europa di recuperare quella dignità e autorità di soggetto politico internazionale che è andata smarrendo via via che gli Stati Unti sono emersi come il 'vero Occidente': potente, dinamico, espansivo, secondo la logica imperiale della dottrina Monroe e dell'universalismo wilsoniano. Un' Europa autonoma affrancata dalla subordinazione al Washington consensus, potrebbe nn solo svolgere un ruolo di equilibrio fra le grandi potenze e operare per la pace, ma anche liberare i cittadini europei —in modo tutto particolare i cittadini italiani dalla loro condizione di sudditi dell'impero atlantico.

(...) 

Cittadinanza diritti cosmopolitici
Si profila una terza, crescente incompatibilità: è quella fra i diritti di cittadinanza e i cosiddetti 'diritti cosmopolitici'. Si tratta di una antinomia che riguarda la tensione fra il particolarismo delle cittadinanze nazionali e l'universalismo dei processi di globalizzazione. Secondo numerosi autori —David Held, Richard Falk e Antonio Cassese, ad esempio— questa tensione potrebbe rivelarsi 'espansiva' e 'inclusiva', nel senso che l'interferenza delle normative internazionali con gli ordinamenti giuridici degli Stati potrebbe dilatare e rendere più concreta la capacità dei cittadini di ottenere il rispetto dei propri diritti attraverso il ricorso ad autorità giudiziarie sovranazionali.
Secondo questi autori, all'interno dell'ordinamento giuridico internazionale convivono due diversi modelli normativi: il 'modello di Vestfalia' e il 'modello della Carta delle Nazioni Unite'. Per 'modello di Vestfalia' si intende l'assetto originario del diritto internazionale moderno, per il quale soggetti di diritto sono esclusivamente gli Stati, non esiste alcun 'legislatore internazionale' e l'ordinamento giuridico è costituito quasi esclusivamente da norme primarie, mentre mancano le norme di organizzazione E gli strumenti di applicazione coattiva del diritto.

Invece, secondo il modello che è venuto profilandosi sulla base del disegno normativo della Carta delle Nazioni Unite, un ruolo, sia pure per ora limitato, è concesso anche agli individui, ai gruppi sociali, alle organizzazione non governative e ai popoli dotati di un'organizzazione rappresentativa. E sono in vigore norme internazionali che obbligano gli Stati a rispettare la dignità e i diritti fondamentali degli individui: si è verificata, insomma, una parziale erosion of the domestic jurisdiction. Si sarebbero inoltre affermati dei veri e propri 'principi generali' e non solo sono ritenuti vincolanti dagli Stati, ma prevalgono come jus cogens inderogabile sui trattati e norme consuetidinarie.
Il vecchio modello, si riconosce, prevale ancora nettamente dal punto di vista dell'effettività, mentre la logica 'comunitaria' e 'globalistica' che caratterizza il profilo normativo delle Nazioni Unite non è riuscita ad affermarsi che in misura molto limitata. Ma il progresso dell'ordinamento giuridico internazionale, si sostiene, non può che andare nel senso di un totale superamento del 'vecchio modello' di Vestfalia. Quest'ultimo riflette le caratteristiche 'primitive e individualistiche' delle relazioni tra gli Stati nell'Europa del Seicento e del Settecento, mentre è soltanto con la Carta delle Nazioni Unite che è stato fondato un moderno assetto giuridico internazionale.
In questa prospettiva, che potremmo chiamare 'cosmopolitismo' o 'globalismo giuridico', si congiungono tre aspettative normative: quella del centralismo giurisdizionale, quella del pacifismo giuridico e quella del global costitutionalism, che collegandosi strettamente alla teoria dei diritti dell'uomo punta sulla capacità di un governo mondiale di tutelare internazionalmente quelle libertà fondamentali degli individui che gli Stati non sono in grado di assicurare.

Ciò che tuttavia si potrebbe opporre all'ottimismo cosmopolitico espresso da questi autori —ottimismo circa la realizzabilità di uno 'Stato di diritto' planetario e di una 'cittadinanza cosmopolitica'— è la sempre più netta divisione del mondo in un ristretto numero di paesi ricchi e potenti e in un gran numero di paesi poveri e deboli. In questa situazione non sembra possibile dar vita a un ordinamento giuridico internazionale che non sia rigidamente gerarchico e che non neghi il principio stesso della eguaglianza formale dei soggetti di diritto, come fa la Carta delle Nazioni Unite quando istituisce la figura dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e attribuisce loro un diritto di veto. 
In secondo luogo, non sembra possibile attribuire carattere obbligatorio ad una giurisdizione incaricata di interpretare e applicare il diritto internazionale senza affidarne l'esecuzione coattiva alla forza militare delle grandi potenze, sottraendole quindi, di fatto o di diritto, alla competenza di tale giurisdizione. Infine, appare poco ragionevole affidare la tutela internazionale dei diritti soggettivi a strutture di potere autoritarie e non rappresentative come sono oggi le istituzioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite.

