FORUM DEI POPOLI MEDITERRANEI

martedì 30 giugno 2015

«GRECIA: TUTTI PER IL NO!» L'appello lanciato dal Forum di Atene

[ 30 giugno ]

L'ultima sessione del Forum di Atene si è svolta domenica 28. Oltre ad approvare un documento generale che segna un nuovo passo avanti del Coordinamento (il prossimo forum proveremo a svolgerlo in Spagna nella primavera del 2016), l'assemblea ha discusso e approvato questo Appello per la vittoria del NO al referendum.


[ Nella foto un momento della manifestazione di domenica pomeriggio indetta dai partecipanti al Forum di Atene "L'euro è il problema, l'uscita la soluzione]
 
«Lotta popolare europea contro l’austerità
 
La vittoria del NO al referendum sarà la vittoria di tutti i popoli d’Europa e un messaggio di speranza, resistenza e dignità.
 
Il voto NO sancirebbe uno scontro con l’Unione Europea e non una rinegoziazione con essa.
 
Le delegazioni ed i partecipanti al Forum anti UE di Atene chiamano ad un massiccio e popolare NO ai vecchi e ai nuovi memoranda, alla disoccupazione, all’austerità, alla violazione dei diritti sociali e politici, all’abolizione della sovranità nazionale, un NO al debito, all’euro e all’Unione Europea! 

Essi chiedono un fronte comune di lotta di tutte le forze popolari e democratiche per la vittoria del NO.
 
Il fallimento dei negoziati tra la Grecia e l’Unione Europea dimostra, senza ombra di dubbio, la vera natura dell’Unione Europea e delle sue istituzioni complici (BCE e FMI): questi rappresentano gli interessi dei capitalisti e dei banchieri. Impongono politiche neoliberiste. Minano la democrazia. Sopprimono la sovranità nazionale e popolare.
 
L’evidente ed umiliante ricatto subito dal governo greco, nonostante le ultime dolorose concessioni già fatte e l’approvazione di una versione più moderata del programma di austerità della Troika, è un insulto non solo al popolo greco, ma a tutti i popoli e alla classe lavoratrice d’Europa.
La manifestazione per il NO svoltasi ieri pomeriggio, 29 giugno

 
Oggi è più che evidente che non si può mettere fine all’austerità e al disastro sociale restando all’interno dell’eurozona e all’interno della gabbia di ferro dei trattati liberisti dell’Unione Europea. La rottura della trattativa dimostra quanto sia irreale la posizione del governo greco e degli altri governi dell’Eurozona per un “compromesso onesto” con l’Unione Europea, perché l’Eurozona e l’Unione Europea non possono essere “riformate”.
 
L’Eurozona è il problema – L’uscita è la soluzione!
 
Questa è l’unica soluzione possibile in favore delle classi popolari!
 
Ora è il momento per tutte le forze popolari, democratiche e progressiste d’Europa e di tutto il mondo, di esprimere la propria solidarietà al popolo greco e dare forza alla lotta contro l’Unione Europea e il FMI.
 
Il popolo greco non è solo.
 
Gli occhi di tutti i popoli e i movimenti sono rivolti alla Grecia».


Atene, 28 giugno 2015
 

Qui la versione in greco ed inglese

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GRECIA: IL CORAGGIO CHE SERVE ADESSO di Sergio Cesaratto

[ 30 giugno ]

Sergio Cesaratto ha partecipato ai lavori del Forum di Atene. Non appena terminato il Forum, Cesaratto ha scritto queste righe, il cui contenuto condividiamo.

Agli occhi della sinistra, indipendentemente dall’esito del referendum greco, da questa vicenda l’Europa dovrebbe uscire politicamente distrutta - ma il condizionale è ahimè d’obbligo. Come abbiamo già scritto su questo giornale, le richieste di Syriza sono state più che moderate, fondamentalmente accondiscendenti alla continuazione dell’austerità. La moratoria sul debito richiesta da Syriza era qualcosa che l’Europa era comunque pronta a concedere, perché tanto un debito che non si è in grado di pagare non sarà pagato. In cambio la Troika ha chiesto la conferma delle politiche di austerità affinché la Grecia si ponesse in condizione di non dover richiedere ulteriori prestiti. E su questo la trattativa si è rotta, nel senso che la Troika non si è fidata delle misure pur accomodanti proposte da Syriza, volendo tagli più certi e immediati.

La ricostruzione della saga greca che va avanti da cinque anni, e del capitolo delle illusioni di Syriza che qualcosa in Europa potesse davvero mutare, occuperanno gli storici per decenni.  In questo momento la scelta per il popolo greco è drammatica. Un voto sì rappresenta la più evidente sconfitta politica per Syriza, e per il popolo greco la continuazione dell’austerità. La vittoria del no apre due scenari. Il più probabile è l’ulteriore ricerca da parte della maggioranza di Syriza di un nuovo accordo con la Troika, ma non si capisce perché quest’ultima dovrebbe accordare qualcosa che non aveva concesso prima. Gli sconquassi finanziari di questi giorni potrebbero essere tali da indurre la Troika a concedere a Syriza un accordo che salvi la faccia di tutti. Ma la sostanza sarebbe la continuazione dell’austerità. 

Questo spiega i fischi di centinaia di giovani anti-euro/UE che entravano a piazza Syntagma all’indirizzo di Varoufakis che usciva dal Parlamento, a cui abbiamo assistito domenica.
Una scelta determinata di uscita dall’euro e dall’UE porrebbe invece la Grecia in una situazione, inedita per l’Europa, di un paese che decide di recuperare la propria autonomia economica e democratica. Questo richiede un enorme coraggio politico e determinatezza. Il paese entrerebbe in una sorta di economia di guerra, o più precisamente in una economia di controlli, quelli che Federico Caffè vedeva come necessari per assicurare la piena occupazione. Sui controlli si dovrebbe nei prossimi giorni utilmente ascoltare la lezione di Massimo Pivetti, che al riguardo ebbe negli anni ’70 scontri epici con Luigi Spaventa, uno degli economisti di riferimento del PCI. Il controllo dei movimenti di capitale è la misura più ovvia; il controllo delle importazioni ne è il complemento. 
Un momento della manifestazione di domenica scorsa davanti al Parlamento

Quest’ultimo significa che la (scarsa) valuta pregiata del paese, viene allocata dallo Stato per le importazioni più importanti —medicinali, beni industriali ed energetici ecc., bloccando l’importazione di beni superflui e di lusso. In questo quadro, la riconquistata sovranità monetaria potrà permettere alla Grecia un rilancio della domanda interna, mentre una limitata svalutazione della dracma renderà il paese ancora più attraente al turismo. Necessarie anche forme di controllo dei prezzi (e dei salari) e la destinazione prioritaria delle risorse al rilancio della politica industriale. Niente miracoli, attenzione, ma si sarebbe fuori dall’austerità. La Grecia avrebbe bisogno di alleati internazionali con cui stringere accordi economici, e ve ne sono. Questo le potrà creare anche nemici che tenteranno di destabilizzarla – superfluo far nomi.


Questa navigazione in mare aperto, fuori dai vincoli europei e del liberismo sarebbe una lezione epocale per la sinistra europea (la sinistra latino-americana è ben più avanti). Questa dovrebbe comprendere che fra l’accondiscendenza a questa Europa (non ve ne sono altre) e il recupero, politico e intellettuale, di opzioni che erano nel bagaglio dell’economista sino a 40 anni fa, tertium non datur. Vi sono in questa settimana occasioni politiche in cui di questo si può cominciare a discutere. Non le perdiamo. 
(da Atene).

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OXI! di Piemme

[ 30 giugno ]

Il referendum greco di domenica prossima è certo uno snodo cruciale per il futuro di tutta l'Unione europea. Che sia di portata storica non lo credo. 
Non ritengo che una costruzione diabolica, pervasiva e sofisticata come l'Unione europea possa crollare con un referendum, tanto più di un paese periferico come la Grecia.

