PARIGI, 4 MARZO, IV FORUM INTERNAZIONALE

PARIGI, 4 MARZO, IV FORUM INTERNAZIONALE
COORDINAMENTO EUROPEO NO EURO

domenica 30 novembre 2014

«L'EURO, LA CRISI, E L'ORGIA DEL POTERE» di Emiliano Brancaccio

30 novembre.

Roma, sabato 22 novembre, convegno La sinistra e la trappola dell'euro. E' la volta di Emiliano Brancaccio (nella foto).

Brancaccio ha tra l'altro sostenuto: «Esiste una tendenza o oggettiva —a proposito dell'oggettività del capitale di cui parlava Marx— che determina l'insostenibilità dell'eurozona, tendenza che non ha niente a che fare con i nostri desiderata, con i nostri moti dell'anima. (...) Non vedo in campo, tuttavia, una soggettività che possa farci uscire da sinistra da questa crisi. (...) Molti sono invece i camaleonti pronti a cambiare la moneta per non cambiare nulla delle politiche antipopolari e neoliberiste. (...) Non possiamo assecondarli».

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sabato 29 novembre 2014

«UNA MONETA PARALLELA PER USCIRE DALLA CRISI» di Enrico Grazzini

29 novembre.

Convegno di Roma, La sinistra e la trappola dell'euro (2).
Proseguiamo la pubblicazione delle prolusioni.


Pubblichiamo oggi l'intervento diEnrico Grazzini (nella foto).


Grazzini presenta e difende l'idea, lanciata recentemente assieme a Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino e Stefano Sylos Labini per cui lo Stato italiano, pur restando nell'eurozona, dovrebbe, per rilanciare subito l'economia, emettere una "moneta parallela" nella forma di Certificati di Credito Fiscale (CCF). E' di oggi la notizia che Silvio Berlusconi ha difeso l'idea di una moneta parallela.
Abbiamo tra l'altro fatto notare a Grazzini che si tratta di una variante dei Me.Fo, escogitati nel 1934 dal Ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht per aggirare i vincoli imposti dai Trattati di Versailles, e che i Me.Fo ebbero sì successo, ma nel contesto del ripudio di quei Trattati e della riconquista tedesca della piena sovranità politica.
Sia Brancaccio che Giacchè, negli interventi che seguiranno, criticheranno l'idea del CCF.


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LA BALLA DEI 300 MILIARDI di Leonardo Mazzei

29 novembre
Il salva-Juncker: un Fondo senza fondi a cui nessuno crede
I famosi 300 miliardi di investimenti dell'Unione Europea sono dunque arrivati. C'è solo un dettaglio: sono solo 21, ed a guardar meglio soltanto 5. Magie della finanza creativa. Mica hanno messo lì per caso un lussemburghese...
Il giorno prima della presentazione del piano Juncker a Strasburgo è arrivato Papa Francesco ed ha parlato di «nonna Europa», di un soggetto ancora alla ricerca della sua anima nonostante la non più tenera età. Una fotografia che deve aver irritato Prodi, se ha sentito il bisogno di dire che «noi la costruimmo come mamma».
Un tempo le nonne raccontavano le favole, ed alcune lo fanno ancor oggi. Nonna Europa no, lei racconta solo balle. E' questo il caso dei 300 miliardi tanto reclamati per settimane dal Bomba. Lui di balle se ne intende, ma questa volta il capo della Commissione l'ha superato.
Pressato dallo scandalo sul suo ruolo di organizzatore della grande evasione fiscale, una di quelle classiche scoperte dell'acqua calda che fanno veramente sorridere, l'ometto piazzato lì dalla Merkel ha dovuto anticipare i tempi di un annuncio previsto per fine anno. Lo ammette candidamente l'ultraeuropeista Corriere della Sera del 26 novembre, che scrive come il piano Juncker sia «un atto sostanzialmente politico e senza finanziamenti certi», un atto accelerato «per convincere gli eurosocialisti a restare nella maggioranza con gli europopolari di Juncker nel respingere la mozione di censura del M5S e dei partiti euroscettici».
E difatti, mentre il capogruppo piddino Pittella ha parlato come da copione di «fine dell'austerità», tutti i commentatori non hanno potuto fare a meno di segnalare l'inconsistenza del piano, la sua tardività, la sua inadeguatezza sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. Insomma, nessuno ci crede, ma qualcuno ha il dovere istituzionale di far finta di crederci. In maniera abbastanza sintomatica, l'editoriale del Sole 24 Ore del 27 novembre ha sentito il bisogno di ricordare come il piano annunciato dalla Commissione abbia «alle sue spalle, in tema di azioni pro-crescita, il fallimento dei piani del 2008 e del 2012». Come dire, auguri!...
Ma perché questo progetto non è credibile? Intanto per l'assenza di una chiara volontà politica, ma anche e soprattutto per l'inadeguatezza delle cifre previste. L'Efsi (European fund for strategic investments), avrà un capitale di 21 miliardi, di cui 5 in denaro e 16 in garanzie. Di queste ultime solo 2 miliardi (due) verranno dal budget dell'Unione, 6 verranno recuperati da altri progetti (dunque non rappresentano un incremento di risorse destinate agli investimenti), degli altri 8 non si sa letteralmente nulla.
E già qui si capisce che siamo di fronte ad esercizio piuttosto spericolato di finanza creativa, o più precisamente di finanza imbrogliona. I 5 miliardi di denaro «vero» verrebbero invece dalla Bei (Banca europea degli investimenti), la quale però è chiamata alla prudenza dal solito Katainen, che ha già dichiarato che: «La Bei deve mantenere il suo rating da "tripla A" e non può assumersi rischi».

Ma come farà allora l'Efsi a trasformare i teorici 21 miliardi (16+5) in 315, con un effetto leva pari a 15? Misteri della fede dai quali perfino il Papa si è tenuto alla larga. Secondo gli eurocrati i 21 miliardi iniziali si trasformerebbero in 63 miliardi di prestiti (moltiplicatore 3), che attiverebbero poi i restanti 252 miliardi che arriverebbero dai privati, per raggiungere così la cifra messa già in vetrina come fosse cosa fatta di 315 miliardi.

