giovedì 31 ottobre 2013

DICOTOMIA DESTRA-SINISTRA: TRAMONTO O ECLISSI? di Moreno Pasquinelli

31 ottobre. Occorre sempre distinguere, nella sfera delle idee, ciò che è caduco da ciò che è invece imperituro. I tempi lunghi della storia hanno sempre condannato all’oblio le concezioni che rivelano di non avere sostanza veritativa, che non poggiano cioè né su sicure basi etico-politiche, né su fondamenta storico-sociali. Essendo di quest’ultima specie la sorte dell’idea secondo cui sarebbe finita l’antitesi destra-sinistra si è dimostrata una teoria di piccolo cabotaggio.

La fine del postmodernismo

Essa non venne al mondo bell’e fatta, ma dopo un lungo travaglio. Si doveva bonificare il terreno, sradicare la "malapianta" del marxismo. Furono i filosofi francesi post-strutturalisti coloro che fecero la gran parte del lavoro. Incarnando il desiderio delle classi dominanti di rimuovere i “terribili” anni ’70, postularono che l’epoca della “modernità” si fosse chiusa, che si era oramai entrati in quella della “postmodernità”. In altre parole che le società occidentali non erano più capitalistiche ma strane amebe “post-borghesi”. Una visione che ebbe pieno corso negli anni ’80 del secolo scorso, per poi dilagare negli anni ‘90.

Qual era il cuore di questa visione? Che col tramonto dell’epoca delle contrapposizioni di classe moriva ogni progetto di trasformazione rivoluzionaria della società, che deperiva l’ordine simbolico che aveva strutturato l’immaginario collettivo novecentesco. Quindi i funerali del comunismo, liquidato come desueta “grande narrazione” utopistica.


Alla domanda se questa visione avesse qualche ragionevole consistenza la risposta è: certamente sì. 
Dopo il decennio rivoluzionario dei ’70 il sistema capitalistico occidentale conobbe un durevole periodo di pacificazione e di stabilizzazione. L’avanzata del movimento operaio e rivoluzionario si arrestò, dilagò il fenomeno della cetomedizzazione di vasti strati di proletariato, il grosso delle sinistre politiche, da espressione per quanto riformistica della spinta emancipativa operaia dal lavoro salariato, divennero forma di istanze opposte, quelle all’imborghesimento. Eccetto lodevoli sacche di resistenza, esse subirono una trasformazione sostanziale: la loro identità non era più ancorata all’obbiettivo di abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e quindi delle classi, ma alla difesa e alla conquista di nuovi e variopinti diritti civili. Per cui la dicotomia sinistra-destra non aveva più altri contenuti se non quelli ideal-tipici dei valori etici, la cui cifra stava sulla retta sbilenca ai cui poli stavano il “progresso” e la “conservazione”.

Il crollo del Muro di Berlino (1989) e la dissoluzione dell’URSS (1991), segnando l’epitaffio dei tentativi di fuoriuscita dal capitalismo, consolidarono la fascinazione narrativa del discorso sulla fine della tradizionale dicotomia destra-sinistra, che divenne così un vero e proprio mantra, un segno distintivo del pensiero unico liberal-progressista. Grandi apparati culturali e mediatici lavorarono alacremente affinché questa pappetta diventasse “senso comune”.

E qui ci spieghiamo come mai accadde che anche pensatori eretici, provenienti sia dall’estrema sinistra che dalla barricata opposta, caddero nella trappola, fecero loro il concetto, lo trasformarono anzi in una bandiera, teorizzando addirittura, di contro al partito-unico-politicamente-corretto, il sodalizio politico del “pensiero radicale oltre la destra oltre la sinistra”. Tentativo condannato alla sterilità ma che fece gridare allo scandalo del “rosso-brunismo” le anime belle della sinistra borghese. II limite fatale di questi pensatori stava proprio nel manico, nel fatto che essi, prendendo il pacco della morte della “grande narrazione marxista” si son tenuti anche il suo contenuto, quello della fine del conflitto antagonista e di ogni idea di emancipazione rivoluzionaria dal capitalismo.

Il filosofo che in Italia si fece araldo di questo discorso e lo portò alle estreme conseguenze è stato Costanzo Preve, che scriveva:
Costanzo Preve e Diego Fusaro
«Quando l’opposizione fra Destra e Sinistra nacque alla fine del Settecento in Francia, e quando poi si sviluppò e si allargò nell’Ottocento e nel Novecento nel mondo intero, vero e proprio esempio di globalizzazione ideologica che accompagnava una contestuale globalizzazione economica capitalistica, questa opposizione rispecchiava divisioni storiche reali, e strutturava un campo politico di conflitti nel nuovo modo orizzontale che sostituiva il vecchio modo verticale tipico dei conflitti di tipo precapitalistico, signorile e feudale. Alla verticalità del vecchio campo simbolico religioso si sostituiva l’orizzontalità del nuovo campo simbolico politico. La politica sostituiva progressivamente la religione nell’espressività individuale e collettiva dei conflitti sociali. Tuttavia, nel corso degli ultimi duecento anni, a causa soprattutto dell’integrazione culturale negli apparati ideologici e politici della classe dominante, in un primo tempo borghese-capitalistica e poi oggi semplicemente capitalistica (e post-borghese), l’opposizione fra Destra e Sinistra ha smesso di descrivere un conflitto sociale reale, ed ha cominciato a funzionare come protesi artificiale di strutturazione simbolica di un conflitto controllato e manipolato. In proposito, mi permetto di rimandare ad un mio breve scritto in cui questo fondamentale problema è trattato in modo più sistematico». [1] 
Sono oramai trent’anni (un bell’arco di tempo) che si chiacchiera della fine della dicotomia, ma da nessuna parte sono sorti, né un pensiero, né un movimento politico anti-sistemici, che siano stati capaci di andare "oltre" la destra e la sinistra —a meno di non credere alla battute di Sgarbi,  alla autorappresentazione confusionaria di Beppe Grillo, o di farsi abbindolare dalla novella Giovanna D'Arco di Marine Le Pen. E non sarà un caso se dopo trent’anni di cupio dissolvi dell’eredità del novecento, tutta la comunicazione verbale e segnica, per quanto in maniera deviata, non riesca a prescindere da questa polarità, che dimostra una vitalità irriducibile. 

Il tentativo di sradicare l’eredità del "secolo breve", di far diventare “senso comune” la nuova ideologia “oltre la destra oltre la sinistra”, non ha scavato così a fondo. Resta pressoché intatta, nel’inconscio, come in larga parte dell’immaginario collettivo, l’idea che di sinistra è chi difende i diritti degli sfuttati e degli oppressi e immagina una società egualitaria, mentre di destra è chi sta dalla parte dei ricchi e difende la divisione in classi della società. Lo stesso Preve, al netto della “fine della dicotomia”, non può che confermalo. [2]

Ideologia e rapporti sociali

Che un postulato esprima processi sociali reali non è sufficiente affinché questo sia vero. Il fatto è che quello sulla fine della dicotomia, presentandosi appunto come paradigma teorico, presumeva che i fenomeni di cui era riflesso nella sfera ideologica, fossero definitivi e irreversibili —essi invece non lo erano, di qui la portata necessariamente transitoria di quel postulato.

Il capitalismo occidentale, per ragioni che esulano adesso dal nostro campo d’indagine, è entrato, almeno dal collasso finanziario del 2008, dentro una crisi storico-sistemica di lunga durata. La fase della stabilizzazione è finita e siamo entrati in quella di sconquassi a catena. L’apparenza che fossimo entrati in una società post-capitalista e post-borghese, che la storia fosse finita, che la lotta di classe fosse un ricordo di tempi andati, ha lasciato tracce ma sta esaurendo la sua forza espansiva. Dalla crisi il capitalismo occidentale non potrà infatti uscire senza produrre un pauperismo generalizzato, senza strappare al lavoro salariato tutti i privilegi che l’avevano corrotto, senza quindi mezze misure e forse anche preparandosi ad un’epoca di vere e proprie guerre civili e nuovi conflitti nazionali.

Entriamo in un periodo di tempeste sociali, in cui nuove generazioni proletarie, pur prive di memoria storica, saranno obbligate a guardarsi allo specchio inorridite e quindi a riacquisire coscienza dei loro propri interessi, a combattere per non precipitare nella schiavitù, e quindi tenute ad immaginare un mondo in cui si produca e si viva per il comune benessere, e non invece per valorizzare il capitale e i fasti di un’ esigua classe sociale milionaria.



Che il marxismo debba essere depurato dalle sue aporie e dal suo messianismo; che sia necessario riformulare un pensiero rivoluzionario; che debba essere ricostruita e forgiata nel conflitto una nuova idea di socialismo; tutto questo è certo. Ma allora è anche certo che lo scontro tra le classi fondamentali farà a pezzi tutti gli effimeri travestimenti e si rappresenterà nuovamente nelle forme polari di sinistra e destra. Poiché, al di là di tutte le fumisterie concettuali, i concetti di sinistra e destra non sono che l’espressione simbolico-politica della lotta irriducibile tra le classi, lotta che risorgerà dopo che era stata temporaneamente soppressa.

Il fatto che questo proletariato nascente, figlio della tempesta storica, riesca finalmente ad avere la gramsciana capacità di fungere da “guida morale e spirituale” del popolo, ovvero di essere la forza motrice di un mutamento sistemico e di universale emancipazione, questo non è predeterminato, dipende da diversi fattori sociali e politici; ma ciò ha poco a che vedere con la opposizione tra le classi, motore del divenire storico, da cui la dicotomia inequivocabilmente scaturisce.

Terzocampismo e sovranismo

E’ un fatto tuttavia che dopo un periodo d’inabissamento il pensiero terzocampista della fine della dicotomia sembra conoscere un momento di gloria. 