Ma c'è un secondo antagonismo fra cittadinanza e 'diritti cosmopolitici', probabilmente ancora più drammatico e carico di futuro, che viene espresso dalla lotta per l'acquisto delle cittadinanze 'pregiate' dell'Occidente da parte di grandi masse di soggetti appartenenti ad aree continentali senza sviluppo e con un elevato tasso demografico. Questa lotta assume la forma della migrazione di massa di soggetti economicamente e politicamente molto deboli —soggetti senza cittadinanza e senza diritti— ma che esercitano, grazie alla loro infiltrazione capillare negli interstizi delle cittadinanze occidentali, una irresistibile pressione per l'eguaglianza. La replica da parte delle cittadinanze minacciate da questa pressione 'cosmopolitica' —in termini sia di rigetto o di espulsione violenta degli immigrati, sia di negazione pratica della loro qualità di soggetti civili— sta scrivendo e sembra destinata a scrivere nei prossimi decenni le pagine più luttuose della storia civile politica dei paesi occidentali. 

È la stessa nozione marshalliana di cittadinanza che viene sfidata dalla richiesta di un numero crescente di soggetti non appartenenti alle maggioranze autoctone occidentali di diventare cittadini pleno jure dei paesi dove vivono e lavorano. Si tratta di una sfida molto rischiosa perché la stessa dialettica di 'cittadino' e 'straniero' viene alterata dalla pressione di fenomeni migratori difficilmente controllabili. Ed è una sfida dirompente perché tende a far esplodere sia gli elementi della costruzione 'prepolitica' della cittadinanza, sia i processi sociologici di formazione delle identità collettive, sia infine le stesse strutture dello Stato di diritto. A queste strutture viene rivolta la pressante richiesta di riconoscimento multietnico non solo dei diritti individuali dei cittadini immigrati, ma delle stesse identità etniche di minoranze caratterizzate da una notevole distanza culturale rispetto alle cittadinanze ospitanti.

(...)

Conclusione
La consapevolezza che la storia futura dell'Occidente del mondo può ancora riservarci inedite manifestazioni di irrazionalità collettiva dovrebbe indurci un atteggiamento di grande realismo. La situazione del pianeta è più che mai allarmante: si pensi a fenomeni come la normalizzazione della guerra, la diffusione delle armi di distruzione di massa, incluse le armi nucleari, il terrorismo globale, lo andate migratorie, l'esplosione dei particolarismi etnici, gli squilibri ecologici, l'asimmetria crescente nella distribuzione internazionale del potere e della ricchezza, la stessa crisi dell'istituzioni liberal-democratiche occidentali. 
L'intero pianeta rischia di divenire, come ha scritto Serge Latouche, un "pianeta dei naufraghi". E nel naufragio rischiano di affondare, dopo la grandiosa utopia novecentesca dell'emancipazione socialista e comunista, anche le illusioni del progetto illuministico della 'modernità', a cominciare dai valori e dai diritti della cittadinanza. Non dovremmo comunque dimenticare che i diritti, tutte le specie di diritti e non solo i diritti di cittadinanza, sono in sostanza delle semplici "opportunità condizionali" —per usare l'espressione di Barbalet— o, se si preferisce il lessico di Arnold Gehlen, delle Entlastungen, delle protesi sociali che consentono ai cittadini di rafforzare le loro aspettative sociali e di lottare con qualche maggiore possibilità di successo per l'affermazione di valori individuali e collettivi. E sono protesi probabilmente necessarie, ma certo non sufficienti per l'affermazione dell'ampia serie di valori che oggi, entro una grande varietà di ambiti funzionali, sono in tensione con le logiche tecnologico-informatiche ormai operanti a livello globale. In breve, i diritti soggettivi non sono che l'altra faccia del conflitto in una società sempre più complessa: vivono e muoiono con esso.

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III. FORUM: LA DELEGAZIONE FRANCESE

[ 30 agosto ]


Mancano 16 giorni giorni all'inizio del III. Forum internazionale no euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre.

Tutti i protagonisti ospiti hanno confermato la loro partecipazione, tra questi i francesi. 


Avevamo già segnalato: 
i relatori della 
Conferenza di apertura del Forum
- I protagonisti italiani.
- I protagonisti tedeschi.
- I protagonisti spagnoli.

Prossimamente le schede sulla nutrita delegazione greca, su quella slovena e ucraina.