Di questi, 240 sarebbero destinati agli investimenti strategici nei settori dell'energia, dei trasporti, della banda larga, della ricerca e dell'innovazione. Mentre i restanti 75 andrebbero invece, in varie forme, alle piccole e medie aziende.
Chi vivrà vedrà, ma a chi scrive il piano di Juncker, oltre ad essere comunque insufficiente, appare destinato al fallimento. Gli eurocrati hanno dovuto ammettere il totale insuccesso di quello varato da Barroso nel 2012, precisando subito che il nuovo piano invece funzionerà perché «più flessibile ed in grado di utilizzare più strumenti finanziari». Peccato che si dicano sempre cose del genere, come fece Barroso nel maggio 2012, quando parlò dei suoi project bond per la «crescita» come di «vino nuovo in botti nuove». Da allora non se ne è saputo più nulla.
Ma nonna Europa è avvezza a contar balle. Il Fondo senza fondi di Juncker è solo una di queste. E non è neppure particolarmente originale. Per quanto tempo potranno farlo ancora?

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venerdì 28 novembre 2014

ESPLODE M5S? di Piemme

28 novembre.
Abbiamo perso il conto di quanti siano i parlamentari, i consiglieri regionali e comunali cacciati e/o fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle. L'ultima espulsione, in fretta e furia, è quella dei parlamentari Artini e Pinna. 

Abbiamo l'impressione che questa volta, l'impatto su M5S di questo atto d'imperio della cupola che dirige il movimento, sarà molto più serio. Forse ci sbagliamo ma potremmo già essere davanti all'inizio di un veloce sfaldamento del movimento stesso.

Chi ci legge sa bene che, pur avendolo votato —allo scopo di "dare una spallata al regime bipartitico eurista", proprio subito dopo la folgorante avanzata elettorale del febbraio 2013, noi scrivemmo che non avremmo scommesso un soldo bucato sul fatto che M5S avrebbe avuto vita lunga. 

M5S, ha potuto raccogliere l'ondata di indignazione popolare contro la "casta" e contro le politiche austeritarie, grazie non solo al carisma dell'istrionico di Grillo, ma in virtù dell'uso di alcuni slogan radicali, resi ancor più efficaci per la loro declinazione interclassista, spesso qualunquistica, "né di destra né di sinistra".

La grande e inattesa vittoria elettorale del febbraio 2013, avendo posto M5S alle soglie del potere, ha messo in luce tutta la fragilità e l'inadeguatezza del movimento. Quell'enorme successo elettorale aveva un preciso segno: era un mandato ad andare al governo.

Il Porcellum, col suo meccanismo truffaldino del premio alla coalizione maggioritaria, diede a Napolitano l'alibi per non designare un "grillino" a formare il governo, che venne dato al piddino-zoppo Bersani. M5S non giocò la carta di essere il partito più votato, lungi dal rivendicare che a formare il governo fosse designato un suo esponente, si limitò ad una partita di rimessa, e respinse pure in modo maldestro e sempliciotto l'assist che gli venne offerto dall'assediato Bersani. 

Limiti che emersero subito dopo, quando si trattava di far valere il proprio peso per l'elezione del Presidente della Repubblica. Senza dimenticare il voltafaccia subito dopo la rielezione di Napolitano: Grillo chiamò alla mobilitazione di piazza, che proprio perché rischiava di avere successo, castrò sul nascere.
Attvista M5S mentre vota e decide

Ci sono settimane che valgono anni, e quelle furono decisive.

Esse misero a nudo di che pasta fosse fatto il M5S. Non c'erano né un piano né un programma effettivo per governare, non c'era alcuna idea sulle alleanze plausibili di governo, non c'era nemmeno l'ombra di personale politico che avesse effettive capacità di governo. 

Successivamente —sorvoliamo sulle diverse pisciate fuori dal vaso di Grillo e Casaleggio— invece di correre ai ripari, di adeguarsi in fretta alla bisogna, di indicare i punti di un governo d'emergenza, di dire parole chiare sull'uscita dall'euro, di fungere da perno di una grande alleanza popolare democratica e antiliberista, M5S si chiuse nella sua turris eburnea, nell'illusione che per tirare a campare sarebbe stato sufficiente strillare nelle aule parlamentari, senza mai invocare e/o promuovere, per carità di Dio!, una larga mobilitazione popolare.

Un altro errore madornale è stata la faciloneria con cui si è tentato di fare fronte al "rottamatore" Matteo Renzi. Non solo lo si è sottovalutato. Usando con lui lo stesso approccio che coi vecchi ittiosauri della "casta", continuando a suonare la trombetta sfiatata che M5S avrebbe vinto e governato da solo, e senza mai indicare quali sarebbero state le misure d'emergenza che si sarebbero eventualmente prese, tra cui l'abbandono dell'euro, non si è agevolata la vittoria del piazzista fiorentino alle europee, ma pure l'affernazione della Lega di Salvini.

Queste sono, secondo noi, le ragioni di fondo delle recenti e cocenti sconfitte elettorali. E sono queste sconfitte, e la totale assenza di adeguata riflessione, che stanno causando la slavina in seno al movimento.

Che questa fatale crisi politica si manifesti, non sul piano squisitamente politico-programmatico, sulla visione di Paese che si vuole, sull'euro, ma sul regime interno, non deve stupire. Ciò è tipico di ogni setta. E M5S è, per quanto sembri paradossale, è una grande setta. Così Casaleggio e Grillo l'hanno plasmata. 

La contraddizione tra la forma-setta e le sfide che la crisi del Paese pone ad un movimento di massa dovevano prima o poi esplodere. E stanno ora esplodendo.

