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mercoledì 12 febbraio 2014

SINISTRA ANTI-NAZIONALE O SINISTRA SOVRANISTA? di Moreno Pasquinelli

12 febbraio. Ci siamo imbattuti quasi per caso in una severa critica alle posizioni e al programma di fase del Mpl e di sponda a quelle della sinistra sovranista. Si tratta di un intellettuale siciliano, tal Sebastiano Isaia. Egli ci disprezza, ma disprezza assieme a noi, come si evince dalla descrizione che s'è fatto su Wikipedia, [1] un bell'altro po' di gente. 
La critica di Isaia affonda le sue radici in quello che Lenin chiamò "estremismo", parolaio prima ancora che dottrinario. Per Isaia ogni discorso sull'autodeterminazione nazionale è geneticamente reazionario;  ogni difesa della "democrazia" è reazionaria; ogni lotta per i diritti democratici è reazionaria.  
Qui ci preme sottolineare che un tale puritano internazionalismo rassomiglia come una goccia d'acqua a quello non meno fondamentalista delle classi dominanti globali. Pur muovendo da diverse sponde, medesimo è il cupio dissolvi del senso di appartenenza alle comunità nazionali così come son venute fuori dalla storia. Siamo alle prese con un vero e proprio isterico spirito anti-nazionale.
Oramai possiamo parlare di una vera e propria"sinistra anti-nazionale". E' meno buffo di quanto si pensi che tale sentimento accomuni estremisti ossificati alla sinistra sistemica (vedi Pd, Sel e frattaglie varie). Li unisce l'idea che dalla globalizzazione e dall'Unione europea non solo non si possa, ma non si debba "tornare indietro".
Per collaudata esperienza sappiamo che sarebbe del tutto vano ingaggiare una lotta puramente dottrinaria con simili soggetti. Ci sarà sempre qualcuno che si considera più a sinistra di te. Approfittiamo invece dell'occasione per ricapitolare a grandi linee quella che per noi è "analisi concreta della situazione concreta", poiché è da essa che ricaviamo, tenendo fermo l'orizzonte della fuoriuscita dal capitalismo, la nostra linea politica, tattica e strategica, quello che noi chiamiamo programma di fase —e quindi le ragioni che da anni ci hanno spinto ad abbracciare la causa sovranista.
Più in fondo vi alleghiamo l'intera filippica dell'Isaia, affinché ognuno possa farsi un'idea della posta in palio.
LA NOSTRA VISIONE DELLE COSE
(1) Dopo il lungo ciclo keynesiano, nell'arco dell'ultimo quarantennio, il sistema capitalistico dei paesi dominanti ha subito una profonda metamorfosi. La crisalide dell'imperialismo ha dischiuso l'insetto nella sua forma definitiva, che noi chiamiamo capitalismo-casinò o sistema di iper-finanziarizzazione. 
(2) Non si è trattato solo di una mutamento di forma del sistema di dominio ma della sua stessa struttura economico-sociale e politico-isituzionale. Hanno preso il sopravvento, all'interno del sistema capitalistico, le frazioni della rendita, quelle che, attraverso il controllo di banche, fondi e consorterie varie, captano il plusvalore da ogni parte per tesaurizzarlo e reinvestirlo come capitale monetario. Un meccanismo di giugulazione finanziaria per cui il denaro è tenuto a creare più denaro a spese degli altri settori economici, senza passare direttamente per la via crucis del ciclo di produzione delle merci. Di qui il predominio di quelle entità e frazioni della classe dominante che posseggono il tesoro, ovvero la ricchezza sociale nella sua forma più astratta, cioè liquida. 
(3) Questo sistema, per inesorabili passi successivi, ha dato vita ad una rete globale e integrata di dominio che ha finito per abbattere ogni ostacolo e scardinare quindi le difese degli stati-nazione, togliendo loro ogni autentica sovranità, facendone anzi organismi strumentali al predominio della nuova aristocrazia finanziaria globale. Questo processo di devoluzione di potere dagli stati-nazione ai centri nevralgici del capitalismo finanziario di ultima generazione è stato possibile grazie alla complicità dei settori di punta delle classi dominanti interne ai vari paesi, che hanno anzi assolto, mutatis mutandis, il ruolo che le potenze coloniali d'un tempo attribuivano alle borghesie compradore dei paesi che andavano a depredare. In questo contesto, approfittando del crollo dell'Urss, l'impero americano ha così potuto dispiegare tutta la sua trattenuta potenza.
(4) Il pesce comincia a puzzare dalla testa. Il sistema, conservati i suoi centri nevralgici in Occidente, ha spostato gran parte dei luoghi di produzione di plusvalore nei paesi a più alto tasso di valorizzazione (capacità di sfruttamento del lavoro salariato) del capitale industriale, ha riplasmato la composizione sociale. Settori di lavoro improduttivo sono cresciuti a spese di quelli produttivi. Il parassitismo ha ammorbato trasversalmente le società, di qui la cetomedizzazione sociale (in altri tempi si sarebbe descritto il fenomeno come "imborghesimento"), la società liquida, il tramonto del tradizionale antagonismo di classe, quindi il tracollo del vecchio movimento operaio e la vittoria ideologica del neoliberismo. Il precipitato di questa metamorfosi è stata la crescita lenta ma abnorme di una proteiforne massa sociale plebea, diventata la base sociale dei regimi neoliberisti.
