ALITALIA ALL'ITALIA - FIRMA L'APPELLO

lunedì 29 febbraio 2016

SILENZIO... di Emmezeta

[ 29 febbraio ]

Non bisogna mai sparare sulla Croce Rossa. Lui, in questo momento, ci fa solo pena. Le sue dichiarazioni solo ribrezzo. Per questo scegliamo il silenzio. Per questo, soltanto per questo, non scriveremo nulla su Nichi Vendola.

Per chi, invece, voglia comunque leggere qualcosa di diverso da quel che passa il convento dei sinistrati, consigliamo alcune letture: 

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GIAVAZZI E LE BANCHE ITALIANE: DOVE CASCA L'ASINO NEOLIBERISTA di Leonardo Mazzei

[ 29 febbraio ]

Nazionalizzare per privatizzare...
Le pittoresche contraddizioni del sig. Giavazzi

Pubblicizzare le perdite per privatizzare i profitti: sai che novità! 
Il "bostoniano" della Bocconi, al secolo Francesco Giavazzi [nella foto], ce l'ha riproposta ieri mattina sul Corsera come fosse l'innovazione del secolo. Quando, invece, è quel che Lorsignori van facendo da decenni. Questa volta si tratta di nazionalizzare le perdite del Monte dei Paschi di Siena (Mps), per mettere le mani sui profitti delle maggiori aziende che lo Stato ancora controlla.

Nell'articolo Giavazzi non si occupa solo di questo. Già il titolo dell'edizione cartacea è un doveroso omaggio all'indiscussa presunzione del soggetto: «Le 5 cose da fare per ripartire». Il Nostro prende atto che la ripresa non c'è —sai che scoperta! E perché non c'è? Perché il Renzi del Jobs act è sì bravo, ci mancherebbe!—, ma è troppo attento alle scadenze elettorali. Eh, bei tempi, quando non c'era neppure la seccatura del voto!

Dunque, cosa bisogna fare? Ovviamente dar retta a lui. Nei 5 punti elencati, ve n'è perfino uno condivisibile (il rilancio degli investimenti pubblici). Per il resto è la solita solfa fatta di liberalizzazioni, come se non fossero in atto da un quarto di secolo; di imponenti tagli alla spesa pubblica per consentire una forte riduzione delle tasse; di nuove massicce privatizzazioni.

Ovviamente le tasse che Giavazzi vuol tagliare sono solo quelle delle imprese. Egli cita infatti soltanto Ires ed Irap. Ma dove ridurre la spesa pubblica è difficile da dirsi anche per il bocconiano, che parla dei tagli alle municipalizzate e della necessità di alzare le tasse universitarie. Una linea di classe ben precisa, ovviamente, ma comunque ben poco efficace per far cassa nella misura che vorrebbe.

Il Nostro se ne accorge, ed ecco che parla apertamente della necessità di sforare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. A suo avviso, l'Europa lo tollererebbe se finalizzato ad una drastica riduzione delle tasse sulle imprese. Una tesi leggermente azzardata, figlia della necessità di accordare il suo liberismo di marca anglosassone con la linea sempre più filo-tedesca del giornalone su cui scrive.

Ma veniamo al vero punto forte dell'articolo di Giavazzi, non a caso il primo della sua esposizione. Quello dal titolo: «Mettere in sicurezza le banche». Qui la proposta è chiara e precisa fin nei dettagli. Ed è indicativa non solo del pensiero del suo autore, peraltro piuttosto noto, ma anche delle divertenti ed irrisolvibili contraddizioni in cui si dibatte la sua teoria.

La sua opinione è che le grandi banche italiane non abbiano problemi (quelle piccole sì, ma chissenefrega), salvo una macroscopica eccezione: il Monte dei Paschi di Siena. Ecco allora la sua proposta, che conviene leggere integralmente:
«Per fugare l’ombra che si stende sulle nostre banche bisogna mettere in sicurezza il Monte. Servono circa dieci miliardi di euro. È escluso che vi siano investitori privati disposti a metterceli e sarebbe un delitto indurre le banche maggiori a farlo mettendone a rischio la solidità. Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece. L’unica strada rimasta è usare la Cassa depositi e prestiti, un’istituzione di fatto pubblica (il maggior azionista è il ministero dell’Economia) ma che le regole europee considerano privata perché una quota di minoranza è posseduta dalle fondazioni bancarie. Per mettere dieci miliardi nel Monte la Cassa deve però vendere una parte delle sue partecipazioni in Eni, Snam, Terna, Fincantieri. Almeno temporaneamente, perché il Monte risanato fra qualche anno potrà essere venduto, come fece il governo di Londra dopo aver nazionalizzato Lloyds e Royal Bank of Scotland. Non farlo per l’orgoglio di non perdere il controllo delle aziende di cui Cdp è il maggiore azionista sarebbe una decisione poco lungimirante».
Ora, ridurre la questione bancaria italiana ad Mps è davvero superficiale, ma almeno Giavazzi ha ben chiaro —a differenza del Renzi del «è il mercato, bellezza!»— che nello specifico il "mercato" (il suo tanto amato "mercato") non potrà funzionare. Non ci sono —ma guarda un po'— privati disposti ad investire i 10 miliardi che servirebbero. Bene, ma allora perché impedire al mercato, che secondo la sua teoria tutto alla fine risolve, di fare il suo corso?

