giovedì 9 gennaio 2014

FRANCIA: PERCHÉ AVANZA IL FRONTE NAZIONALE (e la sinistra radicale no) di Jacques Sapir

9 gennaio. Anche in Francia la sinistra radicale sta schiantando a causa del tabù della sovranità nazionale. Scambiando l'internazionalismo con l'europeismo sta lasciando spazio alla destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen (nella foto) che rivendica invece l'uscita dall'eurozona e il ritorno francese alla piena sovranità (tra cui quella monetaria). Anche grazie a questa linea sovranista il Fronte Nazionale è diventato il primo partito tra il proletariato francese e rischia di diventare, in occasione delle prossime elezioni europee, il partito più votato dai francesi —scuotendo il già traballante "asse franco-tedesco". Jacques Sapir è un intellettuale di sinistra messo all'indice dalla sinistra francese per le sua aperture al Fronte Nazionale. In Italia il compianto Costanzo Preve scrisse che se fosse stato francese, in occasione delle elezioni presidenziali dell'aprile 2012, avrebbe votato per Marine Le Pen. Questa uscita venne criticata Moreno Pasquinelli. In Italia siamo ancora in tempo per evitare lo sfondamento della destra sovranista. Lo spazio che il Fronte Nazionale occupa in Francia è ora temporaneamente occupato dal M5S di Beppe Grillo. E' prevedibile che l'area occupata da M5S, con l'acuirsi della crisi economica e della Ue, si dividerà in due. Una parte alimenterà una destra reazionaria e nazionalista, l'ala democratica e sovranista dell'elettorato di M5S cercherà una rappresentanza adeguata. Anche di questo si discuterà sabato e domenica prossimi al Convegno di Chianciano Terme OLTRE L'EURO. la sinistra, la crisi, l'alternativa.


«Il libro che Aurélien Bernier ha appena pubblicato per le edizioni Seuil, La sinistra radicale e i suoi tabù, occupa un posto importante nel dibattito che accompagnerà le elezioni europee di questa primavera 2014. Questo libro peraltro si inserisce sia in una corrente di idee, espresse dalla "sinistra della sinistra", che si appella a un'idea di Nazione, e anche in un percorso personale. Aurélien Bernier ha già pubblicato nel 2012 Come la globalizzazione ha ucciso l'ecologia, testo importante per l’analisi dell'interazione tra 'globale' e 'nazionale' o 'locale', e soprattutto Disobbedire all'Unione europea (edizioni Mille et Une Nuits). Quest’ultimo libro è considerato una sorta di breviario degli attivisti del Front de Gauche. Egli ha anche pubblicato nel 2008 Il clima, ostaggio della finanza - o come il mercato specula con i "diritti ad inquinare"" sempre edito da Mille et Une Nuits. Il suo nuovo libro si inserisce quindi in questo doppio filone e solleva questioni che saranno fondamentali durante le elezioni europee.

Una questione decisiva

La prima questione, quella che domina tutte le altre, si può riassumere così: perché in Francia il Front National  esplode a livello elettorale, mentre il Front de Gauche ristagna? Egli rileva, inoltre, che questo fenomeno non si manifesta solo in Francia, ma si ripete in un certo numero di paesi europei. La crisi, che avrebbe dovuto fornire un terreno fertile allo sviluppo di forze realmente di sinistra, visto che non è più possibile definire di sinistra il "Partito Socialista" (anche se gli attivisti di sinistra ancora possono illudersi), favorisce invece i partiti di destra o populisti (pensiamo al M5S di Beppe Grillo in Italia). 

Tra le risposte fornite nel libro, due mi sembrano essere fondamentalmente corrette: la visione di un 'antifascismo' che confonde i generi e le epoche e impedisce di ragionare e, soprattutto, la negazione del sentimento nazionale. L’ho detto pubblicamente a un giornalista di Le Monde parecchi anni fa, parafrasando Lenin: l'odio per la propria nazione è l'internazionalismo degli imbecilli. In un certo senso, questo dice tutto. L’ossessione di 'rivivere gli anni trenta' porta alcuni sconsiderati a rifiutarsi di dire pubblicamente le cose che pensano, per timore di essere assimilati al Front National, che essi equiparano —molto scorrettamente— al NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori). 