La frazione dei falchi guidata dal governo tedesco sapeva quello che faceva quando, il 25 giugno —mentre l'accordo sembrava al mondo cosa fatta vista la indecente proposta del governo greco—, messe in un angolo le colombe, avanzava il suo ultimatum. Sapeva che Tsipras non avrebbe potuto accettarla per quanto era crudele. Per rovesciare il governo greco i falchi dovevano tirare la corda ed avevano messo nel conto che si sarebbe potuta spezzare. Com'è avvenuto.

La spietata durezza dei falchi guidati da Berlino fa ora apparire Tsipras e Varoufakys come cavalieri coraggiosi e intrepidi paladini del popolo greco. Ahimé non è così. I due non perdono occasione per dire che sono stati costretti a rompere il negoziato e quindi ad indire controvoglia il referendum; che essi non desiderano l'uscita dall'euro né riprendersi la sovranità monetaria; essi dicono anzi che una vittoria dei NO li aiuterà a riaprire il negoziato ed a salvare l'Unione europea.

Che vada a finire in questa maniera non è affatto escluso. E' del tutto possibile che Tsipras, confortato dal consenso dei cittadini, tornerà a Bruxelles (con l'aiuto di Obama) con il capello in mano a mendicare un... "accordo onorevole" di sudditanza.

Ciò non giustifica la posizione settaria e francamente infame del Partito comunista greco (Kke) per cui occorre votare scheda bianca. Ben al contrario!

Occorre che la vittoria del NO sia schiacciante, e che lo sia con un alta percentuale di votanti. 

Una vittoria piena del NO sarebbe un colpo comunque letale non solo ai falchi euro-tedeschi ma farebbe barcollare l'edificio eurocratico.

Per questa vittoria occorre la più vasta ed urgente mobilitazione, un fronte il più ampio ed unito.

Una vittoria risicata, quindi debole, è il risultato che Tsipras preferisce, poiché giustificherebbe la sua ostinata ricerca di un nuovo compromesso con gli euroligarchi. 

Il fronte degli euristi, Junker in testa, allo scopo di terrorizzare i greci, ha mobilitato la sua potente corazzata mediatica per dire che il vero oggetto del referendum è se restare o uscire dall'eurozona,  Tsipras da parte sua sta disperatamente tentando di dire il contrario, chiede una proroga del piano di aiuti, e insiste che il quesito è per rispondere con un NO o con un SÌ alla proposta-diktat della troika del 25 giugno. In effetti questo sta scritto sulla scheda che i greci troveranno ai seggi.

Tsipras sceglie insomma, testardamente, il basso profilo, proprio per depotenziare il significato politico di questo referendum che obtorto collo ha dovuto indire.

Nel frattempo il governo greco, a corto di liquidità, ha dovuto bloccare la fuga dei capitali e annunciare che non pagherà al Fmi la rata di 1,6 miliardi in scandenza oggi. Scelte pressoché obbligate. Di fatto, quest'ultima misura, significa il default della Grecia, la dichiarazione dello stato di insolvenza —che, ripetiamolo  non è come dicono i media "bancarotta", poiché uno Stato non può andare in bancarotta. Ciò ha determinato un apparente panico nelle borse, coi Tg che annunciano che "sono stati bruciati 300 miliardi" —"bruciati"? ma se qualcuno ci ha rimesso qualcun altro di sicuro ci ha guadagnato o spera di guadagnarci.

Esistono insomma, almeno sulla carta, margini di manovra, spazi per un accordo per tenere la Grecia nell'eurozona. Che è proprio ciò che disperatamente sperano Tsipras ed i suoi. E lo sperano perché una rottura definitiva con l'eurocrazia sarebbe la dimostrazione più evidente del totale fallimento della loro strategia impossibile, quella di tenersi l'euro e di porre fine all'austerità. 
Varoufakys e Tsipras scongiurano l'uscita, non perché, come dicono in pubblico, sarebbe una "catastrofe", bensì perché dovrebbero ammettere che hanno perso la loro presuntuosa quanto infantile scommessa di "cambiare l'Europa". E quando dicono che non hanno un "Piano B", dovete credergli, non perché non ci sarebbe un "Piano B", ma perché lo respingono per ragioni ideologiche, perché vogliono ad ogni costo restare nell'Unione.

La situazione è quindi drammaticamente seria. Mentre il nemico porta un attacco frontale e su tutta la linea, mentre tutto dimostra che l'euro-dittatura non è riformabile, lo Stato maggiore dell'aggredito esita, non ha un piano degno di questo nome, né per la difesa né per il contrattacco.
P.zza Syntagma, 28 giugno: Sotiris Panagiotis legge l'appello per il NO approvato dal Forum


Ognuno di noi deve a maggior ragione fare la sua parte per la vittoria del NO. Una consistente vittoria al referendum, a causa del carattere pusillanime dei generali alla sua testa, non metterà al riparo il popolo greco, ma almeno arresterà momentaneamente l'avanzata del nemico e, ci auguriamo, consentirà molto presto di sparare sul Quartier generale, nella speranza che sia smentita la triste massima che "ogni popolo ha il governo che si merita".





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lunedì 29 giugno 2015

DALLA GRECIA SALE UN GRIDO....

[ 29 giugno ]

Appena tornati da Atene, leggiamo i giornali italiani i quali, rispondendo alla direttiva della centrale eurista di disinformazione strategica, ed allo scopo di spaventare, non solo i greci, ma i cittadini europei, parlano di "CAOS IN GRECIA". 

Non c'è alcun caos, c'è anzi un clima che i filosofi greci di un tempo avrebbero chiamato di Atarassia, di una serenità frammista a fatalismo davanti ad eventi ineluttabili. Come ineluttabile sembra la rottura della gabbia dell'euro e dell'Unione europea...

Per parte nostra, abbiamo finito in bellezza. 
Qui sotto il filmato della manifestazione dei partecipanti al Forum internazionale "L'euro è il problema, l'uscita la soluzione". 

Il corteo, partito dalla sede della Ue è finito a P.zza Syntagma, davanti al parlamento.
La manifestazione si è conclusa con la lettura della Mozione approvata all'unanimità dal Forum, che fa appello all'unità del popolo greco per una forte vittoria del NO al prossimo referendum —la stiamo traducendo per pubblicarla oggi stesso.

Nella foto sopra alcuni membri della delegazione internazionale al Forum di Atene: italiani, spagnoli, tedeschi, francesi,  austriaci, russi, ucraini


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SOCIALISM RELOADED. La società come la vorremmo di Moreno Pasquinelli

Le nostre radici.

I movimenti socialisti che sorsero in Europa nel XIX secolo salirono sulle spalle delle rivolte sociali che avevano segnato la plurimillenaria storia del continente. Di esse raccolsero l’ideale di un ordinamento sociale  egualitario in cui non ci fossero più oppressi e oppressori.
Tra i movimenti socialisti fu quello marxista a diventare egemone. Esso seppe infatti cogliere, a differenza degli altri, i profondi mutamenti che stava subendo il mondo con l’avvento del capitalismo. Questo sistema, grazie all’utilizzazione su larga scala dei diseredati come schiavi salariati e all’applicazione su larga scala delle nuove scoperte tecnico-scientifiche, avrebbe spazzato via tutti i residui feudali, stimolato progressi economici senza precedenti, e sarebbe quindi dilagato afferrando le diverse civiltà.
Marx spiegò tuttavia che questo sistema sarebbe perito presto sotto il peso delle sue irresolubili contraddizioni interne. Tra le necessità del capitale ed i bisogni della società nel suo complesso non solo non c’è corrispondenza, ma contraddizione.
La produzione di beni è infatti, nel capitalismo, produzione di merci, finalizzata a soddisfare non le esigenze della società nel suo insieme, ma la brama di profitto della esigua minoranza dei detentori di capitale. Mossi da questa brama essi, in accanita concorrenza fra loro, sono spinti a sfornare merci senza limiti, a tal punto che non possono essere vendute a prezzi che consegnino  il profitto atteso. Sopraggiungono così le crisi di sovrapproduzione, che da un singolo settore economico possono diventare generali. Di qui il paradosso per cui, nonostante la società conosca un bisogno crescente di beni, la macchina economica capitalistica viene arrestata, le forze produttive distrutte, masse enormi di lavoratori gettati sul lastrico e dunque costretti ad accettare salari da fame.
Dunque la tesi di Marx che borghesia, da agente del progresso sociale, sarebbe diventata un suo freno, e che la classe proletaria, data la sua natura rivoluzionaria, fosse destinata a strappare le leve del potere statale per riorganizzare l’economia in funzione della soddisfazione dei bisogni sociali ed umani, ovvero una società modernamente socialista.