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UN DOCUMENTO SEGRETO DI SOROS...di Javier Couso Permuy

[ 30 agosto ]
Conoscemmo Javier Couso, eurpoparlamentare di Izquierda Unida spagnola, al I Forum internazionale No Euro che si svolse ad Assisi nell'agosto 2014. Noto per il suo impegno contro la NATO. Javier denuncia che la setta di Soros ha stilato una lista di "nemici della democrazia e a agenti della Russia" in cui egli stesso è citato come tra i più pericolosi...


Recenti fughe di notizie ci mostrano i meccanismi occulti del potere reale, quelli che rimangono nascosti alla cittadinanza ma che determinano le azioni che conducono a non pochi cambiamenti nella vita dei paesi. Abbiamo saputo di corruzione, di evasione fiscale, di esecuzioni extragiudiziali, di crimini di guerra e perfino di torture “democratiche” nell’Iraq “liberato”. Tuttavia le ultime rivelazioni sullaFondazione Soros hanno un certo numero di peculiarità su cui è opportuno soffermarsi.

Forse la prima cosa da dire è che non sorprende solo il silenzio dell’immensa maggioranza dei grandi media, ma anche quello di alcuni mezzi di informazione piccoli che si presentano come indipendenti, ma che sono risultati implicati in questi documenti.

Ci troviamo di fronte a rivelazioni che dovrebbero produrre un autentico terremoto, in quanto riguardano direttamente il nostro paese e comportano la prova evidente dell’ingerenza di un’organizzazione che non è sottoposta ad alcun controllo, che non è stata eletta da nessuno e che risponde fedelmente ai piani di un multimilionario speculatore che crede di avere un ruolo, diremmo quasi religioso, per modellare la realtà europea secondo i suoi interessi ideologici e finanziari… cose che d’altra parte sono intimamente legate.

Il signor Soros è un uomo molto ricco che si occupa di finanza che ha ottenuto la sua fortuna realizzando speculazioni sul mercato globale, senza riguardo per paesi e popolazioni, senza perdere un secondo a considerare le conseguenze delle sue azioni su questa società civile aperta che dice di perseguire.

Per un magnate di questa fatta l’eufemismo “società civile” significa una societàtelediretta dalle sue posizioni in un mondo nel quale gli stati nazione siano dominati dalle logiche del capitalismo globale, il quale è disturbato sia dalle leggi emanate dalla volontà popolare che dalla sovranità nel decidere sulle questioni interne.Tutto nella logica per la quale l’unica società possibile è quella che segue gli standard della democrazia statunitense e tutti i paesi occidentali debbono piegarsi alla guida globale esercitata dalla superpotenza; e nel quadro della ridefinizione di quello spazio post-sovietico europeo che ricerca il contenimento della Russia e il suo allontanamento dall’Europa la quale, dai rapporti di buon vicinato, ne guadagnerebbe in indipendenza rispetto al progetto di una UE irrilevante in politica estera o militare per la sua sottomissione alle prerogative della strategia statunitense.

Le idee promosse generosamente da Soros non sono nuove. Da tanto ci risuonano nella voce di altri attori, dal governo mondiale di alcuni dei più importanti banchieri fino quello che si presenta come umanitarismo cosmopolita. Tutti cercano di rompere la sovranità nazionale come diritto espresso in tutta chiarezza nella Carta della Nazioni Unite. Nel loro obbiettivo, un mondo in cui la sovranità sia condizionale e venga superata da un nuovo quadro di relazioni internazionali in cui primeggino gli interessi di una minoranza coincidente con un potere finanziario a guida angloamericana.

I documenti di cui abbiamo avuto notizia rivestono una pericolosità evidente. In essi si parla con chiarezza della finalità di manipolare l’opinione pubblica europea per accompagnare lo spostamento di potere illegale, il golpe morbido, che si è verificato in Ucraina in quello che è stato chiamato Euromaidan. Dopo questa sovversione nella quale sono stati impiegati come ariete elementi paramilitari neonazisti e cecchini, si affacciano le figure che hanno promosso e finanziato la destabilizzazione di questo perno strategico che assicura la separazione dal vicino russo.


Sono gli stessi nomi che si nascondono dietro le cosiddette “rivoluzioni colorate” che hanno definito una frontiera in espansione, che cercano di ottenere il contenimento sopra indicato e che non rispettano gli accordi verbali presi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica usando l’espansione della NATO e quella di una Unione Europea orientata verso una visione atlantica di taglio neoliberale. Quello di Soros è uno tra questi nomi eminenti che non nasconde il proprio coinvolgimento e che si gloria delle proprie attività di intromissione facendosi scudo di un alibi cosmopolita e liberatore amplificato dalle grandi multinazionali dell’informazione.

