PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

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1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

domenica 8 maggio 2016

AUSTRIA: LA VALANGA REAZIONARIA E LE SUE CAUSE di Wilhelm Langthaler*

[ 8 maggio ]

Elezioni presidenziali: lavoratori di destra contro borghesia di sinistra?

Sulla perdita di consenso del regime neoliberale

Il primo turno delle elezioni presidenziali è stato, nelle dimensioni in cui è avvenuto, uno shock inaspettato per la Grande Coalizione di governo composta da socialdemocratici (SPÖ, Partito Socialdemocratico d’Austria) e democristiani (ÖVP, Partito Popolare Austriaco). A questa formula, che dalla seconda metà degli anni Ottanta rappresenta la forma organizzativa politica del neoliberismo, le masse popolari stanno sempre più voltando le spalle. Il punto di rottura si sta avvicinando. Tuttavia, l’opposizione dal basso contro il regime liberale si articola nella sua maggioranza come un rifiuto cultural-sciovinista della migrazione islamica ed è guidato dalle forze storiche di destra.

Nuova ascesa del FPÖ (Partito della Libertà Austriaco)
Protesta socio-culturale dal basso

Il travolgente successo del candidato del FPÖ Hofer è innanzitutto espressione della protesta delle classi subalterne. 
Volendo dar credito alle analisi dei flussi elettorali, hanno votato blu [N.d.T: blu è il colore del FPÖ] due terzi dei lavoratori salariati. Lo schema era già noto nelle precedenti elezioni: nelle città più grandi e in quelle tradizionalmente industriali, il segmento inferiore della tradizionale base elettorale del Partito Socialdemocratico è passata al FPÖ. Con la formula della Grande coalizione il partito Socialdemocratico si è legato organicamente al partito del grande capitale, l’ÖVP, sostituendolo addirittura nella guida politico-culturale del blocco neo-liberale. 
Espressione parlamentare di questo amalgama è l’esplicita esclusione del FPÖ da ogni forma di partecipazione al governo. Tuttavia, soltanto lasciando aperta la porta per una sua possibile partecipazione al governo sarebbe forse stato possibile, se il Partito Socialdemocratico l’avesse voluto, una mitigazione del programma neoliberale. Almeno ciò è quanto si sarebbe aspettata la base elettorale delle classi subalterne del FPÖ. Non è un caso che le forze ultra-liberali definiscano il FPÖ come un partito di sinistra in termini di politiche socio-economiche.

Nel corso delle ultime elezioni, il FPÖ non soltanto si è espresso contro il TIPP (posizione con la quale stanno flirtando diversi partiti, considerando il grande sentimento di rifiuto presente nel popolo) ma è stato l’unico partito a criticare l’Unione Europea.

Il nemico numero uno: l'Islam
Il candidato del FPÖ Norbert Hofer


Anche se il FPÖ è l’unico partito a mettere in discussione le istituzioni neoliberali sovranazionali, bisogna sempre tenere in mente che ciò è inestricabilmente legato al rifiuto dell’immigrazione in generale e in particolare nell’identificazione della migrazione islamica come nemico interno. Mentre è ovvio che la migrazione ha un impatto socioeconomico, in quanto esercita una ulteriore pressione al ribasso dei salari nei segmenti più bassi della classe dei lavoratori specialmente in tempi di austerità, di disoccupazione generalizzata e di depressione salariale, il FPÖ ne scarica la colpa direttamente sui migranti ignorando il contesto sistemico.

In tal senso esso conduce una vera e propria campagna cultural-sciovinista contro l’islam e una presunta islamizzazione del paese, contribuendo a creare una nuova narrativa su una presunta identità europea ebreo-cristiana.

Tale campagna si accompagna ad una svolta pro-sionista avviata già alcuni anni orsono che ha visto rimpiazzare il nemico ebreo col nemico musulmano. Pur provenendo esso stesso dall’antisemitismo storico, il partito si è unito alle campagne contro l’antisionismo di sinistra, etichettando la critica allo stato di Israele come antisemita, allo stesso modo in cui lo fa il mainstream liberale.

L’allentamento del controllo delle frontiere dell’Unione Europea da parte di Berlino nell’estate 2015, con la successiva ondata di rifugiati, ha aiutato in modo determinante la crescita del FPÖ che può anche vantarsi del successo di una graduale restaurazione delle restrizioni d’accesso.