Ciò li conduce, in fasi successive, a respingere l'idea di Nazione con il pretesto che essa potrebbe dar luogo al nazionalismo. Ci chiediamo allora perché queste persone coraggiose ancora prendono il treno (il treno era uno degli elementi cruciali del genocidio commesso dai nazisti) o l'aereo, che è stato usato per lanciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. In breve, si può rimanere sorpresi di fronte a questa prevenzione verso ciò che è, nonostante tutto, una realtà, come lo sono i treni e gli aerei. A meno che il comfort personale non abbia la priorità, naturalmente, sulla coerenza e la logica del ragionamento... Non dovremmo confondere i periodi storici! Il ragionamento di Aurélien Bernier qui è chiaro e perfettamente convincente.

Il libro è organizzato in un'introduzione, davvero appassionante e che pone appunto le questioni principali, e in due parti che si occupano, una della storia del successo elettorale del Front National (1984-2012) e della crisi della sinistra radicale, e l’altra di quello che l'autore chiama i "tre tabù" della sinistra: il tabù protezionista, il tabù europeo e il tabù della sovranità nazionale e popolare. 
C'è una progressione dallo strumento (il protezionismo) verso una nozione fondamentale (la Nazione). Egli conclude quindi parlando delle nuove tendenze politiche, ciò che chiama il neo-riformismo e i neo-rivoluzionari e fa della questione delle istituzioni europee (la UE), come uno dei punti chiave di queste nuove tendenze. Il libro si conclude con due appendici, una dedicata alla "cronaca di una rinuncia", che porta a un'analisi delle posizioni del Partito Comunista Francese dal 1997 al 1999, e l'altra dedicata all'analisi dei risultati elettorali comparati del Front National e della sinistra radicale (oramai la sola vera sinistra rimasta in Francia). 
Philippe Poutou, candidato del Nuovo Partito Anticapitalista alle presidenziali 2012
La seconda appendice è di gran lunga la più interessante, perché mostra l'evoluzione di questi risultati, e come il voto per il Front National stia perdendo la sua dimensione di pura protesta e diventando gradualmente un voto di adesione. Ma mancano dei dati per completare questa dimostrazione, perché il punto veramente sorprendente nell'evoluzione dei risultati elettorali del Front National è la loro evoluzione geografica. E bisogna anche fare un confronto con le regioni devastate dalla disoccupazione [1]. Anche la prima appendice è interessante, ma troppo descrittiva. In realtà manca il punto: come il Partito Comunista Francese, un partito che non ha mai compiuto un’analisi sostanziale dello stalinismo e del sovietismo, si sia allineato all’europeismo. 
Aurélien Bernier suggerisce che questo allineamento sia stato in gran parte opportunistico, ma non è affatto certo. Il legame consustanziale del CPF con un'ideologia totalizzante ha favorito questo riallineamento con un'altra ideologia totalizzante, poiché l’europeismo, va detto chiaro e forte, è un'ideologia totalizzante che può dar luogo a delle pratiche totalitarie. 



Da questo punto di vista, alcune analisi fatte dagli autori del libro curato da Cédric Durand, En finir avec l’Europe, libro che abbiamo presentato su questo sito [2], sono sicuramente più illuminanti. Pensare che ci fosse un PCF "buono" prima del 1997 e uno "cattivo" dopo il 1999 è profondamente fuorviante. Significa dimenticare l'effetto repressivo esercitato dal PCF sotto la direzione di Georges Marchais su gran parte della sinistra, spingendola tra le braccia di un socialismo dubbio. Significa dimenticare che la chiusura ideologica, la sterilità del dibattito intellettuale, hanno in gran parte preparato il terreno al passaggio ideologico dallo stalinismo verso l’europeismo. L’incapacità e, bisogna anche dire, l’ostinato rifiuto del PCF ad una analisi reale del sovietismo e dello stalinismo dagli anni '80 e anche degli anni '70, ha significato la sua fine come partito di massa.