Cos’era il socialismo per Marx?


Esso può essere racchiuso in una proposizione: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Una società in cui gli uomini sarebbero diventati pienamente liberi, dove quindi l’eguaglianza formale nella sfera politica, sarebbe diventata sostanziale, nella stessa sfera dei rapporti economici. Una società in cui il lavoro, le forze produttive e la scienza sarebbero state orientate ad assicurare il bene comune e non i privilegi di pochi.
Dato che il lavoro avrebbe potuto fare bene a meno del capitale (mentre non può essere vero il contrario), Marx proponeva che i principali mezzi di produzione e di scambio, dalle mani della classe sfruttatrice, sarebbero dovuti passare in quelle dei lavoratori associati. Immaginando la società come una totalità organica, di cui i diversi settori erano arti dell’unico corpo sociale, egli riteneva che la pianificazione economica avrebbe consentito un uso e un’allocazione più razionale ed efficiente delle risorse e dei beni, quindi progressivamente consentito di sopprimere il mercato, spogliando così il lavoro ed i suoi prodotti del loro carattere di merci.
Alla concezione della ricchezza propria del capitale, consistente nell’ammucchiare valore di scambio, di cui il denaro la forma suprema e feticizzata, Marx opponeva quella per cui la vera ricchezza consistesse nei valori d’uso —siano essi quelli consegnati dalla natura che quelli creati dal  lavoro—, i beni atti a  soddisfare i plurimi e sempre più ricchi bisogni del genere umano.


Le cose, nel ‘900, si sono rivelate enormemente più complesse

A partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, una serie di paesi si sono incamminati sulla via del socialismo. I processi di restaurazione del capitalismo che hanno riguardato la gran parte di essi, hanno sancito il sostanziale fallimento di quei modelli di transizione al socialismo. Questo fallimento si deve a due cause principali.
La prima è che, contrariamente a quanto Marx si augurava, quelle rivoluzioni sociali sono avvenute in paesi con una base economica molto arretrata nei quali dunque tutte le forze dovevano essere indirizzate anzitutto a gettare le fondamenta del progresso economico, anche a spese dei bisogni della collettività e dei cittadini.
La seconda è che mentre si dedicavano a questo compito immane, quei paesi, invece che l’aiuto da parte delle rivoluzioni nei paesi più avanzati, dovettero far fronte ad un attacco ostile da parte del soverchiante ambiente capitalistico il quale spingeva quei sistemi ad ossificarsi in regimi autoritari se non in veri e propri Stati di polizia.
Ciò alimentava il crescente e sordo malcontento dei cittadini, che infatti non hanno contrastato, o hanno addirittura salutato come salvifico il ritorno del capitalismo, che venne  stimolato e pilotato dalle stesse élite dirigenti.
Il fallimento dei tentativi di passaggio al socialismo ha tuttavia messo in luce alcune falle nella stessa teoria marxista.
Si sono dimostrate fallaci almeno cinque postulati basilari:
(1) che la classe proletaria possedesse un’innata natura rivoluzionaria per cui essa non solo avrebbe presto rovesciato la borghesia a partire dai paesi più sviluppati industrialmente, ma sarebbe stata capace non solo di amministrare il potere ma di dissolversi come classe—mentre, almeno nei paesi in cui la borghesia è stata scalzata dal potere, tende a consegnarlo ad un ceto politico dirigente da essa separato che ha preso possesso delle leve del potere utilizzandole per perpetuare la propria supremazia politica e sociale;
(2) che la statizzazione dei mezzi di produzione sarebbe sfociata necessariamente nella completa socializzazione e autogestione —mentre la statizzazione, stante il trasferimento del potere ad un ceto politico professionale, può cristallizzarsi in forme autocratiche creando una nuova divisione castale tra lavoro manuale e intellettuale;
(3) che la pianificazione economica avrebbe non solo evitato gli squilibri tra settori economici ma, ipso facto, soppresso l’economia mercantile, producendo una crescente eguaglianza sostanziale e abolito ogni forma di oppressione e di antagonismo sociale — mentre abbiamo visto che la pianificazione può assumere diverse forme, creando nuovi squilibri, causare non solo spreco e distruzione di risorse naturali e sociali, diventare addirittura un freno allo sviluppo sociale e delle forze produttive;
(4) che la “dittatura proletaria” oltre che di breve durata avrebbe soppresso la democrazia lasciando il posto ad un regime libertario integrale — mentre essa si può ben pietrificare in un regime dispotico e antidemocratico; (5) che una volta rivoluzionata la struttura economica della società le sovrastrutture, i modi di vita e la sfera spirituale si sarebbero adeguate pressoché automaticamente — mentre queste ultime, date le loro profonde radici, hanno dimostrato una capacità di resistenza formidabile.
Un socialismo radicalmente rifondato e appoggiato su basi nuove e più solide

L’uomo è il nostro punto di partenza e di arrivo. Esso ha un carattere duplice: in quanto essere biologico è creato della natura  mentre, come essere storico, è plasmato dalla società. Egli non può vivere se non in comunione con la natura e con gli altri suoi simili. Esso è portatore di pulsioni e desideri bio-psichichi primari che resistono ad ogni tentativo di scardinarli o manipolarli. Sbagliata si è rivelata la tesi che ci sia una relazione meccanica di causa ed effetto tra sfera economica e sfera spirituale, di cui la tesi che cambiata la struttura economica, voilà, si sarebbe fabbricato “l’uomo nuovo”.
Gli uomini, con i loro bisogni bio-psichici, materiali e spirituali, sono al contempo il soggetto e l’oggetto della trasformazione socialista. Il fine è la loro massima felicità possibile, la rivoluzione sociale un mezzo. In altre parole l’abolizione delle diseguaglianze di classe e del lavoro coatto non sono che condizioni necessarie per un profondo rinnovamento sia materiale che spirituale.
La condizione dell’uomo è stata sin qui segnata dalla contraddizione tra la spinta a soddisfare i suoi molteplici bisogni e la penuria dei beni e dei mezzi per soddisfarli, ciò che lo obbliga a lavorare incessantemente per creare quei mezzi e produrre quei beni. Questo perenne tribolare, questo dover trasformare la maggior parte del proprio tempo di vita in tempo di lavoro, se è la molla di ogni progresso economico, è al contempo il principale fattore di sofferenza.
Chiamiamo socialismo il sistema che si organizza e si struttura affinché gli uomini possano ridurre al minimo la durata del tempo di lavoro, accrescendo invece quello libero, affinché, al di là del riposo, egli possa dedicare questo suo tempo, una volta soddisfatti i bisogni primari, a realizzare quelli immateriali, a nutrire il suo spirito, estrinsecando le sue molteplici facoltà ed attitudini, dedicandosi infine alla cura delle faccende politiche e comunitarie.
Affinché ciò possa accadere sono necessarie due condizioni: il massimo sviluppo delle forze produttive materiali e di quelle spirituali, ovvero il più alto grado d’automazione e informatizzazione dei processi lavorativi; una nuova e qualitativa gerarchia dei bisogni, quindi nuove concezioni di sviluppo e di benessere, opposte a quelle oggi imperanti, consumistiche e feticistiche.
Grazie a questa doppia rivoluzione (economica e spirituale) sarà davvero possibile ottenere da ciascuno secondo le sue possibilità, e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, abolendo quindi non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma ogni forma di oppressione politica.
Questo socialismo implica la proprietà collettiva dei principali mezzi di produzione (quindi non l’abolizione della proprietà privata tout court) ed uno Stato che funga da sentinella del nuovo ordinamento sociale.
Non basta l’eguaglianza sul piano economico. La libertà di pensiero, di parola, di associazione politica, di stampa, di fede religiosa sono principi inalienabili della persona. Eguaglianza sociale e libertà individuali e collettive sono indissolubili.
Il socialismo che auspichiamo, contrariamente a quanto hanno utopisticamente immaginato i primi socialisti, Marx compreso, lungi dal fare sparire la democrazia la estenderà, permarrà dunque l’organizzazione statuale, come necessaria espressione politica e amministrativa della comunità.