Composizione di classe trasversale
Il FPÖ non ha guadagnato consensi solo nelle roccaforti operaie, ma anche nella periferia suburbana tra la classe media. Esso stesso nato dal nazionalismo germanico/tedesco della classe media, ne sta ora nuovamente raccogliendo le correnti cultural-scioviniste, modernizzandone il razzismo biologico e rendendolo più digeribile ad un più ampio strato di popolazione. In questo ambito manca tuttavia, come anche in Germania con l’AfD (Alternative für Deutschland) e Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes - “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dei Paesi Occidentali), l’elemento sociale, mentre prevale quello reazionario economico liberale.

In alcune regioni l’influsso del 
FPÖ raggiunge addirittura il blocco dominante. Tra questi spicca il caso particolare della Carinzia dove non si è mai imposta un’egemonia cristiana-sociale e la decisa ascesa di un FPÖ con connotazioni nazional-germaniche in senso anti-sloveno si è fin dall’inizio nutrita dei voti degli elettori provenienti dal SPÖ. E ancora il Burgenland socialdemocratico dove il SPÖ ha formato un’alleanza di governo con il FPÖ per proteggere le frontiere contro il flusso dei rifugiati. L’alleanza più importante è tuttavia quella tra l’ÖVP e il FPÖ nel cuore industriale dell’Alta Austria (Oberösterreich) dove i blu sono stati integrati senza alcuna rottura sistemica come partner minoritario, come già era accaduto alcuni decenni prima al livello federale con Jörg Haider, nel blocco dominante.

Ci sono quindi alcune rotture storiche ma anche molti casi di continuità: il FPÖ ha iniziato raccogliendo i frantumi nazisti, per poi passare all’amministrazione del nazionalismo germanico in dissoluzione fino a fornire la maggioranza parlamentare per la riforma sociale di Kreisky nei primi anni ‘70. Con il prevalere delle tendenze neoliberali durante gli anni ‘80, il partito, sotto la guida del neoeletto segretario Jörg Haider, fece una svolta plebea. Haider sostituì il nazionalismo germanico con un più popolare patriottismo austriaco e iniziò a rivolgersi alle classi operaie e subalterne, mitigando il liberalismo economico. L’attuale segretario Strache sta portando avanti con successo questo corso. E non si tratta soltanto di una maschera come crede molta sinistra.


Allo stesso tempo ciò non significa che il partito sia pronto per una rottura con le classi dominanti. La retorica contro l’Unione Europea si limita a allusioni, stereotipi e invettive. Il partito non si è mai espresso apertamente per una fuoriuscita dall’UE.

Il partito ha due anime e Haider riuscì a capire in modo virtuoso come accontentare entrambe. Strache può continuare il gioco, fintanto che tale coesistenza non sarà messa alla prova dei fatti. Basti ricordare come la partecipazione del FPÖ di Haider al governo ultraliberale guidato dall’ÖVP portò l’elettorato plebeo a voltargli le spalle. All’ultimo momento Haider riconobbe il pericolo e cercò di cambiare corso, causando la rottura con l’ala più borghese del partito (BZÖ, Alleanza per il Futuro dell’Austria). Tuttavia, l’impatto di una nuova partecipazione governativa dipende dal contesto sociale generale, la profondità della crisi sociale e dal possibile collasso dell’Euro.

La denuncia da parte della sinistra del FPÖ come radicale avanguardia neoliberale non è plausibile e conduce alla giustificazione del centro liberale che appare in questo modo come male minore non soltanto in termini politico-culturali ma anche socio-economici. Dall’altro canto occorre anche tener presente che l’elettorato operaio del FPÖ non è molto radicale e che i legami storici con l’élite sono ancora intatti e probabilmente prevarranno. In ogni caso, una possibile adozione del FPÖ da parte delle oligarchie non avverrà in modo così indolore come lo fu con Haider.



La fine della Grande Coalizione si avvicina
I recenti risultati elettorali mostrano chiaramente che: il regime dell’ultimo quarto di secolo si sta avvicinando alla fine. È vero che il ruolo costituzionale puramente rappresentativo del presidente dona alle elezioni un carattere di protesta simile a quello delle elezioni per il parlamento Europeo, e tuttavia la tendenza è chiara e alla fine la Grande Coalizione perderà la maggioranza rendendo la partecipazione al governo del FPÖ indispensabile. All’interno del SPÖ le voci che chiedono la fine dell’esclusione del FPÖ si stanno facendo più forti. 