E' qui che casca l'asino del neoliberista. Certo, il laissez-faire porterebbe al fallimento di fatto della banca ed all'applicazione del bail-in, dunque ad un rischio sistemico per l'intero sistema bancario italiano. Ma perché non riconoscere, allora, che la teoria mercatista proprio non funziona?

Per Giavazzi «Lo Stato sarebbe potuto intervenire quando ancora le regole europee lo consentivano, ma non lo fece». Dunque, lo Stato doveva intervenire, alla faccia del "mercato", ma non lo fece. Ora, a parte il fatto che non lo fece neanche quando il Nostro faceva il consulente economico del sig. Monti, perché nessun governo italiano ha potuto farlo? Qui, il nostro bocconiano ha una singolare amnesia. Certo, in teoria le regole glielo avrebbero consentito, ma si può dire altrettanto dei vincoli di bilancio rigorosamente controllati dagli occhiuti funzionari europei? Giavazzi sa bene che la risposta è no, ma l'eurismo è un dogma che il Nostro non intende neppure sfiorare.

Dunque, lo Stato non lo fece, e tantomeno può farlo oggi che le regole dell'Unione Bancaria ci sono. Da questo ragionamento giavazziano si evince come il blocco dominante italiano ha di fatto rinunciato alla messa in discussione del bail in, accontentandosi probabilmente di un atteggiamento più tenero da parte tedesca sulla questione della quantità e della prezzatura da attribuire ai Btp detenuti dalle banche italiane. E' probabilmente in questa chiave che possiamo leggere le pubbliche manifestazioni d'amorosi sensi seguite al recente incontro Renzi-Juncker.

Se le cose stanno come pensiamo, ciò significa che da parte italiana si rinuncia ad ogni efficace azione sull'Unione Bancaria, mentre l'eventuale (e tutta da verificare) retromarcia tedesca sulla questione dei titoli di stato si tradurrà, proprio come desiderato dalla Germania, in un rinvio all'infinito del Fondo di garanzia europeo, che è esattamente lo scopo per il quale i tedeschi hanno sollevato (leggi QUI) la questione dei Btp posseduti dalle banche italiane.

Per terminare questa breve digressione: cosa ha ottenuto in cambio allora Renzi tanto da amoreggiare in pubblico con l'ubriacone lussemburghese? Naturalmente non possiamo giurarci, ma l'unico risultato sarà probabilmente quello di poter evitare manovre aggiuntive nella primavera-estate. In quanto all'autunno, ed alla finanziaria 2017, è presto per dirlo. La politica —quella italiana, ma ormai anche quella europea— funziona così, con un orizzonte temporale sempre più corto.

Ma torniamo a Giavazzi ed alla sua proposta. Premesso che nel quadro dell'Eurozona lo Stato non può agire direttamente, il Nostro ammette candidamente che il "mercato" è addirittura fuori gioco. Che fare allora? Semplice, per un attimo ci si dimentica delle teorie insegnate alla Bocconi, nonché dei dogmi euristi sempre venerati, e si propone un banale trucchetto: facciamo intervenire la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che pubblica è ma non formalmente.

Avete capito la trovata? 
Un po' di basso livello, ma anche i bocconiani non sono più quelli di una volta... 
C'è però qualcos'altro: dove li piglia i 10 miliardi la Cdp? Ovvio, li prende mettendo sul mercato, cioè privatizzando, quote di «Eni, Snam, Terna, Fincantieri», eccetera. Ma andando su questa strada —attualmente Cdp possiede il 30% di Terna, il 29% di Snam, il 26,3 di Eni ed il 100% di Fintecna che controlla a sua volta il 71,6% della citata Fincantieri - non si rischia di perderne il controllo?

Naturalmente sì, ma per il Nostro non volerne perdere il controllo sarebbe solo una questione di «orgoglio... una decisione poco lungimirante». Nazionalizzare per privatizzare: ecco dunque la ricetta giavazziana per far quadrare il cerchio. Cerchio che viene chiuso con l'obiettivo di riprivatizzare anche Mps una volta che la banca sarà tornata, grazie ai soldi pubblici, competitiva. Uno schema copiato pari pari dal modello britannico al quale evidentemente si ispira.

Dall'esame dell'articolo di Giavazzi spero si saranno capite due cose: 1) quanto sia debole e contraddittoria la teoria neoliberista quando deve confrontarsi davvero con i disastri che essa stessa ha prodotto; 2) quanto la sua proposta di momentanea nazionalizzazione sia lontana dalla nostra.

Per l'ex consigliere del governo Monti la nazionalizzazione ha da essere fatta solo per riprivatizzare la banca quando potrà produrre nuovamente utili, mentre la nobile causa della sua salvezza andrà perseguita privatizzando quel poco che resta di pubblico nelle grandi aziende nazionali. Appunto, come abbiamo già detto, nazionalizzare per privatizzare, in base al classico schema della pubblicizzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Assolutamente inaccettabile.