Le origini del neo-liberismo
La candidata di Lutte Ouvriere alle presidenziali 2012


Questo ci porta agli errori ed omissioni che si possono trovare in questo libro. I meno importanti sono quelli dovuti a una scarsa conoscenza di alcuni punti. L'immagine di un Hayek "ispiratore" dell'Unione europea è totalmente falsa. Troviamo anche molti seguaci di Hayek tra gli oppositori sia dell’UE sia dell’Europa. Analogamente, il neo-liberismo, non è d’ispirazione hayekiana, ma un'evoluzione del pensiero neoclassico dopo la svolta delle aspettative razionali, sotto l'influenza di tre autori: Lucas [3], Fama [4] e Sargent [5]. Infatti, l'UE è ben più neoliberista (in particolare in campo finanziario e monetario) di quanto sia in continuità con Hayek [6]. È molto giusto insistere quindi sulla natura profondamente neoliberista dell’UE, una natura che non si lascerà modificare in profondità senza forti rotture istituzionali. Da questo punto di vista, condividiamo pienamente l'analisi svolta da Aurélien Bernier nella sua opera.

Analogamente, nel capitolo sul Tabù del protezionismo, possiamo sorprenderci del fatto che il dibattito al di fuori del Front de Gauche, o del movimento trotskista, sia appena accennato. Con l'11% dei voti alle ultime elezioni presidenziali, il Front de Gauche è tutt'altro che rappresentativo della società francese. Il ruolo di Arnaud Montebourg in questo dibattito non è nemmeno menzionato. Non posso ignorare, a seguito delle polemiche sollevate dal mio libro La Démondialisation [7] all'interno dell'estrema sinistra, che quest'ultima può essere ottusa e di una malafede più unica che rara. Ma ho sempre considerato le sue critiche come marginali e sono molto più attento alla diffusione delle idee protezionistiche nella società francese nel suo insieme. Su questo punto, il lettore avrebbe trovato utile una riflessione sui vari livelli e categorie del capitalismo francese, a seconda della loro dipendenza più o meno importante dal mercato interno o dal mercato estero.



L’analisi mancante sulla natura del Front National


Queste critiche e commenti sono di poco peso. Esse non tolgono nulla all'interesse e all'importanza del libro. D'altra parte, c'è una mancanza nel libro che lo squilibra e lo priva della forza di convinzione che potrebbe avere: è un'analisi dell'evoluzione del Front National. Quella che manca non è un'analisi dei risultati elettorali. Quella è presente, come abbiamo avuto l'opportunità di mostrare qui sopra. Ma una vera analisi della natura sociale e ideologica del Front National, analisi che —insieme a quella dei tabù della sinistra reale— è l’unica in grado di fornire una risposta alla domanda con cui si apre il libro. Ripetutamente Aurélien Bernier utilizza il termine "Nazionalsocialista" per riferirsi alla nuova linea del Front National [8]

Lo dico molto chiaramente, questa reductio ad Hitlerum di Marine Le Pen è inutile, disarma la critica autentica, ed è davvero stupida dal punto di vista adottato da Aurélien Bernier nel suo libro, che è quello di una critica a coloro che si atteggiano da antifascisti. Questo introduce anche una formidabile incoerenza nel libro. La dialettica sulla natura sociale del Front National, la sua ideologia e i suoi argomenti, dovrebbe quindi essere studiata.

Un partito che sta prendendo piede nella classe operaia (dove è ormai il primo partito), negli strati più popolari, è portato a produrre nuovi argomenti. Questo va a cozzare con le rappresentazioni comuni di una parte dell'apparato di partito. A questo riguardo sarà interessante analizzare quale sarà l'ideologia spontanea dei giovani quadri del partito, reclutati dal 2010/2011, che il Front National intende promuovere. Le tensioni che ne possono risultare possono affondare il Front National, conducendolo a una scissione, oppure farlo evolvere in qualcosa di completamente nuovo. E' proprio perché non siamo nel 1930, e su questo concordiamo interamente con Aurélien Bernier, che non possiamo sapere cosa diventerà il Front National. Ma quel che è sicuro, è che non è nel passato che troveremo la risposta a questa domanda.

