domenica 31 maggio 2015

SYRIZA: SCISSIONE IMMINENTE

[ 31 maggio ]

Il Forum di Atene "L'eurozona è il problema, l'uscita la soluzione" (26-28 giugno) si svolgerà mentre sarà in corso la scissione di SYRIZA?

La Casa Bianca, per bocca del Segretario al Tesoro Jack Lew, l'ha fatto capire chiaro e tondo: "L'Unione europea deve scongiurare l'uscita della Grecia dall'Euro". Negli Usa si teme, data l'estrema fragilità della "ripresa, che... il "battito d'ali della farfalla greca potrebbe scatenare una catastrofe finanziaria oltre oceano".
Si temono anche le eventuali conseguenze geopolitiche della grexit: russi e cinesi vanno tenuti fuori dall'orto di casa (europeo) degli Usa.

Pare che addirittura Obama, con un chiaro assist a Tsipras, abbia telefonato alla Merkel affinché dia una calmata ai falchi capeggiati da Wolfgang Schäuble e quindi si eviti la rottura con Atene.

A questo punto un accordo dell'ultimo momento tra la troika (ora Gruppo di Bruxelles) e Atene per la ristrutturazione del debito pubblico greco e la concessione di nuovi prestiti è molto probabile. 
Ma ci sono ristrutturazioni e ristrutturazioni. I creditori di Atene (Stati europei, Bce e Fmi) non vogliono saperne di fare un taglio consistente alla somma dei debiti, che per essi equivarebbe ad un default, semmai possono accettare la loro diluizione nel tempo. 

L'abbiamo già scritto e lo ripetiamo: la sola diluizione nel tempo, per quanto rappresenti una boccata d'ossigeno per la Grecia, non sarebbe per niente risolutiva, cioè non spingerà l'economia greca fuori dall'abisso in cui anni di criminali cure austeritarie l'hanno precipitata. Come segnalano economisti di tutte le razze, di debito greco è insostenibile. Punto. Un default sostanziale, è inevitabile se si vuole davvero evitare di gettare la Grecia nelle condizioni di un paese del terzo mondo.

Il punto è: cosa chiede la troika a Tsipras (le chiamano "condizionalità") in cambio di nuovi prestiti e di un ritocchino al debito? Chiede un aumento dell'IVA, un taglio deciso alle pensioni, nuove privatizzazioni e liberalizzazioni, ed il ritiro di alcune misure elementari che il governo SYRIZA ha adottato nelle scorse settimane. Chiede in buona sostanza che SYRIZA continui sulla linea dell'austerità neoliberista, gettando nella spazzatura le sue promesse elettorali. Chiede il suicidio.
Panagiotis Lafazanis


I nostri amici greci, che abbiamo sentito in queste ore, ritengono oramai molto probabile che Tsipras accetti quello che di fatto è un "nuovo memorandum", ovvero le condizioni della troika

Per questo dentro SYRIZA tira aria di scissione. Se non tutta l'ala sinistra del partito (il 45% del Comitato centrale) diversi suoi esponenti hanno pubblicamente dichiarato che se il governo cederà ai diktat della troika, essi usciranno dal partito. Si tratta anzitutto di una dozzina di parlamentari che hanno detto che voteranno contro ogni eventuale capitolazione. Tsipras ha subito fatto capire che chi vota contro sarà espulso da SYRIZA, non solo dal gruppo parlamentare. Uscirà anche il ministro Panagioitis Lafazanis?

Il clima nella sinistra greca non è per nulla buono. La conseguenza del probabile cedimento di SYRIZA tra il popolo di sinistra, al netto della scissione sarebbe un generale sentimento di disincanto e scoramento. In breve la fuga nel privato, la fine della speranza che un cambiamento sia ancora possibile.


SCHEDA 1

Mentre i prezzi continuano a scendere e il Pil continua a contrarsi i capitali fuggono dalla Grecia ed i depositi bancari crollano (vedi Tabella n.1 accanto) rischiando di causare un crack del sistema bancario:
«Ad aprile, secondo i dati della Banca di Grecia, l'ammontare totale dei depositi si era ridotto a 142,7 miliardi di euro, dai 149 miliardi di marzo. Si tratta del valore più contenuto dal dicembre del 2004. I depositi di imprese e famiglie si sono assottigliati a 133,6 miliardi, dai 138,5 miliardi di un mese prima. Dati che mostrano come la fuga di capitali non si sia arrestata. Solo negli ultimi tre mesi dalle banche greche sono stati complessivamente ritirati 27 miliardi di euro». [Il Sole 24 Ore del 29 maggio]

SCHEDA 2

Tabella 2 (clicca per ingrandire)

La corazzata della stampa neoliberista europea, a difesa della linea dura dell'euro-Germania e della richiesta ad Atene di drastici tagli al sistema pensionistico, scrive che quello greco è il sistema previdenziale più "generoso d'Europa.
Come segnalava Mattew Dalton sul THE WALL STREET JOURNAL si tratta di una grossolana bugia. 

E' vero che la Grecia è il paese in cui la previdenza pesa di più rispetto al Pil [vedi tabella n.2], ma questo è avvenuto solo perché Il PIl della Grecia è precipitato di circa il 25% rispetto a prima della grande crisi.
Tabella 3 (clicca per ingrandire)
Se proviamo ad osservare i dati da altre angolature scopriamo che le cose stanno in maniera alquanto diversa. Se consideriamo che la Grecia ha la percentuale più alta di cittadini sopra i 65 anni, la sua spesa pensionistica è nella media Ue, anzi al di sotto [Vedi tabella n.3]



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sabato 30 maggio 2015

PERCHÉ DIFENDERE LA COSTITUZIONE di Gim Cassano

[ 30 maggio ] 

Volentieri pubblichiamo l'intervento svolto da  Gim Cassano (Associazione Iniziativa 21 Giugno), all’Assemblea del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale del 9 Marzo 2015

«Stiamo assistendo a trasformazioni che non riguardano solo le istituzioni politiche e che, non avvenendo tutte unicamente per via normativa e legislativa, sono in gran parte sottratte ad ogni possibilità di pubblico dibattito. 

Al di là delle modifiche costituzionali e della legge elettorale, i principii di libertà, eguaglianza, solidarietà sui quali è stata fondata la nostra Republica, e sui quali è stata scritta la nostra Costituzione democratica vengono quotidianamente disgregati anche nella prassi politica, dentro e fuori dal Parlamento. Basti osservare l’abuso dei regolamenti, il dilagare del ricorso al voto di fiducia ed alla decretazione di urgenza, l’abuso delle deleghe, il degrado della vita interna dei partiti, lo sconcio delle cosiddette primarie, le norme vecchie e nuove sul finanziamento dei partiti, le norme faragginose sull’accesso selettivo all’elettorato passivo, garantito a chi già è nel sistema, ed ostacolato sino a divenire proibitivo a chiunque altro. E ancora, possiamo osservare lo smantellamento della funzione di corpi intermedi che partiti e sindacati hanno in una democrazia, l’intenzione dichiarata di ridurre il sindacato all’unico ruolo di controparte privatistica, la sottrazione di importanti sfere di decisione al controllo pubblico che si manifesta attraverso il meccanismo delle società partecipate di diritto privato, lo svilimento della politica locale. Si tratta di processi che l’accelerazione impressa da Renzi sta portando a compimento, ma che non hanno origini recenti. 