(5) Dopo due decenni di euforia, interrotti da alcuni infarti, il sistema di capitalismo-casinò, è collassato su sé steso nel 2008. L'intervento massiccio di Stati e banche centrali ha evitato il vero e proprio crollo sistemico. Per i paesi dell'Unione europea che venivano da un lungo ciclo di disinvestimenti e che avevano di converso accumulato forti debiti privati e pubblici, quel collasso ha avuto conseguenze devastanti. Questi scoprirono che la moneta unica era diventata un micidiale cappio al collo. Già privi di ogni sovranità monetaria, impossibilitati a seguire autonome politiche economiche e di bilancio anticicliche, questi paesi hanno dovuto cedere gli ultimi brandelli di sovranità politica ai centri oligarchici europei. Questi ultimi, decisi a contrastare la tendenza all'implosione dell'eurozona, hanno imposto ai paesi violente terapie austeritarie che hanno finito per spingerli nella più grave depressione della loro storia. 
(6) L'Italia viene a trovarsi in questa drammatica situazione, con l'aggravante che attraverso il ricatto del debito "pubblico" è come se essa dovesse pagare colossali riparazioni di guerra, così che, per assicurarsi il rimborso dei crediti, il Paese è stato sottoposto (dominanti italiani consenzienti) ad un regime di protettorato di tipo sub-imperialista. La frazione globalista ed eurista della classe dominante, quella che controlla il sistema bancario e industriale, quello politico, istituzionale e mediatico, non vuole, e forse nemmeno può, fare marcia indietro, sposa consapevole la visione del "vincolo esterno" dell'aristocrazia finanziaria globale, per cui vanno evitati, anche a costo di gettare alla fame la popolazione, lo sfaldamento dell'Unione europea e la fine dell'euro. 
(7) Il combinato disposto degli effetti della depressione e della protervia dei dominanti nel difendere un sistema destinato invece all'implosione, ha iniziato a spezzare il blocco tra patrizi e plebei e determinato una situazione sociale esplosiva, che in altri tempi si sarebbe definita "pre-rivoluzionaria": "gran parte delle masse popolari non possono più vivere come prima, mentre i dominanti non riescono più a governare come prima" (Lenin). Si fa strada tra il popolo la consapevolezza che senza una radicale inversione di marcia non sarà possibile evitare il baratro.
(8) La tendenza allo scoppio dei conflitti sociali su larga scala, alla sollevazione popolare, è frenata e inibita, più che dal timore della reazione dei dominanti (deboli come non mai), da tre principali fattori: (a) dalla disabitudine all'azione sociale; (b) dall'assenza di organismi di lotta adeguati; (c) infine dall'assenza di una alternativa antisistemica condivisa. 
Di questi tre fattori frenanti il principale è che le masse non vedono quale modello sociale possa rimpiazzare quello moribondo attuale, quindi non vedono una direzione politica che abbia la forza e la determinazione a salire al potere scalzando i parassiti attuali. La spinta socialmente traversale ad una svolta decisiva —che è cosa ben diversa dal mero difendere o rivendicare questo o quel diritto leso— si è materializzata nella folgorante avanzata elettorale del Movimento Cinque Stelle. Tuttavia la potenza di questa spinta è pari alla sua indeterminatezza politica. M5S cristallizza questa confusa volontà di cambiamento. La spinta che sorregge M5S non si è affatto esaurita e potrebbe anzi consolidarsi, fino a spingerlo, se non schianta prima, alle soglie del governo del Paese. 
(9) Tutto è possibile a questo punto, nel nostro Paese tranne, se guardiamo in faccia alla realtà, una rivoluzione socialista. Troppi sono i fattori mancanti affinché questa si faccia strada qui e ora. Il Movimento 9 dicembre mostra che la fase segnata dall'apatia delle masse sta finendo, che gli strati sociali più falcidiati dalla crisi sistemica e non tutelati (anzitutto i settori non-garantiti e vittime dell'esclusione sociale della piccola e media borghesia e del proletariato) tendono a mettersi in moto. Sono i primi vagiti della sollevazione generale. Da questi vagiti si possono già ricavare alcune prime indicazioni: 
(a) la sollevazione generale sarà il punto d'arrivo di fiammate successive; (b) essa sprigionerà energie potenti e darà vita —siccome sarà espressione della mucillaggine sociale frutto della putrefazione del modello sociale neoliberista— ad un blocco sociale eterogeneo che combinerà e intreccerà gli 
interessi e le aspirazioni sociali di "chi sta in basso";
(c) pulsioni reazionarie e populiste coabiteranno in un primo momento con aspirazioni autenticamente democratiche e rivoluzionarie; 
(d) se sarà la comune disgrazia a sorreggere la coabitazione di tanto diversi interessi sociali, il collante politico imprescindibile sarà quello della riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria, quindi l'uscita dall'eurozona;
(e) "Quale sovranità? e per che cosa?" Il segno del "sovranismo" è biunivoco, può alimentare un'uscita di destra (con le sue varianti) o di sinistra. Nel fuoco della lotta si deciderà quali di queste due tendenze avrà l'egemonia; 
(f) compito dei socialisti rivoluzionari è quello di prendere parte alla sollevazione, anzi di occuparne la prima linea per trasformarla in una rivoluzione democratica, battendo così le tendenze che spingeranno in opposta direzione. Se essi ci riusciranno sarà possibile trascinare nella battaglia i settori di proletariato oggi dormienti, e senza i quali nessuna sollevazione rivoluzionaria potrà avere successo. 
La società è destinata comunque ad entrare in uno Stato d'eccezione, dal quale emergerà un governo d'emergenza che sarà obbligato ad adottare provvedimenti radicali che avranno conseguenze durature non solo sulla vita del popolo ma sull'intero assetto sistemico.