Tutte le principali e strampalate fisime del casaleggismo stanno facendo fiasco: l'atomismo autistico dei meet-up, uno vale uno, democrazia diretta digitale, statuto-non-statuto, movimento-non-partito, decisione attraverso i referendum degli attivisti, vincolo di mandato, ecc. ecc. 

Ad ogni passo scopriamo in verità che tutte le decisioni più importanti vengono prese, quando non dai diarchi in persona, da una cupola di cui non si conosce la composizione. Stendiamo un pietoso velo sulla "trasparenza" della piattaforma web e del sistema operativo informatico con cui la Casaleggio Associati, gestisce, non solo modalità e risultati dei referendum interni, ma tutta la rete di meet-up e attivisti. Chi non si adegua, chi osa avanzare critiche, viene prima avvisato di stare zitto, infine buttato fuori.

Le espulsioni di Artini e Pinna confermano che M5S è un organismo che non riesce ad auto-riformarsi, né a correggere le sue deformazioni congenite, né a dialogare coi movimenti sociali di massa (com'è il caso di quello contro il Jobs Act). 

In simili circostanze accade che l'organismo soccombe alle sue contraddizioni, andando in pezzi. Speriamo ne liberi anche verso il movimento dei sovranisti.

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giovedì 27 novembre 2014

«L'EURO NON È SOLO UNA MONETA, È UN REGIME» di Leonardo Mazzei

27 novembre.
Con l'introduzione dei lavori di Leonardo Mazzei (nella foto), iniziamo la pubblicazione delle prolusioni svolte in occasione del convegno La sinistra e la trappola dell'euro, svoltosi a Roma il 22 novembre scorso. A bilancio avevamo già scritto a caldo. Ringraziamo per le riprese gli amici delle Brigate sovraniste per la Cosituzione.


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SALVINI: UN (PERICOLOSO) UOMO DI REGIME

27 novembre

L'Italia, si dice, è il Paese dei voltagabbana. Se questo fosse vero non ci sarebbe alcun dubbio sul fatto che Benito Mussolini rappresenta la quint'essenza del voltagabbanismo italico.

Difficile anche solo contare le piroette, gli zig zag, le svolte e i tradimenti del Duce. Da esponente di spicco della sinistra più intransigente del Partito socialista e leader della destra; da antimperialista a fervente sostenitore della guerra imperialista; da repubblicano a monarchico, da mangiapreti a filo-papalino, da difensore degli operai e dei braccianti a suo castigatore; da anti-tedesco a fantoccio di Hitler.

Forse è vero che Matteo Salvini, malgrado il suo sodalizio con Borghezio, non si consideri un fascista, nel suo stile politico tuttavia egli pare ispirarsi proprio al Duce. L'opportunismo, l'uso spregiudicato dell'inganno pur di tenersi a galla, l'assenza di principi, il mischiare demagogicamente il diavolo con l'acqua santa pur di ottenere consensi.

Da capolista della "Lista comunista" alle elezioni del 1997 per il "Parlamento padano" a fervente anti-comunista. Da "antifascista" (ai tempi di Bossi) a sodale dei fascisti. Da aperturista sulle unioni gay a strenuo difensore della "famiglia tradizionale". Da filo-europeo a anti-euro. da sostenitore delle piccole patrie europee ad alleato della sciovinista francese Le Pen. Infine, da secessionista padano a patriota italiano. Chi più ne ha più ne metta. Due soltanto sono i punti fermi della carriera politica di Salvini: la sua irriducibile xenofobia e la sua adesione al neoliberismo. Due punti soltanto, ma decisivi, che caratterizzano la Lega Nord come forza di destra e reazionaria.

Alle 300mila preferenze personali alle europee e al 18% (beninteso, del 37%) in Emilia-Romagna, Salvini c'è arrivato così. Ci è arrivato infine, e questa è certamente la ragione principale, perché da mesi, è su tutte le televisioni, dalla mattina alla sera. La qual cosa fa riflettere. Se fosse davvero un nemico del sistema eurista e oligarchico non avrebbe avuto lo spazio mediatico di cui gode. Allora la domanda è: non sarà che c'è del "marcio in Danimarca"? Non sarà che sono proprio i poteri forti a tirargli la volata perché gli fa comodo? Noi pensiamo che sia proprio così.

Da quando Renzi ha scardinato il Pd ed è diventato primo ministro (grazie al patto con Berlusconi) Salvini è invitato a tutte, ma proprio tutte le trasmissioni televisive, sia della Rai che di Mediaset. Non c'è alcun dubbio che dietro all'ascesa di Salvini c'è proprio Renzi (e il blocco di potere che lo appoggia), che ha pensato così di scegliersi il suo avversario di comodo nel teatrino politico.

E' l'ennesima volta che il sistema, oltre a selezionare chi deve governare, si sceglie i suoi oppositori, ciò per impedire che gli oppositori veri si facciano largo. Che poi Renzi e i poteri che gli stanno dietro possano sbagliarsi, che cioè Salvini, invece di essere una meteora e un nemico di comodo gliela metta nel sacco, questo lo vedremo nei prossimi anni. Di sicuro il blocco di potere renziano deve avere ritenuto che Salvini sia loro funzionale, nei due casi: sia che l'Italia resti nell'Unione europea (meglio che il fronte no-euro sia capeggiato da uno "spaventapasseri" piuttosto che da persine serie), sia che diventi inevitabile l'uscita dall'euro (Salvini verrà usato come truppa ausiliaria).

Se quanto diciamo è vero, se Salvini è un uomo del regime, non solo non è giustificabile corrergli dietro, è necessario sbarrargli la strada.


Articoli correlati: 

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mercoledì 26 novembre 2014

L'ITALIA USCIRÀ DALL'EURO NELLA PRIMAVERA DEL 2015? di Jacques Sapir*

26 novembre. 

«La possibilità di un'uscita di uscita dell’Italia dall’Euro, uscita che potrebbe verificarsi nella tarda primavera del 2015, è apertamente contemplata dalla stampa internazionale, italiana ovviamente, ma anche tedesca, americana [1] e britannica [2]

Il silenzio della stampa francese è invece assordante ... Occorre capire perché il processo di distruzione dell’Euro potrebbe iniziare con l'Italia, e quali sarebbero le conseguenze per la Francia.

