venerdì 3 ottobre 2014

ARRIVA IL FISCAL COMPACT. La prova del fuoco dell'Unione europea di Leonardo Mazzei

3 ottobre. Cosa è successo in questi giorni tra Parigi, Roma e Berlino? Cosa è successo ieri a Napoli da mandare in tilt il listino di Milano, e non solo? E' successa una cosa semplice, semplice. Da noi da tempo prevista e del resto facilmente immaginabile. In breve: la crisi del mostro eurista sta giungendo ad un punto di svolta, rimettendo giocoforza al centro i diversi interessi nazionali.
Partiamo innanzitutto dai fatti.

Martedì scorso il governo italiano ha varato la nota di aggiustamento del DEF (Documento di Economia e Finanza), con la quale Renzi ha annunciato di voler riprendere nel 2015 una politica di deficit spending (spesa a debito), rinviando di due anni (al 2017) il pareggio di bilancio strutturale, e sospendendo almeno per il 2015 il percorso previsto dal fiscal compact.  


Il giorno dopo è toccato al governo francese, che per bocca del ministro delle Finanze Michel Sapin ha spostato di 3 anni (dal 2014 al 2017) l'obiettivo del 3% nel rapporto deficit/Pil. Una decisione, che insieme a quella italiana, ha suscitato l'immediata reazione della Merkel che ha ribadito la necessità di «rispettare le regole» e gli impegni presi.



La netta posizione tedesca non poteva che riverberarsi sulla riunione che la Bce ha tenuto ieri a Napoli. «L'Europa cade, Borse deluse dalla Bce», questo il titolo del Sole 24 Ore di stamattina. I mercati finanziari si attendevano se non l'annuncio, quantomeno un'apertura all'ipotesi di un vero e proprio quantitative easing. L'aspettativa sembrava ragionevole, anche in virtù delle sollecitazioni giunte in tal senso da oltreoceano. E invece no: è evidente che la Germania, già contraria alla stessa operazione di acquisto di Abs covered bond, ieri confermata da Draghi sia pure con qualche rinvio, ha posto il veto su un quantitative easing all'americana, includente cioè l'acquisto di titoli di stato.



L'operazione della Bce su Abs covered bond viene presentata come un tentativo di immissione di liquidità e di rilancio dell'inflazione, ma si tratta nella sostanza dell'ennesimo aiutino al sistema bancario. I covered bond di cui si parla altro non sono che obbligazioni bancarie, mentre i titoli Abs (asset backed securities) sono titoli frutto di cartolarizzazioni operate dalle banche, per loro natura potenzialmente assai tossici. Draghi sostiene che in questo modo le banche, ritrovandosi bilanci graziosamente abbelliti, avrebbero maggiori possibilità di rilanciare il credito. Tutta l'esperienza di questi anni ci dice però che un meccanismo così concepito non funziona, dato che il credito non riparte semplicemente perché gli investimenti sono in caduta libera.



Ma lasciamo ora da parte gli aspetti tecnici e concentriamoci sulla sostanza politica. Francia ed Italia, sia pure in termini diversi, hanno preso un'iniziativa che la Germania non può accettare. Quella in corso non è dunque una sceneggiata, anche se - possiamo esserne certi - le piroette non mancheranno nelle prossime settimane. Quello che si è aperto è un vero e proprio scontro, del quale ovviamente non possiamo prevedere al momento gli sviluppi. 



Stefano Folli, nel suo editoriale sul Sole 24 Ore (titolo: «Più che un asse con Parigi e Londra Renzi pensa alla politica interna»), sottolinea come Renzi, Hollande e Cameron (che ieri Renzi ha incontrato) siano tutti mossi da diverse esigenze politiche di natura interna. Hollande deve reagire al tracollo dei consensi del suo partito ed alla crescita del Front National, Cameron non può concedere altro terreno al partito di Farage, Renzi sa benissimo che il suo 40,8% delle europee è quanto mai fragile.



C'è però un piccolo dettaglio, che Folli giustamente coglie. Anche la signora Merkel ha i suoi problemi in patria. E si tratta non solo dell'opposizione alla "flessibilità" sui conti da concedere ai paesi dell'area mediterranea, ben rappresentata dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. Si tratta anche dell'ascesa elettorale della formazione anti-euro Afd (Alternative für Deutschland). Da qui una rigidità semmai rafforzata rispetto al passato.