Non si giungerà al socialismo con pochi assalti frontali

L’esperienza ci consegna numerose evidenze che esso sarà invece frutto di un lungo e difficile processo fatto di trasformazioni, successive, grandi e piccole. L’economia capitalistica non può essere abolita per decreto, così come non potranno essere soppresse dal giorno alla notte le forze mercantili. Con queste si dovrà convivere a lungo.  Per tutto un periodo, che nessuno può stabilire in anticipo, avremo quindi un’economia mista, pluralista.
Settori e forme capitalistici coabiteranno con quelli nazionalizzati, dei beni comuni, cooperativi, nonché quelli socialisti nascenti, che cioè produrranno e si scambieranno i beni non per ricavare un profitto (valori di scambio) ma come beni diretti a soddisfare i bisogni della comunità (valori d’uso), privandoli così della loro forma merce. La politica avrà il posto di comando e lo Stato, grazie alla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia e del sistema bancario, sarà non solo regolatore ma attore economico primario. L’emissione monetaria sarà monopolio dello stato, che dovrà tendere progressivamente ad impedire che la moneta, nella forma di denaro, sia tesaurizzabile come capitale privato. Il sistema fiscale sarà progressivo, finalizzato a sostenere i comparti quali la scuola, lo sviluppo scientifico, la sanità, la tutela ambientale, il patrimonio artistico e culturale, e tutti quei cittadini inadatti al lavoro.
La pianificazione economica dovrà procedere per gradi. Pur riguardando direttamante solo i settori nazionalizzati, dei beni comuni e dei servizi, essa dovrà tendere dunque ad armonizzare e sincronizzare i diversi settori economici evitando tra essi una competizione selvaggia, tendendo al massimo equilibrio e al minimo spreco di risorse e lavoro.
Affinché programmazione e pianificazione diano il massimo dei  frutti si farà affidamento ad un articolato sistema di consultazione che dal basso salga verso l’alto, mettendo in rete le informazioni e le istanze dei cittadini, organizzati in comitati di base, sia di produttori che di consumatori.
Le forme di produzione e di scambio privatistiche potranno essere vinte solo se saranno superate, solo cioè se le nuove modalità nazionalizzate e socializzate di produzione e di scambio si riveleranno al contempo più efficaci e meno divoratrici di risorse naturali ed umane.
Lo Stato di diritto sarà esteso ed assicurata la divisione tra i poteri dello Stato, con l’eleggibilità di tutte le principali cariche pubbliche, di cui quello supremo è l’Assemblea legislativa, i cui membri, eletti a suffragio universale, saranno revocabili ed eletti con sistema proporzionale.
Nella sfera dei mezzi di comunicazione dovrà essere assicurata la massima pluralità.
Con la conquista del potere da parte delle masse lavoratrici inizierà una lunga “guerra di posizione”, la società sarà un campo di battaglia in cui la posta in palio sarà il potere dello Stato.
Nessuna vittoria è irreversibile. Il popolo lavoratore, una volta strappato il potere, potrà mantenerlo se saprà assicurarsi, assieme al sostegno della più ampia maggioranza dei cittadini della nazione, l’amicizia e la solidarietà dei popoli di altri paesi.
25 dicembre 2014


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domenica 28 giugno 2015

DECIDERA' IL POPOLO GRECO! Il NO vincerà

[29 giugno]
Quando il comitato organizzatore europeo, assieme ai compagni greci, nel marzo scorso decise la data del Forum internazionale, non a caso scelse la fine di giugno.
[nella foto accanto il tavolo di presidenza dell'assemblea plenaria svoltasi ieri sera, presente un compagno del segretariato di SYRIZA]
A fine giugno si sarebbe saputo se il governo greco e gli eurocrati avrebbero raggiunto un accordo.
Dopo una interminabile trattativa, e malgrado le richieste più che moderate del governo di SYRIZA, gli eurocrati hanno preso uno schiaffo in faccia.
Essi hanno presentato ai greci proposte che nel merito e nel metodo erano irricevibili.
Tsipras non poteva spingersi fino al punto di sottoscrivere la propria completa umiliazione, in altre parole, il proprio suicidio politico.
La sua decisione di chiedere ai greci attraverso un referendum se accettano o respingono i nuovi diktat della troika, non è affatto una decisione "estremistica".
Ben al contrario!
La presidenza del workshop sulle strategie per l'uscita dall'euro

Un governo pienamente sovrano avrebbe già rotto le trattative e deciso per uscire dall'eurozona.
Sappiamo che SYRIZA ha cercato di scongiurare in ogni modo e fino all'ultimo momento, la rottura con gli euroligarchi. La decisione di svolgere un referendum è anche una palese sconfitta del gruppo dirigente di SYRIZA, poichè emerge chiaramente che questa europa neoliberista e a trazione tedesca non si cambia.
Qui ad Atene il clima è di nervosa e partecipata attesa dei futuri eventi.
Il sentimento popolare è un misto di rabbia ed incertezza, la rabbia è verso gli euro dittatori, e l'incertezza, è il risultato della politica del gruppo dirigente di SYRIZA, gruppo dirigente che non pare avere quella forza e quella determinazione che occorrerebbero in momenti cruciali della storia come quelli che si stanno vivendo, qui in Grecia, in questi giorni.
Il Forum nel frattempo procede, la partecipazione ieri è stata enorme.
Sorprendente la presenza massiccia dei giovani.
Mentre scriviamo ci apprestiamo ad andare all'assemblea generale finale, che prevediamo sarà numerosa e appassionata.
Poi alle ore 18:00 tutti alla manifestazione con corteo a partire dalla sede greca dell'unione europea.
Nonostante differenti opinioni prevale al forum la consapevolezza della grande importanza del referendum del 5 luglio, che occorre una sonora vittoria del NO.
E se il NO vincerà, anche per il gruppo dirigente di SYRIZA l'uscita dalla gabbia dell'euro verrà posta come decisione solenne ed ineludibile.
Questa sera cercheremo di inviare un nuovo resoconto su questa giornata per certi versi emozionante.
Come molte volte abbiamo sostenuto, dalla Grecia può partire la spinta per abbattere i muri euristi che tengono i popoli prigionieri.

