25 MARZO ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE

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Il corteo parte da PORTA SAN PAOLO, alle ore 14

venerdì 13 settembre 2013

DEBITO PUBBLICO: 5 RAGIONI PER UN DEFAULT PROGRAMMATO

13 settembre. L'altro ieri il Centro Studi di Confindustria ha sfornato i numeri del disastro che ha subito il capitalismo italiano dallo scoppio della grande crisi iniziata negli Stati Uniti. Dal 2007 al giugno 2013 abbiamo avuto: Pil -8,9%; produzione industriale -25,1%; investimenti -27,1%; consumi della famiglie -7,6%; occupazione -7,2%. «Una tabellina da economia di guerra». 

La crisi economica italiana, come non ci siamo stancati di sottolineare, è conseguenza della crisi sistemica del capitalismo occidentale, del capitalismo casinò. Sin dal 2009 noi dicemmo che l'Italia era l'anello debole della catena, e che il nostro paese l'avrebbe subita più pesantemente. Tra le ragioni anche il debito pubblico. 

Onorare, saldare il debito "sovrano": è in nome di questo dogma che sono state applicate politiche devastanti d'austerità e rigore finanziario. Il risultato, vedi i numeri di cui sopra, è stato catastrofico. Che le cure da cavallo imposte dall'Unione, dalla Bce e dal Fmi (e recepite dai politicanti-Quisling italiani) avrebbero fatto fallimento, anche questo avevamo detto: lo stesso debito pubblico è passato al 131,7% del Pil (era al 120,8% a fine 2011 e salirà al 132,3% nel 2014). Ora sappiamo che la stessa fatidica soglia del 3% di deficit su Pil, è a rischio. Proprio ieri Letta ha ribadito il sacro principio:  "serve stabilità per pagare il debito", che in caso di crisi di governo ci sarà il diluvio.

Nel novembre 2011, proprio mentre al governo s'insediava, imposto dall'esterno, il governo di Mario Monti, noi pubblicavamo un articolo nel quale non solo denunciavamo come "pistola scarica" le minacce di sfracelli se questo debito non fosse stato "onorato", ma spiegavamo perché, se si voleva evitare la catastrofe, occorreva procedere ad un default programmato e unilaterale.
Ci pare importante porle di nuovo all'attenzione dei nostri lettori.

[Le tabelle e i grafici sono tratti da Il Sole 24 Ore del 9, 10 e 11 settembre 2013]


Le cinque ragioni per il default programmato

La prima ragione per andare ad un default programmato del debito estero ( che può declinarsi in varie forme, dal ripudio puro e semplice, alla moratoria alla ristrutturazione negoziata) è quindi propria questa: che solo attraverso questo ripudio lo Stato può riconquistare una fetta della sua propria sovranità politica, cessando di fungere da Stato-esattore anti-popolare per nome e per conto della finanza predatoria internazionale.

La seconda ragione per ripudiare il debito estero è lampante. Quali benefici può avere il popolo italiano dal fatto che lo Stato agisce come esattore di prima istanza per drenare risorse ingentissime a vantaggio della finanza predatoria mondiale, anglosassone anzitutto? Nessuno. “Onorare” questo debito equivale ad accettare una rapina, equivale anzi a fornire denaro al predone malgrado quest’ultimo punti alla tempia una pistola scarica. E’ come se uno fornisse al boia la corda con cui impiccarsi. Il vantaggio del default programmato è che lo Stato disporrebbe delle sue risorse, che non finirebbero nel Pozzo di San Patrizio del capitalismo-casinò, ma potrebbero essere immesse nel mercato interno, per realizzare un piano generale per il lavoro, per sanare il paese dalle sue ferite strutturali, per finanziare la ricerca, l’istruzione pubblica, lo stato sociale, o anche solo per permettere alle aziende di finanziarsi a costi meno onerosi. Non c'è dubbio che un default, per quanto autodeterminato e programmato implica un periodo di sacrifici anche per le masse popolari, ma esso evita ad esse di subire un massacro sociale di proporzioni epocali.


