sabato 1 febbraio 2014

L’UNIONE BANCARIA (IMMAGINARIA) La dis-Unione europea davanti alla sfida della nuova tempesta finanziaria di Moreno Pasquinelli

31 gennaio.
Il Consiglio Ecofin [il cruciale dipartimento del Consiglio dell’Unione che si occupa di Economia e Finanza, Ndr] la notte del 18 dicembre scorso approvò un protocollo d’intesa sulla cosiddetta Unione bancaria. 

Per chi voglia addentrarsi nella sfera delle tecnicalità, ovvero capire i farraginosi meccanismi di questa Unione Bancaria, (s)consigliamo di leggere questa meticolosa ricostruzione di Economy 2050. Per una descrizione meno impegnativa si vedano queste schede de Il Sole 24 Ore.


Al netto dei tecnicismi noi vorremmo dare un giudizio politico e spiegare perché noi riteniamo che l’Unione bancaria si concluderà in un flop, con conseguenze letali per le sorti della Ue.


Perché l’Unione bancaria?


E’ presto detto: mettere al riparo il sistema bancario europeo da nuove tempeste finanziarie e bancarie come quella del settembre 2008 (fallimento della Lehman Brothers) che dagli Usa si propagò al resto del mondo.


Obbiettivo ambizioso quello dei tecnocrati europei, ma esso è direttamente proporzionale alla probabilità che il sistema bancario europeo collassi, visto che è forse quello più malato.


Ogni boom, in ambiente economico capitalistico, è seguito inesorabilmente da un tonfo. Ad una fase di espansione economica quella della contrazione, con costi enormi che vengono scaricati soprattutto sulle spalle del popolo lavorare. Questa successione, empiricamante sempre verificatasi, vale a  maggior ragione nel sistema di capitalismo-casinò (o iper-finanziarizzato). In questo ambiente i capitali che dettano legge sono liquidi —come avrebbe detto Marx: sono puri segni di valore, forma astratta della ricchezza sociale— non solo non hanno alle spalle l’oro di una volta, svolazzano nella stratosfera finanziaria senza alcun legame certo nemmeno con il sottostante mondo della produzione di merci. Non solo questi circolano sul filo dei nanosecondi, si spostano dentro e fuori le borse alla ricerca del massimo guadagno. In questo ambiente schizzoide le grandi banche d’affari la fanno da padrona, esse non solo custodiscono i tesori, sono i principali vettori di questi capitali speculativi. Il sistema bancario costituisce infatti il sistema nervoso del capitalismo contemporaneo, con una miriade di terminali periferici ma pochi grandi centri nevralgici. Se questi ultimi collassano salta tutta la baracca del complesso sistema capitalistico.


Ora qual è la situazione? E’ che da negli ultimi due anni le borse mondiali hanno conosciuto un ciclo vorticoso con un rialzo stellare dei prezzi e delle  quotazioni. La bolla appunto. Questo boom finanziario, com’è noto, è stato agevolato dall’ingente flusso di liquidità innescato dalle banche centrali, anzitutto quella statunitense (quantitative easing). Questa politica monetaria espansiva, chiamata wall of money, la muraglia dei soldi, aveva come scopo far ripartire l’economia, facendo affluire la liquidità nel mondo della produzione e degli investimenti, affinché le imprese capitalistiche aumentassero fatturati e utili. Quel che è accaduto è che la gran parte di questa liquidità (dal momento che deve prima passare per le banche) è stata trattenuta nel circuito della finanza, utilizzata e prestata sì, ma per l’acquisto di azioni, obbligazioni e titoli di Stato i cui prezzi, a causa della legge aleatoria della domanda e dell’offerta, sono saliti alle stelle.


Di qui la premonizione di diversi analisti che prevedono imminente lo scoppio in forme virulente della bolla, con conseguenze che saranno ancor più catastrofiche di quelle dello scoppio della bolla immobiliare e finanziaria del 2007-2008. Delle capacità predittive di analisti ed economisti occorre certo dubitare, ma è un fatto acclarato che le borse hanno anticipato e quindi previsto quasi tutte le recessioni, piccole e grandi. Il letterale crollo delle borse dei “paesi emergenti” registratosi negli ultimi giorni, con fughe di capitale nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari, è forse l’avvisaglia della prossima tempesta finanziaria.


Si capiscono dunque il timor panico dei banchieri dei politici e dei tecnocrati, anzitutto europei, che siedono nelle cabine di regia, i loro disperati tentativi di evitare che il sistema ri-collassi su se stesso.