L'editorialista del giornale della Confindustria ci dice in sostanza che ognuno si sta muovendo per conto proprio. Non solo Cameron, che dell'euro e del fiscal compact può infischiarsene allegramente, è un caso a parte. Ma che perfino Parigi e Roma vanno ognuno per la propria strada, giocando al massimo di sponda. Del resto, egli dice, il governo francese ha deciso di sforare il 3%, quello italiano invece no.



Perfetto. Ammettiamo che la tesi di Folli sia giusta al 100%: non è questo l'annuncio di un incipiente processo di disunione europea? Personalmente penso che questa tesi sia magari giusta solo all'80%, dato che tra Roma e Parigi se è vero che non c'è un asse strategico, c'è comunque una forte convergenza tattica. Ma il risultato non cambia. Il prevalere degli interessi nazionali è netto, altro che spinta verso l'irrealistica «Europa federale» di certa nostrana «sinistra»!



Naturalmente il processo di disunione si presenta in forma altamente contraddittoria. Com'è ovvio, nessuno dei protagonisti vuole e può mettere in discussione al momento la moneta unica ed il suo sistema di dominio. Ed infatti gli stessi obiettivi di bilancio non vengono negati, ma semplicemente rinviati.



Siccome agli annunci dei giorni scorsi dovranno seguire a breve le «Leggi di stabilità» dei vari stati, e siccome la Commissione europea dovrà poi pronunciarsi su di esse - e poi qualcuno ci dice che la questione della «sovranità» è un trascurabile dettaglio - vediamo come Italia e Francia intendono presentarsi agli esaminatori europei.



Il governo francese presenterà il suo piano di tagli alla spesa pubblica di 50 miliardi entro il 2017. Peccato però che nel frattempo il debito passerà dal 90 al 98% e che il pareggio di bilancio strutturale sia rimandato al 2019. Campa cavallo...



Il governo italiano userà invece tre argomenti: il rispetto del 3% quando la metà dei paesi dell'eurozona sta sopra; le «riforme strutturali», cioè il famoso «scalpo» dell'articolo 18; la clausola di garanzia sull'IVA. Soffermiamoci su quest'ultimo punto, perché si tratta di un impegno gigantesco nascosto nelle pieghe di una manovra che verrà presentata come espansiva. 



In sostanza, al fine di ottenere costi quel che costi il pareggio di bilancio nel 2017, il governo introdurrà nella Legge di stabilità un vincolo ben preciso. In pratica se - come è sicuro che accada - i tagli non basteranno, vi sarà una gigantesca manovra sull'IVA e sulle altre imposte indirette. Questi gli incrementi della tassazione previsti: 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018. Alla faccia della riduzione della pressione fiscale!



Abbiamo dunque, specie nel caso italiano, un'operazione double face. Da un lato si alleggerisce parzialmente l'austerità (anche se una decina di miliardi di tagli da qualche parte dovranno comunque venir fuori entro 15 giorni), dall'altro si offre a Bruxelles un'austerità futura ancora più forte.



E' la solita tecnica del «prendere tempo», che Renzi usa per ragioni politiche, ma anche come conseguenza della drammaticità dei dati sulla (de)crescita e sulla disoccupazione. Ma è anche la manifestazione di una contraddizione che il Coordinamento della sinistra contro l'euro ha segnalato da tempo.



Vista da Berlino e da Bruxelles la questione si pone però in termini assai diversi. E' evidente infatti che se le dilazioni proposte venissero accettate il fiscal compact diventerebbe una barzelletta che ognuno si aggiusterebbe a proprio uso e consumo. 