Per noi, invece, la nazionalizzazione del sistema bancario, non soltanto di Mps, è non solo il modo di salvare le banche italiane dal prepotente attacco tedesco, ma quello per porre sotto il controllo pubblico il decisivo settore finanziario, iniziando così un processo di sganciamento dal sistema del finanz-capitalismo che è alla base dell'irrisolta crisi che viviamo ormai da 8 anni.

La trappola del bail-in va evitata, ma per farlo davvero bisogna mandare a quel paese l'euro e l'Unione Europea, mandando al tempo stesso in pensione le politiche neoliberiste di ogni tipo. Non si esce dalla crisi attuale, neppure da quella bancaria, con la scelta dei continui rammendi che niente risolvono.

Capisco che per uno come Giavazzi sia praticamente impossibile ammettere che questa è la realtà. Ma il suo "prendere tempo", in attesa che i fatti si accordino alla sua teoria, ci ricorda molto l'acquistar tempo del furbo fiorentino (che egli critica) che lo vuol guadagnare per ingraziarsi ancora per un po' il favore delle urne...

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SALVIAMO I PICCOLI COMUNI DALLA SCURE NEOLIBERISTA di Beppe De Santis*

[ 29 febbraio ]

IL NEOLIBERISMO STA DISTRUGGENDO LA CIVILTA' COMUNALE, A PARTIRE DAI 6000 PICCOLI COMUNI, FINO A 5000 ABITANTI

Lancio un allarme.

Il neoliberismo sta distruggendo i Comuni italiani —e non solo—, a partire dai 5.683 piccoli comuni . Sotto e fino ai 5000 abitanti.

Con il taglio della spesa pubblica.Il taglio della spesa per lo Stato sociale. Il taglio della spesa per le Autonomie Locali.

Taglio violento, selvaggio, generalizzato, continuo, strutturale, implacabile,insaziabile,sadico.

Risorse che vanno ad arricchire il finanzcapitalismo globalista, le conglomerate finanziarie globali,le 100.000 multinazionali globali .Che governano il mondo al posto delgli Stati sovrani e della Democrazia.Quell'1% di supericchi che rapina il mondo. Da oltre 35 anni in qua.

L'insieme dei comuni italiani sono 8.092.

I circa 6000 piccoli comuni rappresentano il 70% dei comuni d'Italia.

IL SETTANTA PER CENTO.

Sono il 54% del territorio italiano.

Il territorio profondo delle Montagne, della millenaria civiltà rurale.Del doppio, titanico, dorsale: delle Alpi, dell'Appennino.Dalla Valle D'Aosta ai Monti Sicani di Sicilia.Passando per gli scrigni di civiltà tosco, umbro, emiliano , marchigiano, abruzzo-molisano, irpino, cilentano, lucano-materano,aspromontese, peloritano,nebrodense, madonita, sicana.


Tabella 1. Il numero dei comuni italiani e dei Piccoli Comuni, per regione, 2011







Regione
N.Comuni italiani
N.Piccoli Comuni
v. a.
N. Piccoli Comuni
% nazionale
Incidenza dei piccoli Comuni sul totale dei comuni regionali
Piemonte
1206
1071
18,80%
88,80%
Valle d’Aosta
74
73
1,30%
98,60%
Lombardia
1544
1086
19,10%
70,30%
Trentino - Alto Adige
333
299
5,30%
89,80%
Veneto
581
313
5,50%
53,90%
Friuli - Venezia Giulia
218
155
2,70%
71,10%
Liguria
235
183
3,20%
77,90%
Emilia - Romagna
348
156
2,70%
44,80%
Toscana
287
134
2,40%
46,70%
Umbria
92
59
1,00%
64,10%
Marche
239
172
3,00%
72,00%
Lazio
378
253
4,50%
66,90%
Abruzzo
305
250
4,40%
82,00%
Molise
136
125
2,20%
91,90%
Campania 551 331 5,8% 60,1%
551
331
5,80%
60,10%
Puglia
258
84
1,50%
32,60%
Basilicata
131
99
1,70%
75,60%
Calabria
409
327
5,80%
80,00%
Sicilia
390
200
3,50%
51,30%
Sardegna
377
313
5,50%
83,00%
Totale
8092
5683
100,00%
70,20%






Fonte:elaborarazione IFEL su dati ISTAT 2011. 

12 regioni italiane su 20 contengono una percentuale di piccoli comuni che oscilla dal 99% al 70% del totale regionale.

Valle D'Aosta (98,6),Molise (91,9),trentino Alto Adige (89,8),Piemonte (88,8),Sardegna (83),Abruzzo (82),Calabria (80),Liguria (77,9),Basilicata (75), Marche (72), Friuli Venezia Giulia (71,2),Lombardia (70).

La mappa, la rete dei comuni, dei medi comuni, in particolare, dei piccoli comuni rappresenta il fondamento, il caposaldo della migliore civiltà d'Italia.Quella di “lunga durata”.Quella naarrata da Fernand Braudel.

Dalle valli trentine alla montagne madonite siciliane.

Caposaldo d'identita, di senso.Di Storia .Di Cultura.