Il terreno su cui rifiorisce è concimato dalla tendenza all’implosione dell’Unione europea e della moneta unica. La percezione che il nostro paese viva una catastrofe di portata storica, che l’uscita dalla gabbia eurista sia la precondizione per la salvezza, si è diffusa velocemente, se non tra le larghe masse, negli ambienti del ceto medio e dell’intellighentia che hanno ripreso coscienza dopo il lungo letargo occuopaato dalla pantomima berlusconismo-anti-berlusconismo. Si tratta di migliaia di cittadini provenienti da diverse sponde politiche, ma il più dei quali viene proprio dall’implosione del blocco sociale berlusconiano, mondo dal quale si portano appresso non pochi pregiudizi anticomunisti.

Non abbiamo nulla contro i berlusconiani e contro i fascisti che
che hanno compreso la truffa liberista dell’euro e che si sono pentiti del loro peccato originale. E’ un brutto spettacolo che ci siano diversi preti i quali, pur di assolverli e di rimuovere il loro intimo senso di colpa, assecondino la loro falsa coscienza facendo del superamento dell’antitesi destra sinistra addirittura una vera e propria teologia.  Pur di consolarli tali intellettuali giungono a dimenticare il fatto storico inoppugnabile che l’Unione e l’euro sono figli di un progetto strategico NATO a destra e cresciuto imperialistico. Usano l’alibi della tarda conversione europeista della sinistra sistemica per nascondere il fatto che quella stessa sinistra, quando era tale, si è sempre opposta a quel disegno. Non è ammissibile che, allo scopo di lisciare il pelo a chi fino a ieri inneggiava alla magnifiche e progressive sorti del capitalismo, tali pastori si prestino all’operazione di far credere che la sinistra sia tutta eurista. Questo è davvero troppo, sintomo di una sfrontata disonestà intellettuale.

Sta di fatto che da un paio d’anni è tutto uno sbocciare (vivaddio!) di voci che inneggiano contro il regime dell’euro e alla riconquista della sovranità nazionale perduta. Fin qui tutto bene. Il fatto è che la richiesta sensata di una lotta unitaria contro il comune nemico del blocco bipolare eurista viene agganciata al discorso sulla “estinta dicotomia destra-sinistra”.

Questa visione delle cose ha vari interpreti, tra questi Diego Fusaro, che così ha recentemente espresso questa fisima: 

«Auspico la creazione di un nuovo aggregato politico che sappia spingersi al di là della vecchia dicotomia destra-sinistra...bisogna organizzare in forma unitaria tutte le forze sovraniste...uniti si vince, divisi si perde...bisogna fare astrazione dalle differenze che ci sono, dalle appartenenze politiche....perchè siamo davanti ad un incendio che bisogna spegnere...e chiedere la carta di identità dei pompieri è esiziale». [3] 
L’unione fa la forza: un appello di un buon senso disarmante. Il fatto è che nella sfera politica il “buon senso” ha il fiato corto. 
Non ci è chiaro se Fusaro abbia in testa la fondazione di un vero e proprio partito, se parli di un fronte basato su una comune piattaforma programmatica per il governo del paese, o se alluda a quello che, per semplificare, potremmo chiamare Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Ci sono non solo indizi ma "pistole fumanti" che alcuni intendono per “aggregato” un vero e proprio “partito sovranista”. Pur non confondendo quest’idea con la tesi scandalosamente fatalistica e politicamente vergognosa di Alberto Bagnai —secondo cui “saranno le persone sbagliate a fare la scelta giusta”, ovvero che non ci resterebbe che dare una mano alle élite di destra a farci uscire dal regime dell’euro—, noi la riteniamo una colossale sciocchezza.


Il “sovranismo” è un concetto non solo polisemico, è astratto. Pensare di fondarci sopra un partito è come volerne fare uno sulla “democrazia”, sulla "giustizia" o sulla “libertà”. Vent’anni di berlusconismo e antiberlusconismo hanno lasciato il segno, di qui l’idea che si possano fondare partiti sulla fuffa, privi di una visione del mondo, protesi di élite volontariste e narcisiste.

Qual è l’esempio di paese sovrano per eccellenza che viene in mente a voi? A noi gli Stati Uniti. Il “sovranismo” si può sposare infatti con almeno tre opposti modelli sociali: il primo è appunto quello imperialista-liberista, il secondo quello autarchico (che ha diverse varianti), il terzo quello socialista e internazionalista.

E’ quindi autoevidente che si può uscire dall’euro in diverse e opposte maniere. E da che dipende la natura politica dell’uscita? Dipende dal blocco sociale che lo guida, dipende dall’idea di società che lo muove.

Non coniughiamo sovranità e socialismo per capriccio, lo facciamo a ragion veduta, perché pensiamo che un paese che voglia essere sovrano senza lasciar per strada la democrazia e giustizia sociale, non deve sganciarsi solo dall’euro ma anche dal capitalismo-casinò, ovvero dalla morsa dei colossi finanziari imperialistici. Sappiamo bene che il socialismo è un punto d’arrivo che implica una lunga transizione. Quel che diciamo è che occorre sì uscire dall’euro ma avendo come fine lo sganciamento e la fondazione di una società che non affidi tutto al mercato, il cui motore non sia più la caccia al profitto.

Su questa strada è non solo possibile ma auspicabile un fronte ampio che mobiliti diverse forze sociali e politiche democratiche, sulla base di una piattaforma comune che metta al centro gli interessi e i bisogni del popolo lavoratore e che, attraverso una sollevazione generale, conduca alla nascita di un governo che guidi la fuoriuscita dal regime dell’euro. Questa è quella che chiamiamo “uscita da sinistra”, di contro alla “uscita da destra”, nelle sue due varianti principali possibili, la liberista e la lepenista.

Se abbiamo ragione, se diavolo e Acqua Santa non possono stare assieme, vedrete che noi avremo non uno, ma due fronti o blocchi sovranisti anti-euro. I terzocampisti si mettano l’anima in pace, questi blocchi saranno infatti percepiti dal senso comune, e quindi etichettati, uno come di sinistra e l’altro di destra. Essi marceranno in modo separato. Che possano coalizzarsi contro il nemico comune dipenderà dalle circostanze, se davvero precipiteremo in uno stato di sudditanza neocoloniale.

Qui entra in gioco il discorso sul CLN, questo si un "aggregato", necessariamente temporaneo, tra forze e blocchi sociali e politici non solo diversi ma opposti, che quindi, una volta ottenuta la “liberazione nazionale”, non potrebbe che sciogliersi, poiché ci sarebbe chi andrà al governo e chi all’opposizione.


Siamo forse in una situazione del tipo di quella della seconda guerra? Forse che lo strapotere odierno della Germania è paragonabile all’occupazione militare nazista?

E’ certo che la battaglia per evitare l’abisso ha una dimensione nazionale ma affermare che il nostro Paese sia già ridotto ad una sudditanza di tipo coloniale è una semplificazione fuorviante, anzi una mistificazione. Il nemico fondamentale non sta solo oltre le Alpi, lo abbiamo dentro casa, ed è costituito dai settori dominanti della borghesia italiota che non sono mere cinghie di trasmissione della dittatura eurista, che sono parte integrante del regime di oppressione.

Ove la crisi conoscesse un’ulteriore avvitamento, ove i funzionari politici italiani facessero definitivo fallimento, ove quindi la troika imponesse davvero un regime dispotico di protettorato in stile coloniale; ove questo accadesse la fondazione di un CLN sarebbe non solo plausibile ma un atto storicamente necessario.

Non siamo ancora a questo punto. Il punto, adesso, è battere il regime politico e quindi le sue due gambe, del centro-sinistra e del centro-destra. Lo si può battere se daremo finalmente vita ad un fronte popolare che si candidi alla guida del Paese. E per guidare il Paese occorre un fronte, ampio sì, ma che abbia un chiaro e forte programma di governo articolato in poche e grandi trasformazioni sociali. [4] E’ su questo terreno che i sovranisti debbono provare la consistenza del loro accordo, e così lottare per ottenere un consenso di massa senza il quale non ci potrà essere vittoria.


Note

[1] "Comunitarismo". Torino, 5 settembre 2001. cfr. C. Preve, "Destra e Sinistra", Editrice CRT, Pistoia, 1998).

[2] «Benché resti convinto del sostanziale esaurimento storico di questa polarità simbolico-politica, vorrei comunque segnalare due cautele metodologiche da tenere presenti per una migliore comprensione del problema. In primo luogo, non bisogna dimenticare che di fatto oggi la stragrande maggioranza delle prese di coscienza individuali e collettive del conflitto politico avviene (a mio avviso purtroppo, non per fortuna) sul terreno ideologico della polarità Destra/Sinistra. Il fatto che questa polarità sia quasi sempre artificiale e manipolata da apparati intellettuali interni al sistema di dominio non cambia il dato storico della situazione, per cui appunto ancora oggi la dicotomia funziona ancora da quadro genetico-psicologico per la simbolizzazione del conflitto politico. In proposito, non è sufficiente "smascherare" il carattere illusorio e manipolato della dicotomia, perché questo smascheramento non incide concretamente nella situazione, ma bisogna lavorare per una nuova e credibile teoria politica complessiva. In secondo luogo, è bene ricordare che l’esaurimento della dicotomia Destra/Sinistra riguarda soltanto i paesi centrali del dominio mondiale imperialistico (come USA, Inghilterra, Francia, Germania e Italia), mentre nei paesi dominati o minacciati dall’imperialismo (dalla Palestina alla Colombia, da Cuba alla Turchia), questa polarità continua a rispecchiare conflitti reali, ed è dunque ancora politicamente e culturalmente espressiva». Ibidem 
[3] Dall'intervento di Diego Fusaro al convegno di A/simmetrie. Pescara 26/10/13. Vedi anche: Se il capitalismo diventa sinistra; 3 aprile 2013; Lo spiffero
[4] Fronte popolare e governo d'emergenza, del Segreria nazionale del Mpl 

Continua »

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mercoledì 30 ottobre 2013

EURO/GERMANIA: «DOPO LA MERKEL VENIAMO NOI» intervista a Bernd Lucke

30 ottobre. Grazie a Voci dalla Germania che ha tradotto in italiano e pubblicato questa importantissima intervista a Bernd Lucke (nella foto), leader di Alternative fur Deutschland (AfD). La vulgata-politicamente-corretta ci presenta AfD come un partito di reazionario di sciovinisti trinariciuti che vogliono tornare al Marco. Le cose sono alquanto più complesse, come si capirà leggendo l'intervista. AfD propugna sì l'uscita dall'euro, ma dei paesi del Sud Europa. Preciso e credibile quant'altri mai lo scenario che Lucke descrive sull'eventuale rottura dell'eurozona. Intervista importantissima poiché ci indica qual'è il recondito (e occulto per adesso) orientamento delle classi dominanti tedesche. Abbiamo sottolineato in grasseto le parti salienti dell'intervista.