Ora, siamo tra quelli che hanno sempre detto e scritto che il fiscal compact è semplicemente insostenibile per le economie del sud Europa. E, tuttavia, siamo altrettanto convinti che dal punto di vista di chi vuol difendere l'euro il fiscal compact sia assolutamente necessario. Il perché è semplice. Dato che la condivisione del debito è esclusa in partenza, e dato che non potrà mai reggere una moneta senza unione fiscale e di bilancio, è chiaro che occorre una convergenza dei vari debiti nazionali al fine di poter giungere all'unione di cui sopra. Il fiscal compact è nato esattamente per questo. Un mostro ma con delle finalità del tutto logiche dal punto di vista di chi l'ha concepito.
Per adesioni e informazioni: info@sinistracontroeuro.it



Dunque, possiamo esserne certi, il blocco eurista a guida tedesca non mollerà la presa. Lo scontro è nei fatti, al di là dell'assoluta pochezza dei vari Renzi ed Hollande. E in questo scontro Draghi è allineato con la Germania, come le decisioni del direttivo della Bce di Napoli dimostrano. A maggior ragione il 25 ottobre saremo a Città della Pieve, laddove egli ha una propria residenza, per manifestare contro Draghi ed il potere oligarchico che rappresenta. 



Se l'Europa comincia a ballare, è questo il momento che anche le forze sovraniste ed anti-euro democratiche e di sinistra, che cioè vedono l'uscita dalla moneta unica come premessa per una svolta politica e sociale, scendano in campo con maggior forza, unità e determinazione.



PS 
Tornando ai conti del governo Renzi si impone una noterella finale. La politica di deficit spending in assenza di sovranità monetaria non è una cosa alla quale allegramente brindare. E' molto probabile che essa porti a nuove crisi del debito, ad una ripresa dello spread, a nuove tempeste finanziarie. In breve: l'allentamento, per quanto parzialissimo, dell'austerità, serve a ben poco se non si esce dall'infernale sistema dell'euro che la rende necessaria. 
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12 commenti:

  • Anonimo scrive:
    3 ottobre 2014 16:06

    quote

    "assoluta pochezza dei vari Renzi ed Hollande"

    No, fate sempre lo stesso errore.

    Renzi e Hollande contano in quanto rappresentano (anche) degli interessi che NON SONO solamente quelli di qualche banca etc etc ma di una borghesia "locale" che si trova per la prima volta nella sua storia in conflitto con quella dominante "globale" la cui egemonia è iniziata nella prima parte del XIX secolo.

    QUINDI: i dominanti globali stanno giocando una partita rischiosissima perché in buona sostanza stanno pensando "quasi quasi" di relegare i "locali" in una situazione di subalternità ossia gli concederebbero di mantenere il benessere e il privilegio sociale rispetto alle classi più basse ma li si esproprierebbe di qualsiasi possibilità di soggettività politica.

    I "locali" però sanno molto bene che questo sarebbe il preludio a un inevitabile downgrading ancora peggiore in un vicinissimo futuro e stanno cominciando a mobilitarsi (vedi i borghesi che fanno il referendum sul fiscal compact, Hollande che vuole sforare il deficit in faccia alla Germania e Renzi che lo sostiene)

    Ora se davvero si riuscisse a mettere in atto una politica fiscale comune tipo USA e investimenti pubblici oltre al 3% la situazione migliorerebbe drasticamente in tutta l'Unione ma al prezzo inaccettabile per le élites internazionali di una maggiore democratizzazione del processo politico (se la gente sta meglio fa più politica, come negli anni '70), di una redistribuzione più equa (ossia peggiore per "loro"), di controlli molto più severi sulle attività finanziarie che verrebbero scoraggiate per favorire gli investimenti produttivi (ossia si favorirebbe il lavoro e l'impresa sulla rendita)

    A quel punto "loro" cercherebbero in tutti i modi di far saltare la moneta unica e si avvarranno dell'opera di due utili idioti

    a) i tedeschi

    b) le forze antieuriste tipo voi

    L'euro è un'arma del potere e così com'è va distrutto ma LO SI PUO' FARE SOLO DOPO CHE SI E' FORMATO UN PROGETTO POLITICO INTERCLASSISTA ALTRIMENTI SI FA IL GIOCO DELLE ELITES.
    Perché, cari compagni, c'è una cosa che dovete capire e che non volete capire e cioè che l'unica (UNICA) speranza è un movimento interclassista in cui i lavoratori si uniscono alla borghesia "locale" nella lotta contro i "globali".
    Invece voi accecati dal bersaglio più vicino, l'euro, vi troverete a fare lo stesso gioco dei "globali" facendo cadere l'euro nel momento in cui i "locali" stanno cominciando faticosamente a capire che una migliore redistribuzione della ricchezza va nei loro stessi interessi (cioè lo capiranno fra poco quando i "globali" inaspriranno il confronto andando anche contro di loro e per la prima volta in maniera esplicita e violenta)

    Fate attenzione ragazzi che nei prossimi mesi si apriranno degli spiragli "interclassisti" che non andrebbero sprecati per troppa foga.