Caposaldo di comunità .Che resiste.Contro la violenza omologante, mercificante del capitalismo globalista.

Caposaldo di partecipazione civica, minuta, molecolare,umile e laboriosa.Di democrazia civica resistente. La democrazia comunale- con tutti i possibili limiti- è la resistente casamatta della democrazia diffusa.

Caposaldo di solidarietà civica e di resistenza del residuo di Stato sociale ancora operante.Di cultura della prossimità, della convivialità, dell'accoglienza.

Caposaldo dello stile di vita mediterraneo , del modello alimentare della Dieta Mediterranea,riconosciuto recentemente come Patrimono Culturale Immateriale dell'Umanità,e, ritenuto -quasi dall'intera comunità scietifica mondiale -il principale modello alternativo ,anche per combattre le 4 maggiori malattie epidemiche mondiali contemporanee (cancro, diabete, malattie cardiovascolari,obesità).

Caposaldo di tenuta territoriale, contro il degrado idrogeologico, avanzante, devastante.

Caposaldo del Paesaggio, sommo bene culturale.Del paesaggio montano, alto e medio collinare, agrario e rurale.

Potrei dire.Non è mai esistita l'Italia senza i suoi 8000 campanili.Nè mai potrà esistere una patria , che si chiami Italia, senza i 6000 campanili diffusi. Molecole ,DNA originari della patria stessa.

Potrei aggiungere.

Nei piccoli comuni vi è la maggioranza dei buoni impianti di energia alternativa, sostenibile.

Nei piccoli comuni si promuove e realizza il livello più alto di raccolta differenziata dei rifiuti.

Nella gran parte dei piccoli comuni si vive meglio che altrove.Checchè se ne dica e favelli.

Una parte significativa dei piccoli comuni, non solo tiene sotto il profilo demografico, ma, negli ultimi tempi, registra microtendenze all'incremento demografico.Al contrario di migliaia di altri piccolo comuni che demograficamente stanno calando a picco.Si leggano , a tal proposito,i report contenuti negli “Atlanti dei piccoli comuni”, redatti dall'ANCI.Su promozione della benemerita Associazione Nazionale dei Piccoli Comuni.



Occorre difendere, con le unghia e con di denti, i Comuni, a partire dai 6000 Piccoli Comuni.

Non si tratta di una pur sacrosanta battaglia “sindacale”.Ma.Di una battaglia di civiltà. Una battaglia politica. Di valore strategico e generale. Da parte di tutte le forze sinceramente antiliberiste.

Soltanto sconfiggendo il neoliberismo , contribuiremnmo a salvare la civiltà comunale e i 6000 , straordinari Piccoli Comuni d'italia.

Altrimenti che senso avrebbe la vita, l'attività, la testimonianza , la morte,di un sindaco, Angelo Vassallo, il valoroso sindaco di Pollica ( capitale morale del Cilento ), “il sindaco pescatore”,trucidato dai sicari della camorra, la sera del 5 settembre 2010?

Tutti devono comprare e consumare nell'unica rete dei supermercati del neoliberismo, quella controllata dalle multinazionali agroalimentari globali. Non nei mercati locali, sani ed equi dei 6000 Piccoli Comuini italiani.

Tutti, progressivamente ma inesorabilmente, devono accamparsi in poche grandi città, in sterminate metropoli e megalopoli: unico , ravvicinato, concentrato ,mostruoso MEGA-MERCATO del neolioberismo finanziario speculativo globale. Tutti i villani debbono abbandonare – e presto-i 6000 villaggi preistorici degli antenati.

Il sistema neoliberista dominante ha inventato, e sta inventando, vari trucchetti, e specchietti per le allodole, per indorare la pillola.

Alcuni apparentemente ragionevoli e perfino convenienti.

Ad esempio.Una cosa è promuovere la COLLABORAZIONE INTERCOMUNALE , ONESTA E FUNZIONALE , sulla base del riconoscimento , della stabilità e del rafforzamento dell singole e specifiche Autonomie comunali.Delle SOVRANITA' COMUNALI.SOVRANITÀ POLITICA E STATUTARIA, COSTITUZIONALE.Comuni sovrani che collaborano alla pari tra loro.

Un altro paio di maniche è imporre, con il pretesto peloso della funzionalità e dell'efficienza,sotto il martello pneumatico del taglio della spesa comunale, il progressivo prosciugamento delle sovranità comunali , la FUSIONE FORZATA DEI COMUNI,cioè la distruzione dei Comuni. Con l'ambigua strategia delle UNIONI COMUNALI FUSIONALI.Quelle che intendono fondere, distruggere i singoli comuni. Se le Unioni comunali sono tese a rafforzare le singole sovranità comunali, possono anche ben sperimentarsi.Se le Unioni comunali sono il cavallo di Troia , per distruggere le sovranità comunali, allora vanno combattute e respinte.

L'unica difesa concreta e strategica, per tutelare le identità e sovranità comunali consiste nel combattere e sconfiggere il neoliberismo.

Altrimenti, prima o poi, in un modo o nell'altro, la morte di 6000 comunità civiche è assicurata. Nessuna si illuda.Metta la testa sotto la sabbia.