Il diavolo sta nei “dettagli”… e che dettagli!


Intanto è degno di nota che l’esultanza con cui vennero presentati i risultati del Consiglio Ecofin del 18 dicembre —Saccomanni si spinse a parlare di “risultato storico”— ha lasciato sommessamente posto, anche tra i più decisi europeisti, non solo a dubbi, ma anche a delusioni profonde. Il “Trattato storico” si è trasformato in un “pessimo compromesso”; il “protocollo d’Intesa” è diventato un “canovaccio aperto a sostanziali modifiche”. Veniamo anzi a sapere che “il negoziato è ancora in corso ed è tutto in salita”. [1]


Non c’è solo confusione nelle cabine di regia di Bruxelles e Francoforte, c’è un vero e proprio scontro sulla via da seguire. Buona parte dei governi europei, sostenuti da alcuni dei tecnocrati di Bruxelles e Francoforte, vorrebbero rimettere mano al “Trattato” di dicembre, mentre la Germania, per bocca di Shauble, si è arroccata in sua difesa e minaccia sfracelli se solo si sposta una singola virgola.


Il punto dolens è sempre quello, che la Germania non è disposta a cedere sovranità, respinge cioè l’idea che organismi sovranazionali ficchino il naso nei loro affari interni, in particolare nel loro opaco sistema bancario e finanziario. Siamo alle prese, mutatis mutandis, con le stesse dinamiche che operarono nel 2010 con lo scoppio della bolla dei debiti pubblici dei cosiddetti Piigs: si dovevano mutualizzare i costi dei “risanamenti” oppure ogni paese avrebbe dovuto provvedere a se stesso? Come andò a finire si sa, la spuntò il governo tedesco della Merkel il quale, com’è noto, in barba al suo conclamato europeismo, seguì (e segue ancora) l’adagio Ognuno per sé, Dio per tutti.


Ci diceva a caldo l’analista che tre sono i principali obbiettivi dell’Unione bancaria:

«(1) spezzare il legame tra il rischio-Banca e il rischio-Stato; (2) proteggere a oltranza il risparmiatore; (3) garantire l'uniformità delle condizioni del credito in un mercato bancario europeo ancora troppo frammentato, con le aziende italiane che pagano tassi d'interesse alle banche italiane più alti di quanto non facciano le aziende tedesche con le banche del proprio paese». [2]

La verità è che l’accordo salva-banche stupilato a dicembre non assicura il successo di nessuno dei tre obbiettivi. [3]


Proviamo a spiegare meglio perché, almeno con l'architettura stabilita, l'Unione bancaria, non scongiura  il pericolo di un default combinato degli istituti di credito e Stati.


Sorvoliamo sul fatto decisivo, che non vengono rimosse le cause dei fattori strutturali di rischio rappresentati dalle banche europee—non viene messa in discussione loro natura di banche d’affari dedite alla speculazione nei mercati finanziari globali, quindi né la leva finanziaria né l’utilizzo di derivati, ecc.


(1a) Per evitare anche un default del sistema bancario europeo occorrerebbe un fondo di garanzia comune dell’ordine di centinaia di miliardi mentre quello stabilito è di ridicoli 55 miliardi —si tenga conto che la crisi di questi anni ha richiesto ai governi dell’Unione di mobilitare risrse per oltre 4.500 miliardi. [4]


(1b) Del resto, a causa dell’opposizione tedesca ad un fondo comune: 
«Per un periodo di tempo molto lungo, la gran parte dei costi continuerà a ricadere sui fondi di garanzia nazionali, e dato che in ogni paese di grandi banche ce n’è al massimo una manciata, i fondi nazionali [della sole banche nazionali, Nda] non basteranno qualora una di esse dovesse finire nei guai. Perché un fondo di garanzia funzioni, devono parteciparvi molte banche … il fondo di garanzia nazionale non riuscirebbe a coprire l’ammanco e il costo del salvataggio ricadrebbe sulle spalle dei contribuenti». [5]

Non è quindi nemmeno vero che con l’Unione bancaria le banche fallite non saranno salvate (come fin qui accaduto) con l’aumento delle tasse sui cittadini.


(2) E non è vero che il “risparmiatore sarà protetto ad oltranza”. Cipro fa scuola. Nell’accordo c’è infatti l’adozione del criterio del bail-in, ovvero che per evitare il fallimento la banca viene autorizzata a sequestrare i fondi dei suoi depositanti —si afferma non verranno toccati quelli sotto la soglia dei centomila euro, ma chi ci assicura che il principio non verrà derogato andando a rapinare anche risparmi più modesti?           