La cosa grave emersa da queste notizie è la costatazione dell’esistenza di un ingranaggio che funziona alla maniera di un quartier generale, disegnando piani strategici implementati da una specie di servizio di intelligence perfettamente oliato grazie ai milioni di dollari forniti dall’impero Soros. Confesso che aver letto il mio nome nelle sue liste non mi fa ridere affatto, in una mi segnalano come creatore di un movimento di opinione “filorussa” e in altre come elemento da approcciare in quanto probabilmente affidabile, per quella che sembra essere una manovra per confondere o creare torbidità. Le linee del mio operato al Parlamento Europeo, sia nella Commissione Affari Esteri che nella Sottocommissione per la Sicurezza e la Difesa, sono state chiare e coerenti con la Carta delle Nazioni Unite, con la difesa del buon vicinato e con l’impegno per un mondo multipolare retto dal Diritto Internazionale.

La mia opposizione, conseguente ai programmi di Izquierda Unida, all’espansione della NATO e alla rimilitarizzazione dell’Europa, il mio impegno per politiche di pace contro la distruzione degli stati secolari del Medio Oriente, e la fede nella sovranità dei popoli di fronte ai mercati, avranno chiarito ai dipendenti di Soros che noi deputati e deputate di IU sosteniamo il contrario dell’azione destabilizzante del loro padrone. C’è di più: siamo stati tra i pochi gruppi a mantenere la nostra opposizione al colpo di stato perpetrato in Ucraina che ha condotto a una nuova guerra in Europa e a terremoti che ci portano a una rinnovata tensione bellica con il nostro vicinato a Est, cui si unisce il disastro introdotto dagli stessi attori nel bacino del Mediterraneo.

Essere incluso in una lista nera ideologica elaborata da due impiegati del magnate mi preoccupa e mi indigna. Preoccupazione per essere segnalato da un potente speculatore con velleità di governante globale non eletto, e indignazione per vedere che vengono indicate voci critiche che, nell’uso della loro legittima libertà di espressione, prendono posizione rispetto a problemi che ci riguardano tutti. Vedere che vengono controllati personaggi pubblici eletti con mandato democratico per interferire nella loro attività di rappresentanti della cittadinanza, o che si propone di influenzare il lavoro giornalistico secondo interessi altrui, ci deve mettere in guardia circa il pericolo rappresentato da queste opache fondazioni che dovrebbero essere oggetto di azioni contundenti di denuncia e indagine.

Mi domando se nell’ordinamento giuridico spagnolo e/o nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea siano permesse le liste ideologiche o le indagini su deputati eletti allo scopo di influire nel loro lavoro e, se è così, mi domando cosa dovremmo fare per evitarlo, per avere notizia di ciò ed agire di conseguenza, con tutta la forza della legge. La libertà di opinione e l’indipendenza dei rappresentanti pubblici è la base fondamentale per lo sviluppo della normalità democratica, evidentemente minacciata dall’esercizio di azioni oscure, e sinceramente spero illegali, della Fondazione Soros.

Si dovrebbero esplorare gli aspetti legali e istituzionali che permettano di esigere le necessarie spiegazioni per questo intollerabile esercizio di minaccia alla libertà di espressione e all’azione politica democratica. A noi compete difendere i nostri valori fondamentali contro la perversa intenzione di multimilionari che credono che il denaro dia loro il diritto di manipolare e condizionare le opinioni pubbliche in base ai loro interessi politici che, alla fine, sono gli stessi interessi di una élite globale che si colloca ed agisce al di sopra del potere politico, finora impunemente.


* Fonte: Rifondazione Comunista
articolo originale: Lista Soros: la élite financiera en el tablero europeo
traduzione di Barbara Fiorellino

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lunedì 29 agosto 2016

Se anche Brzezinski ammette il declino dell’Impero Americano di Mike Whitney

[  29 agosto ]


Counterpunch commenta un recente articolo di Zbigniew Brzezinski [nella foto], noto politologo e geostratega americano, consigliere sotto diverse amministrazioni, famoso per aver teorizzato nel 1997 la strategia (successivamente adottata) per consolidare la supremazia “imperiale” degli USA nella prima metà del XXI secolo – strategia di cui la Clinton è una delle principali promotrici. In questo articolo, Brzezinski fa un’inversione a U: gli USA non sono più una superpotenza, sostiene, si sta formando una vasta coalizione anti-americana e perseguire il progetto originale nelle mutate condizioni potrebbe portare caos e guerra in tutto il globo. Meglio collaborare con Russia e Cina e cercare di preservare la leadership americana. Una svolta letteralmente storica nell’indirizzo geostrategico di una parte dell’establishment americano, che prospetticamente lascia Hillary Clinton sola ad inseguire un progetto imperiale sconfessato dal suo stesso ideatore