Quello cui stiamo oggi assistendo è l’epilogo di una lunga catena di sistematica denigrazione della democrazia che, non a caso, è stata avviata da forze nate da radici estranee o avverse alla costruzione della democrazia italiana, e che non hanno mai nascosto questa avversità. Non possiamo dimenticare il fastidio nei confronti del Parlamento e della politica in genere, l’insistenza sul presidenzialismo, la sguaiataggine istituzionale, la denigrazione della Costituzione in quanto espressione delle forze di sinistra, gli attacchi al sistema rappresentativo, che per due decenni sono stati portati avanti da una destra variamente composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega, con l’aggiunta di un po’ di popolar-cattolici di destra, interessati a smantellare le riforme liberalizzatrici degli anni ’70. La democrazia non ha peggiori avversari che coloro che troppo debolmente la difendono, o non la difendono affatto, ritenendo che il suo impianto, una volta stabilito, costituisca una costruzione stabilmente definitiva e non bisognosa di un continuo progresso. Le forze da cui è nato il PD e poi, più compiutamente, il PD stesso, si sono passo dopo passo adeguate a quel processo, finendo col farlo proprio sino a diventarne il braccio armato, vedendovi la strada per affermare quella che era stata definita come vocazione maggioritaria, e cioè il tentativo di realizzare il controllo proprietario sull’intera sua area di influenza politica. 

A chi obiettava qualcosa, si rispondeva invocando una presunta necessità di semplificazione (i cespugli, i nani e nanetti, il teatrino della politica, il sapere la sera delle elezioni chi ci governerà, ed altre amenità di questo genere) quasi che le incapacità del sistema politico a produrre politica più o meno buona fossero da addebitare non ad una compagnia di attori incapaci, ma ad un copione troppo complesso o difficile da recitare: cioè all’impianto delle regole che governavano il sistema politico ed istituzionale. 

Così è nato il mito della semplificazione, che ha via via accomunato destra e centrosinistra, portando a prassi ed a leggi elettorali inconcepibili in un regime democratico, sino a culminare con le trasformazioni che oggi sono in corso. Ora, quello della democrazia è un meccanismo fragile e, per sua natura, articolato e complesso. Già la democrazia ateniese, era una costruzione notevolmente elaborata, molto più complessa ed articolata, nelle regole e nel funzionamento, di quanto fossero le forme aristocratiche o monarchiche concorrenti a quei tempi. Non sto qui a descriverla, ma già vi erano presenti gli embrioni di criteri atti ad evitarne la degenerazione oligarchica o populista. 

La democrazia moderna, in società variamente articolate e strutturate come sono le democrazie industriali dei nostri tempi, richiede una sorta di ridondanza nei meccanismi di garanzia e controllo, ad evitarne la degenerazione dispotica della dittatura della maggioranza, sovente condita da connotazioni populiste, od il suo trasformarsi in oligarchia. Tali meccanismi si fondano sulla presenza di forme rappresentative che garantiscano la partecipazione alla discussione parlamentare di tutte le componenti significative della società; sulla centralità di un Parlamento nel quale si discuta e si deliberi solo dopo aver discusso; sul funzionamento del bilanciamento dei controlli tipico della tradizione nordamericana; sulla possibilità che il percorso legislativo possa vedere revisioni in corso d’opera. A quest’ultimo proposito, rasenta il sublime il fatto che alcuni dei fautori delle trasformazioni oggi in corso abbiano affermato che i relativi provvedimenti sarebbero stati migliorati nelle letture successive alla prima, proprio grazie a quel meccanismo di doppia lettura che si vuol eliminare o ridurre.

Ed ancora, si fonda sulla democrazia diffusa nella società, negli enti locali, nei corpi intermedi, nelle scelte della politica locale; e sulla presenza di adeguati contropoteri non istituzionali: informazione, sindacato, associazionismo.

E, proseguendo, si fonda alla radice su cittadini cui, in quanto tali, tanto nella loro sfera individuale che nella loro sfera sociale, siano assicurati adeguati diritti. Il comprimere i diritti individuali o il sottrarre diritti sociali, come si sta facendo ora nei confronti dei cittadini nella loro veste di lavoratori, rendendoli sostanzialmente più ricattabili, è un altro aspetto dall’indebolirsi della nostra democrazia; così come lo sono scelte di politica economica che stanno facendo venir meno, attraverso disoccupazione e malaoccupazione, quelle che potremmo definire come le basi materiali della democrazia. Tutto ciò disegna la democrazia come un quadro che indubbiamente è articolato e complesso. Ma è proprio questo ciò che la distingue da quell’oligarchia autoritaria che oggi si vuole veder rapidamente realizzata.

E, se gli attori non sono capaci di recitare questo copione, si tratta di cambiare gli attori, e non il copione, ad evitare che la constatazione dell’inadeguatezza della nostra politica conduca non alla sua trasformazione, ma a cambiar le regole per poterle assicurare comunque una sopravvivenza. Si sta invece consumando la truffa di presentare agli italiani come riforme semplificatrici e razionalizzatrici un corpus di norme e prassi che, anziché indebolire la casta, la rafforzano, perpetuano, e concentrano attorno all’Esecutivo.

“Iniziativa 21 Giugno”, a nome della quale sto parlando, su queste premesse assicura il proprio impegno e sostegno al “Coordinamento per la Democrazia Costituzionale”, vedendovi la concretizzazione di un’iniziativa comune a tutta la Sinistra. Perché, diciamocelo chiaramente, c’è la necessità che vengano avviate tutte le possibili iniziative utili a contrastare quanto oggi è in corso, ma è soprattutto quello di costruire, almeno per il futuro, un’alternativa politica».

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OGGI A PARIGI, COMUNISTI CONTRO L'EURO

[ 30 maggio ]

Nel decimo anniversario della vittoria del NO in occasione del referendum sul Trattato costituzionale europeo, si svolgerà oggi a Parigi una manifestazione promossa da alcuni collettivi e gruppi comunisti di Francia. 

Si legge nel manifesto di convocazione: « Il capitalismo non può rispondere ai bisogni del popolo! Occorre uscire dall'euro, dall'Unione europea e dalla NATO. Per un fronte popolare, patriottico e antifascista, per la riconquista della sovranità nazionale».

Questi otto gruppi, provenienti dai diversi angoli del Paese, hanno dato vita ad un coordinamento "Assise del Comunismo".
La redazione di SOLLEVAZIONE ha inviato ad essi i propri saluti e l'augurio che la manifestazione sia un successo.


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venerdì 29 maggio 2015

«ROMPERE LE CATENE DELL'EURO, DELL'UNIONE EUROPEA E DELLA NATO» di Fausto Sorini*

[ 29 maggio ] 

Un'altro pezzo di sinistra si schiera contro la gabbia dell'euro.
Fausto Sorini (nella foto) è membro della Segreteria nazionale e responsabile esteri del Partito Comunista d'Italia (comunisti italiani).

Sorini segnala che nelle imminenti elezioni regionali ci sono candidati no-euro dei "comunisti italiani".


«In questo scorcio di maggio stanno venendo al pettine i nodi irrisolti dell’eurozona e dell’Unione Europea. Ed è questo anche il segnale che, sia pure in modi diversi e diversamente orientati, si è manifestato nel voto e/o nel posizionamento di diversi popoli del continente, come quello spagnolo, polacco, greco, britannico. Auguriamoci che questo sia anche il segnale che verrà dal voto italiano di domenica prossima, in primo luogo con l'affermazione dei candidati più conseguenti con tale orientamento presenti nelle liste progressiste, comuniste e di sinistra sostenute dal nostro partito.