Uno dei grandi motivi per cui ho contribuito a promuove e ho firmato l'appello del “Programma 101” è la difesa strategica e operativa della civiltà comunale d'Italia.

*Beppe De Santis è membro del Consiglio nazionale di P101
27 febbraio 2016 , Palermo.



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domenica 28 febbraio 2016

GOVERNO RENZI: UN REGALO A BANCHE E SPECULATORI (strada spianata all' esproprio rapido delle case) di Paolo Fior

[ 28 febbraio ]

Il pretesto è il recepimento della direttiva europea per aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. L’esito è però opposto: il provvedimento dell'esecutivo punta ad agevolare in ogni modo le vendite forzose degli immobili da parte degli istituti nel caso in cui il cliente sia in ritardo con 7 rate del mutuo e si muove in parallelo alle norme introdotte a proposito delle garanzie di Stato sulle sofferenze bancarie.


Un regalo a banche e speculatori, l’ennesima mazzata ai danni di cittadini e consumatori. Ci pensa il governo nella persona del ministro Maria Elena Boschi con un decreto legislativo sui finanziamenti ipotecari. E’ il suo ministero, infatti, ad aver trasmesso alla Camera l’atto del governo n. 256 che modifica alcuni punti salienti del testo unico della Finanza. Il pretesto è il recepimento della direttiva europea 2014/17 volta ad aumentare le tutele per i consumatori nei contratti di credito. L’esito è però opposto: in realtà il provvedimento del governo italiano punta ad agevolare in ogni modo le vendite forzose degli immobili da parte delle banche e si muove in parallelo alle norme che il governo ha introdotto a proposito delle garanzie di Stato sulle sofferenze bancarie.
Per accelerare al massimo il recupero dei crediti inesigibili da parte degli istituti di credito, il governo ha infatti cancellato l’articolo 2744 del codice civile, che vieta il cosiddetto “patto commissorio” e cioè “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”.  Il superamento di questo divieto permette quindi alle banche di entrare direttamente in possesso dell’immobile e metterlo in vendita per soddisfare il proprio credito qualora il mutuatario sia in ritardo con il pagamento di 7 rate, anche non consecutive. Lo prevede esplicitamente l’art. 120 quinquiesdecies che al comma 3 recita: “Le parti del contratto possono convenire espressamente (come se il consumatore e la banca fossero sullo stesso piano nel negoziare un contratto di mutuo, ndr) al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimento del consumatore (il ritardo nel pagamento di 7 rate anche non consecutive, così come definito dall’art. 40 del Testo unico della finanza, ndr) la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza”.
Nella pressoché totale indifferenza del Parlamento, fatta eccezione per il gruppo Alternativa Libera [clicca QUI per firmare la petizione contro la legge pro-banche, Ndr] alla Camera che ha presentato un parere per evitare il passaggio di proprietà della case alla banche, il governo si accinge dunque a togliere ai consumatori e alle famiglie le poche tutele che ad oggi esistono, incentivando lamodifica unilaterale delle condizioni anche ai mutui già erogati, perché appunto la pattuizione sul trasferimento della proprietà dell’immobile a soddisfacimento del debito può essere introdotta anche in un momento successivo alla stipula del contratto di finanziamento. Il decreto però non si limita a cancellare il divieto di “patto commissorio”, ma dà anche la possibilità alle banche di vendere gli immobili a qualsiasi prezzo pur di recuperare i propri crediti. Non è infatti prevista alcuna garanzia a favore del debitore, eccetto un generico riferimento (sempre nell’articolo 120- quinquiesdecies) alla stima effettuata “da un perito scelto dalle parti di comune accordo con una perizia successiva all’inadempimento” e al diritto del consumatore ad avere l’eccedenza (se positiva) tra il prezzo di vendita dell’immobile e il rimborso del debito. Se invece la differenza dovesse risultare negativa (cioè il prezzo di vendita non è sufficiente a estinguere il debito), “il relativo obbligo di pagamento decorre dopo sei mesi dalla conclusione della procedura esecutiva”. Ed è proprio quest’ultimo passaggio a chiarire nella pratica come le banche potranno svendere gli immobili avuti in garanzia a prescindere dal loro effettivo valore.
Spianata la strada alle banche, il governo prescrive che i creditori adottino procedure per gestire il rapporto con “i consumatori in difficoltà nei pagamenti”. Di cosa si tratti di preciso non si sa, eccetto che i contenuti di tali procedure potranno essere dettati dalla Banca d’Italia – organismo indipendente che ha notoriamente a cuore la tutela dei consumatori come dimostrano i suoi reiterati tentativi di reintrodurre l’anatocismo, cioè il pagamento degli interessi sugli interessi, pratica vietata dalla legge – “con particolare riguardo agli obblighi di informativa e di correttezza del finanziatore”.
E’ evidente che il risultato di simili norme rischia di essere drammatico per migliaia di famiglie che da un giorno all’altro si ritroverebbero sul marciapiede, con le loro case vendute “al meglio”. Ma al danno – come sempre – si aggiunge pure la beffa, perché alle banche e agli speculatori è assicurata anche ladefiscalizzazione pressoché totale degli importi incassati dalle vendite forzose degli immobili. Lo stabilisce l’articolo 16 del provvedimento di conversione in legge del decreto sulla riforma del credito cooperativo e la garanzia sulle cartolarizzazioni delle sofferenze: chi acquisisce gli immobili nell’ambito di vendite giudiziarie per poi rivenderli a un’acquirente finale paga un’imposta sostitutiva di appena 200 euro, contro la tassazione ordinaria del 9%. “La norma – si legge negli atti parlamentari – ha la finalità di agevolare il collocamento degli immobili in sede di vendita giudiziaria, così come in caso di assegnazione degli immobili stessi ai creditori”.  La dimostrazione palmare di quali interessi difenda in ogni circostanza e sopra ogni cosa il governo Renzi.