La sinistra sovranista vuole diventare il lievito di un blocco sociale antioligarchico ampio che riesca a strappare il potere dalle mani di chi oggi lo detiene, in vista di un governo popolare d'emergenza che sia capace di attuare quelle grandi trasformazioni sociali necessarie al fine di ricostruire il Paese su nuove basi. 

La storia ci insegna che sulle macerie di un paese non può essere costruito che un "socialismo da caserma", destinato ad avere il fiato corto. L'edificazione del socialismo è una lunga marcia, un processo di rotture successive che conoscerà fasi alterne di avanzata e ritirata, una montagna che potrà essere scalata salendo dal basso verso l'alto, giammai con un singolo balzo.

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LE ECCITANTI AMBIZIONI DELLA SINISTRA SOVRANISTA
Sebastiano Isaia

«Definire il Sovranismo come la malattia senile del Nazionalismo mi sembra ancora troppo poco.

Che cosa vuole l’italica Sinistra Sovranista? È presto detto: ripristinare il funzionamento del motore del Capitalismo italiano, «da tempo inceppato», e scongiurare alla Patria quel destino di servaggio economico e politico cui esso sembra inesorabilmente avviato dopo il suo inserimento organico nello spazio politico-economico europeo egemonizzato dalla Germania.

Si dirà che la Destra Sovranista coltiva gli stessi obiettivi. E difatti è proprio così, e basta leggere, ad esempio, i documenti prodotti da Casapound sulla necessità di difendere i «campioni nazionali» dell’industria tricolore dalla selvaggia ingordigia del «capitale straniero» (germanico e cinese, in primis) per averne piena contezza. Questo, fra l’altro, a ulteriore dimostrazione di quanto assimilabili a uno stesso ceppo ideologico (quello che ha nel Capitalismo di Stato e nella Nazione il suo riferimento materiale) siano lo stalinismo, di vecchio (quello che pregava con la faccia rivolta verso la Mecca del «socialismo reale») e di nuovo conio (quello che ha in Chávez il suo nuovo santino), e il fascismo, anche qui di vecchio (quello che sospirava nostalgicamente pensando alla Repubblica Sociale di Salò) e di nuovo conio (quello che guarda con simpatia alla Grecia di Alba Dorata).