Primo fra tutti, sta venendo al pettine il nodo greco. 

La Grecia, che Mario Monti considerava “il più grande successo dell’euro”, evidenzia una realtà che ormai solo chi sia in malafede o completamente disinformato può negare: la gabbia dell’eurozona ha fortemente indebolito la sua economia, provocando un drastico peggioramento della bilancia commerciale e un aumento del debito (privato e pubblico); le politiche di austerity imposte in cambio di ulteriori prestiti – che in realtà sono serviti a mettere in sicurezza, trasformandoli in crediti degli Stati dell’eurozona e del Fmi, i crediti delle banche tedesche e francesi – hanno peggiorato ulteriormente la situazione, con il risultato di far perdere alla Grecia il 26% del prodotto interno lordo, milioni di posti di lavoro e parte significativa della capacità industriale. E il debito è più alto di prima, e – come e più di prima – non ripagabile.

Rispetto a questa atroce evidenza l’establishment euro-atlantico non intende arretrare, e cerca di imporre alla Grecia un ulteriore ridimensionamento dei diritti di lavoratori e pensionati: anche se fino ad ora non è riuscito a piegare e umiliare il governo greco, sostenuto tuttora dalla gran parte dei cittadini di quel paese. Esso è attraversato da un aspro dibattito che ci auguriamo possa concludersi senza capitolazioni ai ricatti dell'Ue e della Nato: perchè questo aprirebbe la strada ad una drammatica disillusione per tutti i popoli europei e, innanzitutto in Grecia, ad una pericolosa controffensiva reazionaria e fascistoide che è già in gestazione.

Questa è la situazione. Che ormai rende concretamente possibile l’uscita della Grecia dall’eurozona. Rispetto a questa eventualità l’establishment euro-atlantico (e in particolare quello tedesco, che in tutta evidenza dirige il processo) è diviso: una parte è preoccupata per le conseguenze “imprevedibili” di tale eventualità (ma non è disponibile a cancellare nemmeno parzialmente l’insostenibile debito della Grecia), un’altra parte sembra accarezzare l’idea di una “punizione esemplare” alla Grecia, per mettere in riga gli altri paesi europei in difficoltà (primo tra tutti l’Italia) mostrando loro le presunte terribili conseguenze di un’uscita dall’eurozona. Il 25 maggio Paul Krugman ha messo in guardia costoro facendo presente che si tratta di un gioco pericoloso: per il semplice motivo che una Grecia uscita dall’eurozona potrebbe dimostrare ai suoi aguzzini esattamente il contrario di quanto essi sperano. Ossia che “c'è vita oltre l’euro”, e oltre i confini dell'Unione europea e della Nato. E che un altro mondo è possibile, nella cooperazione coi BRICS e con una vasta area di Paesi non allineati. E più precisamente che, venuta meno la gabbia valutaria e ripristinati rapporti di cambio di mercato, l’economia greca potrebbe riprendersi senza dover ricorrere ai tagli drastici a salari e stipendi che sono stati operati in questi anni (che affossano la domanda interna e quindi risultano controproducenti).

Tra coloro i quali sono preoccupati per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti ci sono gli Stati Uniti, il cui atteggiamento evidenzia con chiarezza il rapporto che c’è tra l’Unione Europea, l’eurozona e il Patto Atlantico. Ed è appena il caso di ricordare che a questo Patto militare imperialista, fonte di guerre dirette e per procura, e di permanente instabilità internazionale, si vuole ora affiancare un trattato di libero scambio che rafforzerebbe i legami euro-atlantici proprio in un momento in cui il capitalismo europeo e statunitense sono in gravi difficoltà, e proprio in un momento in cui nel mondo emergono altri interlocutori e altre realtà politiche ed economiche a cui aprirsi.

I popoli europei stanno esprimendo, in forme diverse e non sempre univocamente progressive, un messaggio comunque chiaro nella sua sostanza: l’Unione Europea e l’Unione Economica e Monetaria (l’Eurozona) non sono più considerate fonti di progresso economico e sociale. Le logiche che presiedono a esse sono sempre più chiaramente antidemocratiche, sempre più evidente è la supremazia della Banca Centrale Europea sui governi democraticamente eletti e sugli stessi valori costituzionali che i paesi membri si sono dati, sempre più netta è l’iniquità delle politiche che vengono perseguite in nome del feticcio della “stabilità dei prezzi”, a beneficio dei grandi potentati economici e finanziari e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione europea.

Non si può morire per Maastricht, non ci si può arrendere alla disoccupazione di massa e a un declino industriale e produttivo che ha tra le sue radici l’assunzione dei valori liberisti e monetaristi dei Trattati Europei e la loro sostituzione di fatto (mai sottoposta a voto popolare!) ai valori della nostra Costituzione.

È giunto il momento di dire con chiarezza che il conflitto tra i diritti riconosciuti dalla nostra Costituzione e gli pseudo-valori che informano i trattati europei, incentrati sull’assoluta preminenza del mercato in ogni campo, deve risolversi a favore dei primi.

È giunto il momento di dire che oggi chiedere “più Europa” significa rafforzare questa Europa antidemocratica, reazionaria e atlantica.

È giunto il momento di dire che questa unione monetaria non rappresenta un passo avanti verso l’Europa dei popoli ma precisamente il contrario: è un meccanismo che accentua le gerarchie economiche in Europa, che rafforza i forti e indebolisce i deboli, che mette i popoli l’uno contro l’altro e porta alla messa in discussione anche di valori di civiltà civile e sociale che credevamo irreversibili. Precisamente come accade negli anni Trenta, in cui il gold standard, un altro meccanismo di cambi fissi, portò alla deflazione e aprì la porta al nazismo e alla seconda guerra mondiale.

È giunto il momento di rompere il tabù di una moneta che è diventato feticcio e strumento permanente di ricatto sociale.È giunto il momento di appoggiare tutti coloro i quali, in Europa e a partire dalla Grecia, contrappongono di fatto a questa ideologia di carta moneta la centralità dei valori del lavoro e del progresso sociale, verso una società migliore di quella che decenni di pensiero unico e di dominio incontrastato delle classi dominanti e dei partiti che le rappresentano ci hanno imposto.

La conclusione è semplice e netta: nessun progresso sociale e nessuna politica di cooperazione e di pace con altre regioni del mondo è possibile se non si rompono le catene di questa gabbia neo-imperialista rappresentata dall'Unione europea, dall'euro e dalla Nato».

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«USCIRE DALL'EURO» Il Manifesto della sinistra spagnola

[ 29 maggio ]

Anche in Spagna cresce nella sinistra la consapevolezza che l’euro non è solo una moneta, bensì un regime, per l’esattezza fondata sui dogmi del neoliberismo. Un regime che danneggia anzitutto le classi lavoratrici ma anche i cosiddetti “paesi periferici”, e tra questi la Spagna, a tutto vantaggio del grande capitalismo tedesco. Primo firmatario di questo manifesto è il noto Julio Anguita (nella foto)  fondatore e portavoce per molto tempo di Izquierda Unida, e da tempo in aperto dissenso con la linea “europeista” di I.U. Il Manifesto ci è stato segnalato dagli amici Pedro Montes e Manolo Monereo
La crisi continua, i danni si aggravano, la sofferenza si accumula

Uscire dall'Euro

Due anni fa, nei momenti più duri della crisi economica, migliaia di persone di diversa provenienza, firmavano un documento il cui titolo “Per recuperare la sovranità economica, monetaria e cittadina”, e il cui slogan “Uscire dall'euro”, delineavano la soluzione necessaria per il popolo.