Il problema della sovranità
Rimane un problema aperto: il ruolo della sovranità nazionale. Aurélien Bernier tende, su questo punto, a non vedere in questo concetto nient'altro che il prodotto della rivoluzione del 1789 [9]. Questo dipende dal fatto che non ha nessuna teoria sull'origine delle istituzioni. Non a caso il capitolo che dedica a questo problema è quello che meno mantiene le sue promesse. Ci aspettavamo una riflessione sull'origine delle prevenzioni di una parte della sinistra verso il concetto di sovranità nazionale. Invece troviamo solo un'analisi delle più piatte di argomenti strumentali. Tuttavia, questo problema è fondamentale. Perché senza sovranità non c'è alcuna legittimità e la legittimità precede la legalità (questo è un punto importante nelle nostre relazioni con l'Unione Europea). E’ sulla sovranità che, in situazioni di emergenza, si fonda il diritto, e non viceversa. E poi, perché la creazione di un quadro nazionale, non tanto geografico, quanto politico, è ben precedente al 1789. D'altronde su questo punto ho avuto un acceso dibattito anche con Alexis Corbières del Front de Gauche.

Non possiamo comprendere la doppia minaccia costantemente in atto contro la Nazione, all'esterno e all'interno, se dimentichiamo che al momento della sua formazione lo Stato-Nazione si è affermato sia nei confronti dei micro-stati (le signorie), sia nei confronti del potere trans-nazionale, quello del Papato. Da questo punto di vista, i cinquant’anni che precedono la Guerra dei 100 anni costituiscono l’ingresso nella modernità della Nazione francese. Analogamente, il compromesso cui si arriva alla fine delle guerre di religione, compromesso la cui reale natura è espressa nell'opera postuma di Jean Bodin, l'Heptaplomeres, è il fondamento dei nostri attuali principi di democrazia laica. A questo proposito, l'attacco alla sovranità di Jean-Pierre Chevènement [10] (un termine che d'altra parte quest'ultimo rifiuta) non è solo assurdo ma, anche qui, intellettualmente e politicamente stupido. La sovranità è la base della democrazia.

È un peccato che questi errori e queste lacune tolgano forza a un'opera importante in questa battaglia, che ormai si preannuncia capitale, quella delle elezioni europee della primavera 2014. Perché questo libro pone delle questioni chiave, e quindi si dovrà aprire un dibattito».

NOTE

[1] Vedere per esempio « Deux Cartes », post pubblicato su RussEurope, 30 dicembre 2013,http://russeurope.hypotheses.org/1880
[2] Vedere, « Europe : un livre, un sondage », post pubblicato su RussEurope, 16 Maggio 2013,http://russeurope.hypotheses.org/1237
[3] Lucas, R.E., Studies in Business-Cycle Theory, Cambridge (Mass.): MIT Press, 1981. Idem, con Sargent T.J, Rational Expectations and Econometric Practice, vol.1, 1981, 5th printing, Minneapolis: University of Minnesota Press.
[4] Fama, E., Eugène Fama, « The behavior of stock Market Prices », Journal of Business, Vol. 38, n°1, pp. 34-105, 1965. Fama, Eugene F. (September/October 1965). “Random Walks In Stock Market Prices”. Financial Analysts Journal Vol. 21 (N°5), pp. 55–59.
[5] Sargent, T.J., « Estimation of dynamic labor demand schedules under rational expectations », Journal of Political Economy, 86, p. 1009-1044, 1978.
[6] Sapir J., Les Trous Noirs de la science Économique, Albin Michel, Paris, 2000.
[7] Sapir, J., La Démondialisation, Paris, Le Seuil, 2011.
[8] Bernier A., La Gauche radicale et ses tabous, Le Seuil, Paris, 2014, p. 16.
[9] Bernier A., Op.cit, p. 18.
[10] Bernier A., Op.cit., p. 130.

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8 commenti:

  • Anonimo scrive:
    9 gennaio 2014 18:43

    La Sinistra in genere è soggetta all'osservanza dogmatica dell'internazionalismo fondamentalista di tipo trotzkista e di conseguenza osserva "religiosamente" (direi superstiziosamente) un'avversione indirimibile per il concetto di Nazione facendone un vero e proprio tabù. Si tratta forse di un'aporia implicita nel concetto stesso di sinistra?
    A mio parere no.
    Chiediamoci: Stalin era di sinistra?
    E' da aspettarsi giustamente un coro quasi unanime di "sìììì!!!!. Però a Stalin non fu molto simpatico Trotzky. E perché?
    Stalin era un genio politico e vedeva il fenomeno storico che stava vivendo e interpretandolo con una acutezza ed una profondità tipici di un'intelligenza che precorre i tempi, di tipo profetico direi. Stalin probabilmente vedeva in prospettiva la conclusione del processo di trasformazione planetaria iniziato con l'instaurazione dello stato socialista nell'URSS. Questo processo, ad oltre mezzo secolo dal suo assassinio, si sta concludendo con l'era atroce che stiamo vivendo, cioè con la fine della LIBERTA', della Fratellanza e dell'uguaglianza. Si accorse che la rivoluzione comunista era solo un cavallo di Troia per realizzare una spaventevole dittatura mondiale mirante all'asservimento totale ed infine al genocidio selettivo degli schiavizzati.

  • Anonimo scrive:
    10 gennaio 2014 00:06

    "La sovranità è la base della democrazia."
    E il perché è presto detto: senza sovranità non sussiste la libertà.
    E non sussiste la libertà perché essa non può esistere senza autonomia e indipendenza, condizioni sine qua non della sovranità.

  • Anonimo scrive:
    10 gennaio 2014 13:54

    anonimo 18.43,
    mi sa che hai scambiato trotzky con stalin, spero non sia un lapsus freudiano :))

    secondo me la gente si butta a dx perchè non sopporta molti tabù e parole d'ordine dell'estrema sx che non c'entrano col problema nazionalismo/internazionalismo. ad esempio la fissa che i problemi debbano essere risolti espropriando qualcuno, dimenticando che oggi in occidente, tranne qualche barbone, siamo tutti proprietari di qualcosa oltre la forza-lavoro e quindi non più proletari.
    antonio.

  • Anonimo scrive:
    10 gennaio 2014 20:17

    SONO DI SINISTRA FIN DENTRO LE PALLE EPPUREA SE FOSSI IN FRANCIA VOTEREI LE PEN! SULLA POLITICA ECONOMICA SONO IN PIENA SINTONIA CON IL SUO PENSIERO. IN ITALIA, SE FALIISCE IL M5S, COME SOSTENUTO SEMPRE DA GRILLO, SFONDERA' LA DESTRA ESTREMA, VISTO CHE LA SINISTRA NON ESITE PIù. INFATTI ORA CI SONO SOLO DUE DESTRE, QUELLA ULTRALIBERISTA RAPPRESENTATA DAL PARTITO DEMOCRATICO E QUELLA PIU' MODERATA RAPPRESENTATA DAL PDL. QUESTO E' IL PARADOSSO ITALIANA. CHE BELLEZZA.

  • Anonimo scrive:
    11 gennaio 2014 13:15

    Certo che c'è una confusione totale sul concetto di "proletario" o "proprietà" di Marx, malafede o ignoranza, o uno o l'altra il risultato non cambia.
    Mancano le basi minime e non si andrà da nessuna parte senza le basi.
    La "proprietà" di cui parla Marx non è la proprietà della casa o dello smartphone.
    La proprietà di cui parla il barbuto di Treviri è la proprietà dei mezzi di produzione unita al capitale.
    La stragrande maggioranza della popolazione mondiale è proletaria in questo senso.
    Non va bene la parola perché non è più cool? Beh, ma il fatto nudo e crudo rimane nonostante tutte le chiacchere di moda oggi.
    Tutto il resto è immondizia ideologica che in teoria non andrebbe bene nemmeno per il riciclo. Però siamo in un periodo in cui la monnezza ideologica ha valore, quindi è spiegato l'andazzo generale, non è che si debbano fare dei dibattiti particolari.
    Saluti,
    Carlo.
    P.S.: immagino che quando qualcuno parla di proprietà parla della casa, perché altrimenti non si capisce di cosa stia parlando. E non tutti sono proprietari della casa nel belpaese, e in altri paesi sotto certi punti di vista più civili e sviluppati dell'Italia ci sono meno proprietari da questo punto di vista, ma vivono in un situazione migliore di molti proprietari proletari che vivono qui.