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sabato 27 giugno 2015

GRECIA... CROCE E DELIZIA! Primo resoconto dal Forum di Atene

[27 giugno]
La notizia piomba all'improvviso, mentre si va concludendo la prima assemblea plenaria del Forum internazionale "L'euro è il problema, l'uscita la soluzione". 
Secondo un primo lancio d'agenzia greco delle ore 22:00, Tsipras ha rifiutato l'ennesimo diktat degli eurocrati e accenna alla possibilità di un referendum con il quale chiedere ai greci se accettano o respingono le nuove e severissime clausole di austerità.
Nella notte le tv greche interrompono le trasmissioni e comunicano la decisione ufficiale del governo: il 5 luglio si svolgerà il referendum.
Nel cuore della notte, proprio di questo discutono i greci ancora per strada e non ce n'è uno che si dica favorevole ai comandi degli eurooligarchi. 

Ieri il Forum si è aperto come previsto alle ore 17:00 alla presenza di circa un migliaio di partecipanti, in gran parte giovani.

Dopo i primi 4 workshop, si è svolta la prima assemblea plenaria (vedi foto sopra).
Un attentissimo pubblico, malgrado le inevitabili complicazioni delle traduzioni in almeno 4 lingue, ha seguito i relatori ed il dibattito.
Particolarmente applaudita Inge Hoger, una compagna dell'ala sinistra de Die Linke, nonchè membro del Parlamento. Successivamente è intervenuto il francese Jacques Nikonoff del Partito dell'emancipazione del popolo (ex M'pep).

La presidenza della prima assemblea
A seguire il sempre lucido, economista italiano Sergio Cesaratto, infine il greco Giorgos Melissaropoulos.
Tutti gli interventi, pur con toni e angolature diverse, sono arrivati alla stessa conclusione: non c'è né democrazia né giustizia sociale entro il regime economico e politico che ha nella moneta unica il suo pilastro e simbolo. 
I popoli, a cominciare da quello greco, per quanto irta di ostacoli sia la via dell'emancipazione, devono riguadagnare ognuno la propria sovranità, senza concessioni ad ipotesi scioviniste e nazionaliste, ma in uno spirito di fratellanza e solidarietà internazionale.
La serata è proseguita, tra la gioia festosa di centinaia di compagni e compagne,  con un bellissimo concerto dal vivo di musica tradizionale popolare greca.
Le diverse delegazioni estere: spagnola, turca, tedesca, francese, austriaca, ucraina, russa e la più nutrita, quella italiana, sono state coinvolte in questo clima gaudente e solidale.

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Per la rinascita del sistema nazionale della pubblica istruzione di Massimo Bontempelli*

[27 giugno]

Succede talvolta nella storia che corpose realtà cariche di importanza e significato per la società umana ad un certo momento rimangano soltanto intelaiature vuote, ingombranti simulacri di una sostanza svanita. Ad esempio, l’Impero Romano d’Occidente al tempo degli imperatori ravennati non era altro che la sopravvissuta facciata esteriore di una organizzazione storica ormai disgregata e ridotta allo stato larvale. Allo stesso modo oggi il sistema nazionale della pubblica istruzione ha la stessa realtà di quei palazzi che durante la guerra erano stati sventrati dalle bombe, e che sembravano ancora esistenti soltanto lungo quei tratti di strada da cui se ne vedeva il muro di facciata rimasto in piedi, senza vedere quel che ci stava dietro. La scuola italiana oggi è così. È una facciata di elementi di vita scolastica che si riproducono per lo più per inerzia, con qualche aspetto e momento isolatamente ancora valido, ma con una sostanza educativa crollata sotto le bombe di dinamiche sociali diseducatrici lasciate incontrollatamente operare, e di innovazioni ministeriali particolarmente devastanti a partire dal 1996. Tutto questo ha una tragicità su cui ci si sofferma troppo poco, perché la fine del sistema nazionale delle pubblica istruzione significa –anche per la crisi di altra agenzie educative, a cominciare dalla famiglia- che non c’è più trasmissione di saperi e valori da una generazione all’altra, che è recisa la memoria storica, e quindi la capacità di comprensione politica, e che i giovani si affacciano alla vita adulta privi di strumenti di decodificazione del funzionamento effettivo del mondo in cui vivono.

Proviamo ad esporre, di questa catastrofe di civiltà, prima la fenomenologia, poi l’eziologia storica, infine i modi più sensati ed adeguati di reagirvi.
La fenomenologia della morte della scuola è molto chiara, e per vederla bastano sguardi non instupiditi su ciò che vi accade riguardo al comportamento degli studenti e a quello degli insegnanti, ai programmi di studio, ai libri su cui si studia, ai metodi di valutazione, agli ambienti.

Il comportamento degli studenti è in larga percentuale descolarizzato. In alcuni tipi di scuola, in alcune fasce d’età ed in alcune zone del paese sono molto frequenti situazioni di indisciplina tale, talvolta persino da codice penale, da rendere qualsiasi insegnamento materialmente impossibile. In molti altri casi le situazioni non sono di gravità così estrema, ma la mancanza diffusa di attenzione, del giusto silenzio, della puntualità e dello studio a casa frappone ostacoli egualmente spesso insuperabili all’insegnamento. Sono pochi, e concentrati soprattutto nei licei, i casi in cui gli studenti sono disciplinati in classe e studiano a casa, ma anche in questi casi non mancano seri problemi, che riguardano essenzialmente la motivazione allo studio, talvolta, e sembra un paradosso, molto carente anche in presenza di una disciplina impeccabile e di molte ore passate sui libri.


Il comportamento degli insegnanti è spesso penoso: investiti dalla maleducazione e dai ricorsi cavillosi delle famiglie di certi allievi, privati di ogni prestigio di ruolo, in larga percentuale non preparati a svolgere un compito educativo, non appaiono mediamente più motivati dei loro allievi a lavorare nella scuola.

I programmi di studio in realtà non ci sono più, almeno dalla comparsa di uno dei più ottusi, presuntuosi e nocivi ministri della pubblica istruzione che l’Italia abbia avuto in tutta la sua storia, l’ineffabile Luigi Berlinguer, che, fattosi guidare da una lobby accademica di pedagogisti filosoficamente analfabeti, ignari dei problemi concreti della scuola, pronti a scambiare il loro gergo per scienza (ed a farsi pagare barche di denaro per diffonderlo), ha inaugurato la scuola del fai-da-te riguardo agli obiettivi dell’insegnamento. Fu allora detto, dall’ineffabile e dalla sua corte di cialtroni, che sarebbe stato tutto un fiorire di creatività culturale nelle scuole diventate finalmente autonome. Era invece facilissimo prevedere quel che poi accadde, e che fu infatti previsto fin nei dettagli (cfr., ad esempio, Massimo Bontempelli, L’agonia della scuola italiana, Pistoia 1997), e cioè la sostanza degli insegnamenti messa fuori campo dall’immagine data di sé da ciascuna scuola, il rapporto essenzialmente pubblicitario di ciascuna scuola con i suoi futuri auspicati clienti, la riduzione dei piani di offerta formativa a semplici brochures pubblicitarie delle singole scuole, lo spazio aperto alle interferenze nella scuola di interessi non culturali, la perdita di ogni nozione di sapere essenziale da cui nessuna scuola possa prescindere.