L’architetto principale del piano di Washington per governare il mondo ha abbandonato il progetto e ha richiesto la creazione di legami con la Russia e la Cina. Anche se l’articolo di Zbigniew Brzezinski su The American Interest dal titolo “Towards a Global Realignment” [“Verso un riallineamento globale”, ndT] è stato ampiamente ignorato dai media, esso dimostra che membri potenti dell’establishment decisionale non credono più che Washington prevarrà nel suo tentativo di estendere l’egemonia degli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente e in Asia. Brzezinski, che è stato il principale fautore di questa idea e che ha redatto il progetto per l’espansione imperiale nel suo libro del 1997 “La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici“, ha fatto dietro-front e ha richiesto una incredibile revisione strategica. Ecco un estratto dal l’articolo del AI:
“Mentre finisce la loro epoca di dominio globale, gli Stati Uniti devono prendere l’iniziativa per riallineare l’architettura del potere globale.
Cinque verità fondamentali per quanto riguarda l’emergente ridistribuzione del potere globale e il violento risveglio politico in Medio Oriente stanno segnalando l’arrivo di un nuovo riallineamento globale.
La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale.” (Towards a Global Realignment, Zbigniew Brzezinski, The American Interest)
Ripetete: gli Stati Uniti “non sono più la potenza imperiale globale”. Confrontate questo giudizio con quello che Brzezinski ha dato anni prima, ne La Grande Scacchiera, quando affermava che gli Stati Uniti erano “il massimo potere a livello mondiale.”
“… L’ultimo decennio del ventesimo secolo è stato testimone di uno spostamento tettonico nelle relazioni internazionali. Per la prima volta in assoluto, una potenza non eurasiatica è emersa non solo come giudice chiave delle relazioni di potere eurasiatiche, ma anche come il massimo potere a livello mondiale. La sconfitta e il crollo dell’Unione Sovietica sono state il passo finale nella rapida ascesa di una potenza dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti, come l’unica e, in effetti, la prima potenza veramente globale” (“La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici”, Zbigniew Brzezinski, Il Saggiatore, 1997, p. xiii)
Qui altro ancora dall’articolo del AI:
“Il fatto è che non c’è mai stata una vera e propria potenza “dominante” globale fino alla comparsa dell’America sulla scena mondiale… La nuova, determinante realtà globale è stata la comparsa sulla scena mondiale dell’America come giocatore allo stesso tempo più ricco e militarmente più potente. Durante l’ultima parte del 20° secolo nessuna altra potenza gli si è nemmeno avvicinata. Quell’epoca sta ormai per finire.” (AI)
Ma perché “quell’epoca sta ormai per finire”? Che cosa è cambiato dal 1997, quando Brzezinski si riferiva agli Stati Uniti come il “massimo potere a livello mondiale”?
Brzezinski indica l’ascesa della Russia e della Cina, la debolezza dell’Europa e il “violento risveglio politico tra i musulmani post-coloniali”, come le cause approssimative di questa improvvisa inversione. I suoi commenti sull’Islam sono particolarmente istruttivi in quanto egli fornisce una spiegazione razionale per il terrorismo, invece dell’aria fritta governativa sull'”odiare le nostre libertà”. A suo merito, Brzezinski vede lo scoppio del terrore come lo “sgorgare di lamentele storiche” (da un “senso di ingiustizia profondamente sentito”), non come la violenza cieca di psicopatici fanatici.
Naturalmente, in un breve articolo di 1.500 parole, Brzezniski non può coprire tutte le sfide (o minacce) che gli Stati Uniti potrebbero affrontare in futuro. Ma è chiaro che quello che più lo preoccupa è il rafforzamento dei legami economici, politici e militari tra la Russia, la Cina, l’Iran, la Turchia e gli altri Stati dell’Asia centrale. Questa è la sua principale area di preoccupazione; infatti, ha anche anticipato questo problema nel 1997, quando scrisse La Grande Scacchiera. Ecco cosa disse:
“D’ora in poi, gli Stati Uniti potrebbero dover stabilire come far fronte a coalizioni regionali che cercano di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status degli Stati Uniti come potenza mondiale” (P.55)
“… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono di prevenire la collusione e mantenere la dipendenza sulla difesa tra i vassalli, tenere i tributari docili e protetti, e impedire che i barbari si uniscano”(p.40)
“… prevenire la collusione… tra i vassalli”. Questo dice tutto, non è vero?
La politica estera sconsiderata dell’amministrazione Obama, in particolare il rovesciamento dei governi in Libia e in Ucraina, ha notevolmente accelerato la velocità con cui si sono formate queste coalizioni anti-americane. In altre parole, i nemici di Washington sono apparsi in risposta al comportamento di Washington. Obama può biasimare solo se stesso.
Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha risposto alla crescente minaccia di instabilità regionale e al posizionamento delle forze NATO ai confini della Russia, rafforzando le alleanze con i paesi perimetrali della Russia e in tutto il Medio Oriente. Allo stesso tempo, Putin e i suoi colleghi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno istituito un sistema bancario alternativo (BRICS Bank e AIIB) che finirà per sfidare il sistema dominato dal dollaro, che è la fonte del potere globale degli Stati Uniti. È per questo che Brzezinski ha fatto una rapida svolta a U e ha abbandonato il piano egemonico degli Stati Uniti; è perché egli è preoccupato per i pericoli di un sistema non basato sul dollaro che sta nascendo tra i paesi emergenti e i non allineati, che dovrebbe sostituire l’oligopolio della Banca Centrale occidentale. Se ciò accadrà, allora gli Stati Uniti perderanno la loro morsa sull’economia globale e il sistema di estorsione nel quale biglietti verdi buoni per incartare il pesce vengono scambiati per beni e servizi di valore sarà giunto al termine.
Purtroppo, è improbabile che l’approccio più cauto di Brzezinski sarà seguito dal candidato presidenziale favorito Hillary Clinton, che è una convinta sostenitrice dell’espansione imperiale attraverso la forza delle armi. E’ stata la Clinton che per prima ha introdotto la parola “pivot” [perno, ndT] nel lessico strategico in un discorso che ha tenuto nel 2010 dal titolo “America’s Pacific Century” [Il secolo pacifico dell’America, ndT]. Ecco un estratto dal discorso che è apparso sulla rivista Foreign Policy:
“Mentre la guerra in Iraq si esaurisce e l’America comincia a ritirare le sue forze dall’Afghanistan, gli Stati Uniti si trovano ad un punto di svolta. Negli ultimi 10 anni, abbiamo stanziato risorse immense in questi due teatri. Nei prossimi 10 anni, dobbiamo essere intelligenti e sistematici su dove investiremo tempo ed energia, in modo da metterci nella posizione migliore per sostenere la nostra leadership, garantire i nostri interessi, e far avanzare i nostri valori. Uno dei compiti più importanti della politica americana nel prossimo decennio sarà quello di tenere al sicuro gli investimenti – diplomatici, economici, strategici, e di altro tipo – sostanzialmente aumentati nella regione Asia-Pacifico …
Sfruttare la crescita e il dinamismo dell’Asia è centrale per gli interessi economici e strategici americani ed è una delle principali priorità per il presidente Obama. L’apertura dei mercati in Asia fornisce agli Stati Uniti opportunità senza precedenti per gli investimenti, il commercio, e l’accesso alla tecnologia d’avanguardia… le aziende americane (devono) sfruttare la vasta e crescente base di consumatori dell’Asia…
La regione genera già oltre la metà della produzione mondiale e quasi la metà del commercio mondiale. Mentre ci sforziamo di soddisfare l’obiettivo del presidente Obama di raddoppiare le esportazioni entro il 2015, siamo alla ricerca di opportunità per fare ancora più affari in Asia … e delle nostre opportunità di investimento nei dinamici mercati dell’Asia. ”
(“America’s Pacific Century”, il segretario di Stato Hillary Clinton, Foreign Policy Magazine, 2011)
Confrontate il discorso della Clinton coi commenti fatti da Brzezinski ne “La Grande Scacchiera” 14 anni prima:
“Per l’America, il premio geopolitico principale è l’Eurasia … (p.30) … l’Eurasia è il più grande continente del globo ed è l’asse geopolitico. Una potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. … Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive nell’Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo sta lì, sia nelle sue imprese che sotto il suolo. L’Eurasia conta per il 60 per cento del PIL mondiale e circa tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. (p.31)
Gli obiettivi strategici sono identici, l’unica differenza è che Brzezinski ha fatto una correzione di rotta sulla base di circostanze mutevoli e della crescente resistenza al bullismo, al dominio e alle sanzioni statunitensi. Non abbiamo ancora raggiunto il punto di svolta per il primato degli Stati Uniti, ma quel giorno si sta avvicinando velocemente e Brzezinski lo sa.
Al contrario, la Clinton è ancora completamente impegnata ad ampliare l’egemonia degli Stati Uniti in tutta l’Asia. Non capisce i rischi che ciò comporta per il paese o per il mondo. E’ intenzionata a continuare con gli interventi fino a quando il titano combattente Stati Uniti si immobilizzerà di colpo, cosa che, a giudicare dalla sua retorica iperbolica, accadrà probabilmente dopo un po’ di tempo durante il suo primo mandato.
Brzezinski presenta un piano razionale ma opportunista per fare marcia indietro, ridurre al minimo i conflitti futuri, evitare una conflagrazione nucleare e mantenere l’ordine globale (cioè il “sistema del dollaro”). Ma la sanguinaria Hillary seguirà il suo consiglio?
Nemmeno per sogno.