La terza ragione di questo ripudio è che lungi dal rappresentare un cataclisma, la temporanea fuoriuscita dai mercati finanziari di capitale, può essere un grosso vantaggio. Stare in questi mercati può essere relativamente conveniente in fasi di espansione dei mercati finanziari, quando cioè si possono ottenere prestiti a tassi molto vantaggiosi. Tutti gli indicatori mostrano che dopo il 2008 prendere soldi in prestito sui mercati finanziari costa sempre più caro, che i prestatori si comportano come cravattari, come strozzini. Gli interessi che lo Stato deve pagare in questi giorni sono oramai al 7% (tre volte e passa più alti della Germania: in barba al fatto che saremmo in un’Unione!) con effetti devastanti per le imprese italiane che pagano interessi sempre più cari quando chiedono soldi alle banche. Quello greco è un caso clamoroso: se vuole vendere i suoi titoli a dieci anni Atene è obbligata dai mercati a pagare il 25% di interessi. Se si tiene conto che il Fmi presta soldi, anche a paesi a rischio come ad esempio quelli africani ad un tasso del 3/5%, quello verso la Grecia è un caso lampante di usura. Ci sarebbe da portare in tribunale come banditi tutti i prestatori.
Si deve uscire sì da questi mercati, riconvertendo il debito estero in interno, rivendendo i titoli di stato ai cittadini italiani —ad un tasso e con una durata stabiliti dallo Stato. Ciò che non solo metterebbe al riparo i risparmi degli italiani (preoccupazione di cui tutti i globalisti si riempiono la bocca), ma le casse dello Stato dalle scorribande della cleptocrazia imperialista.
 

Interessi sui titoli: L'Italia paga più della Polonia
Veniamo alla quarta ragione. Che fine fanno i debiti contratti dallo Stato con le banche italiane? Occorre nazionalizzare il sistema bancario e passare ad una banca unica nazionale a gestione pubblica, con la clausola che viene fatto divieto alle banche di agire come banche d’affari. In caso di nazionalizzazione, di presa di possesso delle banche creditrici da parte dello Stato, è evidente che lo stato diventerebbe creditore di se stesso, ovvero il debito verrebbe annullato. Dato che negli ultimi vent’anni le banche hanno spinto i risparmiatori a sbarazzarsi dei tioli per comperare le loro proprie obbligazioni, lo Stato si farebbe garante di questi risparmi cristallizzati in obbligazioni bancarie, convertendoli appunto in titoli di stato.

La quinta ragione è che un default programmato unilaterale, data la consistenza dell’economia e del debito italiani, manderebbe all’aria l’eurozona e spingerebbe, non solo noi, a ritornare alla sovranità monetaria, a battere moneta in proprio, potendo così di nuovo agire su una leva che ha una importanza straordinaria, sia dal punto di vista politico che da quello squisitamente economico, in funzione pro-ciclica o anticiclica. Che l’euro sia una gabbia mortale è dimostrato, senza andare troppo lontano, dai paesi membri dell’Unione europea che hanno mantenuto le loro valute nazionali: essi conoscono quasi tutti una crescita del Pil mentre chi usa l’euro, ora anche la Germania, sono in recessione. La sovranità monetaria, permettendo di agire sui cambi (svalutazione) e sui prezzi (inflazione), consente di agire sia sulle partite correnti (import-export) che sulla curva dei debiti pubblici e quindi su come si ripartisce la ricchezza nazionale.

Nb
Siccome al potere abbiamo dei comitati d’affari dei grandi predatori finanziari e della banche (che son giunti persino a mettere come primo ministro un “podestà forestiero": Mario Monti), per realizzare questo programma occorre un cambio di regime, occorre un governo popolare. Non sappiamo se questo cambio avverrà per tempo, è certo che esso consiste in una sollevazione generale. Se questo cambio di regime non ci sarà, la catastrofe economica e sociale sarà inevitabile.
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8 commenti:

  • Anonimo scrive:
    13 settembre 2013 15:25

    E intanto pare che perfino la francia del social-paccioccone Hollande abbia deciso di rinnegare i parametri di Maastricht. Non è la rivoluzione socialsita, ma già un piccolo passo avanti:
    http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=713

  • Anonimo scrive:
    14 settembre 2013 14:46

    siete pazzi. il default colpisce i risparmi della gente e i vostri fondi pensione.
    antonio.

  • Ecodellarete.net scrive:
    14 settembre 2013 15:18

    @Antonio: I fondi della "tua" pensione...