  • Anonimo scrive:
    11 gennaio 2014 17:14

    carlo,
    no, io intendo anche la proprietà di mezzi di produzione. ad esempio:
    - 2e/3e case che si affittano (conosco mooooooolti compagni "proletari rivoluzionari" che affittano case e non fanno una sega, in barba al "valore-lavoro")
    - c/c in banca con risparmi
    - aziende, anche piccole, individuali, familiari (le p.iva in italia sono 4.5mln, 20% di tutta la forza lavoro).
    quando sommi questi 3 fattori ottieni che di marxianamente proletari in italia ci sono i barboni e qualche raccoglitore di pomodori ghanese (manco tutti).
    comunque, continuate a pensarla come la pensate che la gente si butta a destra in barba al vostro inalberarvi scandalizzati.
    se marx fosse qui oggi direbbe le stesse cose che dico io, se era sinceramente materialista.
    l'ideologia è solo una sovrastruttura delle condizioni economiche, o no?
    antonio.

  • Anonimo scrive:
    12 gennaio 2014 16:00

    Antonio, vediamo un pò.
    Valore-Lavoro non ha molto senso.
    Il lavoro non è valore ma creatore di valore. Le cose sono quindi un pò diverse.
    La casa che si affitta è un mezzo di produzione?
    La casa che si affitta è semplicemente una merce.
    E vediamo pure i mezzi di produzione.
    Per esempio, io sono idraulico, ho la mia chiave inglese per fare il mio lavoro, ho quindi il mio mezzo di produzione, allora sarei un capitalista perché ho la chiave inglese per lavorare, perché possiedo un mezzo di produzione?
    Copio/incollo da un altro sito perché riassume le cose in maniera chiara:
    Il capitalista non è tale perché è ricco, non diventa tale solo e semplicemente perché acquista i mezzi di produzione dei quali diventa proprietario, bensì perché trasforma i mezzi di produzione in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. E non basta ancora, perché per perpetuarsi il capitalista non solo deve assoggettare il lavoro altrui, ma deve mostrare il suo istinto vitale, cioè l’istinto di valorizzare il proprio capitale. Se il valore anticipato non si valorizza, il suo denaro non si è trasformato in capitale. Come capitalista egli è soltanto capitale personificato, la sua anima è l’anima del capitale. Il capitale per essere tale deve scambiarsi con lavoro e questo deve valorizzare il capitale
    .
    Quindi la maggioranza della popolazione non è fatta da capitalisti, qui e altrove.
    Per quanto riguarda la situazione italiana, il fatto che ci sia molta piccola impresa da sempre è anche il fatto che è un paese che non è mai maturato capitalisticamente, in Europa paesi come GB, Germania e altri hanno molto meno lavoro indipendente che da noi (dati Istat). Andiamo a vedere dove c'è molto lavoro autonomo in percentuale, Italia, Grecia, Spagna, paesi appunto più arretrati da questo punto di vista. In Italia è il Sud la zona che ha più lavoro autonomo, ma il Sud comunque è molto meno dinamico del Nord.
    Saluti,
    Carlo.

  • Anonimo scrive:
    19 gennaio 2014 17:40

    Demetrio
    Senza una sovranità propria, gli aggregati umani non sono Stati, ma province i cui atti (leggi) sono legittimati solamente da una situazione di imperio cogente esercitato da parte di chi detiene il potere politico e/o economico, oggi in sede anche soprannazionale . La sinistra ha una avversione si potrebbe dire naturale per il concetto di nazione sovrana perché tendenzialmente anarchica soprattutto per ragioni di legittima difesa e di sopravvivenza dato che, tradizionalmente, chi detiene il potere ha l'inestirpabile tendenza a prevaricare sul popolo al fine di sfruttarlo impadronendosi del valore aggiunto proveniente dal suo lavoro. Questa propensione a far pagare caro al popolo lavoratore la sua tensione a rimanere a questo mondo purtroppo lavorando come una torma di animali viene adottata pure da classi che formano gli strati più alti della piramide sociale e che, ovviamente, sostengono il potere "costituito" in molti modi traendone vantaggi e privilegi anche a danno della Comunità.
    La conclusione è che una nazione, se vuole esercitare la sovranità nell'ambito dei suo territorio senza che il Popolo venga oppresso e sfruttato, a sempre che non si sia in regime internazionale "socialista", deve essere nazionalsocialista. Chavez, Castro, Tito, Gheddafi, , la Cina popolare lo stesso Saddam e altre nazioni erano sono tali.

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