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sabato 27 agosto 2016

LA CAMPANA TEDESCA SUONA A MORTO di Leonardo Mazzei

I cinque membri del "Consiglio degli esperti economici della Germania". Da sinistra:
Peter Bofinger, Lars Feld, Isabel Schnabel, Christoph Schmidt e Volker Wieland.
[ 28 agosto]

I consiglieri economici della Merkel, cosiddetti "i Cinque saggi", capeggiati da Lars Feld [nella foto accanto],  se ne sono usciti con una proposta sulla ristrutturazione del debito pubblico italiano che ricalca il meccanismo del bail-in bancario. Ai piani alti del Palazzo tedesco, dando per scontato che il Fiscal compact non funzione si pensa oramai al dopo Eu e al dopo euro. La strategia è semplice: "si salvi chi può". Un messaggio anche per Draghi e la Bce:  "quando la finiamo con il Quantitative easing?".

Ai tedeschi piace l'euro, almeno fino a quando continuerà a dargli i ben noti vantaggi che sappiamo. Ancor di più, ai tedeschi piacciono gli euri. Quelli che gelosamente custodiscono nelle loro casseforti, e che non intendono proprio scucire. Neppure se ciò dovesse servire a salvare l'euro, inteso questa volta come moneta unica dei 19 paesi dell'eurozona.

Ho l'impressione che vista da Berlino questa contraddizione tra euro ed euri cominci ad esser cosa seria assai. L'ultima notizia che ci giunge da quelle parti ce ne dà una conferma piuttosto lampante. Come riferisce Federico Fubini sul Corsera, il Consiglio tedesco degli esperti economici ha già in canna un colpo assai pesante per affondare le economie del Sud Europa, quella italiana in primo luogo.

Attenzione, perché il suddetto "Consiglio" non è un Think tank come tanti. No, questo organismo è composto da cinque economisti nominati direttamente dal governo di Berlino. I cinque non sono lì solo per "pensare", ma soprattutto per proporre. E le loro proposte dettano spesso le linee guida dell'azione di Schauble e Merkel.

In ogni caso l'ultima propostina è stata varata, ed ha un titolo abbastanza ghiotto: «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani». Ora, tra i nostri lettori nessuno sarà così ingenuo da pensare che questi rispettabili signori si occupino del debito di casa loro. In tutta evidenza la proposta ha per oggetto i debiti degli altri paesi dell'eurozona, quelli della sponda sud in maniera specifica. D'altronde in Europa c'è chi, come il governo italiano, deve chiedere il permesso anche per andare in bagno a casa propria, e chi può invece decidere sul destino di interi popoli riunendosi comodamente tra vecchi amici a Berlino. Il documento reca in calce la firma di Lars Feld, un tipo di cui ci siamo già occupati qui.

La proposta è molto semplice: abbiamo messo in campo il bail in bancario? Bene, adesso è il momento di passare al bail in sui titoli di Stato. Tutti sanno ormai che il bail in bancario prevede che uno Stato possa salvare una banca solo dopo che a tale salvataggio abbiano partecipato gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti sopra i centomila euro. Tralasciando qui per brevità i dettagli tecnici, l'importante è capire il principio ispiratore, quello secondo cui i creditori debbono pagare la loro parte per risanare una banca. Un principio in apparenza accettabile, se non fosse che tra i cosiddetti "investitori" vi sono spesso risparmiatori sostanzialmente ignari del meccanismo infernale in cui hanno collocato i loro averi. E se non fosse che grazie a tale meccanismo si tende a mandare in rovina il sistema bancario di alcuni paesi, anche per poterci poi mettere le mani sopra con qualche spicciolo.

Lo stesso giochino Lars Feld e soci lo vogliono ripetere con i debiti pubblici. In questo caso è in ballo il ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism), il cosiddetto "fondo salvataggi europeo". In questo fondo i tedeschi hanno ovviamente la quota principale, e l'obiettivo della loro iniziativa è proprio quello di evitare ogni forma —fosse pure la più modesta— di condivisione del debito. La proposta dei Cinque è infatti netta: prima dell'intervento dell'Esm, gli Stati debbono ristrutturare il debito, sospendendo come prima misura i rimborsi dei titoli di Stato quando un governo dovesse chiedere aiuto al fondo europeo.