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LA DEFLAZIONE SALARIALE SPIEGATA AI COMPAGNI OPERAI DELLA WHIRPOOL (che la conoscono già) di Sergio Cesaratto

[ 28 febbraio ]

Negli ultimi tempi sui giornali, su internet o alla TV sempre più spesso capita di leggere o ascoltare pessime notizie sul mondo del lavoro, in particolare la tendenza che hanno le multinazionali come ad esempio l'ikea di chiedere o imporre un "aggiustamento" ovviamente al ribasso dello stipendio.L'abbassamento del salario prende il nome di "deflazione salariale", noi Cobas Lavoro Privato della Whirlpool di Siena abbiamo chiesto quindi al Professor Sergio Cesaratto (Professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea) di spiegarcene le cause e gli effetti, di seguito potete leggere l'articolo che gentilmente ha scritto su nostra richiesta.


Spiegare ai compagni della Whirlpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). E’ la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.

BOX 1 Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.

Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. E’ solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene. Ma a quel punto è il medesimo padrone a non voler trasferire la produzione, che viene anzi spesso riportata in Italia dove i lavoratori sono più addestrati. Ma su questo, di nuovo, siete voi che fate scuola a me.
Entro certi versi, quello che un tempo si chiamava il ciclo del prodotto è un fatto fisiologico. L’idea è che le produzioni più innovative svolte nei paesi avanzati col tempo si standardizzino e vengono trasferite nei paesi più arretrati, essendo sostituite con nuove produzioni innovative e così via. Un tempo si riteneva anche che fosse compito dei governi stimolare questi processi facendo scivolare il paese verso produzioni più sofisticate, cedendo quelle meno avanzate ai paesi più arretrati.
In Italia questo upgrading è avvenuto in misura inferiore agli altri paesi avanzati, e con delle peculiarità. I punti di forza del Made in Italy sono diventati, com’è noto, la meccanica, il sistema moda e, ultimamente, l’agroalimentare. Molto poco per un paese che a fine degli anni 1960 vantava quella che un tempo si chiamava una “matrice industriale completa”, vale a dire produceva un po’ di tutto, dal nucleare all’elettromeccanica, dal chiodo al microchip, dal farmaco alle scarpe.
Purtroppo l’industria di Stato che concentrava molte di queste competenze è stata dapprima vittima della spartizione partitica, che l’ha spogliata delle grandi capacità imprenditoriali maturate dagli anni 1930 sotto la guida dei grandicommis d’Etat antifascisti che l’avevano presa in mano (comprese le grandi banche). E infine svenduta a brandelli al settore privato attraverso le privatizzazioni. Spesso a capitali stranieri che l’hanno acquisita a saldo dei debiti esteri che l’Italia ha maturato negli anni dello SME (il sistema monetario europeo) e poi dell’euro, i due sistemi di cambio fissi a cui il Paese ha in successione aderito dal 1979 e su cui torneremo. L’eccesso di conflitto sociale a partire dai primi anni 1960 non ha poi certo favorito una evoluzione positiva della grande impresa italiana, la quale si è invece ritratta sino quasi a scomparire. Perché la Ignis, o la Rex-Zanussi non sono diventate una Samsung o, almeno, una Bosch? Perché tanti brand dei Caroselli di quand’eravamo bambini (o almeno io lo ero) sono spariti?
Mentre altri Paesi come la Corea del Sud o Taiwan si incamminavano verso produzioni di massa avanzate, il nostro si smarriva nel conflitto sociale. Ma vale la pena chiedersi di chi è la responsabilità di una conflittualità spesso esacerbata. Mentre ulteriore lavoro storico sarebbe necessario, non si è lontani dalla verità se la si attribuisce a una borghesia incapace da sempre a venire incontro alle istanze sociali delle grandi masse popolari. Dai cannoni di Bava Beccaris, al fascismo, alla “stretta monetaria” e prime minacce golpiste del 1963, alla strategia della tensione, sino a Berlusconi (e al suo epigono Renzi), e infine con l’euro, la borghesia italiana ha sempre reagito alla domanda di giustizia negando legittimità alle istanze sociali, timorosa di perdere i propri privilegi, al massimo corrompendo masse con il clientelismo diffuso e le elemosine - dai pacchi di pasta di Lauro agli ottanta euro di Renzi. E’ al principio degli anni 1960 che si compie la scelta decisiva: il Paese era cresciuto, le premesse economiche per una vera modernizzazione del Paese c’erano, una borghesia capace di guidarla no. Alla difesa dei settori nazionali moderni (l’elettronica di Olivetti, il nucleare di Ippolito, il petrolio di Mattei), e a una riposta in positivo alle istanze di giustizia sociale del primo ciclo di lotte operaie, si sostituì la svendita di quei settori al capitale straniero, la stretta monetaria, e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro, senza riforme sociali. Il secondo ciclo di lotte operaie dal 1969 fu la risposta dei lavoratori. Molto si ottenne, altrettanto lo si sta ora restituendo.
Negli anni 1970 il Paese continuò comunque a crescere, con il conflitto spesso moderato attraverso l’impiego non sempre appropriato della finanza pubblica e l’utilizzo del cambio (svalutazione della lira) per compensare la maggiore inflazione interna. Le istanze progressive delle lotte operaio e studentesche furono molto, solo molto parzialmente guidate dalla sinistra verso un riformismo forte, ostacolate in questo dalla borghesia golpista, in un clima reso più cupo da un estremismo diventato col tempo violento. L’aumento del prezzo del petrolio, per cui anche i Paesi petroliferi ambirono a una fetta maggiore della torta, fu un’ulteriore elemento esacerbante del conflitto.