Provoco? Nient’affatto! Mi limito a osservare la situazione del Bel Paese e del mondo da un punto di vista completamente estraneo e ostile tanto alla Sinistra Sovranista quanto alla sua degna e speculare controparte destrorsa. Si tratta del punto di vista che vede nello Stato nazionale, e in ogni forma di Stato (compreso l’ipotetico Stato sovranazionale europeo che tanto inquieta i Sovranisti d’ogni razza e colore), il Leviatano posto a guardia dei rapporti sociali capitalistici, non importa se orientati in direzione del Capitalismo di Stato, come sognano gli ultrareazionari di cui sopra, oppure in direzione del cosiddetto Capitalismo liberista-selvaggio, spauracchio di destri e sinistri. Come Marcello De Cecco, i Social-Sovranisti (acronimo SS) vedono nel nazionalismo, nel protezionismo e nella regolamentazione dei mercati, soprattutto di quelli finanziari, la via maestra per uscire dalla perdurante crisi, le sole reali soluzioni ai drammatici problemi posti da essa: «Averle screditate e messe da parte per più di un cinquantennio come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga, persino il nazionalismo» (M. De Cecco). Qui ogni gesto scaramantico, inteso a esorcizzare la stessa idea di un’infausta precipitazione bellica (si celebra pure il centenario della Grande Guerra!) è più che legittimo, secondo il detto non ci credo ma…

Per Sergio Cesaratto, sinistro critico dell’internazionalista Marx e ammiratore del nazionalista Friedrich List, «lo Stato nazionale costituisce il playing field in cui si articola la battaglia per la giustizia ed in questo senso l’autonomia nazionale è un obiettivo per la classe lavoratrice» (Fra Marx e List). È, con rispetto parlando, la stessa escrementizia tesi che sostenne alla fine degli anni Novanta Fausto Bertinotti contro il secessionismo leghista: la Nazione come indispensabile spazio di agibilità politica delle lotte operaie. Difendere l’unità della nazione, sostenne allora il teorico del kashmir in fatto di abbigliamento, significa difendere lo spazio all’interno del quale si dà ogni articolazione democratica della società civile. Con ciò veniva sdoganato persino lo sventolio – “da sinistra”: vedi la coppia Rame-Fo – del tricolore anche al di fuori delle competizioni sportive. Questo solo per dire che dal punto di vista “dottrinario” nulla di nuovo si muove sotto il cielo di questo sinistro Paese.

Secondo Cesaratto «La necessità del consenso della classe lavoratrice alla costruzione dello Stato nazionale ha storicamente portato le borghesie nazionali a prendere l’iniziativa nella creazione delle istituzioni dello stato sociale. Il caso di scuola è quello della Germania di Bismarck». Detto che «il caso di scuola» citato rappresenta un caso di successo per la classe dominante tedesca (e non solo), e non certo per la classe lavoratrice tedesca (e non solo), e che evocare oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria e planetaria degli individui agli interessi del Capitale, la «Germania di Bismarck» è quantomeno anacronistico (notare l’eufemismo), solo degli sprovveduti possono parlare ancora in termini lusinghieri del cosiddetto «stato sociale», la cui crisi non è imputabile alla «controrivoluzione liberista» (Carlo Formenti), bensì ai meccanismi interni che regolano l’accumulazione capitalistica, la creazione e la distribuzione della ricchezza sociale nella sua vigente forma storico-sociale. A proposito: la «controrivoluzione liberista» postula per il passato una «rivoluzione» che mi è passata sotto il naso senza che ne avessi alcuna contezza? Misteri del sinistrismo, nostalgico del mondo perduto caratterizzato dalla Guerra Fredda e dallo statalismo nelle sue diverse gradazioni e coloriture ideologiche: stalinista, cattocomunista, socialdemocratico, keynesiano.

Scrive Antonio Pagliarone: «L’ideologia keynesiana dominante nel passato aveva generato l’illusione di un capitalismo in crescita permanente all’interno del quale i lavoratori avrebbero beneficiato del sostegno statale in eterno. In realtà i lavoratori lo stato sociale se lo sono pagato, eccome. Anzi attraverso la tassazione dei salari è stato possibile addirittura finanziare le avventure belliche del secondo dopoguerra. Anwar Shaikh arriva alla conclusione per gli Stati Uniti secondo la quale: “Nel complesso è la tassazione sulla popolazione lavorativa che essenzialmente finanzia le spese statali relative alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla disoccupazione, ai sussidi statali, alle abitazioni e a tutta una serie di programmi sociali”» (Introduzione a La crisi. Raccolta di saggi di Anwar Shaikh, Connessioni Ed., 2012).