    Vallo a raccontare al figlio di un mio amico (piddino tra l'altro) che questa mattina si è lamentato con me perché a suo figlio, trentenne, hanno offerto un lavoro (in un centro commerciale) a 40 ore la settimana per 400 euro al mese! Sì, hai capito bene: 400 al mese, ovvero 100 la settimana, ovvero 20 euro al giorno.

    Il default non è una scelta, è un fatto. Ma alla sinistra eurista non gli entra nella capa.

  • Anonimo scrive:
    14 settembre 2013 16:49

    io sono antieuro e anti pd-repubblica più di te, bagnai e sollevazione messi insieme e moltiplicati per 100.
    perchè 12 anni fa l'argentina fallì e il brasile no?
    il motivo dei 400 euri dell'amico tuo non è il debito.
    uscire dall'euro e svalutare sì, default no.
    antonio.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    15 settembre 2013 16:32

    DEFAULT SUL DEBITO

    Quante sciocchezze vanno in giro. ma non camminano sulle loro gambe, bensì su quella della menzogna e dell'ignoranza.
    Se c'è una cosa che rende utile il testo famigerato di Reinhart e Rogoff è che mostra come la storia del capitalismo, dal '500 ad oggi, proprio a partire da quello inglese sui crediti fiorentini, è costellata di default. Ovvero che il default è connaturato all'anarchica economia capitalistica. Se non erriamo ne hanno contati circa 320.
    Il bello è che il maggior numero di default (ricordiamo che i due autori sottolineano che dafault significa insolvenza non bancarotta, poiché gli stati non possono andare in bancarotta!) si è registrato dagli anni '80 in poi, ovvero col ciclo della iperfinanziarizazone neoliberista o capitalismo casinò.
    Comunque la si metta l'Italia andrà in default. Non potrà rimborsare 2mila e passa miliardi più interessi, a meno che l'economia non conosca una crescita del Pil dell'ordine del 2-3% costante sull'arco di più di almeno un quindicennio (calcoli degli analisti di Sua maestà il Capilale).
    Dal punto di vista politico o, se si preferisce, dell'etica sociale, è inammissibile che il popolo lavoratore, anche ammessa un trend del Pil positivo prolungato, debbano, non goderne i frutti, ma sputare sangue per una generazione per ingrassare banche d'investimento e fondi speculativi che detengono l'85% dei titoli di debito italiani.


  • Anonimo scrive:
    15 settembre 2013 21:17

    ho commentato l'articolo qui
    https://www.facebook.com/csepel.larossa?hc_location=stream

  • Anonimo scrive:
    16 settembre 2013 00:06

    Grazie redazione per aver ancora una volta puntualizzato la differenza fra insolvenza e bancarotta.Ma a quanto pare esistono ancora soggetti travestiti da economisti" de noantri",arroganti,di una supponenza tipica dei peracottari che temono per il proprio gruzzoletto,insidiato da un possibile default,che è, tra l'altro, già all'orizzonte come inevitabile conseguenza delle politiche criminali del capitale multinazionale a cui qualche SCEMO ha affidato i propri risparmi ed ora ciancia sul rischio imminente di vederseli sottrarre dai pescecani della finanza,abbaiando alla luna.Se la prendano con se stessi i mentecatti emuli dei "furbetti del Quartierino" se ora i loro fondi stanno per prendere la strada che era tracciata:le capaci saccocce dei "ricconi",ingrassate da SCEMI obnubilati dal mito della "finanza creativa",(per i gonzi!).

  • Anonimo scrive:
    16 settembre 2013 18:47

    un titolo di stato che il risparmiatore compra e coi cui fondi lo stato paga la pensione a tuo padre è "finanza creativa"? quindi anche tuo padre è un mentecatto che s'è messo in mano ai pescecani (visto che spera che gli diano la pensione). bravi, fate default e vediamo che fine fanno pensioni e stipendi pubblici.
    e rileggiti i TUOI primi commenti dell'altro post per vedere chi è l'arrogante e supponente.
    tu non hai risparmi? beh siete 3 gatti e mezzo a non averne. non hai nemmeno proprietà? una macchina, un cellulare, un qualcosa da cui potremmo iniziare a espropriare per dare il buon esempio? o come sempre volete fare i gay coi deretani altrui?
    antonio.

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