D: Le elezioni sono passate, AfD non è riuscita a superare la soglia del 5%. Significa che i tedeschi stanno bene con l'Euro?

R.: in primo luogo questo significa che i cittadini non hanno ancora riconosciuto tutti i pericoli che derivano dagli eurosalvataggi. O meglio, ci mostra che il governo è riuscito a nascondere con successo questi pericoli.

D: Merkel e co. si basano su studi e sostengono che la Germania beneficia enormemente dall'Euro, dicono esattamente il contrario. Che cosa la porta a fare questa valutazione?

R: no, non credo l'economia tedesca stia soffrendo a causa dell'Euro. Io credo tuttavia che l'Europa e in particolare i paesi del sud stiano decisamente soffrendo a causa dell'Euro. La conseguenza è che l'unificazione europea, un successo fino al 1999, ora è a rischio. E cio' è evidente negli sviluppi economici della periferia: hanno perso la loro competitività e potranno ripristinarla solo facendo dei grandi aggiustamenti, interamente a spese dei lavoratori. Cio' significa che la Germania insieme ad altri paesi ancora solventi è finita in una rete molto confusa di garanzie, approvate senza il controllo dei parlamenti. E queste garanzie sono a carico dei cittadini. Sono una bomba a orologeria e nel medio periodo avranno degli effetti sul nostro benessere.

D: secondo lei, qual'è il rischio piu' grande che corre la Germania?

R: il rischio più grande al momento è naturalmente la Grecia. Il paese ha bisogno di un taglio del debito: la sostenibilità del debito greco al massimo è di 100 miliardi di Euro - al momento il debito pubblico greco ammonta ad oltre 330 miliardi di Euro. Piu' o meno tre volte cio' che è sostenibile nel lungo periodo.

D: quali sono i rischi finanziari per la Repubblica federale tedesca, se oltre alla Grecia ci fossero altri paesi a finire in ginocchio?

R: dipende dalla portata di ciò che accadrà. Il Ministero delle finanze parla di un rischio massimo di 310 miliardi di Euro, l'istituto IFO parla del doppio. La situazione può restare gestibile se c'è una svolta politica. Si potrebbe inizialmente far uscire dalla zona Euro i piccoli paesi come Cipro, la Grecia o il Portogallo e con l'esperienza maturata gestire l'uscita dei paesi piu' grandi, come Spagna e Italia. Mi preoccupa invece il fatto che il governo sul tema euro-salvataggi continui con la sua politica dell'"andiamo avanti cosi", con il rischio che un giorno all'improvviso la zona Euro crolli a causa di un evento esterno. Se fossero più paesi di grandi dimensioni ad uscire contemporaneamente dall'Euro, ci sarebbero degli sconvolgimenti. Per questo sarebbe necessario ridurre quanto prima il perimetro della zona Euro e consentire l'uscita degli stati che rappresentano il rischio maggiore.

D: quali sarebbero i costi per il contribuente tedesco in caso di un'insolvenza greca?

R: la Germania garantisce il 27% dei crediti che sono stati erogati sotto i diversi pacchetti. Ma il 27% è solo il limite più basso, perché se ci fosse un secondo stato a dichiarare insolvenza, la Germania sarebbe costretta ad assumersi una parte dei suoi impegni. Per la Grecia nel complesso sono stati erogati 280 miliardi di crediti, in parte finanziati anche dal FMI. In caso di default completo un quarto di questi costi ricadrebbero sulla Germania, circa 70 miliardi di Euro.

D: nel complesso, sulla base delle garanzie assunte, quali sono i rischi finanziari per la Germania?


R: l'Irlanda fino ad ora ha ricevuto circa 62 miliardi di Euro, a cui la Germania contribuisce per circa un terzo, diciamo 20 miliardi. Il Portogallo ha ricevuto 78 miliardi, di cui circa un terzo versati dalla Germania - sono altri 26 miliardi di Euro. A Cipro dei 17 miliardi erogati, abbiamo versato circa 6 miliardi di Euro. I titoli pubblici acquistati dalla BCE si sono in parte ridotti ma sono sempre circa 130 miliardi di Euro. L'Eurozona ha dato circa 40 miliardi di Euro alle banche spagnole, e abbiamo appena saputo che in quel paese ci sono sofferenze sui crediti nell'ordine dei 115 miliardi di Euro. Il conto finale dipenderà dal livello dell'hair-cut. Per la Grecia potrebbe essere fra il 50 e il 75%. Una parte importante di ciò che oggi garantiamo per la Grecia andrebbe perduta.

D: quando si aspetta che arrivi il taglio del debito?

R: è difficile da dire. Wolfgang Schäuble ritiene necessario un nuovo piano di aiuti per la Grecia, secondo la mia interpretazione intende posticipare ulteriormente il taglio del debito e trasferire altro denaro verso la Grecia —che in parte pagheremmo anche noi. Il taglio del debito può essere posticipato quanto vogliamo, basta erogare sempre nuovo capitale, nonostante i mercati non siano più disponibili a farlo ormai da tempo. E' difficile stimare quando nel governo prevarrà la ragione economica, e si riuscirà finalmente ad ammettere: le perdite nella ristrutturazione del debito saranno sempre più grandi, quanto più a lungo si continuerà a gettare denaro.

D: lei ha piu' volte parlato del rischio inflazione causato dalla politica di salvataggio dell'Euro. Oggi però l'Euro, con un'inflazione media inferiore al 2%, è ancora molto stabile.

R: ho solo messo in guardia da un rischio inflazione nel lungo periodo. La BCE ha acquistato titoli e ha annunciato che forse lo farà in maniera illimitata. Adesso la BCE si assicura che la massa monetaria non aumenti, perché contemporaneamente vende altri titoli. Fino ad ora non ha causato inflazione. Con un intervento illimitato della BCE - una promessa che per sua fortuna non ha ancora messo in atto - una sterilizzazione alla lunga non sarà più possibile. Anche la BCE ha una quantità limitata di titoli da utilizzare ai fini della sterilizzazione. A ciò si deve aggiungere che se la crisi debitoria dovesse finire fuori controllo, l'inflazione sarebbe nell'interesse degli stati Euro. L'inflazione è la via più comoda per ridurre il valore nominale del debito.

D: l'argomento principale degli euro-sostenitori è che l'economia dell'export tedesca ha avuto grandi benefici dall'Euro...

D: in primo luogo dobbiamo dire che la politica del governo federale non può essere guidata esclusivamente dagli interessi degli esportatori, piuttosto dagli interessi di tutto il popolo tedesco. E le conseguenze di un'uscita dei paesi del sud-Europa non sono così svantaggiose come si vorrebbe far credere.

D: e perché?

R: da un lato perché i cittadini avrebbero dei vantaggi: con la nuova moneta ci sarebbe un maggior potere di acquisto. L'apprezzamento del "nuovo Euro" dopo l'uscita dei paesi del sud aumenterebbe notevolmente il potere d'acquisto delle famiglie tedesche, perché tutti i beni importati e tutti i beni prodotti nel nostro paese, che utilizzano delle materie prime importate, sarebbero nettamente più economici. Un aumento del potere d'acquisto delle famiglie tedesche non solo porterebbe ad un aumento dell'import di beni dall'estero, ma anche ad un aumento degli acquisti dei beni prodotti nel nostro paese, perché ci sarebbe maggior reddito disponibile. Anche le aziende tedesche ne trarrebbero un beneficio. Le perdite che potrebbero verificarsi sui mercati esteri di esportazione, sarebbero in parte compensate da una congiuntura interna più favorevole. Inoltre le imprese orientate all'export sul fronte dei costi avrebbero un sollievo, in quanto i fattori produttivi importati diverrebbero più economici. Potrebbero contrastare un apprezzamento sui mercati esteri abbassando i prezzi e ottenendo quindi dei costi di produzione più bassi. In terzo luogo è necessario considerare che nei paesi del sud, dopo l'uscita, la congiuntura economica sarebbe favorevole e i redditi tornerebbero a salire. La domanda di prodotti tedeschi dipende dal reddito, e un reddito più elevato agisce in direzione opposta rispetto all'aumento dei prezzi. Con un miglioramento della congiuntura in sud-Europa la domanda di beni tedeschi potrebbe addirittura aumentare.


D: quale è stato l'andamento dell'export tedesco verso il sud-Europa negli ultimi anni?

R: è diminuito del 25%. Con l'Eurocrisi abbiamo subito una forte riduzione. La situazione potrebbe migliorare se i paesi del sud riuscissero a far ripartire la loro economia.

D: qual'è la quota di esportazioni verso i paesi del sud sul totale delle esportazioni tedesche?

R: la quota è del 12.5%. Il danno causato dall'uscita dei paesi del sud sarebbe molto limitato e facilmente sopportabile dall'economia tedesca. Soprattutto le variazioni nei tassi di cambio —svalutazione dei paesi del sud e rivalutazione dei paesi del nord— potrebbero essere guidate ed estese nel tempo dall'intervento della banca centrale.

D: uno studio della Fondazione Bertelsmann mostra che senza l'Euro la crescita in Germania sarebbe di uno 0.5% inferiore, e fino al 2025 equivarrebbe ad una perdita di 1.200 miliardi di Euro.