    Poi, "dopo", si litiga o ci si fa le scarpe ma non "prima" quando separati si è troppo deboli.

  • Anonimo scrive:
    3 ottobre 2014 18:41

    "Tornando ai conti del governo Renzi si impone una noterella finale. La politica di deficit spending in assenza di sovranità monetaria non è una cosa alla quale allegramente brindare."
    Certo che aumenterà il deficit e si andrà a percentuali sul PIL ancora più preoccupanti.
    E allora?
    Ma c'è il F.M.I. pronto a "soccorrerci". perdiana!!!
    Dalla padella alla brace.
    Era da prevederlo che con il renzismo si sarebbe giunti a questo.
    Credo che per questo govern la missione sia "restare in sella ad ogni costo! (almeno fino all'adesione al TTIP, si capisce)

  • Redazione SollevAzione risponde:
    3 ottobre 2014 18:57

    GLI IDIOTI

    L'anonimo primo la fa lunga e, in mezzo ad un ragionamento sgangherato e capzioso afferma:
    «A quel punto "loro" cercherebbero in tutti i modi di far saltare la moneta unica e si avvarranno dell'opera di due utili idioti
    a) i tedeschi
    b) le forze antieuriste tipo voi»
    Bingo!

  • Anonimo scrive:
    3 ottobre 2014 20:04

    Ma quale bingo. Leggeteli i post invece di rispondere a caso per cortesia che io sono contro il sistema dell'euro come voi. Lo vedete che non si ottengono risultati politici e allora state a sentire anche le altre opinioni. Poi le scartate ma rifletteteci su razionalmente.

    Se non si sarà formata una forza politica interclassista ci sarà solo un uscita dalla moneta unica "gattopardesca" cioè di destra e il prezzo lo pagheranno esclusivamente le classi meno abbienti. Forse non avete capito, e questo è grave, che un'uscita "da destra" comporterà politiche di austerità ancora maggiori per cui attaccare direttamente l'euro prima che si siano formate le condizioni politiche è un errore.
    Adesso non serve a niente indicare la moneta unica come il nemico, conviene sostenere le politiche espansive che stanno acquistando sempre più credibilità naturalmente senza rinnegare il proprio punto di vista ma dimostrandosi collaborativi perché sennò NON VI SEGUE NESSUNO né la gente che oggi come oggi ha paura della rottura della valuta comune né la borghesia (con cui VOI vorreste creare una forza interclassista) che non ci pensa nemmeno per idea all'uscita.
    Senza il popolo e senza la borghesia si fanno piani sgangherati e inconcludenti.
    Il punto che vi rifiutate di capire è che questo tipo di impostazione vi permetterebbe di lottare contro l'euro senza dover fare nulla mentre al contrario andreste a scontravi contro un muro di gomma di indifferenza, paura e interessi sociali ed economici a cui la borghesia non si sente pronta a rinunciare (la borghesia capirà quando si accorgerà che quei privilegi li perderà comunque e sapete che succederà ma il rischio, se non si sarà impostato un dialogo è che copme al solito se ne vadano sulla destra estrema).

    Quello che succederà, se avrete la pazienza di aspettare il momento opportuno, sarà che le politiche keynesiane si riveleranno

    1) inutili e insufficienti perché E' LA CRISI DI UN SISTEMA NON LA SEMPLICE IMPUNTATURA DEI GOVERNI

    2) per di più queste politiche espansive e l'unione fiscale non saranno minimamente accettate dalle élites che a quel punto minacceranno di far saltare il tavolo e successivamente lo faranno davvero saltare

    Per cui se voi (noi) avrete dimostrato la capacità di non fossilizzarvi sul vostro personale nemico euro ossia collaborando ma naturalmente facendo sempre presente che la rottura è l'esito inevitabile, al momento del redde rationem avrete una credibilità e una fiducia fortissime.
    A quel punto NON PRIMA potrete cominciare a spingere con decisione nella direzione che vi (ci) interessa.
    Siamo pochissimi e nessuno ci ascolta, è il momento della preparazione delle precondizioni e partire in quarta manderebbe tutto a gambe all'aria.