Una posizione insostenibile


E 'ormai chiaro che la situazione in Italia è diventata insostenibile nel contesto della moneta unica. L'Italia è sprofondata in una situazione di stagnazione del PIL sin dalla crisi del 2008, crisi che sembra ancora più grave di quella della Spagna [vedi tabella sopra].

La situazione è particolarmente critica se si guarda alla produttività italiana rispetto ai concorrenti della zona euro dopo il 1999. Si vede che l'Italia è in ritardo, non solo in relazione alla Germania e la Francia, ma anche nei confronti della Spagna. In questo paese, tuttavia, la chiusura di molte aziende ha portato alla scomparsa di quelle meno produttive, per cui la crescita della produttività può direttamente essere spiegata come l'effetto della contrazione della produzione. [Vedi tabella 2]
Tabella 2: la produttività in alcuni paesi Ue

In realtà le discussioni con consiglieri economici al governo Renzi dimostrano che questi ultimi sono molto pessimisti sul futuro economico del paese. Essi ritengono che, se non ci sarà un punto di svolta nella politica economica tedesca questo inverno, l'Italia non avrà altra scelta che lasciare l'Euro per l'estate 2015. Si noti che un partito, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo chiede un referendum sull'euro, e che questa idea sta guadagnando terreno nella politica italiana.

L'Italia realizza una grande parte del suo commercio estero con i paesi della zona euro —il 55% degli scambi di merci e quasi il 64% se si considerano i servizi. E’ quindi comprensibile che il calo, relativo, dell'Euro nei confronti del dollaro, non da all’Italia alcun beneficio. L'economia italiana soffre di un problema di competitività all'interno della zona euro.

Le conseguenze per la Francia

Se l'Italia dovrà prendere questa decisione, le conseguenze sarebbero importanti per l'economia francese. A causa di una specializzazione paragonabile a quella dell'economia italiana, è quasi impossibile per la Francia rimanere nella zona euro, se l'Italia esce (e viceversa).

Ma questa realtà economica è probabile che urti contro la testardaggine di un governo che è paralizzato dalla paura di vedere fallire la strategia politica. Dobbiamo ripetere che nulla sarebbe peggio per la Francia che restare nella zona Euro, che sarebbe ridotta ad una zona Marco, se uno dei paesi più grandi, e l'Italia è la terza più grande economia della zona euro, dovesse uscire. Lo shock negativo di competitività sarebbe certamente disastroso per l'industria francese.

Occorre perciò pensare ad un tale scenario e chiedersi se esso non offra un'importante opportunità per l'economia francese. Se Francia e Italia uscissero assieme dalla zona euro, ciò comporterà un'uscita a breve termine da Spagna, Portogallo, Grecia e Belgio. E’ evidente che la Spagna, già indebolita da profonde tensioni politiche, non potrebbe rimanere nell'Euro, se l'Italia e la Francia se ne vanno fuori. Un’uscita della Spagna porta con sé quella del Portogallo e, dopo l’uscita di questi 4 paesi, la permanenza della Grecia nell’area euro non sarebbe più giustificata. Dati i suoi legami con l'economia francese, è molto probabile che il Belgio, dopo alcune settimane di esitazione, dovrebbe uscire.

Un'uscita d'Italia causerebbe quindi la rottura della zona euro e la Germania, molto probabilmente, sarebbe obbligata a riprendere la sua moneta. Questo scenario, lungi dall'essere un disastro, aprirebbe immediatamente nuove opportunità e in particolare la possibilità —una volta che le parità tra le valute si fosse stabilizzata— per ricostruire un’area commerciale unitaria. Non dovrebbe essere basata su una moneta unica (il cosiddetto "Euro-Sud"), visto che abbiamo già avuto modo di dire che ciò implicherebbe un forte impoverimento di Italia e Spagna, ma dovrebbe piuttosto fondarsi su delle co-varianti dei tassi di cambio, dato per acquisito che le rispettive parità dei paesi di quest’area potrebbero essere riviste regolarmente (ogni anno) per riflettere i diversi movimenti della produttività.

E’ pertanto necessario monitorare da vicino l'evoluzione del dibattito in Italia nei prossimi mesi, in particolare il modo con cui la stampa francese, e purtroppo non c’è da farsi illusioni, ne renderà conto».

NOTE

[1] Baker D., « Italy’s Stagnation: The Need to Share the Pain » in INSIGHT, Center for International SocialStudies, http://www.insightweb.it/web/content/italy’s-stagnation-need-share-pain
[2] « Lira looks set for a comeback », The Guardian, 16/11/2014,http://www.theguardian.com/world/2014/nov/16/lira-looks-set-for-comeback/print

* Fonte: RussEurope
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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martedì 25 novembre 2014

IL CANE DA GUARDIA (NON SOLO DI ISRAELE) di Campo Antimperialista

25 novembre.
Il golpista egiziano al Sisi (nella foto), in visita a Roma, si propone come il carceriere del popolo palestinese per conto di Israele. Non solo: c'è anche la sua richiesta di «completare la missione della Nato in Libia»
Oggi e domani il generale al Sisi, presidente egiziano dopo il golpe dell'estate 2013, sarà a Roma, prima tappa del suo primo viaggio in Europa. Nell'occasione ha pensato di farsi precedere da un'intervista al Corriere della Sera, per la cronaca la prima rilasciata ad un quotidiano occidentale. Intervista che contiene affermazioni assai gravi, che dovrebbero suscitare qualche reazione in più, o quantomeno far riflettere quanti, a sinistra, applaudirono il suo sanguinosissimo colpo di stato.

L'importanza di questa intervista, realizzata da Franco Venturini, è testimoniata dalla partecipazione, nel palazzo presidenziale di Heliopolis, del direttore del quotidiano milanese (da sempre su posizioni smaccatamente filo-sioniste), Ferruccio de Bortoli.