R: questo studio si basa su di un modello che la fondazione Bertelmann, vicina al governo, non pubblica. Scientificamente è molto inusuale. Si sparano delle cifre senza sapere come abbiano fatto gli autori ad arrivarci. E' solo propaganda.

D: e il mercato del lavoro? L'Euro ha portato molti posti di lavoro alla Germania. Senza la moneta unica non sarebbero a rischio?

R: l'Euro ci ha portato dei posti di lavoro? Nei primi anni dell'Euro abbiamo avuto il tasso di crescita più basso dell'Eurozona. Il recupero che sul mercato del lavoro abbiamo avuto a partire dal 2005 è da ricondurre principalmente alla moderazione salariale. I salari tedeschi sono cresciuti molto poco. L'Agenda 2010, grazie alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, probabilmente ha avuto un ruolo positivo. Mentre in Germania vivevamo una fase di moderazione salariale, i salari nel sud-Europa sono cresciuti e hanno ridotto la competitività di quei paesi. La Germania ha così ottenuto un vantaggio competitivo, pagato con uno svantaggio competitivo nei paesi del sud-Europa. Potremmo anche dirci: che cosa ci importa della disoccupazione generale e della scandalosamente alta disoccupazione giovanile? Ma per i politici che ci parlano ogni giorno del bene dell'Europa, non si tratterebbe di una condotta responsabile.

D: la BCE continua con una politica del denaro a buon mercato e tiene i tassi bassi. Quali potrebbero essere le conseguenze sul lungo periodo?

R: la BCE ha inondato il mercato con il denaro facile, e i bassi tassi hanno naturalmente delle conseguenze negative per i risparmiatori, che spesso non riescono a coprire nemmeno l'inflazione. Una parte del loro patrimonio in pratica viene espropriata. Questa repressione finanziaria tuttavia è un fenomeno che recentemente abbiamo visto all'opera in tutto l'emisfero occidentale. Nella zona Euro, in Svizzera, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Giappone —ovunque le banche centrali tengono i tassi ai minimi storici. Ciò è da ricondurre alla crisi finanziaria globale e conduce ad una forte redistribuzione a scapito dei risparmiatori e a favore dei debitori.

D: dovrebbe essere la Germania ad uscire o i paesi del sud?

R: mi sono sempre battuto affinché siano i paesi del sud Europa ad abbandonare l'Euro. E in maniera ordinata

D: e come dovrebbe accadere?

R: attraverso l'introduzione di una valuta nazionale che in un primo momento sia solo una valuta parallela rispetto all'Euro, in modo da far sparire l'Euro in un periodo di 3-5 anni

D: una valuta parallela non sembra molto rassicurante per la gente...

R: dipende da come sarà configurata. In un primo momento la nuova valuta sarebbe introdotta solo per i pagamenti senza contanti, mentre l'Euro resterebbe in circolazione come contante. Così ha fatto la Bundesbank con il passaggio dal D-mark all'Euro. La cosa importante: la nuova valuta sarebbe emessa attraverso l'acquisto di Euro da parte della banca centrale, vale a dire la nuova valuta sarebbe interamente coperta da Euro. Questo significa che la banca centrale avrebbe il pieno controllo sul corso della moneta e potrebbe gestire i tempi della svalutazione o della rivalutazione evitando dei grandi disallineamenti. Si dovrebbe fissare un periodo di passaggio ben delimitato, al termine del quale si dovrà raggiungere un tasso di cambio adeguato fra l'Euro e la nuova moneta. Una volta raggiunto, si potrà completare il passaggio dall'Euro alla nuova moneta.



D: l'introduzione di una moneta parallela non avrebbe come conseguenza la fuga di capitali oppure una corsa agli sportelli?

R: no. La questione fondamentale è se nella conversione della valuta sono coinvolti anche i depositi dei risparmiatori. Si potrebbe stabilire per legge che i vecchi depositi in Euro restino denominati in Euro. La banca centrale dovrebbe concedere alle banche commerciali un fondo per la compensazione, poiché queste obbligazioni restano denominate in Euro, mentre i crediti sarebbero contemporaneamente trasformati nella nuova moneta svalutata. Quando in seguito la nuova valuta si svaluterà, la banca centrale realizzerà dei guadagni, perché con la nuova moneta nazionale ha acquistato degli stock di Euro e queste riserve si apprezzeranno nei confronti della nuova valuta. I profitti della banca centrale in questo caso potrebbero quindi finanziare una parte del fondo di compensazione. E' molto meno complicato di quanto possa sembrare.

D: con le valute parallele in circolazione contemporanea, non si avrebbe un caos nei pagamenti?

R: è molto più semplice di quanto lei non possa immaginare. Pensi solamente che anche l'Euro in Germania è stato introdotto come valuta parallela —e non c'è stato alcun caos. Nel 1999 l'Euro è stato introdotto come moneta scritturale per i pagamenti non in contante, per i pagamenti in contante fino al 2001 è rimasto in corso il D-Mark.

D: quindi non rischiamo condizioni sudamericane...

R: molto spesso quando si parla di valute parallele si pensa a valute non ufficiali, ad esempio quando l'Argentina ha dollarizzato l'economia la gente pagava in dollari, sebbene la sola moneta a corso legare era la valuta locale. Nel caso di una tale introduzione informale alla fine si arriva sempre alla sostituzione di una moneta con l'altra. In questo caso sarebbe diverso, perché una moneta resterebbe solo per i pagamenti in contanti, mentre l'altra sarebbe utilizzata per le transazioni non-cash.

D: se la Germania introducesse una valuta parallela, i risparmi in Euro detenuti dai cittadini tedeschi si svaluterebbero nei confronti della nuova valuta nazionale che invece tenderebbe ad apprezzarsi?

Lucke: non sto proponendo una valuta parallela per la Germania, perché non è la Germania a dover uscire. Ma in termini puramente astratti: la questione fondamentale è se sarà possibile convertire i depositi esistenti nella nuova valuta. In un paese che va verso una svalutazione, sarebbe consigliabile non effettuare questa conversione, vale a dire lasciare i depositi denominati in Euro. Se si riesce a comunicare questo concetto in maniera comprensibile, il rischio di un bank-run è minimo. Se invece si dovesse introdurre una nuova valuta in un paese che va verso una rivalutazione, sarebbe consigliabile convertire automaticamente questi depositi nella nuova valuta, cioè il D-Mark.

D: che cosa accadrebbe ai crediti delle assicurazioni sulla vita?

R: tutti i rapporti di indebitamento interni verrebbero convertiti nella nuova valuta. La maggior parte delle assicurazioni, soprattutto le assicurazioni sulla vita, sarebbero coinvolte. Un problema ci sarebbe però per i debiti esteri: i crediti tedeschi verso l'estero, denominati in Euro e definiti secondo la legge del paese estero, resterebbero in Euro - e ciò significa che questi crediti perderebbero una parte del loro valore.

D: dopo l'uscita dei paesi del sud, ci sarebbe un nuovo Euro?

R: se torniamo di nuovo a questo scenario sì. Contemporaneamente all'uscita dei paesi del sud, si dovrebbe trovare un accordo con in partner del nuovo Euro su due punti fondamentali: da un lato, ciascun paese dovrebbe avere la possibilità di uscire dalla zona Euro, se dovesse ritenere che l'Euro per lui ha un impatto economicamente svantaggioso. Dall'altro, dovrebbe esserci un divieto assoluto di garantire per il debito di altri stati. Se gli stati del nuovo Euro accettassero una tale modifica dei trattati, penso che sarebbe auspicabile mantenere il nuovo Euro. Ma se i francesi e i belgi ritengono che la Germania, l'Austria e l'Olanda un giorno debbano essere chiamati a garantire anche per il debito pubblico belga o francese, a mio parere sarebbe molto meglio sciogliere completamente l'Euro. Solo per una questione di pura strategia, durante i negoziati dovremmo dire chiaramente che siamo pronti a tornare al D-Mark. Se escludessimo questa eventualità sin dall'inizio, non avremmo mai la possibilità di imporre delle modifiche ai trattati europei.

D: sul sito web di AfD scrivete che la Bundesbank avrebbe pensato alle conseguenze di un fallimento dell'Euro. Esiste già un "piano B" ufficiale?

R: a cosa la Bundesbank si sia preparata noi non lo sappiamo. Ma sappiamo che hanno simulato degli scenari alternativi. Per questo ci siamo appellati alla legge sulla libertà di informazione e vorremmo sapere se l'introduzione di una valuta parallela viene ritenuta utile o addirittura inevitabile e se gli studi fatti riguardano la dissoluzione completa dell'Euro oppure solo l'uscita di alcuni stati. Abbiamo conseguentemente scritto al governo federale e alla BaFin (Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht).

D: e quale sarebbe il piano B della Bundesbank?

R: la Bundesbank si è rifiutata di fornire ulteriori informazioni, poiché riguardano le attività all'interno del sistema delle banche centrali e questo sarebbe escluso dalla legge sulla libertà di informazione

D: avete delle ipotesi sui contenuti segreti degli scenari alternativi formulati dalla Bundesbank?

R: le ipotesi non aiutano. Ma possiamo concludere che questi scenari non abbiano delle conseguenze catastrofiche, altrimenti il governo li avrebbe pubblicati immediatamente, per poter giustificare la propria politica. Ci sono delle alternative credibili ed economicamente ragionevoli rispetto alla politica del governo, e gli elettori tedeschi ne sono stati privati.

D: lei crede ci siano alternative più economiche rispetto al piano di salvataggio multimiliardario?

R: ancora una volta: se gli scenari formulati dalla Bundesbank fossero stati così sfavorevoli, tali da sostenere la politica del governo in maniera inequivocabile, senza dubbio sarebbero stati comunicati al pubblico. Ci sono delle alternative —in aperta contraddizione con l'affermazione della Cancelliera, secondo cui la sua politica sarebbe priva di alternative.

D: è una teoria complottista?