Due varianti sono possibili:

Formazione di un governo con i democristiani: la coalizione sarebbe in questo caso a guida FPÖ, ma a dare il passo sarebbe l’ÖVP con la sua oligarchia capitalista. Il rischio per il FPÖ è di perdere nuovamente e rapidamente il suo credito presso le classi popolari creando un nuovo vuoto politico.

La variante più favorevole per il FPÖ sarebbe pertanto un’alleanza con i socialdemocratici anche eventualmente come partner minoritario. Si tratterebbe di un vero esperimento con un esito difficile da prevedere specialmente se ciò dovesse coincidere con il collasso dell’Euro.

Anche uno scenario alla spagnola sarebbe possibile, con un governo instabile: una costellazione da decenni sconosciuta in Austria.

L’Antiberlusconismo della sinistra

La sinistra storica, che a differenza di altri paesi europei è sempre rimasta nell’orbita della socialdemocrazia, continua a sostsnere il centro (neo)liberale. Per questa sinistra il FPÖ rappresenta il male assoluto che bisogna evitare ad ogni costo. E il prezzo è l’abbraccio rosso-verde del neoliberalismo e dell’Unione Europea. La cultura di sinistra è stata capovolta. Tipici elementi ideologici quali l’internazionalismo sono stati cooptati nel programma dell’élite. Non si vuole vedere che l’abito cultural-sciovinista delle proteste è anche dovuto al fatto che la Sinistra, dal canto suo, abbellisce giustificandolo il programma delle classi dominanti di governo.



In queste elezioni presidenziali quasi l’intera sinistra chiama al voto per il verde liberale di sinistra Van der Bellen. Si rimproverano a Hofer tendenze autoritarie (il giornale “Die Zeit” si chiede in modo suggestivo se non si tratterebbe di un nuovo Hindenburg), mentre si trascura il fatto che Van der Bellen abbia dichiarato che non accetterebbe un governo di cui faccia parte il FPÖ. Si tratta di una minaccia presidenzialista della pratica costituzionale, fortemente parlamentaristica, della seconda repubblica molto più concreta rispetto alle vaghe dichiarazioni senza reale sostanza di Hofer. Spiegando la sua posizione Van der Bellen afferma che un governo con il FPÖ potrebbe non rispettare le istituzioni europee, mentre in realtà si è visto che sono proprio queste istituzioni sovranazionali non elette ad abrogare decisioni nazionali prese dai governi eletti.

Vuoto a sinistra

La partecipazione di fatto della sinistra al dominante blocco neoliberale lascia la protesta delle classi subalterne interamente alla leadership delle forze di destra. Non esiste, a parte l’eccezione locale del Partito Comunista di Stiria, una forza indipendente di sinistra che perlomeno provi a farsi portavoce delle classi subalterne. Il quadro si presenta ancora più drammatico se si considerano le posizioni rispetto alle istituzioni europee. A sinistra troviamo solo il Comitato euroexit, con i suoi membri, che osa definire chiaramente il regime eurista e l’Unione Europea come strumenti organici delle élites neoliberali e che conseguentemente fa appello al loro superamento. Attualmente non esistono voci critiche né nella sinistra istituzionale, né tra gli intellettuali o gli artisti, né tantomeno negli apparati delle Università, dei mezzi di comunicazione o dei sindacati. Per questo motivo la destra può guadagnare punti anche con posizioni molto vaghe e ambigue.

Tutto ciò è anche più paradossale in quanto i sondaggi europei mostrano che l’Austria appare in modo continuo e consistente tra i paesi dove lo scetticismo nei confronti del TTIP, delle operazioni di salvataggio dell’Euro e dell’Unione Europea in generale è molto sviluppato e che già lo era quando ancora i paesi del Sud Europa erano ammaliati dall’europeismo.

Come si può quindi spiegare l’abbraccio del centro liberale e della sua Unione Europea da parte della "società civile"? (La nozione di società civile è utilizzata in questo contesto nel
senso originale inteso da Gramsci, come apparato di mediazione indiretto del dominio borghese). In merito si possono individuare sia ragioni socio-economiche che politico-culturali.