(3) Non sarà garantita affatto “l'uniformità delle condizioni del credito in un mercato bancario europeo”. Alcuni sistemi bancari, quelli che dagli speculatori saranno considerati più a rischio di default, saranno ovviamente più esposti di altri. Quello italiano, zeppo di titoli di Stato —che la stessa Eba (Autorità bancaria europea) equiparò a  “titoli tossici”—[6], è quindi più esposto che mai alla tempesta e sarà costretto, tanto più dai futuri stress test a cura della Bce, a forti ricapitalizzazioni e a cure dimagranti che accentueranno il credit crunch.


Di converso:

«Le banche tedesche beneficeranno della maggiore affidabilità della garanzia fornita dallo Stato tedesco, mentre quelle italiane si troveranno in una situazione di svantaggio per via del minoro valore della garanzia offerta dal loro governo. Di conseguenza i tassi d’interesse sul credito continueranno a divergere ancora a lungo e un’azienda del Sud Europa, non avrà la possibilità di ottenere credito a condizioni accessibili. Ma senza credito le speranze di crescita potrebbero rivelarsi illusorie». [7]

 Va infine sottolineata la farraginosa architettura dell’Unione bancaria, voluta dal governo tedesco, che renderà praticamente impossibile prendere decisioni comuni veloci in casi d’emergenza. [8]
 
 
Se la bolla borsistico-finanziaria scoppierà, le banche salteranno e non ci sarà Unione bancaria che tenga. Se si cercava un’altra prova che l’Unione europea è in via di disfacimento, questa ci è fornita proprio dalla vicenda dell’Unione bancaria. La stessa posizione dura della Germania non si spiegherebbe se a Berlino non considerassero la tendenza alla dissoluzione dell'eurozona come quella dominante.



Ps


Sono in molti, in Italia, anche in ambienti sovranisti, a considerare il sistema bancario italiano “meno malato” o “più sano” di quelli tedesco o francese. Si crede così alle fandonie autoconsolatorie dei banchieri e dei politicanti italiani. Le cose non stanno affatto così e faranno meglio a ricredersi, a guardare in faccia la realtà.

«All’inizio del 2007 i titoli degli istituti di credito valevano in borsa 247,9 miliardi, mentre a fine giugno 2013 ne capitalizzano 61; fra il 2006 e il 2012 i ricavi per dipendente degli istituti di credito sono scesi da 226mila euro a 209,3mila euro; il rapporto fra costo del lavoro e ricavi è invece salito dal 32,2 al 35,5%; il Roe (che misura la redditività del capitale) è caduto, passando in negativo, dall’11,8% a -1,1%, e non regge il confronto con l’industria il cui Roe è sceso dall’8,6% ma è rimasto positivo al 4,1%; i crediti netti nel 2012 sono diminuiti dell’1,8% e i prestiti dubbi dal 2005 sono cresciuti del 190%; da fine 2007 l’occupazione si è ridotta di 26mila unità, e altri 19mila tagli sono in programma nei vari paini aziendali; nel solo 2012 sono stati chiusi 700 sportelli». [9]


NOTE


[1] Beda Romano, Il Sole 24 Ore del 17 gennaio 2014


[2] Che cos’è l’Unione bancaria. Il Sole 24 Ore del 18 dicembre 2013


[3] «L'unione bancaria europea rischia di tornare nel limbo delle buone intenzioni. Ne sarebbero soddisfatti molti, convinti che, se lo schema è quello concordato a dicembre, è meglio non averla affatto. Ma ad essere nei guai sarebbe la Bce, costretta ad effettuare delicati e rigorosi stress test sulle banche europee, senza la garanzia di una rete di salvataggio. La contesa è complicata ma cruciale: ancora una volta è uno scontro fra Berlino e le istituzioni comunitarie. A dicembre, la Merkel era riuscita convincere gli altri leader europei a sottoscrivere un accordo che, sostanzialmente, lascia nelle mani (e nelle casse) dei singoli governi nazionali la gestione dei fallimenti bancari e, soprattutto, consente alle diverse capitali di bloccare interventi che potrebbero richiedere il contributo di altri paesi. La costituzione di un fondo comune di salvataggio (55 miliardi di euro, secondo molti assolutamente insufficiente) è rinviata di dieci anni. Il punto è che, trattandosi di un accordo intergovernativo, il Parlamento europeo è sostanzialmente tagliato fuori dalla nascita e dalla gestione del nuovo meccanismo unico di’ntervento nelle banche in crisi».  