R: no. La risposta della Bundesbank dimostra che questi studi esistono. Ma le autorità federali hanno impedito la diffusione di documenti scomodi fino al giorno delle elezioni, e oltre. Gli elettori sono stati privati di informazioni importanti, e i partiti di governo sono stati avvantaggiati. Abbiamo informato il Presidente della repubblica e chiesto sostegno per i diritti dei cittadini, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

D: i cittadini tedeschi sull'Euro hanno un'opinione molto diversa. Perché nessun partito a parte AfD si batte per la fine dell'Euro nella sua forma attuale?

R: mi è difficile rispondere a questa domanda in maniera soddisfacente, anche io ne sono sorpreso. Posso anche capire che per i partiti che hanno contribuito in maniera significativa alla sua introduzione, sia difficile abbandonare il progetto ed ammetterne il fallimento. Questo potrebbe almeno spiegare il comportamento della CDU e della CSU. Ma perché ad esempio la SPD nel ruolo di partito di opposizione non ha proposto un piano alternativo per il salvataggio dell'Euro, come ci si dovrebbe aspettare da un partito di opposizione. Perché la SPD non ha sottolineato che la politica attuale avvantaggia le banche che hanno fatto speculazioni, e che i costi saranno invece sostenuti dai contribuenti, che ora dovranno assumere questi rischi. Perché la SPD non riesca ad ammettere che aver lasciato soffrire la popolazione di Grecia, Portogallo e Cipro in una dura crisi economica che dura ormai da 3 anni e mezzo, è una totale mancanza di solidarietà, mi è incomprensibile. Su questo posso solo dire che ho capito perché alle elezioni la SPD ha preso solo il 25% dei voti: sicuramente non è stata in grado di rappresentare gli interessi dei lavoratori.

D: arriviamo al suo partito. AfD viene accusata di populismo di destra. Perché i democratici dovrebbero darle il loro voto?

R: perché siamo dei democratici. Si è antidemocratici quando si cerca di discreditare costantemente un giovane partito, invece di discutere sulle posizioni e i contenuti. Siamo cittadini rispettabili. Ci impegniamo, è un nostro diritto democratico, e fondiamo un partito. Un democratico, anche se ha un'altra opinione, dovrebbe darci il benvenuto. Poiché noi siamo in competizione, cercano di etichettarci come un partito di destra senza nessuna prova sostanziale. Che cosa c'è di veramente di destra nel nostro programma? Il fatto che critichiamo l'Euro? Che ci battiamo per avere una legge sull'immigrazione simile a quella canadese e per una gestione più liberale del diritto di asilo? Non vi è una sola delibera, anche nella più piccola sezione locale nell'est, che possa essere considerata di destra. In assenza di queste prove, ci vengono lanciate delle accuse generiche. Perché dovremmo provare che invece queste accuse sono sbagliate? Dovrebbe essere chi ci lancia queste accuse a fornire una prova.

* Fonte originale: Focus-de, 23 ottobre 2013

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martedì 29 ottobre 2013

AMNISTIA E INDULTO: QUALE LEGALITÀ VA DIFESA? di Giuseppe Pelazza

29 ottobre. Il tema dell’amnistia e dell’indulto è un tema estremamente serio ed importante.
Va, dunque, subito detto che è miserevole lo spettacolo che offre il sistema mediatico e politico che riduce la questione, ancora una volta, alle peculiarità delle vicende di Silvio Berlusconi, senza così avvedersi che, ancora una volta, viene fatto, di costui, il “sole” attorno al quale tutto gira.

In un simile contesto si assiste ad una mobilitazione di opinione contro l’amnistia e l’indulto in chiave anti berlusconiana e, pretesamente, in chiave di difesa della legalità.


Orbene, già lo abbiamo detto: l’universo coinvolto dalla tematica di amnistia e indulto è tutt’altra cosa da Silvio Berlusconi: è l’universo della sofferenza carceraria, l’universo della esasperata sovradeterminazione delle pene, tipica dell’ordinamento giuridico italiano, l’universo della carcerizzazione senza fine dei prigionieri politici degli anni 70 e 80.

La difesa della legalità, inoltre (ammesso che la legalità possa essere un valore in sé e per sé: pensiamo a quanto sarebbe stata utile e vantaggiosa per l’umanità intera una massiccia lotta contro la legalità nazista nella Germania degli anni trenta…), non ha nulla a che vedere con l’opposizione a provvedimenti di amnistia e indulto, che non solo sono previsti dalla nostra Carta Costituzionale, ma fanno parte dell’intera storia della civiltà occidentale (e probabilmente non solo).

«L’amnistia è stata per lungo tempo percepita coma una pratica politica democratica, di cui i promotori potevano, a buon diritto, inorgoglirsi. La generosità, la magnanimità, il senso di umanità, in quanto caratteristiche fondanti del processo di civilizzazione, erano associate a questa pratica che aveva per effetto di accogliere di nuovo nella città quelli che non avevano rispettato le regole, le leggi». 
Così esordisce Sophie Wahnich nel suo scritto La clémence est une idée neuve en Europe: amnisties in “Le territoire de l’Amnistie entre clemence et tolerance zero”, ed. L’Harmattan, Parigi, 2007; la pessima traduzione è mia).

Ora invece, nel quadro dei mutamenti istituzionali che caratterizzano la nostra epoca (svuotamento delle forme democratiche, costruzione di un “comando” libero da controlli, marginalizzazione ed esclusione di chi non condivide il pensiero unico del “partito del mercato”, costante costruzione della figura del “nemico assoluto”, libera circolazione dei capitali finanziari e libertà di annegamento per i migranti), anche l’amnistia, come pratica “includente”, non viene più tollerata. E si ha il coraggio, in questo contesto di progressiva distruzione della legalità democratica, di opporsi all’amnistia stessa rivendicando il valore di una indistinta e vana legalità.

E pensare che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a proposito della situazione carceraria in Italia, ha riconosciuto la piena sussistenza di trattamenti disumani e degradanti. E che alcuni Tribunali di Sorveglianza (ricordiamo in particolare quello di Venezia, ord. 13.02.2013) sentendosi chiamati "a dover dare applicazione al principio di non disumanità della pena”, e non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità – in via generale – di ricorrere all’istituto del rinvio facoltativo della pena, giustamente ritenuto «... l’unico strumento di effettiva tutela in sede giurisdizionale al fine di ricondurre nell’alveo della legalità costituzionale l’esecuzione della pena a fronte di condizioni detentive che si risolvono in trattamenti disumani e degradanti», hanno sollevato questione di costituzionalità dell’art. 147 cod. pen. nella parte in cui non prevede «il caso di rinvio dell’esecuzione della pena quando questa debba avvenire in condizioni contrarie al principio di umanità».


E proprio sul punto della “legalità”, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha acutamente sottolineato questo aspetto:
«La pena è legale solo se non consiste in trattamento contrario al senso di umanità, di talché la pena inumana è e dunque andrebbe sospesa o differita in tutti i casi in cui si svolge in condizioni talmente degradanti da non garantire il rispetto della dignità del condannato».
E penso che queste considerazioni, espresse da un organo giudicante che è – per giunta – fortemente e strutturalmente coinvolto nella gestione della disumanità (in via astratta e in via concreta) della pena, mettano irrimediabilmente “nell’angolo” le posizioni di chi si dice contrario all’amnistia e all’indulto in difesa della legalità!

La Corte Costituzionale, peraltro, 

«... ha ritenuto di non potersi sostituire al legislatore essendo possibili una pluralità di soluzioni al grave problema sollevato dai remittenti (i Tribunali di Sorveglianza n.d.r.), cui lo stesso legislatore dovrà porre rimedio nel più breve tempo possibile. Nel caso di inerzia legislativa la Corte si riserva, in un eventuale successivo procedimento di adottare le necessarie decisioni dirette a far cessare l’esecuzione della pena in condizioni contrarie al senso di umanità». (Dal Comunicato Stampa 9.10.2013 della Corte Costituzionale).
Il radicamento degli istituti dell’amnistia e dell’indulto nella nostra storia è, d’altra parte, dimostrato dai numeri. Basti pensare che nel periodo 1865/1915 si possono contare circa 120 provvedimenti.

Venendo, poi, a tempi più recenti, negli anni 50 e 60 del secolo scorso i provvedimenti sono stati 9, di cui cinque emessi in relazione a fatti politici, ma contenenti anche disposizioni in ordine a reati comuni. Dopo il decreto 22.05.1970, relativo ai reati «…commessi anche con finalità politiche a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione e della sicurezza sociale…» non vi saranno più amnistie per fatti politici (fonte dei “numeri”:
Politici e amnistia di Amedeo Santosuosso, Floriana Colao ; Verona 1986).

Tale dato è peraltro significativo del mutamento del quadro normativo-istituzionale che si è verificato a partire dalla metà degli anni 70: inizio dell’erosione dei diritti dei lavoratori e aumento della repressione penale, con i primi segni del recupero della figura del “tipo di autore”, ossia della teoria in base alla quale si colpiscono non le condotte ma le identità politiche. E da qui si dipanerà, poi, la costruzione della figura del “nemico assoluto”.

Comunque, provvedimenti di amnistia si susseguiranno ancora. Dopo quello del 70 possiamo ricordare i provvedimenti (non più relativi ai reati politici) del 1978, del 1980 (amnistia per reati commessi da militari in occasione di iniziative intese a sollecitare la riforma dei servizi di assistenza al volo), del 1981, del 1986, del 1990.

La concessione di amnistia del 1990 è l’ultima. Seguiranno soltanto il provvedimento di indulto della fine del 1990 e quello del luglio 2006.
Ricordiamo, a questo proposito, che mentre l’amnistia estingue (in parole povere “cancella”) il reato, l’indulto diminuisce soltanto l’entità della pena inflitta.

Proprio nel 1992, d’altra parte, venne approvata una legge costituzionale (6.3.1992 n. 1) di modifica dell’art. 79 della Costituzione, che, appunto, prevede la concessione di amnistia e indulto, stabilendo, per la loro concessione “la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera”, una maggioranza, cioè assai difficilmente raggiungibile.