I libri su cui nelle scuole si studia non sono più fatti dagli autori in funzione della cultura, ma dagli editori in funzione del mercato. Chiunque abbia esperienza di lavoro nell’editoria scolastica sa bene quanto il modo di produrre un libro per la scuola sia completamente diverso da quello di vent’anni fa. Oggi il libro scolastico non è più dell’autore, che, se vuole farlo, non può affatto comporlo come ritenga culturalmente e didatticamente giusto, ma deve farsi mero esecutore di criteri, formule, persino contenuti, elaborati da dirigenti editoriali desiderosi di giustificare il loro ruolo con ogni sorta di loro costruzioni, mirate, o credute mirate, alla massimizzazione delle vendite. Vengono così fuori libri pieni di banalizzazioni, digressioni, riepiloghi, schede, eserciziari, letture dispersive, libri pluriillustrati e pluricolorati, e, naturalmente, molto costosi, ma singolarmente inadatti al serio approfondimento dei concetti di una disciplina, anche perché tutti i loro accessori hanno eliminato lo spazio minimo per spiegarli.
I metodi di valutazione dello studio scolastico hanno raggiunto la demenzialità pura. La linea di sviluppo è stata infatti quella della proporzionalità inversa tra contenuti sottoposti all’apprendimento, sempre più ristretti (a causa del disimpegno degli allievi, del totale disinteresse in proposito del dirigente scolastico, ormai vincolato soltanto a plurime incombenze burocratiche e selezionato soltanto su questa base, delle continue interruzioni del tempo di lezione a vantaggio di un pulviscolo di altre iniziative), e meccanismi di valutazione dell’apprendimento, sempre più estesi e complicati. Che una tale forbice sfoci nella demenzialità è inevitabile. Prendiamo un esempio tratto dagli scrutini finali dell’anno 2007-2008. Un consiglio di classe discute il rendimento dei suoi allievi, dirimendo alcuni contrasti di opinioni e arrivando a decidere l’attribuzione dei voti, le ammissioni e le non ammissioni alla classe successiva, i debiti e i crediti, la valutazione della condotta. Ciò occupa più di due ore di tempo. Dopo di ciò, in una scuola sensata si passerebbe allo scrutinio di un’altra classe. Siamo invece nella scuola postberlingueriana. Occorre quindi passare alla compilazione dei giudizi individuali barrando apposite caselle su apposite schede. Si deve barrare, ad esempio, per ogni allievo, la casella con la formula ritenuta corrispondente al gradi di profitto scolastico da lui raggiunto, in una scala che va dal «gravemente insufficiente» all’«ottimo». Si tratta, in pratica, di ridire come formula di giudizio la medesima cosa che è stata detta come votazione numerica. La cosa è talmente la medesima che a piè di pagina della stessa scheda viene spiegato che «ottimo» corrisponde al nove o al dieci, «buono» all’otto, «discreto» al sette, e via dicendo. L’attribuzione del giudizio di profitto è dunque un puro, inutile duplicato cartaceo dello scrutinio già fatto. Si devono poi barrare caselle relative al «senso di responsabilità», alla «capacità di analisi», alla «capacità di sintesi», e così via, di ogni allievo. A chi o a che cosa servono questi profili per la successiva vita scolastica? Assolutamente a niente. Così come altre voci della scheda a cui rispondere. Si tratta, per l’insegnante, di affaccendarsi su cose che, didatticamente ed educativamente, sono un fare nulla. Ma un fare nulla affaccendandosi non è affatto innocuo, è qualcosa che, ripetendosi e costituendo un’abitudine, opera un dirottamento mentale dalla sostanza e dalla serietà del compito educativo. Proprio qui, però, si manifesta il nodo più sconvolgente. 

Un marziano si aspetterebbe che gli insegnanti, che hanno scelto un mestiere che ha a che fare con le idee, la cultura, l’educazione, posti di fronte a simili schede, rifiutassero semplicemente di prenderle in considerazione, con un grilliano «vaffa» nei confronti di chiunque, dal ministero in giù, volesse loro imporle, o che, quanto meno, le facessero compilare ad uno di loro in maniera rapida e meccanica, dando ad esse il nessun peso che meritano. Abbiamo notizie che in qualche caso le cose sono andate proprio così. Ma si tratta di casi isolati. Lo spettacolo che solitamente si presenta ha dell’incredibile: insegnanti che si lasciano via via coinvolgere in discussioni e diatribe su simili compilazioni. La frequenza scolastica dell’allievo (altra voce da compilare) è «assidua», «regolare», o «saltuaria»? C’è già registrato, sul tabellone dello scrutinio il numero di assenza per ciascuna materia, una nuda cifra che non ha bisogno di chiose. Ma spesso succede che un insegnante propone di barrare, per un certo allievo, la casella della frequenza «regolare», e subito un altro, che constata un numero maggiore di assenza per la propria materia, reagisce (specie se in pregressa dissintonia psicologica con il primo) dicendo «Ma come! La frequenza non è regolare, è saltuaria!», e giù a discutere. Abbiamo assistito di persona ad una discussione, riguardo ad un allievo, se in riferimento al suo metodo di studio dovesse venire barrata la casella «ordinato», oppure quella «organizzato» (sic!). Quanto fin qui detto riguardo ad uno scrutinio finale è soltanto un esempio, uno tra i tanti, di uno degli aspetti nello stesso tempo più evidenti e più opachi della fenomenologia della morte della scuola: un corpo docente che non sa più impiegare il suo tempo di lavoro nei due campi che gli sarebbero professionalmente essenziali, vale a dire la cultura e la relazione con gli studenti come persone, e che ha accettato invece di impiegarlo in mansioni organizzative che un tempo erano quelle necessarie alla scuola, e che erano svolte da un vicepreside o da altro collaboratore sollevato per questo, giustamente, da una parte del suo lavoro di insegnante, e che oggi si sono moltiplicate, essendo diventate quelle necessarie a gestire tutta la valanga di inessenzialità scaricate sulla scuola.

Nelle numerose occasioni in cui gli insegnanti si trovano riuniti non si parla quasi mai (ci credano i lettori che, esterni al mondo della scuola, immaginano il contrario, e sappiano invece che riguardo a molte realtà bisogna persino togliere il «quasi») di contenuti culturali, non si ascoltano scambi di informazioni e di riflessioni su lettura fatte, non ci sono approfondimenti sulle problematiche relazionali dell’insegnamento, non si discute la ragione ed il significato per cui gli studenti sono chiamati ad apprendere certi contenuti invece di altri. Quasi tutto quello di cui per lo più parlano gli insegnanti a scuola è di una sconfortante miseria spirituale ed umana: corsi di recupero che tutti sanno essere inutili, elezioni e relazioni delle vacue funzioni strumentali, distribuzione rissosa degli spiccioli spendibili a vantaggio degli insegnanti da parte degli istituti scolastici, questioni di orario, contrasti tanto più aspri quanto più le materie del contendere sono del tutto irrilevanti salvo che per la psicologia dei contendenti. L’inutilità di ciò che fanno gli insegnanti nelle loro riunioni è stancante, ma siccome essi non sono consapevoli di ciò che ingenera loro stanchezza, la scaricano nel chiacchiericcio tra loro, comportandosi come una di quelle classi di allievi demotivati ed inquieti che nella loro veste docente li esaspera.

Questo degrado del corpo docente delle scuole non può ovviamente essere interpretato come somma di deviazioni individuali, essendo un fatto collettivo ed istituzionale, e non può quindi non ricondurci alle forze storiche che hanno prodotto la devastazione della scuola italiana. Proviamo quindi a passare dal piano della fenomenologia della morte della scuola al piano della sua eziologia storica.