Maurizio Ricci. La Repubblica del 25 gennaio 2014


[4] Rony hamauy. La voce.info


[5] Guntram B. Wolf. Il Sole 24 Ore del 23 gennaio 2014


[6] Morya Longo e Fabio Pavesi. Il Sole 24 Ore del 29 ottobre 2011


[7] B. Wolf. Ibidem


[8] «Al di là dei problemi di galateo istituzionale e di rapporti fra governi e organismi comunitari, infatti, è l'impianto della riforma ad apparire farraginoso, in una materia, come quella della chiusura di una banca, che richiederebbe interventi lampo. Il think-tank Bruegel ha chiamato una apposita guida ad un ipotetico intervento di risoluzione di una banca "Non provateci da soli a casa". A esprimersi sul fallimento, infatti, sarebbero potenzialmente più di 100 persone. Questo il processo. I supervisori della Bce lanciano l'allarme, ma a decidere l'eventuale intervento devono essere: il direttorio dello Ssm, Meccanismo unico di supervisione (24 membri), il direttorio della Bce (24 membri), probabilmente anche il team di mediazione (3 membri) ancora dello Ssm, il suo consiglio esecutivo (10 membri) e, infine, il direttorio al completo, questa volta, dello Srm, il Meccanismo unico di risoluzione. Ma non è finita. Perché, a questo punto, si apre il contradditorio fra il direttorio sempre dello Srm e il Consiglio europeo, cioè i 28 governi della Ue, su proposta della Commissione di Bruxelles (28 membri)».


Maurizio Ricci. La Repubblica del 25 gennaio 2014


[9] Sergio Bocconi. Corriere Economia del 28 ottobre 2013
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12 commenti:

  • Geremia scrive:
    1 febbraio 2014 11:28


    Forse varrà meno di niente il mio più convinto elogio per i suoi articoli, ma le esprimo la massima stima. La seguo sempre anche su "Tempesta perfetta" dove dà prova della lucidità delle sue analisi e dell'acutezza delle sue deduzioni.
    Considerando l'articolo di oggi mi sembra che le sue previsioni siano sostenute da una concatenata serie di eventi e di situazioni tale da renderle assai probabili: sarà sempre più catastrofe perché anche i "capitani più temerari (e cinicamente più spregiudicati) cominciano a dar segni di sbandamento com'è dimostrato dai provvedimenti piuttosto confusi e concitati della FED.
    Quello che è certo è che siamo in cattive acque e soprattutto in pessime mani a cominciare dal nostro sciagurato paese in cui alle elezioni vincono sempre quelli che ci mandano alla rovina (complici le leggi elettorali piduistico-criminose)

  • Anonimo scrive:
    1 febbraio 2014 11:30

    L'unione bancaria europea in fondo non è altro che un altro pezzo di globalizzazione, e che nella sostanza sia fallita non mi dispiace per niente.
    I governi soprattutto del mondo occidentale si sono intestarditi, secondo me per codardia, nel pensare di potere convivere con la massa enorme di titoli creata seguito del via libera dato da Clinton nel 1998 che ha riliberalizzato l'attività bancaria.
    La verità è che le banche seguitano a far quadrare i loro bilanci sulla base di una supervalutazione dei titoli che hanno in portafoglio, e cioè esse sono nella sostanza fallite e possono continuare ad operare solo perchè i governi, con gli USA in testa, hanno fatto una politica di QE, cioè di immissione di liquidità nel sistema. Ciò che si osserva con sgomento è che tale QE non suscita alcun impulso inflazionistico come invece dovrebbe essere ovvio, ma il tutto si spiega proprio sulla base del sequestro della liquidità nei circuiti bancari, ma non per scopi speculativi, ma soltanto per ragioni di sopravvivenza: senza di essa, le banche semplicemente non potrebbero rimborsare i titoli in scadenza e rinnovarli.
    Insomma, la situazione ha una sola soluzione, che poi è quella di far fallire il sistema bancario globale rigorosamente privato, e ripartire con uno tutto nuovo di zecca di proprietà pubblica.
    Per chiarire perchè questa è l'unica soluzione disponibile, ho usato una metafora che riporto qui di seguito.