Ora è di nuovo necessario rivolgersi alla società spagnola e alle sue istituzioni per insistere e ratificare l'urgenza di una revisione dei vincoli del nostro paese con l'Unione europea e i trattati che la costituiscono. A questo scopo ci proponiamo di promuovere iniziative di dibattito e d'azione.

STOP ALL'INTEGRAZIONE EUROPEA

Pedro Montes
L'Europa è impantanata in uno stallo che non ha precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Come entità politica l'Unione europea ha smesso d'essere una potenza rilevante e ha assunto un ruolo sempre più subordinato ai disegni imperialisti degli USA, come si evince da conflitti e guerre nei paesi arabi atti a ridisegnare sia il Medio oriente che il centro Europa, con l'Ucraina trasformata nel cuore dello scontro e gravida di seri rischi bellici e nuovi strappi nel Continente.

L'irrazionale progetto dell'unione monetaria e le sue conseguenze hanno messo in crisi l'integrazione europea. Squilibri economici insostenibili fra i vari paesi e montagne di debiti che strozzano nazioni, Stati, sistemi finanziari, imprese e famiglie sono il motivo della crisi.
L'indebitamento generale ha costruito una fitta rete di rapporti finanziari, carichi di focolai esplosivi e collegamenti molto fluidi derivati dalla deregolamentazione e della globalizzazione. L'unica àncora di salvezza proviene da iniezioni di liquidità decise dalla BCE per arginare il pericolo di nuove e ricorrenti crisi finanziarie, al prezzo di alimentare il volume del debito che il sistema sopporta.

Di fatto, la BCE per impedire deflagrazioni fuori controllo, ha dovuto abbandonare ortodossia e obbiettivi istituzionali: il salvataggio di alcuni paesi, le misure per fornire liquidità e la recente possibilità che il debito sovrano possa finanziarsi attraverso i suoi prestiti, seppur con restrizioni e differenziazioni a seconda del paese. La BCE, malgrado la facilità con la quale adesso opera, non può in alcun modo essere equiparata alla Federal Reserve degli USA o alla Banca d'Inghilterra, a causa della contraddizione fra l'unità monetaria e le diverse politiche fiscali dei paesi che la compongono. L'integrazione economica si allontana sempre di più a causa dei conflitti fra i vari paesi, ognuno dei quali agisce secondo i propri interessi.

La desolazione attraversa le nostre società. Alcuni paesi del sud sono in frantumi: bancarotta finanziaria, diseguaglianze laceranti, corrosione del welfare, hanno relegato gran parte della popolazione nell'esclusione e nella miseria. Niente di nuovo, niente che non sia già noto: l'alternativa per i paesi meno avanzati e sfavoriti dell'unione monetaria è quella di recuperare la sovranità economica e monetaria.
 
Anno considerato: 2013
LA GRECIA OLTRAGGIATA

La Grecia è oggi nell'occhio del ciclone e si è trasformata in un banco di prova che finirà per ratificare questa soluzione.

Il cambiamento che reclama la società greca dopo le elezioni del 25 gennaio non è compatibile con l'euro. L'esito di questo conflitto avrà ripercussioni decisive, sia politiche che economiche, in tutta Europa, poiché non ci sarà altra soluzione che l'uscita della Grecia dall'euro. Se il governo di Syriza sarà piegato dalla Troika, profonda sarà la delusione della sinistra europea, ma soprattutto aumenterà la sofferenza per la popolazione greca. Se, al contrario, il nuovo governo sarà in grado di superare l'ultimatum e ottenere dilazioni al proprio fallimento, attraverso prestiti e salvataggi ponte, senza modificare le cause essenziali della sua crisi, alla Grecia resterà ancora molta strada da fare intrappolata nelle esigenze dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Con il passare del tempo, in un periodo non lungo, sarà evidente l'insensatezza di quest'ultima alternativa che significa continuare a tenere incatenato il paese e in sospeso la cittadinanza, senza alcuna speranza nel futuro.

Solo affrontando la crisi in modo radicale e dirompente, con l'uscita dall'euro e quindi con il recupero della sovranità monetaria e fiscale e liberandosi da un debito che non si può pagare, il popolo greco inizierà a scrivere un nuovo capitolo della propria storia.

Appare ingenuo e falso l'intero dibattito di una sinistra convinta che non vi sia soluzione alla crisi all'interno dell'euro, ma che cerca di distinguere fra dissociarsi dall'euro o essere espulsi dall'unione monetaria.

Come anzidetto, l'Europa attraversa un momento decisivo. Il timore dei paesi egemoni -Germania in testa- è che l'uscita della Grecia dall'euro crei un precedente che acuisca l'instabilità dominante. Pure, potrebbe darsi che venga adottato il criterio opposto: costringere la Grecia, attraverso l'imposizione di condizioni insopportabili, ad uscire dall'euro e dall'Unione europea quale deterrente per evitare, per qualche tempo, l'ascesa di forze politiche che promuovono il recupero della sovranità economica e politica in altri paesi del sud Europa. In entrambi i casi si apre un periodo di grande instabilità, teso e transitorio.


L'euro, nella sua attuale forma, è destinato a sparire. L'inevitabilità della sua scomparsa va data per certa. Ed è proprio a causa dell'immane disastro causato in Europa che dovrebbe scaturire un risveglio morale e intellettuale dei cittadini sull'irrazionale e perverso progetto di unità monetaria.

Stanno nascendo in Europa movimenti e formazioni politiche che mettono al centro della loro proposta l'uscita dall'euro. Non è più questione di discutere la bontà e l'opportunità dell'unione monetaria, anche se solo come anello d'integrazione sociale e politica europea. Questo dibattito per molti europei si è già concluso. Ora si discute se la scomparsa dell'euro può essere un processo consensuale e controllato per evitare danni imponderabili o se i paesi dovranno agire unilateralmente la rottura con la zona euro. Gli indiscutibili vantaggi della prima ipotesi non garantiscono un processo sensato ed equilibrato come sarebbe auspicabile. Tutto sembra indicare che sarà un processo turbolento e distruttivo poiché vi sono in ballo molti interessi contrapposti. Tentare che nell'ambito del capitalismo dominino altri valori e criteri, è un atto di fede senza fondamento.

LA CRISI CONTINUA

Per quanto riguarda la Spagna, i motivi esposti nel Manifesto del 2013 -richiesta di
La curva del debito pubblico spagnolo
recupero della sovranità economica e uscita dall'euro- sono ancora pienamente vigenti, nonostante la confusione esistente, generata con tenacia dal governo, di far credere in modo demagogico e fraudolento che la crisi economica sia ormai questione del passato.