Una causa prossima, per così dire, della fine della scuola italiana sta ovviamente nel suo Attila, il ministro della pubblica istruzione degli ultimi anni Novanta Luigi Berlinguer, e nei devastatori che gli sono succeduti, prima fra tutti Letizia Moratti. Parlare di Attila e di devastatori per personaggi tranquilli, non dissimulatori, niente affatto politici dal gioco duro, come costoro, può sembrare una forzatura di cattivo gusto. In effetti, però, essi sono stati davvero dei grandi devastatori, anche se non per cattiveria, non intenzionalmente, ma per una desolante inintelligenza, per così poco sale in testa che possiamo persino arrischiarci a pensarli in buona fede. Prendiamo l’Attila primigenio, Luigi Berlinguer. Ha sottoposto la scuola da un iperdosaggio di innovazioni, attribuendo ad esse effetti immaginari, o immaginati dalla più incolta e dogmatica delle lobbies accademiche, quella dei pedagogisti, senza capirne, e forse senza neanche averne capito oggi, gli effetti reali, visibilissimi sul campo. Il ministro ricorda, nella sua azione ministeriale, quel buon toscanaccio, ma non proprio acculturato, che ad un amico lamentoso per essersi ammalato di epatite mise davanti alcuni bicchierini di superalcolici dicendo, con l’affettuosa intenzione di curarlo, «bevi questi, ti fanno bono». Anche Berlinguer avrà pensato: le mie innovazioni «fanno bono» alla scuola, la renderanno più accogliente, più donmilaniana, più individualizzata, più moderna. Sarebbe bastata un po’ più di intelligenza, neanche tantissima, della realtà della scuola e del suo rapporto con la società, per capire che la cosiddetta autonomia significava demolizione del sistema nazionale della pubblica istruzione e perdita di ogni riferimento a saperi essenziali, che gli obiettivi formativi affidati ai singoli istituti significavano riduzione della cultura ad aria fritta e pubblicità, che la proliferazione di schede, formule, griglie tecniche e criteri di valutazione significava eliminazione di interesse per i contenuti culturali e gli aspetti relazionali dell’insegnamento, e così via.

Un’altra causa prossima della fine della scuola italiana sta nell’avvenuta abolizione, già dagli anni Ottanta, di ogni possibilità efficacemente sanzionatoria degli elementi di grave disturbo del suo regolare svolgimento didattico. Comportamenti indisciplinati di allievi che arrivano di fatto a sabotare le lezioni, urla assordanti nei corridoi, manifestazioni di pesante aggressività verso insegnanti e compagni, frequentatori di aule del tutto disimpegnati da ogni intenzione di apprendere qualcosa, e impegnato soltanto a parlar d’altro con i vicini, sono elementi per fortuna non generalizzati, ma, là dove sono presenti, e sono presenti in una percentuale niente affatto bassa di scuole italiane, non sono rapidamente eliminabili come dovrebbero esserlo perché una scuola possa esistere come tale. Mancano infatti strumenti normativi ed esecutivi adatti allo scopo. Elementi di disturbo non sono poi soltanto quelli che si riferiscono all’indisciplina o addirittura alla violenza degli allievi. Ci sono insegnanti che compiono atti di arbitrio, di chiusura ad ogni ascolto, di disprezzo e di umiliazione degli allievi, e che ciò nonostante non possono essere trasferiti ad altre mansioni, né vengono tenuti sotto controllo da dirigenti scolastici addestrati soltanto a compiti di bassa burocrazia. Ci sono scuole strette nella morsa dei rumori e dello smog del traffico circostante, o al cui interno si svolgono lavori durante le ore di lezione. Quando questo è diventato possibile, le autorità che hanno lasciato cadere gli antichi divieti hanno contribuito alla morte della scuola, perché la scuola esiste, come sa chiunque ne conosca la storia, soltanto in una separatezza protetta dal normale commercio sociale.

Un’altra causa prossima ancora della fine della scuola italiana sta nell’università italiana, corrotta, nepotista e arida. Questa università ha in un primo tempo impoverito la scuola non trasmettendole, dalla sua boriosa ed esangue torre d’avorio, alcuno strumento culturale e didattico, e non avendo fornito alcuna preparazione, in nessuno dei suoi corsi, alla professionalità docente nella scuola secondaria, ed in un secondo tempo l’ha contagiata della sua corruzione. Dopo il 1999, infatti, cioè dalla data in cui si è svolto l’ultimo concorso cattedrale per la scuola (quello peggio congegnato di tutta la storia italiana per una selezione di merito, ma per spiegare questo occorrerebbe un’esposizione troppo dettagliata), l’unico canale di accesso alla professione di insegnante è stato quello delle scuole di specializzazione dell’insegnamento secondario gestite dalle università. Si è trattato, per la scuola, di una devastazione senza precedenti, che un giorno o l’altro dovrà essere documentato con ricognizioni di fatti, interviste, documenti. In sintesi si può dire che le università si sono assunte la gestione di queste scuole senza mettere in campo competenze culturali-didattiche presenti al loro interno, che non avevano per niente, ma al solo scopo di far cassa con i contributi degli abilitandi. Il personale di gestione tratto dalle scuole secondarie è stato inteso come subordinato in maniera servile agli universitari, conformemente allo spocchioso atteggiamento di superiorità della maggior parte dei nostri accademici, ed è stato così selezionato in maniera inversa al merito, perché, ovviamente, vista la situazione, chi aveva, tra gli insegnanti di scuola, un minimo di idealità culturale e dignità professionale, non ha mai pensato a proporsi per queste scuole, in cui hanno smaniato di inserirsi, invece, gli incolti desiderosi di essere rivestiti dall’esterno di un ruolo purchessia, i frustrati dell’insegnamento desiderosi di uscirne, i piccoli ambiziosi o trafficoni miranti a mettersi sotto una tettoia universitaria, di guadagnare qualche relazione accademica. La congiunzione tra universitari senza un’idea di scuola se non quella di trarne vantaggi di corporazione e personali, e insegnanti di scuola promossi a loro servitori e non a dirigenti, ha prodotto i ben noti corsi degli orrori delle scuole di specializzazione: una pura sommatoria di spezzoni di trattazioni, senza alcuna connessione tra loro, a cui sono state associate pesantissime richieste di ogni genere di relazioni scritte, dato che nessun accademico voleva apparire di minore importanza degli altri. Dalle persone culturalmente vive, costrette a frequentare questi corsi se volevano sperare di entrare nella scuola, sono sempre venute dichiarazioni di assoluta insopportabilità di quella frequenza, vuotissima ma pesantissima, sgangherata ma costringente al più stretto conformismo mentale (ci sarebbero tante esemplificazioni da fare per farlo visualizzare in concreto). Anche qui c’è stata la selezione meritocratica all’inverso: sono andati più avanti quelli disposti a digerire tutto, cioè individui portatori di nulla, che saranno ulteriormente addestrati al nulla dai lunghi tempi di parcheggio e di professione precari.

L’operare di tutti questi fattori ha cadaverizzato la scuola. Ma non sono essi le cause vere, anzi le presuppongono. Un ministro devastatore come Luigi Berlinguer non è diventato ministro per una forza a lui connaturata, ma è stato indicato da un partito, scelto da una coalizione vittoriosa, e perciò da un intero sistema politico. Una università che agisce in un certo modo sulla scuola, non lo fa perché un bel giorno così ha deciso un rettore, ma perché è in precedenza costituita da una cultura, da interessi e da legami che la spingono a ciò.

Le cause vere della morte della scuola debbono dunque essere cercate in dinamiche di lungo periodo della società, di cui ministri distruttori come Berlinguer, interventi corruttori come quelli dell’università, luoghi di selezione antimeritocratica come le scuole di specializzazione, sono mezzi di attuazione (in questo senso cause prossime), e il degrado culturale del corpo docente il primo effetto.
Una dinamica di lungo periodo che è sfociata inevitabilmente nella morte della scuola, e che ne è stata quindi una vera causa, è stata il mutamento storico avvenuto tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta nel rapporto tra sviluppo economico, mobilità sociale e funzione della scuola, dopo il quale, nella nuova costellazione di questi elementi, la scuola ha cessato completamente di essere un luogo di promozione sociale. Da allora, un diploma di scuola secondaria superiore non garantisce minimamente l’accesso al ruolo lavorativo che gli corrisponde, e una maturità liceale funge da punto di partenza di un itinerario verso una laurea che come tale non è di alcun vantaggio per l’inserimento lavorativo.
Ora, se c’è qualcosa di univocamente comprovato da studi sociologici e fatti storici, è la correlazione esistente tra scuola come luogo di promozione sociale, da un lato, motivazione degli studenti all’impegno scolastico, e delle famiglie ad esigerlo da loro dall’altro, e, viceversa, tra mancanza di opportunità di promozione sociale nella scuola e demotivazione all’impegno scolastico.