Orbene, a proposito del tema che stiamo trattando, abbiamo già accennato alla sovradeterminazione delle pene che caratterizza il sistema penale italiano. Non si tratta di vuote affermazioni: basti pensare, ad esempio, che fin dalla Risoluzione (76)2 del 17.02.1976 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sul trattamento dei detenuti in detenzione di lunga durata era stato raccomandato ai Governi degli Stati membri (e quindi, ma vanamente, anche al Governo Italiano), considerando, fra l’altro, che “l’esecuzione di lunghe pene può avere degli effetti nefasti sul detenuto e il suo entourage”, di assicurarsi che i casi di tutti i detenuti siano esaminati il più presto possibile per verificare se possa essere loro accordata la liberazione condizionale, e che tale esame, per i condannati all’ergastolo, abbia luogo al più tardi dopo 8-14 anni di reclusione e sia ripetuto periodicamente.

Per quanto poi riguarda i prigionieri politici, la Risoluzione 32/121 15.12.1977 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

«... cosciente del fatto che in numerose regioni del mondo un grande numero di persone sono detenute per delitti che esse hanno commesso, o che le si sospetta di aver commesso, a causa delle loro opinioni o convinzioni politiche.. e «... osservando che queste persone sono spesso esposte a dei pericoli particolari dal punto di vista della protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali«, richiedeva agli Stati Membri di «esaminare periodicamente la possibilità di liberare tali persone, sia per un atto di clemenza, sia ammettendole al beneficio della liberazione condizionale, sia in altro modo» (la traduzione dal francese è di chi scrive).

Allora basti a questo proposito osservare che chi è stato oggetto, dopo l’arresto nel 1982, di pesantissime torture (ingurgitare acqua e sale essendo impedita la respirazione nasale, esplosione ravvicinata di colpi di arma da fuoco, ustioni alle mani e in altre parti del corpo, ferite ai polpacci con strumenti taglienti, scariche elettriche agli organi genitali) è tutt’ora, continuativamente, imprigionato nelle sezioni di Alta Sicurezza, mentre i torturatori, avuta l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale, furono prosciolti per intervenuta prescrizione.

Vale dunque la pena di domandarsi: qual è la legalità che va difesa?
Ma forse sarebbe meglio parlare non di strumentali forme giuridiche, bensì di contenuti….
E tornando, ora, al tema dell’amnistia e dell’indulto, e per concludere, ci sembra veramente abominevole l’opporsi a tali provvedimenti pretendendo di essere dei democratici.
Ma (ancora una volta “ma”) chi oggi può essere definito democratico?

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lunedì 28 ottobre 2013

LA VARIANTE SPAGNOLA di Piemme

28 ottobre. Lucido ed efficace l'articolo di Mazzei sulla drammatica situazione economica e sociale della Grecia. Un paese che sta muorendo a forza di donare il sangue del suo popolo nel sacrificio per tenere vivi l'euro e l'Unione europea. Mazzei nota giustamente, senza possibilità di smentita, che se nel 2010 la Grecia fosse tornata alla sovranità monetaria e  bloccato il rimborso sul debito sovrano non sarebbe sprofondata nell'abisso. I piani di "salvataggio" e le cure da cavallo imposti dalla troika, spacciati come salvifici, hanno dunque falllito miseramente.

Che l'Italia possa fare la stessa fine, ci dicono gli analisti di regime, non è possibile poiché, affermano, è un "grande paese manifatturiero". Grazie, lo sapevamo. 

E' alla Spagna, ci suggeriscono Lorsignori, che dobbiamo invece guardare per capire come l'Italia potrebbe e dovrebbe uscire dalla depressione economica.

La Repubblica di ieri, 27 ottobre, dedica una pagina al "piccolo miracolo" spagnolo. Il paese iberico dimostra che il salvataggio europeo della primavera del 2012 (dopo il default del sistema bancario) sta dando i suoi frutti. Il titolo del reportage è enfatico: «Stabilità politica, rigore e riforme, così la Spagna trona a crescere».
Lo stesso giorno Morya Longo, su Il Sole di ieri canta la stessa  musica: l'Italia non esce dalla recessione mentre la Spagna sì.
«Come mai? Perché in Spagna c'è stata quella che gli economisti chiamano "svalutazione interna" (e che altri definiscono "macelleria sociale"): un drastico calo del costo del lavoro, che ha prodotto un disastro sociale ma ha reso competitive le imprese e dato certezze agli investitori. (...)
Dal 2009 ad oggi, secondo i dati Ocse, in Spagna il costo unitario del lavoro è calato dell'11%: questo significa che oggi le imprese producono a costi minori. Dunque sono più competitive sui mercati internazionali: l'export è cresciuto del 6,6% nei primi sette mesi dell'anno. Insomma: la Spagna ha tramortito il mercato interno, ma è tornata a respirare grazie all'export. (...) L'Italia ha invece fatto molto meno. Il costo unitario del lavoro dal 2008 ad oggi non è sceso, come in Spagna, ma è salito del 3,5%: questo pesa sulla competitività delle nostre imprese. E pesa sulle esportazioni, che potrebbero essere un maggiore traino per il Paese. Inoltre il problema delle banche (zavorrate da 300 miliardi di crediti deteriorati) non è stato affrontato strutturalmente come in Spagna».
Lorsignori non dimenticano di segnalare quale sia l'altra faccia della medaglia: una disoccupazione ufficiale (quella reale è ben più alta) al 26%, lo smantellamento dello Stato sociale, una crescita enorme dell'emarginazione sociale, la ripresa in grande stile dell'emigrazione verso il Nord Europa e l'America latina, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

E' il capitalismo bellezza! ci ricorderebbe Marx, che non solo fa seguire la depressione ai cicli di espansione; è un sistema che fa sì crescere la ricchezza sociale ma solo in quanto aumenta il profitto del capitale, e quando i profitti sono minacciati può far ripartire il ciclo espansivo solo a condizione di gettare sul lastrico il proletariato costringendolo a vendere la sua forza lavoro a prezzi stracciati.

Qui ci interessa sottolineare cosa abbiano in mente per il nostro paese le classi dominanti e le tecno-oligarchie europee. Far crescere ancora la disoccupazione per abbassare drasticamente salari e stipendi, falciare la spesa pubblica, privatizzare il privatizzabile. Che ciò porti alla miseria e al crollo del mercato interno lo sanno bene, ma è proprio ciò che essi vogliono.

E' la strada tracciata da Monti. Una strada solo apparentemente abbandonata e che i dominanti vorranno riprendere ad ogni costo. La Legge di Stabilità che il governo Letta ha presentato, prima agli oligarchi europei e solo dopo al Parlamento, apparentemente sfuma la linea dura. E' solo una parentesi, dettata dalla paura che misure troppo drastiche scatenino la rivolta popolare. La cocente sconfitta ricevuta alle elezioni non solo dal Monti, ma dai due partiti che lo appoggiavano, Pd e Pdl, ha solo rallentato la loro marcia.

Stanno comprando tempo ma torneranno all'attacco. "Ce lo chiede l'Europa". E se le "larghe intese" non serviranno, se i ceti politici cincischieranno e non avranno il coraggio di affondare il coltello nel  corpo vivo del popolo lavoratore, allora, come ha affermato il Pasquinelli, sarà forse il momento i cui chi comanda davvero calerà la carta di un grande shock finananziario, sullo stile di quello dell'estate autunno del 2011. Scateneranno l'inferno. A quel punto vedremo se sarà sollevazione o se il popolo accetterà di capitolare senza combattere.





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sabato 26 ottobre 2013

GRECIA: CON L'EURO IN TASCA MA PIÙ POVERI DEL 40%! di Leonardo Mazzei*


26 ottobre.   Gli italiani sono avvisati. Se vorranno tenersi l'euro come valuta, guardino a quanto accaduto ai greci.

«Di quanto si sono impoveriti i greci per restare nell'eurozona?
Ecco una bella domanda. Di quelle che bisognerebbe farsi ogni volta che si avvia una discussione su "euro sì, euro no". Discussioni a volte astratte, e spesso dominate dal terrore dell'ignoto: quel ritorno alla valuta nazionale che secondo alcuni provocherebbe solo disastri senza fine.

Ora, abbiamo scritto tante volte che l'uscita dalla moneta unica non sarà certo indolore, che essa dovrà essere accompagnata da una serie di altre misure - in primis la nazionalizzazione del sistema bancario, un rigido controllo sul movimento dei capitali, una robusta ristrutturazione del debito pubblico - e tuttavia non ne possiamo più dei profeti di sventura che vedono solo le disgrazie future, mentre poco hanno da dire su quelle già in corso.

Prendiamo allora il caso della Grecia. Caso estremo, si dirà con qualche ragione, dato che la Grecia è il paese che ha maggiormente subito i diktat austeritari dell'Unione Europea e della troika. Ma il suo caso, pur essendo il più grave, non è certo l'unico. Gli stessi fenomeni di impoverimento, caduta del reddito, aumento della disoccupazione, depauperamento dell'apparato industriale, li ritroviamo in tutti i paesi della periferia sud del continente, a partire dall'Italia.

Vediamo gli ultimi dati sulla Grecia. Numeri ufficiali dell'istituto di statistica ellenico,

riportati da un articolo di Ettore Livini su la Repubblica del 23 ottobre scorso. Leggiamo i dati essenziali:
«L'istituto nazionale di statistica ha calcolato che il reddito disponibile delle famiglie greche è calato dal 2008, anno dell'inizio della bufera dei debiti sovrani, ad oggi del 40%. Cifra tonda frutto del -29,5% di ricchezza calcolata e dell'effetto inflazione. Gli stipendi dei cittadini ellenici sono crollati dal secondo trimestre del 2009 del 34%, mentre il governo nello stesso periodo ha tagliato i servizi e i benefit sociali del 26%».
Quaranta per cento! C'è qualcuno in giro che osa sostenere che i greci avrebbero subito la stessa sorte se avessero potuto disporre di una propria moneta e della conseguente sovranità monetaria e nazionale? Se c'è qualcuno si faccia avanti, magari spiegandoci come mai in nessun paese del mondo, ma proprio in nessuno, l'attuale crisi economica ha prodotto un disastro lontanamente paragonabile a quello greco.