L’industria austriaca, in quanto appendice della macchina d’esportazione tedesca, può essere senza alcun dubbio annoverata tra i vincenti dell’Euroregime e della globalizzazione in generale. La crisi è stata pertanto sentita meno che nei paesi della periferia dell’Euro. A differenza della Germania, l’attacco allo stato sociale e ai segmenti più bassi dei salari è stato più moderato. In particolare, la precarizzazione della società civile, l’apparato ideologico del regime, sono ben lontani dal raggiungere le dimensioni assunte nei paesi del Sud Europa. Gli intellettuali hanno ancora qualcosa da perdere.

Non meno importante è la paura irrazionale nei confronti del tradizionale nazionalismo di destra filo-tedesco che viene interpretato fuori dal suo contesto storico.

La sinistra non fu capace di sconfiggere il Nazional Socialismo con le proprie forze ma rimase ausiliaria all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti. Con la scomparsa della Guerra Fredda la socialdemocrazia ha addomesticato l’antifascismo di sinistra elevandolo ad una sorta di ideologia di stato. La debole sinistra indipendente è stata assorbita dal SPÖ o marginalizzata. La sua insignificanza, i suoi dubbi e il suo conseguente pessimismo in combinazione con la persistente speranza della classe media che il sistema postbellico sia eterno hanno portato a considerare l’Unione Europea come garante di civilizzazione e ad accettarne le regole di dominio come il male minore.

Programma popolare sociale e democratico di rottura
Le linee sulle quali un’alternativa politica di sinistra può essere costruita sono chiare: la fine della degradazione sociale delle classi popolari e la riconquista della democrazia può essere raggiunta solo preparando la rottura con l’oligarchia neoliberale e le sue istituzioni sovra e internazionali, prime fra tutte l’Unione Europea. La riappropriazione della sovranità nazionale deve essere concepita come riconquista di sovranità popolare contro la crescente dittatura dell’élite capitalista, un processo attraverso il quale l’apparato produttivo è posto al servizio della maggioranza.

Ciò non ha niente a che vedere con un presunto etno-nazionalismo. Al contrario: è dietro la globalizzazione che si nascondono gli interessi delle oligarchie nazionali dominanti. Lo dimostrano gli Stati Uniti ma anche l’Unione Europea e la sua risposta alla crisi dell’Euro dettata dalla classe dominante tedesca. L’internazionalismo delle élite richiede giustamente l’autodifesa nazionale. Tale autodifesa può assumere un carattere democratico o reazionario.

La storia dello Stato Austriaco e la sua neutralità iscritta nella Costituzione sono emerse nella difesa contro e nella sfida all’imperialismo tedesco. Esse offrono un punto di riferimento sia nazionale sia internazionale. Interno, in quanto rappresentano il concetto di integrazione di una nazione costituita su criteri politico-culturali e non etnico-nazionali, a dispetto della lingua comune con il più potente vicino. Benché una nazione sovrana debba controllare i flussi dei fattori produttivi (forza lavoro, merce e capitali), tale concezione offre anche la possibilità di affrontare democraticamente l’arrivo di identità differenti e di combattere l’islamofobia. Per quanto riguarda la politica estera, la neutralità può essere interpretata nel senso di un globale riequilibrio sociale, per la pace e l’antimperialismo.


Wilhelm Langthaler, tra i fondatori e portavoce internazionale del Campo Antimperialista. Autore di numerosi saggi. Oggi fa parte della coalizione Euroexit.
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3 commenti:

  • Anonimo scrive:
    9 maggio 2016 07:59

    Parte 1

    Come sempre l'intellettuale di sinistra si esibisce nella raffinatissima analisi ma non coglie il punto essenziale.
    Langthaler dice che la sinistra deve avere come programma la fine della degradazione delle classi popolari preparando la rottura con l'oligarchia neoliberale che dovrà essere messa in atto in primo luogo rigettandone le istituzioni transnazionali, quindi tornando alla sovranità "popolare" (non capisco bene cosa intenda con "popolare", forse voleva dire statuale o nazionale. Fatto sta che se vai contro le istituzioni transanzionali devi necessariamente tornare alla sovranità territoriale).