Generazioni di padri e madri hanno inculcato con la massima forza nella testa dei loro figli che dovessero assolutamente ottenere buoni risultati scolastici per «farsi una posizione», come si diceva; le scuole erano severe nella loro richiesta di disciplina e di studio perché dovevano selezionare l’accesso a determinati ruoli sociali; alla loro severità ci si adattava, perché conteneva una speranza di miglioramento delle condizioni di vita rispetto a quelle dei genitori. Certo, questa speranza era in gran parte illusoria. Le condizioni sociali e culturali delle famiglie da cui gli studenti provenivano esercitavano infatti un peso, notevole ancorché invisibile, nel determinare, antecedentemente all’intervento della scuola, le capacità di apprendimento e di elaborazione linguistica su cui operava poi la scuola con il suo insegnamento e la sua selezione per merito. Questa speranza, tuttavia, era socialmente radicata e trovava continuamente riscontri di fatto che, anche sebbene poco numerosi, contribuivano a corroborarla (con casi celebri di grandi promozioni attraverso la scuola, da Pascoli a Gramsci), corroborando la scuola. Diventata la scuola un luogo di parcheggio di alcune fasce di età, invece che di promozione sociale, è consequenziale che tutto dentro di essa vada verso la putrefazione, dalle motivazioni degli studenti a quelle degli insegnanti, dai contenuti culturali alla disciplina comportamentale. Data questa tendenza storica, succede necessariamente che spuntino come funghi i suoi inconsapevoli attuatori, i Berlinguer.

L’individuazione di questa causa storica della morte della scuola lascia ovviamente sgomenti riguardo al nostro terzo argomento, dopo la fenomenologia e l’eziologia, e cioè le risposte da dare. Come è possibile battersi per la rinascita della scuola in Italia se la condizione di questa rinascita è una scuola come luogo di promozione sociale? L’evoluzione compiuta dal capitalismo ha reso infatti economicamente impossibile questa condizione, e non avrebbe senso pensare né di tornare ad una fase anteriore del capitalismo, perché la storia non conosce retromarce, né di costruire la scuola del postcapitalismo, perché non è nell’attuale orizzonte storico neppure immaginabile il funzionamento di una società postcapitalistica.

Affrontando seriamente il problema della scuola incontriamo in sostanza lo stesso nodo che blocca lo scorrimento del pensiero e dell’azione quando incrociano problemi che, come quello della scuola, incarnano una catastrofe di civiltà, ad esempio il collasso ecologico del pianeta, o la perdita di diritti del lavoro, o la guerra imperiale infinita: come agire in concreto se per essere in grado di cambiare qualcosa dovremmo poter cambiare la totalità del suo contesto, e il cambiamento della totalità è, oggi, completamente al di fuori dei nostri mezzi e persino delle nostre idee? Dovremmo finalmente imparare ad affrontare seriamente un nodo di questo genere, evitando sia l’astrattismo identitario ed autoconsolatorio, sia il concretismo adattivo. Dovremmo finalmente imparare che l’unico modo serio di affrontare un capitalismo potentemente distruttivo di ogni civiltà è quello di fare riferimento non ad una configurazione sociale alternativa, che non siamo minimamente in grado di prevedere, ma ad un logica alternativa a quella sistemica, perché ancorata a valori, per agire sui problemi. Se affrontiamo così la distruttività capitalistica, introdurremo lacerazioni nel funzionamento sistemico, che dovremo cercare di nuovo di affrontare con la logica valoriale, non secondo i principi sistemici, e così via. In questo modo cominceremmo ad incamminarci su un’altra strada storica, che non sappiamo dove ci porterà. ma l’importante, oggi, non è sapere a quale traguardo arriverà la storia futura, bensì uscire dal terribile cerchio in cui si chiude la storia presente, e che sta annichilendo ogni forma di civiltà umana.
Che cosa significa tutto questo per la scuola? Che dobbiamo batterci, allo scopo di restituire vita al cadavere della scuola italiana, per restituirle una funzione di promozione sociale, che non può essere quella tradizionale, a cui la storia non può tornare, e per cui non esistono comunque mezzi di attuazione dal basso, ma può ben essere quella di una alfabetizzazione delle giovani generazioni al contesto storico in cui sono collocate, per trarne strumenti concettuali ed etici di difesa dai suoi condizionamenti distruttivi. Si tratta di una direttrice di lotta da intendersi non come obiettivo compiuto da calare sulla scuola, che nessuna lotta avrebbe i mezzi per perseguire, ma come quella logica valoriale, di cui si è detto rispetto alla distruttività capitalistica in generale, che deve guidarci nell’azione possibile su situazioni concrete. 

Proviamo a specificare. 
Dobbiamo, in nome di una logica della scuola intesa come luogo di promozione sociale, per ora in senso spirituale ed umano, rivendicare sindacalmente l’abolizione di ogni onere improprio, burocratico-cartaceo, per gli insegnanti, riconducendo tutto il loro tempo di lavoro a quello che è il loro vero compito, insegnare, e prevedendo la massima semplicità per l’espressione delle loro valutazioni; rivendicare politicamente un sistema di reclutamento degli insegnanti soltanto tramite concorsi nazionali seriamente predisposti per accertare le competenze disciplinari, e soltanto con assunzioni a tempo indeterminato, stante l’incompatibilità tra lavoro precario e impegno di progettazione educativa; rivendicare istituzionalmente la garanzia normativa, con sanzioni adeguate, del minimo indispensabile di disciplina degli studenti, e la fine della scuola come «progettificio» insulso e litigioso, con un ritorno alla scuola in cui tutto il tempo sia dedicato allo svolgimento di programmi nazionali vincolanti; rivendicare culturalmente un impegno nella scuola, prioritario su ogni altro, -perché soltanto questo le consentirebbe oggi di trasmettere saperi e valori, cioè di essere davvero scuola- di promuovere la memoria storica delle giovani generazioni, di radicare i loro orizzonti presenti in una consapevolezza del passato, senza cui, nella situazione storica odierna, non si può imparare davvero nulla, se non ad essere acritici consumatori di un mondo che si autodistrugge. Per far questo occorre non soltanto potenziare al massimo l’insegnamento della storia in tutte le scuole, ma anche storicizzare l’insegnamento delle altre discipline: le materie scientifiche insegnate, come oggi si fa, in maniera destoricizzata, cioè senza mostrare i condizionamenti storici, vale a dire culturali, economici, religiosi, delle loro scoperte, presentate come un processo lineare di avanzamento della verità tratta dall’osservazione dell’esperienza, trasmettono una falsa idea ed una dogmatica accettazione della tecnologia, positivizzante e pericolosissima nel mondo attuale.

La causa ultima, o prima, della morte della scuola, che l’ha distrutta come luogo di promozione sociale, è comunque il capitalismo assoluto imperniato sull’aziendalismo, cioè sull’ideologia che tutto ciò che si può fare lo si deve fare come prodotto fonte di profitto di un’azienda.

Anche la scuola la si vuole azienda, ma siccome non può esserlo, le innovazioni volte ad aziendalizzarla la stravolgono senza neppure poter funzionare sul loro piano. Fare di un ospedale un’azienda fa male alla salute, ma si può fare. Fare di una scuola un’azienda non si può neanche fare, ne viene fuori un ibrido disfunzionante. Poiché questo ha l’evidenza dei fatti, occorre rilanciare tra insegnanti, studenti, famiglie, l’idea della necessità di un ripristino della scuola pubblica e nazionale.

* Questo articolo del compianto Bontempelli è del 2008. E' stato appena ripubblicato su Badiale & Tringali

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