Quaranta per cento! C'è qualcuno che ancora vuol parlare dei perniciosi effetti inflattivi della svalutazione conseguente al ritorno alla moneta nazionale? Giustissimo, lo faccia. Il problema ha da essere affrontato, soprattutto per salvaguardare salari e pensioni. Ma va fatto sapendo (e dicendo) come stanno le cose, e cioè che nessuna svalutazione potrà mai fare più danni di quanti ne ha fatti, ne sta facendo e ne farà la moneta unica. Il caso greco è lì a dimostrarlo.


Certo, l'euro non è stato la causa della crisi sistemica scoppiata nel 2008. Ma continuare a non vederne l'effetto moltiplicatore che esso ha prodotto in Europa, e specificatamente nell'area mediterranea, non è più tollerabile.

Ora, tornando alla Grecia, la Troika si dice molto soddisfatta della situazione, perché vi sarebbero «incoraggianti segni di stabilizzazione». Sai che bello "stabilizzarsi" dopo aver perso il 40% del reddito e della ricchezza!

Secondo Ue-Bce-Fmi quest'anno i conti pubblici faranno registrare un avanzo primario  —peccato che, esattamente come in Italia, ci penseranno poi gli interessi sul debito a ripristinare un bel segno meno. Il Pil calerà "solo" del 4%. Ma la Troika è felice perché temeva peggio... Felice anche l'impagabile Olli Rehn che, dopo 6 anni di recessione, vede per il 2014 l'inizio della ripresa...

Lo stesso Livini ammette che «non si vede ancora la fine del tunnel». Del resto: «Solo tra giugno 2012 e giugno 2013 sono andati in fumo 3,1 miliardi di risparmi, pari a un'altra flessione del 9,3%. Colpa dell'ennesima sforbiciata del 13,9% alle busta paga e del 12,4% al welfare». Cifre da brivido, relative solo all'ultimo anno. Un anno in cui i consumi sono calati di un altro 7,6%.


C'è dunque da dubitare che la Grecia abbia toccato il fondo. Tant'è vero che tutti sanno che una nuova ristrutturazione del debito (haircut, "sforbiciata" come dicono gli strozzini-barbieri della Troika) si renderà necessaria. Lo sanno talmente bene che hanno già deciso la data. Sarà subito dopo le elezioni europee, ed il perché è presto detto. Siccome questa volta saranno chiamati a pagare la Bce ed il "fondo salvastati", e siccome ciò produrrà una perdita secca ai paesi che vi contribuiscono (tra i quali ovviamente l'Italia) è meglio non far sapere niente di tutto ciò ai cittadini che nel maggio prossimo saranno chiamati ad eleggere il nuovo parlamento di Strasburgo.

Ricapitolando: i greci si sono impoveriti del 40%; la "fine del tunnel", al di là di una possibile ripresina fisiologica, è di là da venire; il debito pubblico, nonostante le misure draconiane imposte, è tutt'altro che stabilizzato.

Ripetiamo allora la domanda: c'è qualcuno in giro che vuole sostenere che un simile disastro sarebbe avvenuto se i greci avessero potuto disporre di una propria moneta e della conseguente sovranità monetaria e nazionale?

Nessuna persona onesta potrebbe sostenere una simile castroneria. Ecco perché ci siamo abbastanza stufati delle sottili disquisizioni sul rapporto costo/benefici di un'uscita dall'euro. Discussione utilissima, beninteso, ma solo a condizione che prima si faccia un raffronto non sulle due ipotesi future, ma con il disastro ben misurabile del presente. E ciò vale per la Grecia, ma anche, mutatis mutandis, per il nostro paese.

A meno che non si voglia sostenere la tesi secondo cui non si possono negare i danni dell'euro (hai a provare!), ma siccome ormai ci siamo conviene rimanervi per non produrne di ulteriori. Ma con una simile ignavia, di sicuro non estranea ad una sorta di conservatorismo inconscio di una certa intellettualità di "sinistra", sarebbe davvero inutile discutere».


* Membro della Segreteria nazionale del Mpl

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venerdì 25 ottobre 2013

GLI INCAPPUCCIATI DELLA FINANZA intervista a Bruno Amoroso*

25 ottobre. Il FMI ha smentito di aver proposto il prelievo forzoso sui conti correnti dei cittadini europei, ammettendo semplici "discussioni ed esperienze su ipotesi di prelievo sui capitali una tantum", come metodo per aggredire il debito. Ma la smentita non convince il prof. Bruno Amoroso, economista, prof. emerito all'Università di Roskilde, in Danimarca. "La Troika è di nuovo al lavoro", sostiene. "La BCE e la Commissione stanno preparando il sacco dei risparmi, mentre il FMI fa lo stesso in parallelo specializzandosi su come far pagare ai cittadini il 'debito estero' degli Stati". 
Piero Ricca

Piero Ricca: Professore, nei giorni scorsi ha fatto discutere l'ipotesi, contenuta in un report del Fmi, di un prelievo una tantum sui conti correnti a livello europeo. Le sembra credibile? E in quale contesto questa ipotesi si colloca?

Bruno Amoroso: L'ipotesi del FMI è parte della seconda fase della strategia di esproprio dei risparmi dei cittadini, avviata durante gli anni ’80 e ’90 e che ha avuto una sua prima prova di successo negli Stati Uniti e nell’Unione Europea con la rapina finanziaria del 2008-2010. Una rapina che ha portato un bottino nelle mani di pochi gruppi pari al 37 % del PIL europeo; cioè aiuti di Stato tra ottobre 2008 e ottobre 2011 a favore degli enti finanziari pari a 4.500 miliardi di euro, a cui si aggiungono 6.500 miliardi di euro, il che ha fatto ovviamente scoppiare il ”debito sovrano” di molti paesi dell’UE, stimato tra i 45 mila e i 65 mila miliardi di euro. Di questa rapina, definita da James K. Galbraith “il più grande crimine finanziario della storia del capitalismo” si conoscono gli autori e gli attori. Basta leggere il testo dell’indagine condotta negli Stati Uniti dalla Financial Crisis Inquiry Commission (Financial Crisis Inquiry report, 2011) che ne illustra i meccanismi e le collusioni politiche. Il Rapporto spiega che tutte le leggi introdotte per legalizzare questa rapina sono in vigore e i responsabili sono ai loro posti e si accingono al secondo girone.

PR: Cioé?

BA: La fase attuale ha avuto inizio a fine 2012 con il rastrellamento dei pochi risparmi ancora in giro mediante l’imposizione del conto in banca anche ai pensionati con 1000 euro al mese; seguito dalla legge che impone il trasferimento delle informazioni su tutti i conto correnti all'Agenzia delle entrate e dalla Direttiva Barnier in corso di approvazione al Parlamento europeo, che introduce a livello europeo la norma sperimentata a Cipro – e cioè che in caso di fallimento bancario sono i risparmiatori a pagare e non più i governi o la BCE. Si prepara a fine anno il fallimento delle maggiori banche europee e quindi il prelievo sui conti dei risparmiatori. Su quello che accadrà poi si è espresso con chiarezza il ministro Saccomanni che ha di nuovo aperto alle “cartolarizzazioni” e ha dichiarato finita l’era delle banche per dare il benvenuto al “sistema finanziario ombra”.
Insomma, la Troika è di nuovo al lavoro. La BCE e la Commissione stanno preparando il sacco dei risparmi, mentre il FMI fa lo stesso in parallelo specializzandosi su come far pagare ai cittadini il “debito estero” degli Stati.

PR: Come giudica in sintesi la politica economica del governo Letta, vede segni di discontinuità rispetto al governo Monti?

BA: Il governo Letta è consapevole di tutto questo. Per questo è stato il governo dei rinvii, in attesa che lo scoppio della crisi e il fallimento degli Stati dell’Europa del sud annulli tutti gli impegni verso i cittadini, inesigibili dentro i parametri europei. La legge finanziaria presentata si muove dentro questa stessa logica per rassicurare i risparmiatori prima del collasso. Più che un’aspirina per combattere il cancro è un sonnifero, ammesso che funzioni.

PR: Proprio Enrico Letta ribadisce l'assoluta necessità della "stabilità" e vede il rischio della crescita del "populismo antieuropeo" alle prossime elezioni europee; dal canto suo Mario Draghi ritiene che l'euro è "irreversibile" e ha recentemente sottolineato i progressi nei bilanci dei paesi membri. Lei cosa risponde?

BA: Entrambi parlano come persone informate dei fatti, che sono cioè consapevoli dei rischi di quello che stanno facendo. Per Letta, e simili, le riforme devono creare un “presidente” forte per reprimere l’inevitabile reazione popolare che verrà a seguito di ciò che stanno preparando. Draghi continua a fare alla BCE quello che ha fatto in Italia al tempo delle privatizzazioni bancarie che sono divenute il veicolo delle speculazioni successive della Goldman Sachs e Co. Ha coperto la crisi del 2008 come Governatore della Banca d’Italia scaricandone i costi sui risparmiatori e i cittadini. Oggi ripete l’esercizio alla BCE. L’uomo giusto al posto giusto. E pochi ricordano che nella sua tesi di laurea svolta con Federico Caffè affermò, ben prima del disastro, che l’euro non si doveva e non si poteva fare.

PR: Il debito pubblico italiano è una zavorra che ha ampiamente superato i duemila miliardi di euro, mentre la crisi economica sta riducendo in povertà milioni di persone. Vede alternative all'austerità?