    Il poblema che Langthaler proprio non vede però è che non si tratta di capire solamente cosa vorremmo o dovremmo fare ma piuttosto come suscitare consenso e voglia di partecipare nel popolo (quanto meno voglia di andare alle urne...). Questo tipo di argomenti, e lo premette lo stesso articolista, funzionano solo a destra. Non solo perché la sinistra (quella vera) - in grave e colpevole ritardo - non è ancora unanimemente d'accordo sul superamento del suo antico internazionalismo ma soprattutto perché ci rifiutiamo categoricamente di comprendere COSA REALMENTE SIGNIFICHI QUESTO RITORNO ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE (o popolare o territoriale).
    Non è un problema da analizzare solo in termini economicistici e la prova di questo la fornisce lo stesso Langthaler quando afferma che in Austria la crisi ha fatto molto meno danni che nei paesi del Sud Europa. Eppure è proprio in Austria che il consenso degli elettori comincia a staccarsi dalle vecchie coalizioni tradizionalmente al potere in quel Paese.
    La vera istanza che sta facendo saltare gli equilibri è la "questione identitaria".
    La gente cerca una IDENTITÀ, cerca un senso di appartenenza che sente di essere sul punto di perdere. Questo risulta incomprensibile a sinistra peché richiederebbe dei discorsi di tipo "passionale", perché l'identità è intrinsecamente "adialettica", perché è costitutivamente "irrazionale" ma proprio per questo risulta essere l'unico fattore capace di sovvertire gli equilibri di fronte al nemico oligarchico che della "razionalità" è diventato il monopolista assoluto (come testimonia il famoso TINA della Thatcher che vuol dire precisamente che "razionalmente" si può fare solo come vuole l'élite).

    Allora vorrei che si cominciasse a parlare, prima fra noi e poi anche nella sinistra italiana, di quali sono o potrebbero essere gli argomenti forti non dal punto di vista analitico intellettuale ma da quello sentimentale, passionale, utopistico, della speranza, della rabbia, del riscatto.
    Il nostro riscatto NON È UNA SEMPLICE QUESTIONE DI MIGLIORAMENTI CONTRATTUALI (fosse così avremmo già perso), è una questione di ideali. (SEGUE)

  • Anonimo scrive:
    9 maggio 2016 08:00

    CONTINUA

    PARTE 2

    A questo proposito vorrei ricordare che, giustamente, Costanzo Preve sosteneva che Marx non è mai stato materialista, che quello era un termine con cui si voleva intendere più o meno "ateismo" e "rigetto della cultura dei dominanti".
    Fino a quando ha funzionato il marxismo? Fino a che il popolo dei comunisti lo sentiva come una religione, come qualcosa per cui valeva la pena di prendere bastonate, farsi ammazzare, scioperare rischiando di mettere in difficoltà economiche la propria famiglia, spessissimo senza aver letto una riga di Marx o di aver capito cos'è il plus valore o la reificazione o l'alienazione.

    Siamo capaci di trovare ideali di riscatto che non ricalchino pedissequamente quelli della destra (che tra l'altro non sappiamo nemmeno dove voglia realmente andare a parare)?
    O per caso vogliamo limitarci a sperare che tramite l'azione della destra populista salti il tavolo e poi nel casino generale noi ne approfittiamo?

    COMPAGNI, questa discussione se si vuole che diventi fruttivera LA DOBBIAMO FARE SUBITO E TUTTI INSIEME, NON SOLAMENTE UNA PICCOLA DIRIGENZA - per di più un po' misteriosa e a tratti addirittura elusiva - che poi ci verrà a comunicare in cosa dobbiamo credere e per cosa dobbiamo unirci appassionatamente.

  • Anonimo scrive:
    10 maggio 2016 22:52

    IO penso che, se si vuole sopravvivere nella vita, occorra anzitutto amare sé stessi, come si è e quali si è, Altrimenti vuol dire che si è maturi per una situazione nevrotica che può preparare al suicidio se non all 'omicidio .
    Per una popolazione occorre non staccarsi con disprezzo dalle proprie tradizioni valutando il proprio passato come una fase per conseguire una più piena maturità. L'individuo che rinnega il suo passato rischia solo di odiare sé stesso.

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