Gli esigui cambiamenti nell'evoluzione dell'economia spagnola non lasciano credere che la crisi sia alle nostre spalle. La situazione economica e sociale è desolante. I danni causati dal 2008 ad oggi sul fronte economico, a cominciare da disoccupazione, precarietà nel lavoro, diseguaglianze nel welfare... sono così tanti che, dal punto di vista del benessere generale del paese, la crisi non potrà dirsi superata per molti anni a venire. In assenza di qualsivoglia criterio per evitare gli errori del passato, non può certo confortarci la modesta crescita del PIL, favorita da alcuni fattori: BCE, petrolio, turismo, deprezzamento dell'euro. Quando parlano del nuovo modello economico ci fanno uno scherzo di cattivo gusto. Quando parlano di crescita, siccome la ripresa è lenta e contradditoria, ogni volta devono ingigantire le menzogne per sostenere il messaggio, tanto più essenziale in campagna elettorale.
           
Non è accettabile l'argomento opportunista che la crisi è alle spalle. La crisi sociale ed economica è invece assestata e radicata, e in combinazione con gli eventi politici verificatisi, ha condotto il paese ad una situazione eccezionale. Non convincono quindi le statistiche economiche, peraltro tanto facilmente manipolabili, bensì la situazione obbiettiva del paese all'interno del contesto europeo.

L'analisi accreditata è che la crisi internazionale abbia origine dalla crisi finanziaria, conseguenza dell'indebitamento in ogni ambito e livello, che si è scatenata con il fallimento della banca USA Lehman Brothers nel settembre del 2008. Una volta generata la sfiducia nei mercati finanziari e chiusi i canali di finanziamento preposti, l'approfondirsi della crisi nei vari paesi è stata correlata all'indebitamento di ciascuno e alle possibilità di questi di affrontarla, giacché l'eurozona non dispone di una Banca centrale con il ruolo della Federal Reserve negli Stati uniti.


L'economia spagnola era una delle più indebitate del mondo, in seguito ai grandi squilibri della bilancia dei pagamenti dall'instaurazione dell'euro e all'entusiastica partecipazione all'euforia finanziaria che precedette la crisi. Era pertanto destinata a subire un grosso shock economico com'è accaduto, senza che i problemi di base siano per ora mutati.

IL DEBITO DIVORA

Alla fine del 2007, l'indebitamento finanziario lordo dell'economia spagnola, in tutti i suoi settori, fra amministrazione pubblica, sistema finanziario, imprese e famiglie, ammontava a 9,7mila miliardi di euro (ad una più dettagliata analisi il passivo aumenterebbe), al quale
Chi detiene il debito pubblico spagnolo
vanno aggiunti altri 2,2mila  miliardi, la cifra che nell'insieme di questi settori nazionali, gli operatori economici del paese, avevano di passivo con l'estero. L'indebitamento totale era dunque di 11,9mila miliardi di euro, equivalente a 11,3 volte il PIL di quest'anno.

I numeri alla fine del 2013, con tutti i cambiamenti economici e le convulsioni finanziarie registrate da allora, sono i seguenti: l'indebitamento fra settori interni 10,1mila miliardi di euro, più 2,3mila miliardi con l'estero, per un totale di 12,4mila miliardi di euro di passivo, equivalente a 12,2 volte il PIL del 2013 (inferiore di un 3,4% all'anno 2007).

Rispetto al debito, la situazione dell'economia spagnola si è pertanto aggravata negli ultimi anni, ed quindi potenzialmente più esposta che nel passato a sconvolgimenti finanziari di ogni genere. Le agevolazione previste dalla BCE, con il loro impatto sui tassi d'interesse, compreso il cosiddetto premio per il rischio, possono illudere che il clima economico e finanziario sia sereno, ma l'eccezionale instabilità finanziaria internazionale ed europea è sempre in agguato e non passerà molto tempo prima che sorgano altri periodi di agitazione e disordine.

Se ci riferiamo ad un aspetto particolare e vitale della posizione finanziaria del paese, dobbiamo ricordare che alla fine del 2007 il debito pubblico dello Stato era al 36% del PIL; alla fine del 2014 era al 100% del PIL. La politica brutale e i tagli per sanare i conti pubblici hanno provocato un vertiginoso incremento del debito pubblico e un deficit incorreggibile dell'amministrazione pubblica, che nel 2015 è ancora stimato, con poco fondamento, in un 4,5% del PIL, e produrrà, di conseguenza, un altro aumento della spesa pubblica.

Il debito estero e quello pubblico, due dati fondamentali per giudicare la salute dell'economia, costituiscono un grosso freno, che impedisce di affermare che l'economia è sanata e in condizioni di decollare. Alla fine del periodo elettorale che ci attende, così incline a promesse, falsità e menzogne, appariranno di nuovo i fantasmi della crisi, se tutto non subisce un'accelerazione per la questione greca.

Il governo nasconde e disdegna questi dati essenziali nel tentativo di confondere l'opinione pubblica, non solo per far credere che la crisi è passata, ma anche per confermare che la politica di sacrifici e di perdita di benessere della popolazione era l'unica possibile ed è stato giusto attuarla. Da lì, è un passo concludere che è necessario continuare ad applicare la politica dell'austerità, con il paradosso che mentre si esaltano i risultati dell'economia spagnola il governo continua a stringere sui tagli alla spesa pubblica, come nel caso dei disoccupati senza alcuna protezione.

CECITA' COLLETTIVA

Il Manifesto “Per recuperare la sovranità economica, monetaria e cittadina” aveva visto giusto affermando che il nostro paese era ad un bivio: o si lasciava trascinare nel sentiero dell'austerità ad oltranza, come esigevano le istituzioni e i mercati finanziari internazionali, cosa che avrebbe aggravato la crisi economica e sociale, o altrimenti doveva imboccare il cammino per recuperare la sovranità economica e monetaria, per un futuro che corregga ed eviti disastri come quello in cui è precipitata la popolazione spagnola. Un cammino non privo di complessità.

Le condizioni politiche del paese rafforzano tale proposta, in un momento in cui le mobilitazioni popolari contro tante ingiustizie e le aspettative per le prossime elezioni mettono all'ordine del giorno l'urgenza di risolvere i problemi economici dei cittadini. Milioni di persone sono vittime della povertà, e molti altri sono schiacciati e sommersi dalla crudezza e caparbietà delle politiche neoliberiste.

Il dramma del paese è che di fronte a questa cogente necessità, non vi sono forze politiche che capiscano che schivare il problema e il bivio che ci sta di fronte è un grave errore e un suicidio politico. Lasciamo da parte il PSOE, con il suo impegno cieco per l'euro, la sua obbedienza sottomessa alla Troika, compresa la riforma del 2011 dell'articolo 135 della Costituzione, “suggerita” dalla BCE. Accenna ad un'altra politica, fa timidi passi d'opposizione e al medesimo tempo affianca senza soluzione di continuità il PP con il quale condivide gli obbiettivi essenziali. Non si può contare nei dirigenti del PSOE per liberarsi dalla morsa della moneta unica.
Debiti privati e debito pubblico in Spagna 
Le forse politiche alla sinistra del PSOE, vecchie e nuove, sono più attive nella protesta contro la politica neoliberale; affiancano e collaborano nelle mobilitazioni contro gli abusi e le violenze del sistema. Disgraziatamente però confondono la popolazione, suscitano aspettative irrealizzabili e con ciò preparano le persone a prossime cogenti delusioni e frustrazioni che possono sfociare in cambiamenti molto controproducenti nelle coscienze del popolo oppresso e umiliato.  Dicono che è questione di volontà politica e parlano di un'altra politica economica e sociale, di un altro modello produttivo, ma senza il minimo rigore. Nella situazione di fallimento finanziario del paese, nel contesto dell'unione monetaria, non c'è possibilità per una politica fondamentalmente diversa da quella condotta dalla Troika, le cui conseguenze sono ampiamente provate.