    "Immaginiamo che per i motivi più vari, sia stato formato un treno troppo lungo e che porta merci troppo pesanti in rapporto alla potenza della motrice. Supponiamo altresì che non solo il motore non eroga la potenza necessaria, ma che neanche i freni siano adeguati a tale carico.
    Ecco, l'economia mondiale è come questo treno, caricata di una montagna di titoli, e si trova in un tratto in salita. Si tenta con mezzi ausiliari di trazione di farla avanzare, ma il treno reagisce lentamente, avanza millimetricamente, ed anzi rischia di andare indietro. La soluzione di emergenza è mettere una seconda motrice a spingere da dietro il treno, e così in effetti il convoglio si muove, ma guai a smettere di spingere, il treno si arresta nuovamente.
    Tuttavia, il tratto in salita sta per finire, e il macchinista da dietro non riesce a vedere quando comincia la discesa. Quale vi aspettate che sarà il risultato se questa seconda motrice la si lascia agire indisturbata? Che nel tratto in discesa, il treno prenderà velocità e alla prima curva deraglierà.
    La soluzione non sta quindi nell'aggiungere la seconda motrice, ma nello scaricare il più possibile il treno.
    Uscendo di metafora, non rimane ormai che procedere a distruggere questa ricchezza fittizia, questa inutile zavorra, costituita da una montagna di titoli, ed allora sì che il treno potrà riprendere tranquillamente ed in sicurezza la sua corsa."

    In questo senso, il volere difendere a tutti i costi il risparmio, non è un atto responsabile, ma è un atto criminale, il che non esclude la salvaguardia dei più deboli tra i risparmiatori.

    Purtroppo, sono convinto che ciò che io considero indispensabile, non sarà fatto, ed allora l'unica soluzione possibile per l'Italia è uscire dal circuito globale, preservando le prerogative della propria sovranità.

  • Barbaranotav scrive:
    1 febbraio 2014 11:31

    solo due links di approfondimento

    Il ministro francese Moscovici ha detto: ''La Commissione deve rispettare le legislazioni nazionali''. Il tedesco Wolfgang Schaeuble e' sulla stessa linea. ''Profondamente preoccupata'' la Federazione bancaria europea.
    http://www.ilnord.it/b-1496_CLAMOROSO__FRANCIA_SCHIANTA_COMMISSIONE_EUROPEA_RIGETTATA_LA_RIFORMA_BANCARIA

    e
    http://www.imolaoggi.it/2014/01/29/davanti-al-bundestag-la-merkel-invoca-un-cambiamento-dei-trattati-europei/

    la Merkel vuole si accentrare i poteri, secondo quanto riportato

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    1 febbraio 2014 11:59

    L'anonimo delle 11,30 sarei io, e non sono affatto entrato in forma anonima.
    Riintervengo solo a questo scopo (visto che non amo gli interventi anonimi, insisto a mettere la mia firma).

  • Redazione SollevAzione risponde:
    1 febbraio 2014 12:40

    ci scusiamo con Vincenzo.
    Abbiamo ripostato come Redazione il suo commento perché.
    La piattaforma blog spot aveva fatte le bizze storpiando la sintassi dell'articolo di Pasquinelli.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    1 febbraio 2014 15:58

    Un lettore ci ricorda che Emiliano Brancaccio aveva già messo in guardia dei rischi sper le banche italiane dovuti alla nascita dell'Unione bancaria. L'articolo di Brancaccio è qui:
    I rischi dell'Unione bancaria

  • Alberto scrive:
    1 febbraio 2014 18:30

    Complimenti a Cucinotta, sottoscrivo in particolare:

    "Insomma, la situazione ha una sola soluzione, che poi è quella di far fallire il sistema bancario globale rigorosamente privato, e ripartire con uno tutto nuovo di zecca di proprietà pubblica."

    La lunga fase della deregulation che ha prodotto l'incombente montagna di titoli-spazzatura, tra le altre funzioni ha avuto quella di riciclare i titoli tossici redistribuendoli al parco buoi, tra cui le PA.

    La folle ideologia che sia fisiologico avere debiti, e quindi che molti soggetti economici abbiano contemporaneamente crediti e debiti illudendosi che si compensino in una tranquillizzante stabilità, ha fatto il resto, ponendo praticamente l'umanità tutta a rischio fallimento.

    Cui prodest? Ovviamente agli squali finanziari che si sono fatti fortune vere in brevissimo tempo, sbilanciando la distribuzione di ricchezza a tal punto da far degenerare qualsiasi logica di allocazione sensata delle risorse (che sarà sempre frutto di decisioni discrezionali).