    Se avete letto il post rispondetemi su questo e non su quello che avete creduto di capire senza leggere.

  • Criscuolo Francesco Paolo scrive:
    3 ottobre 2014 20:15

    Cara redazione
    prescindendo dai toni, che possono risultarvi sgradevoli, ma siete così certi che quanto scritto dal primo anonimo non sia degno di attenzione e di una vostra argomentata risposta?
    Al riguardo penso che invece quel commento sia degno di una giusta riflessione.
    Buona serata a tutti

  • Anonimo scrive:
    3 ottobre 2014 22:02

    Sì: il "deficit spending" senza sovranità monetaria è una follia atta a condurre lo stato dritto nella bocca spalancata del F.M.I.
    Ma come si fa a non capirlo?!
    Pora Itaglia!

  • Giorgio Lavagna scrive:
    4 ottobre 2014 11:09

    Ma... non eravamo noi anti-euro gli "interclassisti"?
    Non erano proprio "i sovranisti di sinistra" quelli accusati di voler mettere insieme lavoratori e padroni e di voler salvare il capitalismo? E invece no, adesso scopriamo che l'unica (UNICA) speranza è un movimento interclassista di lavoratori e padroni "locali" a sostegno delle politiche di Hollande e Renzi (investimenti pubblici oltre il 3% ma senza uscita dalla moneta unica), altrimenti gli USA distruggeranno l'Euro, suprema difesa della povera Europa.
    Quindi l'uscita dall'Euro sarebbe da un lato un obiettivo troppo arretrato (il male minore, il bersaglio più vicino), dall'altro troppo avanzato (la gente non lo capisce, non vi segue nessuno), dall'altro ancora controproducente (un regalo alla strategia USA, che ha come alleati la Merkel e... gli anti-euro!)
    Come dire: tutto e il contrario di tutto, basta che non si tocchi l'Euro, percaritadiddio. Gratta gratta non è altro che il classico ragionamento da piddino pseudo-dissidente: "Anch'io, come voi, sono contro l'Euro, ma attenzione, non è il momento, non è il momento!
    Benaltrismo senza frontiere...

  • Anonimo scrive:
    4 ottobre 2014 14:54

    Il caro Anonimo delle 16:06 è convinto che una politica fiscale tipo usa renderebbe magicamente il continente europeo una terra di bengodi, magari con tendennze democraticheggianti.
    Povero illuso in malafede :D

    Da che storia è storia unità statali di grandi dimensioni cozzano con la democrazia, aggiungiamoci pure che un eventuale unione fiscale comporterebbe comunque la "meridionalizzazione" (per dirla alla Brancaccio) dei paesi del sud, con le conseguenze sociali che ciò comporta dare la colpa alla resistenza dei sovranisti è solo un atto di ignoranza e viltà.
    Pigghi

  • Pigghi scrive:
    4 ottobre 2014 18:01

    Presa solo ora visione del secondo messaggio di Anonimo (ma un nome anche tre lettyere a caso in fondo si potrebbe pure mettere no?).

    Lei sta proponendo di peggiorare la crisi cedendo al capitale affinchè ne vengano fuori le contraddizioni.
    Quindi è consapevole che il famoso deficit del 3% sforato potrebbe addirittura essere più dannoso.

    Lei dice che una famigerata uscita dall'euro da destra potrebbe giustificare nuova austerità per chi governa (qui penso che Sollevazione sia d'accordo).
    Non fa i conti, però, con il semplice fatto che un ridimensionamento e riavvicinamento del campo di battaglia ai confini statali aiuterebbe non poco anche la nascita del "blocco interclassista" che ritiene necessario.
    Dare un colpo all'euro sarebbe un colpo comunque forte, non a caso "loro" fanno di tutto per evitare la cosa.
    Morale della favola "capitalisti e buoi dei paesi tuoi", perchè l'austerità dell'elite finanziaria sovranazionale si combatte peggio di quella dell'imprenditore sotto casa.
    In ogni caso è sempre meglio combatterla con la verità che con le illusioni dei maggici united states of europa.