È questa cruda realtà che dobbiamo trasmettere alla popolazione e dobbiamo metterla di fronte al bivio che abbiamo davanti. È così irrecuperabile il terreno perso in questi anni che persino se miracolosamente sparisse il debito che divora il paese non sarebbe possibile risollevarsi e creare un'economia sufficientemente forte e competitiva per sopravvivere all'interno della zona euro. La lieve crescita del PIL negli ultimi trimestri sta già trasformandosi in un significativo peggioramento del deficit della bilancia dei pagamenti.
Bilancia dei pagamenti (current account) spagnola

SOVRANITA' E DEMOCRAZIA

Ci rivolgiamo a tutte le forze impegnate nel cambiamento e a tutti i cittadini che soffrono davvero la crisi. L'unica via d'uscita valida è quella di recuperare la sovranità economica. Abbiamo bisogno di una nostra moneta per affrontare meglio la competizione e di una banca centrale per gestire meglio la politica fiscale. Qualsiasi tentativo di applicare gli insegnamenti keynesiani richiede di accantonare per qualche tempo i problemi del deficit pubblico, fino al rilancio attraverso la domanda delle risorse produttive, fino a generare reddito ed aumentare il gettito fiscale, combattendo seriamente la frode fiscale.

Più neoliberismo aggrava la catastrofe sociale del paese. È bene ricordare che continua il negoziato per l'accordo del TTIP fra l'Unione europea e gli Stati uniti in completa impunità e segretezza. Un trattato che distrugge la capacità degli Stati di regolamentare aspetti chiave della vita della popolazione – lavoro, sanità, ecologia, cultura- e ne riduce la sovranità fino ad equipararli alle multinazionali in quanto a potere di negoziazione. L'uscita dall'euro eviterebbe di dover condividere tale accordo che si sta preparando a tradimento, alle spalle del popolo.

La destra politica e i poteri economici non esitano nel perseguire i loro disegno di un mondo senza diritti e di una democrazia fittizia che conduce alla barbarie.

La difesa e la costruzione della democrazia politica è inseparabile dalla sovranità popolare ed economica. Il processo costituente necessario a garantire i diritti politici e sociali della cittadinanza, potrà dirsi concluso con successo soltanto dopo aver recuperato gli strumenti economici che rendono effettiva tale sovranità.

Essendo tanti i valori in gioco e differenti le opinioni di come si intende una società civilizzata, tutte le forze politiche che considerino inevitabile aprire un Processo Costituente, e tutte le vittime dell'attuale situazione, sono chiamate ad unirsi e trovare una convergenza per porre fine alla  desolazione e alla mancanza di speranza che si sono instaurate con il capitalismo nella fase distruttiva della sua storia.

Le rivendicazioni, le proposte, gli obbiettivi sono nelle menti e nelle coscienze di tutti, dovremo continuare fino ad ottenere quanto vogliamo. Solo così avanzeremo insieme e indicheremo la direzione politica a partiti, sindacati, movimenti... mostrando che la sovranità popolare è necessaria e inevitabile.

Il nostro obbiettivo finale è quello di liberare il popolo dal giogo imposto dalle oligarchie dominanti dell'Unione europea e così, fuori dalla trappola dell'euro, costruire un'alternativa economica, sociale e politica che argini la barbarie. A questo scopo chiamiamo ad organizzare, in Spagna, durante il 2015, un “Incontro”, al quale dovrebbero partecipare le voci autorizzate di altri paesi con i nostri stessi obbiettivi e per la preparazione del quale si costituirà un Gruppo Promotore.

Di fronte al fallimento e al disastro causato dall'attuale progetto neoliberista europeo, i popoli sottomessi della UE devono intraprendere altre soluzioni basate sul recupero della sovranità popolare, la solidarietà, la cooperazione e la fraternità.

Aprile 2015

(Traduzione Marina Minicuci)


PRIMI FIRMATARI

JULIO ANGUITA
SANTIAGO ARMESILLA
DAVID BECERRA
MIREIA BIOSCA
LUIS BLANCO
ROSA CAÑADELL
MANUEL COLOMER
ALBERT ESCOFET
SANTIAGO FERNANDEZ
VECILLA RAMÓN
FRANQUESA HÉCTOR
ILLUECA PEDRO
LOPEZ LOPEZ
JOAQUÍN MIRAS
NEUS MOLINA
MANUEL MONEREO
AGUSTÍN MORENO
ROSANA MONTALBAN
PEDRO MONTES
ARACELI ORTIZ
GUMER PARDO
MIGUEL RIERA
CLARA RIVAS
JUAN RIVERA
JOAN TAFALLA
DIOSDADO TOLEDANO
RODRIGO VÁZQUEZ DE PRADA
PAU VIVAS  










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giovedì 28 maggio 2015

VAROUFAKIS, LA CAPRA E I CAVOLI di Piemme

[ 28 maggio ]

Il Forum Internazionale di Atene è alle porte. Cadrà in un momento delicatissimo. Ammesso che il Fmi conceda in queste ore al governo greco di posticipare il pagamento della prossima rata di debito in scadenza il 5 giugno (quella del 12 maggio è stata saldata con una maldestra partita di giro), a fine mese sapremo se la Grecia andrà in default (con il terremoto che ne conseguirà per l'eurozona) o se sarà stato raggiunto un accordo politico che salvi capra e cavoli.
Ci torniamo più avanti.

Questa situazione di tensione estrema si riverbera dentro SYRIZA. Domenica scorsa si è svolto un infuocato Comitato centrale. La mozione dell’ala sinistra che chiedeva di non rimborsare i prestiti al Fmi, di nazionalizzare le banche e di indire un referendum per respingere ogni accordo capestro, è stata bocciata con 95 voti contro 75. La possibilità di una frattura, nel caso il governo accetti un accordo a perdere con la troika diventa una possibilità. Segnaliamo che, tra gli altri, saranno presenti al Forum di Atene esponenti di spicco della sinistra interna di SYRIZA, ciò che farà del Forum non solo una grande occasione di approfondimento sulle ipotesi di uscita dal marasma economico e sociale, ma un passo verso il coordinamento delle sinistre europee a vario titolo critiche del regime della moneta unica.

Veniamo quindi allo psicodramma del negoziato tra Atene e la troika o, come è stata ribattezzata, "Brussels Group". Vediamo anzitutto di capire qual è il pomo della discordia, il macigno che si frappone ad un accordo. Giorni addietro scrivevamo che si era giunti a fine partita e che dunque si sarebbe scoperto chi stava bluffando, se i falchi euristi capeggiati da Wolfgang Schäuble o il governo greco.