    Tornando alla suddetta frase di Cucinotta, il problema è che non basta un sistema bancario pubblico nuovo di zecca, se poi gli Stati vengono ancora utilizzati come strumenti di accumulo sperequato delle ricchezze prodotte. E siamo quindi alla solita utopia del controllo democratico della moneta, che se non si realizza lascia la strada spianata alla catastrofe, non solo finanziaria.

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    1 febbraio 2014 21:41

    Cato
    "Tuttavia, il tratto in salita sta per finire, e il macchinista da dietro non riesce a vedere quando comincia la discesa." La metafora del treno è assai interessante: è un "modello" logico che rende bene la situazione.
    Tuttavia ad un certo punto si parla di discesa e immagino voglia significare una fase di normalizzazione e di ripresa dell'economia. Mi sembra una previsione virtuale piuttosto inverosimile e che invalida il funzionamento del modello. Vorrebbe, gentile commentatore, chiarire meglio la sua piacevole "parabola" ?

  • Anonimo scrive:
    2 febbraio 2014 10:31

    Anonimo delle 21:41

    Significa che fra poco vedremo le consegunze dl quantitative easing.
    La metafora di Cucinotta è un tantino laboriosa ma tu, abbi pazienza, invece di disquisire sulla metafora, prova direttamente a parlare del merito, no?
    Salti un passaggio inutile e ci fai capire come la pensi, mentre cosí sembri solo uno che vuole fare il saccente.

    NON sono Cucinotta

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    2 febbraio 2014 14:31

    La discesa nella metafora che proponevo simboleggiava la fuoriuscita dei capitali dai circuiti bancari.
    Chi in questi flussi finanziari impetuosi si trova, anche solo temporaneamente, in possesso di quantità di liquidità in eccesso, potrebbe a un certo punto essere tentato di trasformarla in merce, di andare cioè sul mercato ad acquistare merci. Per la legge della domanda e dell'offerta, si avrebbe un rialzo dei prezzi e ripartirebbe l'inflazione.
    Sarebbe come un segnale per tutti i detentori di liquidità a disfarsi di qualcosa che proprio a seguito dell'inflazione, si rivelerebbe per ciò che effettivamente è, cartaccia.
    Il tutto avverrebbe a una velocità così elevata che sarebbe impossibile per i governi intervenire, e presto così la moneta seguirebbe lo stesso destino dei titoli.
    L'inflazione che oggi sarebbe una benedizione, esprimendosi come scoppio inflazionistico improvviso e fortissimo, ci costringerebbe forse per qualche giorno a tornare al baratto (finchè i governi non abbiano fatto un reset e ripartito con una moneta nuova).
    Spero di avere così chiarito ciò che a causa della sintesi a cui mi ero costretto, non si capiva.

  • Anonimo scrive:
    2 febbraio 2014 16:20

    Il Q.E. l'ha fatto a josa le FED, ma in Europa se si è fatto qualcosa, si è agito con una parsimonia miserrima e sempre in favore del sistema bancario senza il minimo beneficio per un'economia di ripresa.
    I biglietti da 5 euro e quelli da dieci, mica si vorranno definire come Q.E. ?
    L'Unione bancaria mi pare più un èscamotage per evitare fallimenti bancari a catena che una struttura per un rilancio dell'economia. Ho l'impressione che si proceda per tentativi alla cieca ma con il sicuro risultato, per altro, di ingabbiare sempre più ferreamente la dinamica economica sottraendola definitivamente ad eventuali politiche sovranitarie.

  • Anonimo scrive:
    2 febbraio 2014 16:57

    Il Signore "che non è Cucinotta", visto che gratuitamente dà dei "saccenti" alle persone (non è un aggettivo cortese, per niente), si informi sulla prassi spesso giovevole di trasporre le situazioni reali in termini simbolici strutturandole in modelli logici tali da funzionare quasi meccanicisticamente. L'adozione di "modelli" è prassi comune in ingegneria e non vedo perché non si possa impiegare con profitto in altri ambiti. Si ricordi, per esempio. che le "Parabole" del Vangelo sono proprio modelli logici simbolistici. L'importante è saper accoppiare le forme simboliche con realtà concrete. A me, per esempio, riusciva non comprensibile il significato del tratto in discesa e, ringraziando l'Autore del commento per la sua cortesia nel rispondermi, conservo ancora qualche perplessità sempre per il fatto che tratti in discesa non se ne vedono neppure in una lontana prospettiva. Speriamo, ma se il modello funzionasse, sarebbero anche guai.

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