Ma ritorniamo, per concludere rapidamente, ai militanti della Sinistra Sovranista di MPL, galvanizzati dal successo («oltre le nostre aspettative») di una loro recente iniziativa pubblica, il convegno di Chianciano Oltre l’Euro. La sinistra. La crisi. L’alternativa.

«Alle altre forze che vogliono ripristinare la sovranità popolare rivolgiamo un appello all’unità d’azione. Invitiamo tutte le forze democratiche e costituzionali a mettere da parte le diversità in questo momento di emergenza. Formiamo un Comitato di liberazione nazionale. La Costituzione italiana sia la cornice dell’unità, la sovranità politica e monetaria i suoi obbiettivi». Naturalmente chi scrive non si sente chiamato in causa da questo commovente appello. Di più: non posso che confermare l’abissale distanza che mi separa dalla concezione ideologica e politica che lo informa, essendo io un noto disfattista antinazionale “a 360 gradi” (nel campo degli interessi economici come in quello degli interessi politici del Paese, il quale effettivamente attraversa tempi molto tribolati; ma non abbastanza, par i miei rivoluzionari gusti…), nonché un nemico della democrazia costituzionale, la quale si è rivelata essere il migliore strumento di controllo politico-ideologico dei lavoratori ridotti a massa informe al servizio del Capitale, nazionale e internazionale, pubblico e privato, produttivo e speculativo – distinzioni, queste, che hanno un significato dirimente solo per chi non padroneggia la reale dinamica del processo sociale.

L’auspicato – da MPL, beninteso – Comitato di liberazione nazionale offre l’occasione per un’altra toccatina scaramantica, che in ogni caso male non fa, anzi!

«Una volta riconquistata la leva della sovranità e messo in sicurezza il Paese, il Cln avrà compiuto il suo compito, e quindi i cittadini potranno liberamente scegliere il loro futuro, quale tipo di società essi riterranno più giusta». Siamo ancora allo schema resistenziale: ma questi personaggi ci fanno o ci sono? Che cosa? Fate un po’ voi: usate la definizione che riterrete più giusta. Do il mio piccolo contributo alla causa rimandando il lettore al postdella scorsa settimana, che a ben considerare ha molto a che vedere con quanto appena scritto.

Definire il Sovranismo come la malattia senile del Nazionalismo mi sembra ancora troppo poco. Anche perché esso, soprattutto nella sua variante sinistrorsa, ha ancora molto da dare al Dominio sociale, tanto più quando la crisi economica rischia di spingere i dannati della terra (coloro che vivono di salario) oltre i confini dello status quo.



NOTE 
[1] Sebastiano Isaia (Catania, 17 Dicembre 1962) è un ricercatore sociale indipendente.
Il suo pensiero è radicalmente anticapitalista, e la sua originalità consiste soprattutto nella negazione di qualsiasi «socialismo reale» passato (Russia, Cina, ecc.) e presente.
Fin da giovanissimo ha attinto al pensiero e alla storia della Sinistra Comunista europea (da Amadeo Bordigaa Karl Korsch, da Anton Pannekoek a Herman Gorter). Ciò ne ha fatto un antistalinista e antimaoista convinto che non si è mai stancato di criticare il Partito Comunista Italiano in tutte le sue incarnazioni (da Gramsci a Togliatti, da Longo a Berlinguer, fino a includere quelle neo-comuniste e post-comuniste), considerandolo un'espressione politica della classe dominante italiana, oltre che dello stalinismo internazionale e dello statalismo.

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15 commenti:

  • Anonimo scrive:
    12 febbraio 2014 17:28

    Demetrio
    Il bravissimo Psaquinelli ha fatto acrobazie per sbrogliare l'ingarbugliatissima matassa della situazione del Paese che definire drammatica e inquietante è poco.
    Molta gente ha l'acqua alla gola (ogni tanto ci scappa il morto) e ciò nonostante i torchiatori continuano a girare la garroTa ostentando una sicumera umiliante per la democrazia e per che è oppresso.
    C'è però tanta indifferenza e tanta disinformazione fra i cittadini. Si moltiplicano le inchieste-sondaggio ma il loro valore decisionale è nullo.
    Terrà il coperchio?
    Quo usque tandem?