BOX 2 Il conflitto distributivo fra lavoratori e capitalisti genera inflazione, la famosa spirale prezzi-salari. I Paesi produttori di petrolio e materie prime possono costituire il terzo incomodo. Una inflazione interna maggiore dei concorrenti (per esempio di Germania e Francia) porta a una perdita di competitività. In termini semplici: i nostri prodotti cominciano a costare più dei loro. Una svalutazione della nostra moneta, quando ce l’avevamo, aumentava il potere d’acquisto degli stranieri: coi marchi un tedesco comprava più beni prezzati in lire. Allora la svalutazione, accrescendo il potere d’acquisto degli stranieri, compensava l’aumento dei prezzi in lire dei nostri prodotti. Certo, con una lira deprezzata, diminuiva il potere d’acquisto di merci estere per i lavoratori italiani. Ma né questo, né l’inflazione interna erano sufficienti a annullare l’aumento dei salari reali ottenuto con le lotte.

La svolta avvenne alla fine degli anni 1970 quando, superato l’apice del terrorismo, il Paese allineò le proprie politiche alla nuova ventata monetarista che si andava affermando in Europa e negli Stati Uniti. In questi ultimi, muore con Carter l’ultimo rigurgito keynesiano. L’adesione al sistema europeo di cambi fissi, lo SME (sistema monetario europeo), fu il segnale ai sindacati che la politica economica non avrebbe più accomodato il conflitto sulla distribuzione del reddito attraverso il tasso di cambio. Il meccanismo è spiegato nel BOX 2: il conflitto salariale genera inflazione; quest’ultima fa perdere competitività al paese, per la ragione banale che i prezzi delle merci che produce aumentano più che all’estero; il deprezzamento del cambio fa recuperare la competitività. Abilmente, per gran parte degli anni 1970 l’Italia aveva cercato di svalutare rispetto al marco, preservando la competitività nel mercato tedesco che è il nostro più importante, mantenendo invece stabile il cambio col dollaro (avvalendosi del contestuale indebolimento di quest’ultimo nei confronti del marco), sì da mantenere invariato il prezzo delle importazioni petrolifere (fatti salvi gli aumenti decisi dai produttori). In tutto questo i dati mostrano che i salari reali riuscivano a crescere – la deflazione e non l’inflazione è nemica dei salari. Tanto più che la produttività del lavoro continuava a crescere, guidata dalla domanda interna ed estera.

BOX 3 “tassi di inflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul prodotto. Il processo di disinflazione [successivamente] compiuto …ha eroso (via disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei presidi del loro potere d’acquisto (meccanismi di indicizzazione del salario) e quindi, inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.” A.Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012).