Il titolo dato dal Corsera di ieri non lascia adito a dubbi: «"Truppe egiziane per la Palestina" - Al Sisi: "Aiuteremo la polizia del futuro Stato. E vogliamo garantire la sicurezza di Israele"». 

Il golpista del Cairo si propone dunque come il cane da guardia di Israele. Certo, questa non è una novità, basti pensare al ruolo avuto durante i bombardamenti di Gaza della scorsa estate, alla chiusura ermetica del lato sud della Striscia, od anche soltanto alla distruzione sistematica dei tunnel della speranza tra Gaza ed il territorio egiziano.
Il golpista ricevuto dal golpista Napolitano


Ora, però, c'è un salto di qualità, visto che al Sisi si propone non solo come guardiano esterno, ma direttamente come poliziotto interno di un futuro "stato palestinese", che se mai avrà vita, di certo nell'idea di al Sisi e del suo degno compare Netanyahu altro non potrà essere che un insieme di piccoli bantustan per sempre schiacciati da Israele.

Con questo annuncio, al Sisi va ben oltre l'opera svolta dal despota filo-americano Hosni Mubarak, costretto a lasciare il potere dalla rivolta di piazza dell'inverno 2011. Il ruolo di fiancheggiatore dei sionisti che egli innanzitutto si auto-assegna è chiarissimo. Leggiamo questa sua affermazione:
«Bisogna garantire la sicurezza agli israeliani ma contemporaneamente restituire la speranza ai palestinesi e la creazione di uno Stato palestinese è lo strumento migliore per alimentare questa speranza. Poi, dopo la creazione di uno Stato palestinese, si aprirà un lungo processo, ci vorrà tempo per ristabilire la fiducia tra le parti, ma non è forse accaduto lo stesso tra Egitto e Israele dopo che abbiamo fatto la pace? Il periodo di transizione iniziale sarà determinante, perché gli israeliani non possono rischiare la loro sicurezza e i palestinesi non devono più compiere atti gravi e sconsiderati che sarebbero, a quel punto, anche autolesionisti. L’Egitto è pronto ad aiutare». 
Già, «aiutare», ma come?
«Le dirò una cosa: noi siamo pronti a inviare forze militari all’interno di uno Stato palestinese. Aiuterebbero la polizia locale e rassicurerebbero gli israeliani con il loro ruolo di garanzia. Non per sempre, s’intende. Per il tempo necessario a ristabilire la fiducia. Ma prima deve esistere lo Stato palestinese dove inviare le truppe». 
Chiunque è in grado di capire che razza di stato sarebbe quello che dovesse nascere sotto la tutela del golpista del Cairo. Il quale, comunque, ha in realtà l'obiettivo principale di mandare all'occidente un altro messaggio, quello che si legge chiaramente nella priorità assegnata alla «sicurezza degli israeliani». Un modo, che più esplicito non si potrebbe, per dichiarare al mondo da che parte sta l'uomo che ha cacciato dal potere la Fratellanza Musulmana, oggi sottoposta alla repressione più dura.

Repressione sulla quale, nell'intervista, al Sisi glissa negando l'evidenza. Del resto non si può certo dire che gli intervistatori volessero metterlo alle strette...

Il presidente egiziano sarà a Roma anche per due altri motivi: i rapporti economici tra i due paesi e la situazione in Libia. I rapporti economici sono già piuttosto intensi. L'interscambio commerciale è pari a 4,7 miliardi di euro (dati 2013) e viene dato in crescita. Domani, 25 novembre, si terrà il Business Council con la partecipazione di imprenditori italiani ed egiziani. Molti i progetti in campo, riguardanti fra l'altro l'energia, l'alta velocità ferroviaria (linea Alessandria-Il Cairo-Assuan), l'espansione dei porti mediterranei di Damietta, Alessandria e Port Said. Ma si parlerà anche dei settori del turismo, dell'agricoltura e del tessile.
Matteo Renzi riceve al-Sisi


Fin qui normale amministrazione. Ma siamo certi che al Sisi, che incontrerà Renzi, Napolitano e Gentiloni, insisterà molto sulla situazione in Libia. E qui, se esiste ancora un qualcosa che assomigli in qualche modo ad un movimento contro la guerra, dovrebbe scattare l'allarme rosso.

Leggiamo cosa dice il golpista del Cairo nell'intervista:
«Stabilizzare la Libia è una priorità per tutti, non soltanto per i nostri due Paesi. Lì regna il caos, ma soprattutto lì si stanno creando basi jihadiste di estrema pericolosità. La Nato non ha completato la sua missione. Perché dopo la guerra che ha eliminato Gheddafi la Libia è stata abbandonata? Non credo a nuovi interventi militari e l’Egitto non ne ha compiuti e non ne compie. Invece la Comunità internazionale deve fare una scelta molto chiara e collettiva a favore dell’esercito nazionale libico e di nessun altro. Aiuti, equipaggiamenti, addestramento devono andare esclusivamente all’esercito regolare che nel tempo avrà i mezzi per riportare l’ordine». 
Se lasciamo da parte i naturali abbellimenti diplomatici, il succo è tutto in questa frase: «La Nato non ha completato la sua missione», ergo la deve completare. Anche per questo al Sisi è da oggi a Roma. Ed anche per questo ci aspetteremmo qualche reazione in più.

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COSTANZO PREVE (1943-2013) di Nello De Bellis

25 novembre.
Un anno fa a Torino, esattamente il 23 novembre, dopo breve malattia, scompariva il pensatore e filosofo Costanzo Preve (nella foto). 

Era nato a Valenza Po nel 1943 ed aveva conseguito tre lauree: in Scienze politiche a Torino, in Filosofia alla Sorbona di Parigi ed in Neoellenistica ad Atene. Professore di Liceo a Torino, aveva pubblicato nel corso della sua intensa attività pubblicistica oltre una quarantina di volumi più innumerevoli saggi e articoli in italiano e nelle principali lingue moderne che padroneggiava perfettamente (tra cui il greco).