  • Anonimo scrive:
    12 febbraio 2014 21:59

    L'eliminazione delle "nazioni" è un dogma imprescrittibile delle sinistre marxiste derivate dalla rivoluzione d'ottobre perché il loro programma è internazionalista come integrazionalista rigidissimamente intransigente è il programma dell'imperialismo mondialista che vede nelle nazioni delle inclusioni e delle isole potenzialmente autonomiste incompatibili con il dominio assoluto universale. Sono però due facce della stessa medaglia di una tirannia universale. Secondo questo angolo visuale si può dire che un monoteismo intransigente esige proprio la tirannia universale. Il nazismo e in certi momenti anche il fascismo (Salò) erano di ispirazione socialista ma intendevano preservare il carattere distintivo individuale delle nazioni. Si sarebbe trattato di politeismo.
    DE Gaulle auspicava tuttavia una"Europa delle Patrie"

  • chiunque scriva ciò che vuole scrive:
    13 febbraio 2014 11:05

    Ringrazio Moreno Pasquinelli per l’analisi che condivido in toto. Non conoscevo questo Sebastiano Isaia (non c’è molto da guadagnare a conoscerlo d’altra parte). Quando ci si imbatte in un personaggio che in ogni posizione trova giustamente punti criticabili o anche aporie, ci si chiede ovviamente quali soluzioni propone: come ho visto, nessuna. A meno che attendere “l’uomo nuovo” sia un’alternativa. In fondo gli si potrebbe anche dar ragione: ma con un lieve cambiamento del sottotitolo del suo blog: non il punto di vista “umano” ma “marziano”. Infatti solo chi guarda disinteressatamente da un altro pianeta le cose umane può giustamente criticare tutto e tutti, finendo per scoprire … l’acqua calda: qualunque posizione politica è intrinsecamente imperfetta e soprattutto di esito incerto, come ogni cosa umana. Come nella stessa ricerca scientifica, i modelli sono solo e sempre tentativi ed ipotesi da verificare. Tuttavia chi i problemi li vuole anche risolvere e non solo analizzare, è costretto a decidere, a scegliere un’opzione, possibilmente la meno peggio, o quella che consente aggiustamenti resi necessari in itinere quando si scoprisse di non essere sulla via corretta.
    Ma ho un timore ed un sospetto: che con qualche modifica, l’atteggiamento di questo ricercatore “marziano” sia molto più diffuso di quanto non si creda, e ciò spiegherebbe la frantumazione delle sinistre in generale ed in tutta Europa: a forza di concentrarsi sui possibili errori e di ricercare la via giusta come se si trattasse del Santo Gral, finisce per lasciar prendere decisioni e potere a coloro che invece hanno interesse a scegliere la via peggiore e irreversibile. Anche nelle scienze naturali i progressi sono stati ottenuti da coloro che partendo dall’analisi dei problemi hanno cercato le soluzioni proponendo nuovi modelli e teorie e sperimentandole, mentre mai si è visto un qualsivoglia utile contributo da coloro che si sono fermati all’analisi delle aporie nelle teorie esistenti, posizione certo comodissima per i ricercatori, ma vana nei risultati.

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 11:47

    Ecchilà. Bravo anonimo delle 21:59 col tuo non hai fatto altro che legittimare il discorso di Isaia. Almeno Pasquinelli quando parla di nazione pone un'analisi razionale e non si butta sui miti del passato.
    Il fascismo e il nazismo volevano perseverare le nazioni? Eh, già cose come l'annessione dell'Austria, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, lo "spezzeremo le reni alla Grecia" sono un esempio concreto di rispetto reciproco e concordia fra i popoli
    William Wilson

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 12:40

    Anonimo delle 21.59
    All'Anonimo delle 11,47
    Penso o di essermi spiegato male o di essere stato compreso male. Chi conosce la storia sa benissimo che i socialismi (che efettivamente erano tali, salvo l'internazionalismo) di Hitler e di Salò rientrano entrambi nel concetto di "nazionalsocialismo". Non ci metto dentro Tito ma ci starebbe un po' anche lui con la famosa teoria della"via nazionale al socialismo", il che lo faceva un po' un "eretico" agli occhi dei Trotzkjsti "talebanizzanti".
    Con ciò non è detto che il nazionalsocialismo abbia avuto rispetto assoluto per altre nazionalità: mi sembra più che ovvio considerando la storia degli eventi. L'internazionalismo, per conto suo, mira proprio ad annullare le nazioni ed anche, se non bastasse, le loro tradizioni culturali, cioè il loro "spirito".

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 14:50

    Nazionalsocialismo è semplicemente una parola che non vuol dire nulla. Dargli " peso", legittimarla, vuol dire fare un favore ai nazi - fascisti.

    Se sono socialista, faccio la rivoluzione nel mio paese ( o vinco le elezioni) e cerco di instaurare una politica più o meno socialista nel paese in cui ho preso il potere. Poi ovviamente, per quanto possibile, si cerca di favorire relazioni internazionali o movimenti sociali di altri paesi che tendono al socialismo, o comunque criticano l' attuale assetto del capitalismo.