Ora, che prima o poi si renda necessaria una ristrutturazione del debito in paesi come l'Italia è cosa fin troppo ovvia. Ma che le regole di questo intervento vengano decise a Berlino sembrerebbe davvero troppo. Eppure la pretesa è proprio questa. 

Quali sarebbero le conseguenze per l'Italia, ma non solo, se la Germania (come di solito avviene) riuscisse anche in questo caso ad imporsi? La risposta è assai semplice. Così come il bail in bancario ha finito per mettere in ginocchio un sistema già in forte difficoltà per il lascito di 8 anni di crisi economica, l'eventuale bail in dei titoli di Stato avrebbe come primo effetto l'aumento dei tassi di interesse e dunque del costo del debito. In altre parole tornerebbe d'attualità il signor spread, tanto più che —molti se lo dimenticano ma la scadenza è ormai prossima— il quantitative easing della Bce dovrebbe terminare (o comunque rallentare) nel marzo del prossimo anno. Come noto, l'aumento dello spread non è solo uno svantaggio per paesi come l'Italia, ma è pure un vantaggio diretto per quelli come la Germania, che oltre a godere di tassi negativi sui titoli del proprio debito  ci guadagnano pure in competitività. Capite quanto sono disinteressati i Cinque? E quanto è solidale l'Europa?

«Voi italiani dovrete colpire i risparmi privati. E forse vi servirà un salvataggio Ue», affermava Lars Feld, braccio destro di W. Schauble in un'intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre del 2015.
Qui accanto Il Sole 24 Ore del giorno grida allo scandalo


Se le ragioni tedesche sono tanto chiare quanto bieche, bisogna però chiedersi qual è lo scenario che fa da sfondo alle proposte dei consiglieri della Merkel. E qui la campana suona a morto, quantomeno per il fiscal compact. Mettendo il lutto, Fubini non può fare a meno di riconoscerlo. «La Germania» —ci informa— «semplicemente sta smettendo di credere al patto di stabilità ed ai suoi bizantini rituali». E ancora: «Lo scetticismo verso l'architettura del fiscal compact europeo è talmente profondo che poco sotto il testo di Feld e colleghi propone di non tenere conto del fatto che un Paese sia già soggetto - o no - a una procedura di Bruxelles sui suoi conti. La valutazione del fondo salvataggi sulla sostenibilità del debito di un governo - si legge - dev'essere "indipendente"». Insomma, a Berlino non si fidano troppo neppure della solitamente fida Commissione UE.

Dopo aver messo in luce i sicuri rischi di destabilizzazione economica della normativa proposta, uno sconsolato Fubini così conclude: «Ma l'obiettivo del documento di oggi non è stabilizzare l'area euro: è ridurre al minimo i fondi che la Germania rischia di dover trasferire per salvare altri Paesi in futuro». Di chi si stia parlando lo esplicita graziosamente il dott. Feld: «Grandi economie avanzate come l'Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso».

La campana tedesca suona dunque a morto per l'economia italiana? Certamente sì, ma suona a morto anche per il fiscal compact, e dunque necessariamente anche per l'euro. Del fiscal compact abbiamo sempre evidenziato la sua insostenibilità - ed i fatti ci hanno dato ragione, come il patetico mendicare decimali di Renzi dimostra piuttosto bene. Ma abbiamo anche sempre detto un'altra cosa: che, per quanto folle, quel meccanismo era necessario per l'oligarchia eurista per tentare di salvare la moneta unica. Senza condivisone del debito, solo una sua forzosa convergenza (a questo doveva servire il fiscal compact) avrebbe potuto quantomeno allungare i tempi dell'agonia dell'euro.

Adesso il massimo pensatoio in terra di Germania prende atto dell'irrealizzabilità di quel disegno. Quando ne prenderanno atto i "pensatori" di casa nostra non sappiamo. Quel che sappiamo è che l'ora della verità si avvicina. E che le oligarchie europee non molleranno la presa sui popoli solo perché dovranno prima o poi mollare la loro moneta. 

A dispetto del totale fallimento del progetto monetario, per non parlare di quello politico che faceva da sfondo, quando il momento decisivo giungerà il loro piano sarà quello di mantenere in piedi, magari rafforzandola, la gabbia di regole che hanno costruito per assicurarsi il dominio su una società frantumata e impoverita, non solo materialmente, dalla spietata applicazione dei loro dogmi neoliberisti.

Dobbiamo impedirglielo. Ma per farlo occorre una risposta ed una forza politica. Il tempo stringe e conosciamo le difficoltà. Alternative però non ce ne sono.

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