BA: I debiti nascono perché qualcuno li chiede – per bisogno o magari inavvertitamente – e qualcuno li concede – per amore degli altri come si fa in famiglia o sperando di trarre vantaggio dalle disgrazie altrui. Quando il meccanismo si inceppa, come nel nostro caso, si rinegozia il tutto e entrambe le parti si accollano la loro parte di responsabilità. Continuare sull’austerità, come si sta facendo, porta ai disastri politici e sociali che conosciamo dalla storia. Cioè a quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sulle nostre strade.

PR: Anche nel suo ultimo saggio - "Figli di Troika. Gli artefici della crisi economica" (Castelvecchi) - lei sottopone a severa critica un potere decisionale fuori controllo, nelle mani degli "incappucciati della finanza": chi sono, perché sono diventati così potenti?

BA: Come sottolineo nel mio saggio gli “incappucciati” individuati da Federico Caffè negli anni ’80 oggi si sono tolti il cappuccio e gestiscono in prima persona anche Il potere politico in tutti I paesi europei. Il governo politico italiano ha nei posti di maggiore responsabilità individui che sono espressione diretta di quegli ambienti. Coloro che sino a qualche anno fa erano i controllori “incappucciati” della politica ora ne sono diretti rappresentanti. Una bella riforma costituzionale di fatto già attuata, mentre si fanno campagne per difendere qualcosa che ormai non c’è più. Si tratta semmai di ri-affermare la Costituzione, ma questa non nacque in seguito a qualche corteo o alle elezioni ma a una guerra, anche civile. Se c’è un modo pacifico di farlo va scoperto rapidamente.

PR: E' ancora possibile salvare il progetto di integrazione europea?

BA: Temo che sia troppo tardi per ricucire un rapporto di fiducia tra i cittadini europei e le istituzioni. Tuttavia, per quanti ancora credono che ciò sia possibile, è necessario spazzare via la Triade, dare potere al Parlamento europeo in modo che esprima un governo politico europeo nei limiti delle competenze previste. Per quanto riguarda i paesi dell’Europa del sud, devastati dalla crisi e dalla BCE, si tratta di rinegoziare per intero il funzionamento dell’Eurozona consentendo dentro questa due aree monetarie con margini di maggiore flessibilità e con un meccanismo di solidarietà tra nord e sud. Lo scoglio è rappresentato dalla Germania, quello scoglio che ha affondato oggi l’Euro. O la Germania contribuisce a risollevare la nave oppure è meglio abbandonarla prima che sia troppo tardi. Ma temo che sia già troppo tardi, e i primi ad abbandonarla saranno proprio i tedeschi.


* Fonte: il blog di Beppe Grillo

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giovedì 24 ottobre 2013

IL LORO PIANO E QUELLO NOSTRO di Moreno Pasquinelli

24 ottobre. Consiglio la lettura del fondo di Ernesto Galli Della Loggia apparso sul Corriere della Sera del 20 ottobre Il potere vuoto di un paese fermo. Il fatto che negli anni egli abbia preso numerose cantonate e scritto varie amenità nulla toglie al valore del suo intervento. Per una volta non ci si arresta alle soloniche invettive contro la “casta politica”, si mostra anzi che esse sono il precipitato della putrefazione (aggettivo mio) del capitalismo italiano, nonché delle deformità, oramai trapassate nel suo Dna, della classe dominante e delle sue consorterie:
«Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese. Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici».
Della Loggia segnala come serpeggi lo “scoraggiamento generale”, l’idea diffusa che «per l’Italia non ci sia più speranza… la sensazione di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia».
La tesi è che:
«L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. (…) Si tira a campare, con le “larghe intese”, questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire». Che dunque: «Mai come oggi abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale».
 Analisi spietata ma vera quant’altre mai, con la doverosa precisazione che il disfacimento del paese —dei suoi tessuti economico-sociali come del suo ordito etico-morale— deve appunto, prima o poi, condurre al crollo, all’abisso; a meno che non intervenga prima, appunto, l’anelato “mutamento radicale”.

Ma di quale mutamento si sta parlando? E quale sarà il blocco sociale, e entro di esso la classe sociale, che ne saranno artefici?

Dall’analisi di Della Loggia (che potremmo corroborare con ben più solidi e macroscopici dati sulla struttura del capitalismo nostrano) se ne deduce: che la borghesia italiana non è capace di produrre questa svolta; che non possiede gli anticorpi contro il disfacimento; che non porta in grembo il drago della rinascita.

Per questo i settori egemoni delle élite dominanti si affidarono al processo che portò all’Unione europea e alla moneta unica. Essi sperarono che il famigerato “vincolo esterno” avrebbe avuto l’effetto di raddrizzare il legno storto del capitalismo italiota, di rimuovere il carattere patriziale della sua cupola finanziario-industriale, di mettere in riga la schiera di microimprese che tiravano a campare grazie alle svalutazioni competitive e ad un corporativismo paternalistico, di rimuovere il vecchio ceto politico. Per realizzare questo disegno strategico nacque la “Seconda Repubblica” di cui il centro-sinistra doveva essere l'architrave.

Questo disegno ha fatto fiasco per due ragioni fondamentali. La prima, evidente, è che il processo di unificazione europea culminato nell’euro, alla prima prova seria (la crisi finanziaria venuta dagli Usa), si è inceppato e non riesce a riprendere slancio. La seconda è che (pur sempre in nome della nuova religione civile eurista) le forze sociali recalcitranti al processo di disinfestazione, una volta individuato nel berlusconismo uno scudo difensivo, hanno opposto una resistenza inattesa e tenace.
Visto questo doppio fallimento incosa sperano, quale potrebbe essere il "piano di mutamento radicale" di quelle stesse élite che parlano per bocca di Della Loggia? La risposta è semplice, almeno io ritengo, ed è quella che invocano un grosso e risolutivo shock esterno, più profondo e devastante di quello dell’estate-autunno 2011 e che portò al defenestramento di Berlusconi e all’arrivo di Monti. L’Italia è too big to fail, il suo disfacimento farebbe saltare non solo la moneta unica ma seppellirebbe la stessa Unione. Ecco quindi, a maggior ragione visto che le “larghe intese” non producono alcun effetto davvero risolutivo, che una catastrofe preventiva pilotata potrebbe sortire l’effetto sperato. La tecnica per causare un collasso che giustifichi un grande shock è collaudata, un attacco concertato al debito pubblico italiano —con l'effetto collaterale di fare saltare il sistema bancario italiano.

A quel punto l’Italia dovrebbe, non differentemente dall’Irlanda, dalla Grecia e dal Portogallo (quindi in misura ben maggiore che la Spagna) chiedere aiuto non solo all’Unione (col ricorso ai fondi di Esm/Mes) ma pure alla Bce, ed il che significa, dato che le Ltro si sono dimostrate solo un palliativo, far scattare le annunciate da Draghi Omt, operazioni monetarie definitive. Note sono le condizioni draconiane affinché la Bce possa ottenere il lasciapassare tedesco per giungere in soccorso delle finanze pubbliche e delle banche italiane. 


Chi gestirebbe questo economicidio? Un nuovo governo di “larghe intese” è escluso, com’è eslcuso che il Pd, coi suoi ammennicoli possa farlo. Qui l’inquietante prospettiva del “podestà forestiero”, non a caso adombrata dal Gaulaiter Mario Monti nell’agosto 2011. L’Italia, che è già paese ad amministrazione controllata, verrebbe a quel punto governato da un direttorio emanazione della troika.

La minaccia di un nuovo crollo finanziario globale, come fu quello del 2008, che molti analisti ritengono probabile dopo anni di sbronza monetaria e di bolla dei valori borsistici, renderebbe cogente questa drammatica eventualità.

Il "piano" opposto non potrebbe essere cheuna sollevazione popolare. Che questa possa sopraggiungere prima, come noi ci auguriamo, è possibile ma altamente improbabile. E’ molto probabile invece che lo shock colpisca il paese tra capo e collo, che avremo solo a quel punto, oramai precipitati nell’abisso, una sollevazione generale.

Non immaginatevi una sollevazione fulminea e risolutiva. Il paese entrerà in un periodo di acutissime convulsioni sociali e politiche, la sollevazione procederà per fiammate, non seguirà una linea retta ascendente. Occorre rassegnarsi ad una sinfonia caotica e sconnessa, poiché mancano sia lo spartito che una direzione d’orchestra. Detto altrimenti avremo un conflitto coriandolare, policentrico, poiché, mentre la borghesia italiota è oramai una classe parassitaria e al tramonto, non abbiamo nemmeno, perché oramai spappolato, imborghesito, eviscerato, un proletariato che possa candidarsi a ruolo guida di un blocco sociale in grado di sovvertire l’ordine delle cose e prendere in mano le redini del paese.

E’ dentro questo marasma disordinato che le forze democratiche e sovraniste saranno chiamate e portare ordine e introdurre senso. Un blocco sociale e politico antagonista prenderà forma nel mezzo dello sconquasso. L’egemonia l’avrà chi saprà gettarsi nel conflitto trasformando la disperazione in rabbia consapevole; di chi saprà fare, di coloro a cui è stato tolto tutto, la forza motrice di un blocco ampio con i molti che vorranno difendere il poco che gli resta; di chi, portatore di un’idea nuova di società, saprà indicare la via e i mezzi per aprirgli una strada.

Se, su questo d'accordo col Della Loggia, ho ragione nel sostenere che da questa crisi si esce solo con soluzioni radicali; se sono nel giusto nel ritenere che la borghesia italiana non ha né la volontà né la forza per rompere la gabbia eurista e liberista; se, come ritengo, per questo abdicherà e accetterà di fare del Paese una semi-colonia; se, come penso, la forza motrice della sollevazione saranno i settori sociali dilaniati dalla crisi sistemica; non solo lo scontro si farà durissimo, ma la società subirà un processo di polarizzazione sociale, politica e ideologica violento che divaricherà lo stesso campo delle forze sovraniste. 

Con buona pace degli azzeccabarbugli che dai loggioni strillano lo stesso mantra del pensieero unico mainstraeam, quello della “morte delle ideologie” e della “fine della dicotomia tra destra e sinistra”.

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