    Punto. Le mistificazioni che fanno i fascisti non hanno senso punto e basta. O si è socialisti o no. O si è critici del capitalismo no. Ma se l' obbiettivo non è la giustizia sociale e l' egualianza il resto sono chiacchere. Ergo nazional socialismo non vuol dire nulla. Cuba e Venezuala sono stati in cui hanno preso il potere e hanno instaurato il socialismo. Non c'è nessuna sopressione della nazione. Anzi sventolano fieramente e giustamente le loro bandiere nazionali. PErchè questo è il socialismo. Chi sostiene il contrario fa il gioco di casapound che poi si diverte a fare striscioni per chavez o a sostenere che egli fosse un " socialista nazionale ( ergo nazionalsocialista )" .

    Con questi ragionamenti si delira.

    Infatti Isaia nel suo delirio arriva a dire più vole che Brancaccio sarebbe un nazionalista, autarchico e protezionista. Roba da matti.

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 15:24

    Caro Anonimo delle 12:40
    ovviamente non è mio interesse iniziare un logorante dibattito storico, ma dubito che quello di Hitler si possa definire socialismo, visto che Hitler i socialisti li faceva fucilare e nel migliore dei casi mandare in cella o nei campi.
    Hitler non era un socialista, vero è che parte del suo partito si basava su idee socialiste, i cui esponenti maggiori furono Anton Drexler ed Hernst Rohm. Il primo fu mandato in pensione subito dopo che Hitler prese il potere, il secondo fu fatto fuori dalle SS del Fuhrer per far contenti gli industriali e i simpatizzanti del nazismo che non simpatizzavano per le teorie "socialisteggianti" di Rohm. Quindi la Germania di Hitler di socialista non ebbe mai niente. L'unica vera Germania socialista fu quella dell'est, il cui leader più famoso Herick Hoeneker durante la guerra se ne stava in galera perchè era comunista.
    Riguardo a Mussolini, è vero che la repubblica di salò aveva dei richiami che potremmo definire "socialisti", ma si basavano di più su una visione corporativa, che comunque non era apprezzata dall'alleato tedesco.

    Ultima precisazione: l'internazionalismo non vuole l'abolizione delle culture e delle nazioni, l'internazionalismo è la solidarietà fra le classi oppresse dei diversi paesi. Se vai all'home page di questo sito troverai scritto che una volta che l'Italia verrà sganciata dal sistema capitalista mondiale, bisognerà chiamare ad un'alleanza internazionalista i popoli liberi dle mondo. Alemeno queste sono le intenzioni del MPL, cui io non faccio parte ma apprezzo parecchie loro idee. E' una contraddizione? Io penso di no. Perchè l'abolizione delle culture diverse dalle altre non sono cose che il socialismo accetta, sono cose che accettano l'imperialismo e quelli che pensavano che la razza ariana fosse la razza eletta. Il socialismo così come l'internazionalismo devono essere dei virus cui devono diffondersi tra le varie nazioni mediante l'opera dei singoli partiti comunisti.

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 15:52

    Condivido i contenuti espressi nell'articolo di Pasquinelli. Resto però sorpreso dalla scelta della redazioner di pubblicare una risposta allo sconosciuto Sebastiano Isaia, quando vengono sistematicamente ignorati eventi e posizioni di realtà militanti importanti che fanno parte della sinistra anticapitalista...ad esempio all'epoca delle mobilitazioni del 9 dicembre niente emerse su Sollevazione rispetto al dibattito che si sviluppò su quel movimento su siti come InfoAut e Militant...o nessuna presa si posizione per quanto riguarda i compagni dei centri sociali romani che da questa mattina sono agli arresti domiciliari per le manifestazioni dello scorso ottobre. E niente nemmeno sull'assemblea di domenica scorsa alla Sapienza per programmare iniziative di mobilitazione contro la troika e l'austerità europea nella prossima primavera (eppure sono temi su cui una sinistra sovranista avrebbe molto da dire)...
    Perchè scegliete di ignorare tutto quello che si muove nel mondo della sinistra anticapitalista di movimento (che, pur fra mille limiti, mobilita bene o male ancora qualche decina di migliaia di militanti, attisti, giovani)? Penso che sia giusto aprirsi ai 5 stelle o ai "forconi", ma perchè non provare a fare lo stesso con i compagni dei movimenti? Credo che alcuni di loro accoglierebbero con interesse le posizioni della sinistra sovranista che adesso, in maggioranza, ignorano. Non credete che sarebbe politicamente più proficuo prestare attenzione a loro piuttosto che allo sconosciuto ed isolato Isaia?