Certo, di meglio si poteva fare: più giustizia distributiva e fiscale avrebbero potuto moderare il conflitto, ciò che avrebbe però richiesto una borghesia lungimirante; un più rapido adeguamento dell’imposizione fiscale e la lotta all’evasione, a fronte di una spesa sociale che finalmente cominciava ad adeguarsi agli standard europei avrebbe impedito l’esplodere del debito pubblico, la cui concausa furono gli alti tassi di interesse conseguenza dello SME. Per chiarire quest’ultimo punto: nel corso degli anni 1980, con i cambi fissi e un’inflazione in discesa, ma pur sempre più alta della Germania, il nostro Paese si trovò con forti disavanzi esteri. Non potendo infatti più svalutare adeguatamente per compensare la più elevata inflazione, la competitività del Paese ne soffrì.  Questo implicò indebitamento verso l’estero a tassi di interessi crescenti (gli stranieri investivano sì in titoli italiani, ma per coprirsi dal rischio di svalutazione della lira chiedevano tassi assai onerosi). Con l’uscita (temporanea) dallo SME nel 1992, la svalutazione e la ripresa delle esportazioni consentì al Paese di riaggiustare i conti esteri e restituire il debito estero.
Dagli anni 1990 la globalizzazione di capitale e lavoro si fa più massiccia. Questa va intesa come un imponente movimento del capitalismo verso l’estensione su scala globale dell’esercito industriale di riserva (la sacca di disoccupati che serve a calmierare i salari, il termine è di Marx). Da un lato gli impianti si spostano verso paesi dove il costo del lavoro è più basso, dall’altro ifenomeni migratori portano all’interno dei paesi industrializzati la concorrenza della forza-lavoro a basso costo. La pressione su salari e diritti si fa tremenda. Al contempo il rafforzamento delle grandi istituzioni internazionali come il WTO (oggi il TTIP) è volto a smantellare i poteri degli Stati sovrani, sì da depotenziare la linea di difesa dei diritti costituito dalle istituzioni democratiche nazionali. Il rafforzamento delle istituzioni europee culminato nella creazione della moneta unica si iscrive in questo quadro.
L’euro è la sanzione della strategia della deflazione salariale. L’ideologia che guida l’Italia ad aderire alla moneta unica è quella del “legarsi le mani”, come fu definita da due sciagurati economisti (Francesco Giavazzi e Marco Pagano): cancellata definitivamente la possibilità di aggiustare il cambio, l’unica via per mantenere i posto di lavoro è la deflazione salariale. Naturalmente questo non viene detto esplicitamente: si dice che l’euro imporrà di effettuare le riforme che il Paese da lungo attende (leggi la riforma del mercato del lavoro culminata nelJobs Act).
Il BOX 1 illustrava come, tuttavia, se tutti i paesi adottano la deflazione competitiva, questo è un gioco a somma zero, se vince uno perde l’altro e dunque il paese che fa più deflazione salariale spiazza gli altri in un suicida gioco al ribasso. E il paese più bravo a farla è stata la Germania che, con le riforme del mercato del lavoro del socialdemocratico Schroeder, spiazzò tutti nel 2003. Alla deflazione salariale la Germania affiancò la sua tradizionale forza produttiva sostenuta da un poderoso apparato statale pro-business (ricerca, ottima formazione a ogni livello, apparato pubblico e politica estera sostegni delle esportazioni ecc.), quello che si chiama Stato mercantilista insomma. Pur con un’inflazione ridotta al lumicino, il nostro Paese si vede di nuovo spiazzato dal temuto concorrente, ed è allora che il discorso sul declino italiano si fa più pressante. Oggi la Spagna è portata ad esempio di successo della deflazione salariale: vedete, si dice, come tempestive riforme del mercato del lavoro (leggi smantellamento dei diritti sindacali e condizioni di lavoro massacranti) portano alla ripresa del Pil? Non ci si rende conto che in Europa questo, alla lunga, non è neppure un gioco a somma zero, in cui almeno uno vince, ma è un gioco al massacro collettivo: il vincitore si ergerà alla fine sulle rovine dei concorrenti, e sulle proprie. Non esattamente un successo.
Qual è l’alternativa? Quella più ragionevole sarebbe di politiche europee espansive concertate fra i diversi paesi, con la Germania a fare da traino espandendo il proprio mercato interno attraverso un cospicuo aumento di salari e spesa pubblica. Dunque l’abbandono della deflazione salariale innanzitutto da parte del paese leader. Ma ciò non accadrà. La Germania non abbandonerà mai il proprio modello mercantilista (vendere agli altri e non comprare). Questo paese costituirebbe comunque un problema anche se l’euro crollasse.
In questo quadro scoraggiante, non sono in grado di dare suggerimenti ai compagni della Whirlpool su quale strategia sindacale adottare a livello locale. Sindacati ed enti locali dovrebbero forse costringere l’azienda ad impegnarsi in politiche dell’innovazione, in collaborazione per esempio con le università toscane, per individuare nuovi prodotti di alta gamma, anche puntando sulla formazione del personale. Ma sono solo idee, come noto, chi sa fa, chi non sa insegna. A livello nazionale si tratta ovviamente di combattere le politiche di austerità che sono anch’esse parte della deflazione salariale in quanto mirano ad abbattere il salario indiretto, quello consistente di erogazioni sociali (pensioni, sanità, istruzione, assistenza sociale). Queste politiche hanno distrutto ilmercato interno portando a una drammatica perdita di capacità produttiva. Va inoltre accresciuta la consapevolezza che l’Europa, monetaria e non, è lo strumento della deflazione salariale (ce lo chiede l’Europa), e poco conta il contentino che ci viene dato sul terreno dei diritti civili, che funge da specchietto per le allodole.

BOX 4 La deflazione salariale come strategia del capitalismo nazionale ha l’obiettivo di catturare i famosi due piccioni con una fava: i bassi salari tengono alti i profitti, e allo stesso tempo consentono di vendere l’eccedenza del prodotto all’estero. Così, nonostante i bassi consumi interni dovuti ai bassi salari, non c’è un problema di mercato. La questione è che se fan tutti così, come s’è visto, la strategia diventa un gioco al ribasso rovinoso per tutti.

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