  • Anonimo scrive:
    4 ottobre 2014 19:14

    Il fiscal compact è inattuabile ed anche volendo L'Italia non sarà in grado di rispettare gli impegni con l'Europa. Non credo ci permetteranno di fallire e forse una uscita pilotata dall'euro sarà l'unica soluzione praticabile. Questo non significa necessariamente avere una sovranità monetaria che peraltro i nostri politici non sarebbero in grado di gestire, sarebbe come mettere un neopatentato alla guida di una Ferrari. Con la sete di danaro che si ritrovano una stampante nelle loro mani li farebbe arricchire a dismisura mentre la gente comune ricaverebbe solo svalutazione ed inflazione.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    4 ottobre 2014 21:18

    GLI IDIOTI 2

    E' un dovere, per questa redazione, dare risposte a chi ci rivolge delle domande.
    E' un obbligo spedire a quel paese chi, malgrado gli sia garantito il diritto di tribuna, ti da dell'idiota.
    Prima di tutto l'EDUCAZIONE!
    Nel merito risponderemo presto in coda a questo post.

  • Anonimo scrive:
    4 ottobre 2014 22:30

    Chiedo scusa mi sono espresso male.

    Non volevo dire che "siete" utili idioti ma che verrete considerati tali da chi, a mio avviso, avrà un interesse "peloso" a fomentare sentimenti anti euro covando intenzioni di destra (ossia "gattopardesche").

    Ripeto che condivido la vostra analisi ma non sono d'accordo sui tempi; la scelta del momento e delle modalità è essenziale e su questo abbiate pazienza ritengo che vi stiate sbagliando.

    Agli altri vorrei precisare che non sto difendendo l'euro né sto dicendo che sforare il deficit sia la soluzione.
    Ho anzi scritto che le politiche espansive mostreranno tutta la loro inutilità e allora si arriverà al vero redde rationem.
    Il punto è che insistere con gli attacchi all'euro adesso è controproducente perché:

    1) la gente non si fida di uscire dalla moneta unica, né i lavoratori, né i precari (e infatti Brancaccio rileva che le proteste di Napoli non sono rivolte a alla questione del vincolo monetario) ma nemmeno la borghesia che ha troppo da perdere ed è convinta di poterlo salvare con delle politiche keynesiane (che si riveleranno dei pannicelli caldi).

    2) quando si supererà il punto di non ritorno della crisi biosgnerà assolutamente aver già intessuto una serie di rapporti e di relazioni e questo sarà possibile solo se adesso ci si dimostrerà collaborativi sulla proposta di politiche maggiormente espansive.

    Naturalmente NON SI TRATTA DI RINNEGARE O NASCONDERE LE PROPRIE IDEE ma di far presente il proprio punto di vista, le proprie analisi e le proprie previsioni chiarendo che comunque si è disponibili a tentare anche la strada degli investimenti pubblici in funzione di riattivazione della domanda.

    Quando e se arriverà il momento del crollo allora si sarà guadagnata credibilità e fiducia da parte di quelle forze CON LE QUALI VOI (NOI) VOLETE CREARE UN FRONTE INTERCLASSISTA.

    Con chi lo volete fare il fronte interclassista se non con la borghesia? E adesso la borghesia all'uscita dell'euro non solo non ci pensa ma la vede come la peste tanto è vero che i promotori del referendum si sono rifiutati (dal loro punto di vista giustamente) di mettere il nome di "Coordinamento no euro" fra i sostenitori.

    Allora adesso pensiamo a gettare le basi del fronte interclassista sapendo che quasi inevitabilmente arriverà il momento buono per spingere nella direzione che più ci interessa supportati dall'appoggio di diverse classi sociali.

    Nel caso poi che le politiche espansive dovessero imprevedibilmente rivelarsi concretamente risolutive avremmo comunque ottenuto un risultato minimo, la fine dell'austerità, riuscendo anche a impostare per la prima volta un dialogo fra forze sociali oggi antagoniste che si rivelerà molto utile in seguito.

    Scusate ancora per quella frase infelice ma vi assicuro che mi sono espresso male e non volevo offendere.

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