E' lo stesso Varoufakys a giungerci in soccorso per risolvere l'enigma. Egli ha consegnato alle agenzie un articolo che la dice lunga. L'ha pubblicato il 26 maggio Il Sole 24 Ore col titolo
«L’austerity? In Grecia l’abbiamo già fatta». Smentendo la versione dei falchi che vogliono far apparire Atene come disobbediente e inaffidabile, Varoufakys afferma:
«Il nostro governo è più che desideroso di attuare un’agenda che includa tutte le riforme economiche che i think tank economici europei considerano centrali. E siamo perfettamente in grado di garantire il sostegno dell’opinione pubblica greca per un programma economico efficace.
Di cosa stiamo parlando? Di un’agenzia delle entrate indipendente; di mantenere in eterno un avanzo di bilancio primario ragionevole; di un programma di privatizzazioni sensato e ambizioso, combinato con un’agenzia per lo sviluppo che sfrutti i beni pubblici per creare flussi di investimenti; di una riforma autentica del sistema pensionistico che garantisca la sostenibilità a lungo termine del sistema di previdenza sociale; della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi, ecc».
Si tratta di affermazioni programmatiche pesanti, molto gravi. Egli finalmente scopre (quasi completamente) le carte: dichiara che il governo greco accetta di mantenere in eterno un "ragionevole" avanzo primario, di volere un piano di privatizzazioni "sensato" ma "ambizioso", di rimettere mano alle pensioni, di accettare un piano di liberalizzazioni dei servizi e dei mercati (oltre quelle già fatte in ossequio ai diktat della troika). In buona sostanza si tratta del puro e semplice rinnegamento del Programma di Salonicco con cui SYRIZA ha vinto le recenti elezioni.

In cambio di questi doni enormi cosa chiede Varoufakys agli strozzini del popolo greco? Semplice a dirsi: la fine dell'austerità. E' triste dirlo, ma dal bluff nella partita negoziale con la troika, si passa a prendere per i fondelli i cittadini greci. 
Il programma da lui sopra esposto non è altro che la continuazione, sotto mentite spoglie, delle terapie austeritarie imposte da Unione europea, Bce e Fmi. In un paese che ha perso in pochi anni il 25% del Pil, con un tasso di disoccupazione del 26%, con salari crollati del 16%, anche solo il prospettare un avanzo primario significa continuare le politiche austeritarie e deflazionistiche. Non ci vuole un master in economia per sapere che l’avanzo primario non solo è il contrario di una politica anticiclica di deficit spending per sostenere la domanda aggregata, ma che il disavanzo è funzionale al pagamento del debito e degli interessi sul debito pubblico. 

Il fondato sospetto è che Tsipras e Varoufakis, quando parlano di fine ell'austerità, vogliano emulare Matteo Renzi e la sua farsa degli 80 euro: si continua nel rispetto dei diktat euristi e delle politiche austeritarie ma si elargisce qualche zuccherino allo scopo di non essere travolti

In questi mesi ci chiedevamo se il governo SYRIZA avesse un "Piano B" in caso di default e rottura con l'euro-Germania. Rispondevamo che di questo "Piano B" non c'era ombra. Le dichiarazioni di Varoufakis ne sono una lampante conferma. L'unico "piano" che sembra avere SYRIZA è quello di raggiungere un compromesso ad ogni costo coi creditori, e pur di ottenerlo accetta nella sostanza di continuare una politica economica neoliberista.

Quanto diciamo è evidentemente chiaro da tempo agli interlocutori di Atene, falchi compresi. Com'è che allora l'accordo non si chiude? 

Ma è semplice! Perché SYRIZA in cambio chiede una sostanziale ristrutturazione del debito —320 miliardi in totale. Non solo un dilazionamento dei pagamenti, ma un robusto taglio a capitale e interessi.
Richiesta che sin qui la troika ha sempre respinto, malgrado questo taglio sia sostenibile. 

Ma se è sostenibile perché la troika non ne ha sin qui voluto sapere?
Semplice anche questo: non si può concedere ad un governo "di estrema sinistra" ciò che non è stato concesso ai governi amici precedenti come quello di Samaras. La questione è dunque anzitutto politico-simbolica. Unione europea, Bce e Fmi sanno che se accettassero una sostanziale ristrutturazione del debito greco, condizione affinché avvenga un allentamento delle politiche austeritarie, ciò non solo smentirebbe il dogma che sorregge la loro narrazione —che i debiti vanno onorati, che solo seguendo politiche deflazionistiche e di taglio alla spesa pubblica crescerà la "competitività" e ci sarà la "ripresa", che dunque solo a queste condizioni eventuali aiuti saranno sborsati—, ma sarebbe un precedente che aprirebbe una breccia nella quale si incuneerebbero altri paesi, legittimando e rafforzando i partiti anti-austerità (M5S in Italia e Podemos in Spagna anzitutto).

Ora che Varoufakys ha scoperto le carte e fatto vedere il suo punto, la mano passa alla troika. Accetteranno di chiudere la partita con un compromesso che salvi capra e cavoli? Lo vedremo appunto nei prossimi gionri. C'è chi dice che i "mercati", ovvero grandi banche d'affari e fondi speculativi, avrebbero già scontato, almeno in parte, l'eventuale default della Grecia, e dunque l'uscita dall'eurozona (Vittorio Carlini; Il Sole 24 Ore del 26 maggio). Evidentemente ritengono che i falchi euristi guidati dalla Germania respingeranno la mano testa di Atene.

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ELEZIONI REGIONALI: LA POSTA IN GIOCO di Leonardo Mazzei

[ 28 maggio ]

In un certo senso Renzi avrebbe anche ragione nel voler delimitare la portata politica delle elezioni del 31 maggio. 

Quelle di domenica prossima sono regionali dimezzate rispetto alle precedenti del 2010. Voteranno infatti 7 regioni anziché 13. A differenza di 5 anni fa non andranno alle urne il Piemonte, la Lombardia, l'Emilia Romagna, il Lazio, la Basilicata e la Calabria.

Dunque, come elezioni di "medio termine", il loro peso parrebbe almeno in parte svilito. Ma c'è un piccolo particolare che le rende invece importanti, e quel piccolo particolare si chiama proprio Matteo Renzi, con il suo progetto autoritario, la sua politica antipopolare, la sua voglia di costruirsi un regime a sua immagine e somiglianza. Nel bene come nel male il voto di domenica avrà quindi una chiara valenza politica, rafforzando od indebolendo il disegno del ducetto fiorentino.

Questa è la vera posta in gioco, ben al di là del governo delle Regioni, che giustamente non appassiona praticamente nessuno. Anzi, la supina accettazione delle politiche austeritarie da parte di tutti i governi regionali, con effetti gravissimi ad esempio nel settore sanitario, ha creato una vera e propria ripulsa popolare verso la stessa esistenza dell'Ente Regione. Aggiungiamo poi gli scandali ed il gioco è fatto. Basti pensare che i Consigli delle Regioni dove si è andati al voto anticipato in questi anni, sono stati sempre sciolti a causa delle varie ruberie che hanno riempito le cronache dei giornali, mai per un vero scontro politico sulle scelte da compiere.

Le Regioni sono dunque un'entità ormai squalificata. Da qui il diffuso disinteresse al voto di domenica. Un disinteresse accentuato anche dal fallimento del "federalismo all'amatriciana" che ha caratterizzato la seconda repubblica.

Non siamo certo i soli a cogliere questi elementi. Da una diversa prospettiva politica ecco quel che ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera sabato scorso:
«Queste sono le prime elezioni regionali in cui non contano né le Regioni né i partiti. Di Regioni ormai non parla più nessuno perché il federalismo è uscito sconfitto dalla grande sbornia dell’ultimo ventennio, e se oggi s’avanza qualcosa è piuttosto un nuovo centralismo, sorretto dal decisionismo del governo Renzi. Il potere è a Roma, in periferia sono rimaste solo le addizionali Irpef».