Il vuoto che lascia nel panorama intellettuale e politico italiano ed europeo è incolmabile. 
Nell'ambito di una breve nota commemorativa non proveremo nemmeno ad entrare nel merito del suo pensiero vario, multiforme e complesso, percorso da un'inesausta tensione speculativa, per cui negli ultimi anni, oltre che dalla precarietà della sua salute, era reso malato dalla sua ricerca della verità.

I titoli fondamentali del pensiero di Preve possono comunque essere riassunti nel suo tentativo di decostruzione del marxismo e ricostruzione di una nuova teoria anticapitalstica, in una analisi critica della golobalizzazione, in un bilancio complessivo del Comunismo storico novecentesco cui si accompagnava negli ultimi anni una riflessione sui grandi scenari geopolitici attuali e sul comunitarismo

Del pari non vanno dimenticate le sue attive battaglie antimperialiste e la sua appassionate difesa della scuola pubblica contro le innovazioni distruttive denominate riforme degli ultimi anni.

Ciò che ha caratterizzato Preve nel fervido periodo della sua militanza intellettuale è stata la radicalità del suo pensiero, mai "domo", mai incline ai compromessi, e insieme la sua solitudine confortata solo da pochi attenti lettori e fedeli discepoli. Per il resto la sua vicenda umana ed intellettuale è stata la prova, la dimostrazione scientifica che il mondo va letteralmente a rovescio, perchè ciò che viene considerato in genere non ha valore e ciò che ha valore in genere non viene considerato.

Stiamo parlando di un pensatore del livello di Gramsci, di Croce, di Adorno. 
Il problema è che, tranne per le solite lodevoli eccezioni, non se ne è accorto quasi nessuno, almeno in vita. Solo ora, anche grazie all'opera di diffusione del suo allievo Diego Fusaro, di alcune
Costanzo Preve e Diego Fusaro
interviste presenti in rete, inizia una lenta rivalutazione e tentativo di inquadramento del suo pensiero di cui è testimonianza il recente convegno dell'Università di Torino. Semmai negli ultimi anni vi sono stati molti fraintendimenti, critiche preconcette e astiosi attacchi personali soprattutto dalla galassia di una certa Sinistra dogmatica e settaria. 

Noi non consentiamo interamente col pensiero di Preve, nè lo assumiamo come unico canone della nostra visione ed interpretazione del mondo, ma una cosa va detta e riconosciuta, al di là del consenso e del dissenso (sempre giusto e legittimo, purchè seriamente argomentato), e cioè che dopo il collasso del Comunismo storico novecentesco, Preve è stato uno dei pochissimi intellettuali e filosofi che si sia impegnato in un'analisi complessiva del mondo contemporaneo che egli (come Massimo Bontempelli) vedeva dominato, appunto a cagione di quel crollo, da un Capitalismo assoluto e inesorabilmente totalitario. 

Il Capitalismo assoluto, nella scia della rimondializzazione capitalistica a guida statunitense, appariva al marxista Preve memore di Hegel, "il regno animale dello Spirito, senza coscienza infelice", vale a dire l'assolutizzazione e spoliticizzazione dell'economia priva di qualsiasi argine o pensiero critico, il regno della "quantificazione smisurata" senza più la possibilità di pronunciare un giudizio alternativo o di porre una domanda radicale, cioè filosofica sulla totalità contraddittoria della società capitalistica, una forma di modernizzazione deemancipatrice che ad ogni progresso in campo tecnologico fa ormai corrispondere una regressione economica, antropologica e sociale ed un accentramento verticistico e incontrollabile del Potere.

La vastità e lo spessore della sua produzione si spiegano anche con la lucida consapevolezza da parte sua di dover assolvere, in condizioni di isolamento e spesso di incomprensione (quasi analoghe alla prigionia fascista di Gramsci) una funzione sostitutiva rispetto al moderno Principe di gramsciana memoria, di orientamento collettivo in funzione anticapitalistica. 

L'attività di Preve da questo punto di vista, è stato lo sforzo titanico di una vera e propria "individualità cosmico-storica" di hegeliana memoria a cui essere, al di là degli stessi esiti, perennemente grati. 
Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e di esserne amici, lo ricordiamo con affetto sincero e commossa riconoscenza. 

* Boringhieri di Torino, CRT-Petit Plaisance di Pistoia e Vengelista di Milano sono i principali editori delle opere di Preve.

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LIBERTA' PER IL DONBASS! Manifestazione a Salerno

Domenica 7 dicembre a Salerno si svolgerà un importante manifestazione in solidarietà con la resistenza antifascista che in Ucraina si oppone all'avanzata della NATO e della Ue e per il riconoscimento della Repubblica del Donbass. Intervengono: Lilija Rybkina, Nello De Bellis, Svitlana Grugorciuk. Modera Francesco Virtuoso


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lunedì 24 novembre 2014

EMILIA-ROMAGNA: UNA PREZIOSA LEZIONE

24 novembre.

Le elezioni regionali svoltesi ieri in Emilia-Romagna sono state segnate dall'enorme calo della percentuale dei votanti e quindi dalla crescita degli astenuti. Come si evince dalla Tabella qui accanto, che confronta le regionali del 2014 con quelle del 2010, hanno perso tutti, ma proprio tutti. Il Pd che ha dimezzato i voti. Forza italia che ne ha persi i quattro quinti. Perde anche il M5S. E il cosiddetto sfondamento della Lega? Ha perso anche la Lega, per l'esattezza più di 50mila voti.
Se facessimo il confronto con le politiche, europee comprese, la Lega in effetti è cresciuta, mentre hanno subito una sonora sconfitta i tre partiti principali delle politiche del 2013: Pd, M5S e Forza italia.