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 18:15

    Siamo nell'imminenza dell'instaurazione di un N.W,O. che non tollererà con grande indulgenza le realtà nazionali e, a quanto pare da alcuni commenti, si usano le stesse categorie di un secolo fa. Per restare ad eventi più recenti riporto un discorso di Monti del febbraio 2011 a proposito della crisi , che stava mettendo in ginocchio l’Italia e gli altri ‘paesi periferici’, con un tasso di suicidi in crescita esponenziale – come una cosa “positiva” o meglio “necessaria” affinché politici e cittadini accettassero di cedere la propria sovranità all’Europa: “NON DOBBIAMO SORPRENDERCI CHE L’EUROPA ABBIA BISOGNO DI CRISI, DI GRAVI CRISI PER FARE PASSI AVANTI. I PASSI AVANTI DELL’EUROPA SONO PER DEFINIZIONE CESSIONI DI PARTI DELLE SOVRANITA’ NAZIONALI A UN LIVELLO COMUNITARIO…..IL POTERE POLITICO MA ANCHE IL SENSO DI APPARTENENZA DEI CITTADINI A UNA COLLETTIVITA’ NAZIONALE POSSONO ESSER PRONTI A QUESTE CESSIONI SOLO QUANDO IL COSTO POLITICO E PSICOLOGICO DEL NON FARLE DIVENTA SUPERIORE AL COSTO DEL FARLE PERCHE’ C’E’ UNA CRISI IN ATTO VISIBILE E CONCLAMATA”.
    Ricordiamoci che l'U.E. è come una specie di "assaggio" del N.W.O.

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 20:30

    E te pareva che non arrivava quello a parlare di NWO. Non ti preoccupare caro al NWO io so difendermi come ho imparato a difendermi da WWF e dal VHS.

    Ma dimmi un pò, sei per caso l'anonimo che diceva qualche commento sopra che nazismo e fascismo erano socialismi? Se sì, io e l'altro anonimo ti abbiamo risposto e quindi non c'è bisogno di fare i preofeti di sventura da tastiera, se nò vale lo stesso discorso.

    Tranquilla baby, io so difendermi, per questo non ho bisogno di urlare ai quattro venti del NWO.
    Buona notte

  • Anonimo scrive:
    13 febbraio 2014 20:39

    Comunque questi del NWO devono essere strani: prima mettono Monti, poi lo fanno candidare e arriva ultimo, poi rimettono Napolitano e poi lo fanno sputtanare dai giornali di regime.
    Ma infondo si sa, la Germania aveva vinto la seconda guerra ma poi l'ha persa per prendersi i soldi del Piano Marshall, e le prove stanno nel fatto che non c'è nessuna foto che ritragga Hitler con Marshall assieme

  • Anonimo scrive:
    15 febbraio 2014 14:32

    Il signor Sebastiano Isaia così radicalmente avverso ad ogni sventolio di bandiera nazionale, ammette implicitamente e forse suo malgrado, di essere antiSionisTa. Il che mi pare abbastanza grave.

  • Anonimo scrive:
    16 febbraio 2014 11:12

    Quanti anonimi, ma non potete mettere sotto il commento il nome come faccio io?
    Nel merito, alla larga "socialismi" più o meno nazional mascherati. Alla larga

    Giancarlo

  • Anonimo scrive:
    17 febbraio 2014 14:41

    Pignolo
    Mi sembra pacifico che i "socialismi" non sono tutti uguali; altrimenti occorre specificare la personalità che ha teorizzato o realizzato "un socialismo particolare".
    Chi pensa che dire socialismo abbia un solo significato univoco è troppo generico. Sì: quello di Tito era "socialismo"; quello di Stalin pure; quello di Trotzkj anche, quello di Yakov certo, quello di Beria forse, quello di Fidel Castro anche quello , quello di Marx poi! Quello dei Kibbutz pure, quello di Craxi idem, Quello di Saragat certo, quello di Berlinguer era Comunismo ma ci assomigliava. E così via.
    Chi parla di Socialismo cerchi di spiegarsi meglio, per favore..

  • Anonimo scrive:
    17 febbraio 2014 14:46

    Panoramic
    Per alcuni pensatori politici, la nazione, la patria, la bandiera, un popolo integrato con un territorio, una"cultura" nazionale ecc, fanno parte delle idolatrie.
    Un socialismo integralista si adegua a questa filosofia.
    Il N.W.O. pure.

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