In questo quadro non è certo difficile immaginare un'impennata dell'astensionismo, già a livelli stratosferici (37,7% di votanti) nelle elezioni in Emilia Romagna tenutesi nello scorso novembre.

Ma - lo abbiamo già detto - la posta in gioco è un'altra. In gioco è la forza e il futuro del progetto renziano che tende alla costruzione di un autentico regime. Un regime i cui tasselli decisivi sono rappresentati dall'Italicum e dalla controriforma costituzionale. Una controriforma che dovrà tornare, per la seconda lettura, prima al Senato e poi alla Camera. E che poi dovrà comunque passare dal referendum confermativo, che prevedibilmente si svolgerà nella primavera del 2016 (per approfondire la questione leggi QUI).

Chiunque può facilmente comprendere come il voto regionale influirà su questi passaggi, così pure come sull'approvazione definitiva della controriforma della scuola al Senato.

Un Renzi rafforzato dal voto avrebbe facilmente via libera su tutte queste decisive partite. Un Renzi azzoppato dalle urne sarebbe inevitabilmente più fragile. Dunque non possiamo snobbare l'appuntamento di domenica.

Renzi sta giocando a fare il furbo. Ma lo sta facendo in maniera un po' troppo sfacciata. Il suo abbassare l'asticella, per cui un 4 a 3 sarebbe una vittoria, è la mossa del venditore di pentole che si appresta a festeggiare per un 5 a 2, o ad esultare per un 6 a 1, quando un mese fa l'obiettivo dichiarato era semplicemente il 7 a zero.

In realtà qui non conterà solo il numero di regioni conquistate (e teniamo conto che in Liguria è anche possibile il pareggio), conterà anche il totale dei voti ottenuti. Anzi, sarà soprattutto quel dato a dirci di quanto si è sgonfiato il famoso 40,8% delle europee.

Abbiamo spiegato tante volte le ragioni per cui il PD renziano è oggi il nemico principale. Apprezziamo quindi quanto ha scritto Giorgio Cremaschi sul fatto che la prima cosa da fare è «non votare in ogni caso ed in ogni situazione per il PD ed i suoi alleati». Questa affermazione è condivisibile, ma essa non è sufficiente.

Ovvio che si debba colpire il PD, ma qual è il voto che può fare più male a Renzi? Questa è la domanda alla quale bisogna rispondere. Bene, noi non abbiamo risparmiato critiche agli amici del Movimento Cinque Stelle, ma solo un'affermazione di M5S darebbe il senso della crescita di un'opposizione al renzismo nella società.

Non solo perché quella di M5S è stata l'opposizione parlamentare più conseguente, non solo perché M5S ha sempre rifiutato ogni alleanza con il PD, ma anche perché il M5S è ormai una forza dichiaratamente anti-euro.

Certo, noi vorremmo di più, vorremmo ben altra consapevolezza, vorremmo un'altra lungimiranza, vorremmo una capacità di legare le battaglie democratiche alla lotta sociale. Ma, almeno sul terreno elettorale, questo è quel che passa oggi il convento.

D'altronde, queste elezioni ci diranno anche chi andrà a collocarsi in pole position come alternativa politico-elettorale al PD ed al famelico gruppo di potere che si raccoglie attorno al capo del governo. Ed i casi sono due: o questa posizione sarà di M5S o verrà conquistata dalla Lega, con le sue posizioni reazionarie, liberiste e fascistoidi. Motivo più che sufficiente per dare il voto al Movimento Cinque Stelle. Un voto che non va inteso come una delega, ma come uno strumento di lotta contro il costituendo regime renziano.

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mercoledì 27 maggio 2015

UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE di Sergio Cesaratto

[ 27 maggio ]

Come spesso accaduto ai paesi in via di sviluppo, l’adozione di una moneta forte ha consentito alla Grecia alcuni anni di crescita attraverso l’indebitamento estero, in particolare con le banche tedesche e francesi (queste ultime intermediarie di fondi tedeschi). I governi greci si dimostrarono ottimi clienti delle imprese di quei paesi le quali agirono spesso attraverso la corruzione.

Dal 2010 il rifiuto degli investitori stranieri di rifinanziare un debito estero fattosi macroscopico, ha condotto i paesi europei a varie tranche di sostegno culminate nella ristrutturazione del debito greco al principio del 2012. 
Si calcola che dei 227 miliardi di prestiti europei e del FMI, solo una minima parte (27m) siano stati utilizzati dal governo greco per le spese correnti, il resto è andato nella restituzione dei debiti alle banche straniere, che così si sono riprese tutto, al pagamento degli interessi e alla ricapitalizzazione delle banche greche. 
In cambio di questa “assistenza finanziaria” la Grecia ha dovuto intraprendere una dura austerità volta a ripristinare un avanzo dei conti con l’estero - tecnicamente il saldo delle partite correnti - in modo tale che il paese non dovesse più ricorrere a prestiti esteri. In effetti tale saldo è ora in pareggio o leggermente positivo. Il prezzo è stato il crollo del Pil greco del 25%.

Quali sono oggi i termini della questione? 

Un debito che non può essere pagato non verrà pagato, dicono gli economisti, e di questo si rende conto anche la Troika. 
Se si confronta la dimensione del debito ufficiale 227m, più 27,7m con la BCE, con quella del Pil greco, circa 180m, si capisce bene perché. A meno che non sia più folle di quanto non sia già, l’UE è probabilmente pronta a offrire un sostanziale congelamento di questo debito caricandosi anche quello del FMI (32 m.) e della BCE, sì da ridurre drasticamente i tassi pagati da Atene. L’UE potrebbe sobbarcarsi facilmente questo carico emettendo titoli a tassi bassissimi attraverso il fondo salva stati (EFSF). La questione è però che, in cambio, Bruxelles e Berlino chiedono la continuazione dell’austerità, vale a dire che la Grecia non chieda più un euro nel futuro. 

Ma qui c’è la linea rossa tracciata da Syriza, che molto è disposta a ingoiare, ma non una débâcle totale. La verità è che la Grecia per riprendere a crescere non ha solo bisogno di una cancellazione del debito (mascherata da congelamento) e drastica diminuzione degli interessi, ma anche di ulteriori prestiti esteri. E quest’Europa che si auto-mortifica con assurde politiche di austerità non ha alcuna voglia di elargirli. Un’Europa diversa che adottasse politiche keynesiane di crescita non avrebbe problema a sostenere Atene, ma tale Europa non si intravede. 

La situazione per la Grecia fuori dall’euro non sarebbe in fondo dissimile, nel senso che comunque di un aiuto esterno avrebbe bisogno diventando una pedina di giochi geo-politici poco prevedibili. Sarà possibile che nei prossimi giorni per evitare il peggio l’UE conceda un piccolo prestito ponte sì che Atene possa pagare la tranche in scadenza col FMI (mai nessun paese si è sottratto ai pagamenti verso il Fondo). Ma questo farebbe solo guadagnare qualche giorno al redde rationem.

Quella greca è una vicenda di un piccolo paese in ritardo economico, ma non troppo dissimile a quella in cui si potrebbe trovarsi Podemos in Spagna. Solo l’Italia, fuori dall’euro, avrebbe una chance seria. E tutti, inclusa la Francia, avremmo forse una chance in un’Europa senza la Germania. C’è solo da augurarci che una crisi dell’euro ci avvicini a quest’esito.

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