Anche l'astro nascente Matteo Renzi ha subito uno schiaffo violento, talmente forte che lo sta facendo parlare a vanvera. "Non è un voto contro il governo... l'astensione è un fatto secondario", ha detto Renzi (sic!). In verità il voto non è solo contro il governo e la sua politica, è stato un mezzo referendum contro di lui. 
clicca per ingrandire

I 535mila voti presi del Pd renzo-bersaniano sono il 15,7% degli aventi diritto. Una vera e propria caporetto considerato che stiamo parlando della regione "rossa" per eccellenza.

Renzi esce dunque azzoppato dalle elezioni in Emilia-Romagna e dovrà correre ai ripari —il che, probabilmente, potrebbe spingerlo a decidersi per elezioni anticipate in primavera. Una volta messo il nuovo inquilino al Quirinale, ci sarebbe in effetti lo spazio per votare a maggio. Staremo a vedere.
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La Tabella 2 mostra la crescita delle astensioni (sono calcolate anche le bianche e le nulle), 
Tabella 2: Il boom delle astensioni
praticamente raddoppiate dal 2010. I non votanti sono stati quasi il doppio di coloro che si sono recati alle urne.

Tutti sono stati sonoramente puniti dall'astensione.
Ci pare che il risultato di Sel, alleata del Pd —l'endorsement di Guccini deve aver giovato—, non contraddica la tendenza, stiamo infatti parlando del 3% del 37%.

Che insegnamenti trarre da questa tornata elettorale? Che la più grave crisi economica e sociale del Paese, accelerando i cicli politici, divora presto tutti i cosiddetti "salvatori della patria". Che Berlusconi fosse ormai in declino lo si sapeva. Pochi hanno immaginato che anche "grillismo" e "renzismo" avrebbero avuto vita difficile e forse breve. Noi, per la verità, lo avevamo detto e scritto. I nostri lettori più assidui potranno confermarlo, basta rileggere quanto scrivevamo su M5S. Basta rileggere quanto scrivevamo dopo la vittoria di Rezi alle europee della primavera scorsa, che giudicavamo effimera e fragile.

Su cosa ci basavamo? Ci basavamo su un principio: che la gravità della crisi economica era il fattore che avrebbe prevalso nel determinare il "senso comune". La crisi è radicale e solo che avanza misure radicali, sensate ma radicali, avrebbe potuto resistere alle tempeste ed avanzare.

La principale lezione che si deve trarre dal terremoto elettorale in Emila-Romagna è che tutti i partiti (tutti) rappresentano una minoranza del Paese, e le forze governative una minoranza ancor più esigua.

La seconda lezione è la conseguenza della prima: c'è uno spazio politico potenzialmente molto ampio, in prospettiva maggioritario, a favore di un nuovo movimento che dia testa, voce e rappresentanza a quella massa molto ampia di cittadini che hanno voltato le spalle ai partiti esistenti perché han compreso che sono del tutto inadeguati, e che occorre una svolta radicale per uscire dal marasma.
Clicca per ingrandire

Il fenomeno dei Cinque stelle, la loro sorprendente avanzata elettorale del 2013 e la loro veloce debacle —causata dalla incapacità di dare corpo, sangue e testa alla diffusa protesta popolare, il mix di settarismo e cretinismo parlamentare—, ci dicono molto su quel che occorre e non occorre fare. 

La grande crisi, con le sue accelerazioni e il suo avvitamento, apre lo spazio ad una grande opposizione democratica, sovranista e popolare. Ma quest'opposizione, se non vuole essere una meteora, deve avere non solo una grande testa politica, ma un corpo e una struttura solide.

Beninteso! Sempre crediamo che tutto congiura verso una generale sollevazione popolare. A maggior ragione occorre costruire una forza politica che gli dia uno sbocco strategico. Per costruirla occorre andare alle masse, ed il campo elettorale, di questi tempi più di ieri, è un importante banco di prova.


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UN PASSO AVANTI, UNA MARCIA COMPLICATA

24 novembre.
Si è svolto ieri a Roma, il previsto incontro “La sinistra e la trappola dell’euro“. Sala gremita, come speravamo.  Il dialogo tra i relatori, malgrado l’assenza di Stefano Fassina (dovuta ad un impedimento improvviso e di forza maggiore) è stato di ottimo livello, a tratti vibrante e intenso. Pur con diverse letture, condivisa da tutti i relatori la critica ai trattati su cui l’Unione europea è stata edificata, e dunque quella alla moneta unica, considerata un fattore decisivo della crisi senza precedenti in cui versano le economie italiane ed europee. Comune la considerazione che il regime della moneta unica, oltreché sull’orlo del collasso, è per sua natura oligarchico, antipopolare e antidemocratico.
Diverse tuttavia le ricette per venir fuori dal marasma. Sul piano delle misure economiche, non temiamo di sbagliare se affermiamo la soatanziale sintonia tra quelle avanzate da Brancaccio, Giacché e Mazzei: l’uscita dall’eruozona, anche unilaterale, è un atto decisivo e preliminare, ma dovrà essere accompagnata da non meno importanti misure quali il controllo pubblico sulla Banca d’Italia, la nazionalizzazione del sistema bancario, una ristrutturazione del debito pubblico, un piano per la piena occupazione, misure di protezione dei salari e di salvaguardia dell’economia italiana dall’assalto delle forze che guidano la globalizzazione. Quella che noi, definiamo un’uscita da sinistra dall’euro.
Dissonanti, da questo punto di vista, le proposte avanzate da Enrico Grazzini e Paolo Ferrero. Entrambi ritengono che l’euro sia “insostenibile”, ma siccome l’agonia della moneta unica potrebbe durare a lungo vista la potenza delle forze che lo difendono, invece di puntare sull’uscita, occorre avanzare proposte “più realistiche” e “mediane”.
Grazzini, Brancaccio, D'Andrea, Mazzei, Giacchè, Ferrero
Grazzini, ritenendo che “l’uscita unilaterale è difficilmente praticabile, e avrebbe comunque esiti molto incerti, per non dire pericolosi e negativi”, ha quindi difeso la proposta dei “Certificati di credito fiscale”, idea che per primo avanzò Marco Cattaneo nell’ottobre 2012, ed oggi rilancita e precisata da un appello sottoscritto assieme, oltre aCattaneo, a Luciano Gallino e Stefano Sylos Labini. Per i dettagli vedi anche qui.
Paolo Ferrero, anche lui sottolineando i “gravi rischi di un’uscita unilaterale”, ha difeso la prospettiva, secondo Ferrero non solo più “realistica” ma dal punto di vista politico “capace di costruire consenso egemonico”, della “disobbedienza ai trattati”, a partire dal Fiscal compact. Così fara Syriza, ha affermato Ferrero, se, come è auspicabile, andrà al governo prossimamente in Grecia. In quest’ottica, ci permettiamo di ricordare la cantonata che Ferrero ha preso con Hollande, che salutò come “disobbediente”.
Al netto del successo dell’incontro, sul piano della partecipazione e della qualità degli interventi, è emerso un dato evidente, quanto sia difficile e arduo conformare una forza politica no-euro di sinistra che abbia un peso ed una taglia tali da giocare un ruolo decisivo nel marasma che vive il nostro Paese. La consapevolezza della necessità dell’uscita dall’eurozona, come pure la condivisione delle misure economiche che andrebbero prese contestualmente alla riconquista della sovranità monetaria, non paiono un “collante” sufficiente per rendere possibile l’unità politica, pur pluralistica. Pesano, e come, differenze di natura politica e teorica che vengono da molto lontano, due nodi vengono anzitutto al pettine, quello delle alleanze, eventuali o necessarie, nonché il giudizio sulla “questione nazionale”, o della sovranità.
Da questo punto di vista sono da segnalare le dissonanze tra Emiliano Brancaccio da una parte, e dall’altraGiacché e Mazzei. Ma su questo dovremo tornare. Insomma, si diceva che non c’era una “sinistra no-euro”. Anche grazie al nostro Coordinamento quest’idea è stata smentita. Anche troppo, visto che di sinistre no-euro ce n’è più d’una.

* Fonte: Coordinamento sinistra contro l'euro

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domenica 23 novembre 2014

L'IMMIGRAZIONE, LA LEGA, LA SINISTRA di Diego Fusaro*

23 novembre. 
Oggi si vota oltre che in Calabria, in Emilia-Romagna. Com'è noto in questa regione la Lega Nord di Salvini si presenta in blocco con Forza Italia e Fratelli d'Italia [nella foto accanto la conferenza stampa della risorta "triplice alleanza"]. Tutti assieme, di nuovo, appassionatamente. 
In questa intervista di Marco Guerra, Diego Fusaro, afferma che la Lega, nel puntare contro gli immigrati, "fa il gioco del sistema". Parole sante. Vediamo dunque di non fare il gioco della Lega.

D. Le tensioni sociali e i disordini scoppiati nelle periferie romane, per la difficile convivenza con un’immigrazione sempre meno integrata, sono stati bollati da buona parte della sinistra come episodi di razzismo e fascismo. Non le pare che ormai ci sia un completo scollamento tra la classe politica “progressista” e le fasce più deboli delle masse urbane?

R. “Mi pare evidente il fatto che c’è una totale de-proletarizzazione della sinistra. Almeno la parte dominante, quella in Parlamento, è ormai completamente de-proletarizzata. Questo processo può apparire paradossale se si considera che invece la società si sta proletarizzando sempre di più, la miseria è aumentata e le condizioni di vita delle classi sociali più basse peggiorano di anno in anno, come fra l’altro aveva teorizzato Karl Marx”.

D. Ma perché la sinistra non sa più rappresentare quello che era il suo ex elettorato di riferimento? E in questo vuoto di rappresentanza possono inserirsi forze come la Lega Nord?


R. “Per la sinistra le priorità sono diventate le battaglie per i diritti civili e individuali e per tutte quelle forme di libertà che non hanno un nesso diretto con i veri bisogni del proletariato. Poi diciamo pure che la strategia di chi governa è sempre stata divide et impera: quindi anche i media contribuiscono a mettere in contrapposizione stranieri e autoctoni, centro e periferia. La Lega di Salvini concorre a creare questa frammentazione che fa comodo a tutto il sistema”.

D. Ma non è proprio l’immigrazione di massa a fare il gioco dei poteri forti, fornendo manodopera a basso costo in Occidente mentre nel Terzo mondo si continuano a depredare le risorse dei territori?

R. “Certamente l’immigrazione di massa in quanto tale è un fenomeno che favorisce il capitalismo, ma prendersela con i singoli immigrati e pensare che il problema siano loro non ha senso. Queste masse, alla stregua del proletariato urbano, hanno bisogni primari e fanno richieste che da tempo la sinistra ha smesso di rappresentare. Per questo credo che i ceti sociali più disagiati dovrebbero rivolgere le loro contestazioni contro i veri centri di potere”.

D. La casa è un altro esempio lampante, negli anni 70 era uno dei temi più cari alla sinistra…
R. “Anche in questo caso si cerca di divedere il fronte: i media con i loro servizi forvianti puntano i riflettori – come per i fatti di Milano – esclusivamente su quella lotta tra poveri, animata da chi possiede una casa popolare, e la difende con le unghie e con i denti, e da chi la occupa per avere un tetto sopra la testa. Questo fa il gioco dell’ordine liberale, perché così nessuno si sogna di contestare le banche che speculano sul sistema immobiliare e i governi che hanno speso miliardi per salvarle dal fallimento”.


D. E mentre prosegue la guerra tra poveri il Parlamento lavora sul divorzio breve. Questo sembra coincidere con l’attenzione esclusiva per i diritti civili a cui faceva cenno…

R. “Diciamo che è la classica arma di distrazione di massa. Con buona pace dei divorziandi, devo dire si tratta di una questione non rilevante e che non è all’ordine del giorno delle vere emergenze del Paese come la disoccupazione giovanile. Ribadisco che una sinistra che rinuncia al tema dei diritti sociali non c’entra più niente con la sinistra”.

* Fonte: Intelligo

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