mercoledì 19 giugno 2013

TURCHIA: DIO CE NE SCAMPI DI UN RITORNO AL KEMALISMO di Wilhelm Langthaler

19 giugno. Va assolutamente condannato il pugno di ferro del governo di Erdogan contro il movimento di Gezi park. Tuttavia  non è condivisibile l'apologia sperticata del movimento che predomina a sinistra. Langthaler mostra che le cose sono molto più complesse, mette in guardia dai rischi che la Turchia passi dalla padella di Erdogan alla brace del kemalismo.

Possibilità e pericoli per una sinistra sociale rivoluzionaria

La vecchia sinistra aveva sbagliato di fronte alla sfida dell’AKP, perchè erroneamente lo ha ritenuto una lineare prosecuzione della dittatura militare. Dato che le tendenze autoritarie e culturalmente repressive di Erdogan stanno emergendo, si profila una nuova possibilità per i democratici rivoluzionari. Ma ad una condizione: non cadere nella trappola allestita dal Kemalismo, che già era sembrato essere in punto di morte.

Il punto di partenza delle proteste di massa, ostacolare la distruzione di un parco nel centro politico di Istanbul, ha offerto una piattaforma ampia e flessibile. Poiché il movimento è multiforme, può evolvere in direzioni diverse e non si sa ancora dove andrà. Di seguito alcune riflessioni sul carattere degli eventi e su come agire su di essi.

Le diverse anime delle proteste

Innanzitutto l’azione di massa è diretta contro il capitalismo scatenato e i suoi scriteriati megaprogetti che non tollerano obiezioni. La gente in piazza ha preso di mira la nuova elite islamica, che ha promesso di essere diversa rispetto al suo predecessore laico ma che , alla fine, si è rivelata molto simile. Ma ciò non significa automaticamente che tutto consista in una rivolta dei poveri. Ragionando in termini sociologici e culturali, il movimento è fondato sulla sinistra liberale, sulla classe media europea, urbana, spesso chiamata Turchia bianca, contrapposta alla Turchia nera, rurale, povera e islamica. Anche se il contesto non è identico, si può evocare l’analogia con il movimento ambientalista tedesco contro l’energia nucleare, che in seguito generò il partito dei Verdi.

Ovviamente l’aspetto democratico contro l’autoritarismo e l’arroganza del potere è decisivo e determinante. Ciò implica la difesa delle libertà culturali dei settori laici della società. Per un certo periodo l’AKP è parso rimuovere gli elementi di autoritaritarismo del suo predecessore laico, come l’assurdo divieto del velo, pur mantenendo una certa tolleranza. Ma ora sembra che esso voglia capovolgere tutto.

Il movimento contiene sicuramente una componente Kemalista vendicativa, che non rappresenta la gente in piazza ma con la quale ci sono punti di convergenza.

I conti sbagliati e gli errori di Erdogan

Fino ad ora Erdogan aveva goduto di uno straordinario consenso anche fuori dall’ambiente islamico. Questo ampio sostegno all’islamismo moderato era dovuto non solo ad una crescita economica rapida e costante, ma anche ad una cauta democratizzazione e alla disponibilità alla coesistenza culturale con la laicità, che continua ad esercitare un’importante influenza sulla Turchia. Infine, ma non meno importante, ci sono tentativi di distensione con i Kurdi, che sono quelli che hanno patito di più a causa del nazionalismo estremista kemalista.

Questo generale rilassamento delle tensioni sociali è passato inosservato per la sinistra radicale. Essa ha interpretato il governo dell’AKP come una lineare prosecuzione della dittatura militare o anche come fascismo. Il che ha condotto alla fine alla sua emarginazione.

Il primo grande errore che ha danneggiato l’ascesa di Erdogan è stata la sua avventura siriana. Prestando pieno sostegno alla rivolta popolare era convinto di poter ottenere un pieno trionfo e di vedere un governo omologo al suo a Damasco. In nessun modo egli ha previsto di esser trascinato in una guerra civile settaria, con ritorni di fiamma in vari modi nel suo paese. La mobilitazione di milioni di alawiti turchi (comunità molto vicina agli alawiti arabi), che fino ad ora non apparivano settari, è stata un colpo. Inoltre l’immagine di Erdogan indipendente dall’Occidente è andata perdendo credibilità, poiché ha mendicato un intervento occidentale anche militare in Siria. Mentre la sua politica estera fondata su “nessun problema con i nostri vicini” aveva goduto di una schiacciante approvazione in Turchia, la sua posizione interventista sulla Siria no. Una sorta di scissione 50 a 50 percorre l’Asia Minore. A questo potrebbe aggrapparsi il kemalismo per la sua sopravvivenza.

In realtà prima del pantano siriano una significativa opposizione turca aveva cessato di esistere, se si escludono i Kurdi. L’attuale protesta popolare è divenuta possibile solo sulla base della divisione sulla Siria. La tracotante e onnipotente linea dura di Erdogan gli costerà cara. Il che non investe i suoi sostenitori accaniti né più di tanto quelli islamici, ma distruggerà la specifica forza che ha reso unico l’AKP e che ha elevato la Turchia a modello di riferimento: l’alleanza con un largo settore delle classi medie liberali e laiche. Esse ne hanno avuto abbastanza dei decenni di dittatura militare e hanno sostenuto il cauto ma costante processo di democratizzazione di Erdogan, mantenendo sotto controllo le elites kemaliste. Quando egli allestì il referendum contro l’esercito nel 2010, ottenne una vittoria di 60 a 40. Questa classe media urbana e laica ora lo ha abbandonato. Più Erdogan si infuria, più aumenta il danno.

(Non è un caso che la comunità che votò in senso più favorevole all’esercito fu quella alawiita di Dersim/Tunceli. Essi agirono così per paura dell’islamismo sunnita, paura che le classi medie urbane non condividevano, almeno nella stessa misura) (1)

Non può esserci dubbio sul fatto che da un punto di vista democratico, sociale e rivoluzionario il movimento merita partecipazione e sostegno. Ma restano insidie considerevoli, dato che il kemalismo è in agguato dietro l’angolo per cogliere la sua occasione.

Insidie

Ancorché diretto contro gli eccessi del capitalismo, si tratta sostanzialmente di un movimento dei turchi bianchi. Ciò non significa che dobbiamo respingerlo, ma occorre stare in guardia per evitare uno scontro fra Turchia bianca e Turchia nera. Sotto attacco gli islamisti tendono a ricorrere ad una lotta culturale, cercando di appropriarsi della rappresentanza dei poveri, dei neri. Questa trappola va evitata, perché non imbelletta solo i laici ma anche i democratici in quanto bianchi. Le rivendicazioni democratiche dovrebbero essere indirizzate anche ai neri, per coinvolgerli nel campo sociale rivoluzionario e non respingerli. Se i democratici non riusciranno ad evitare il distacco dalla Turchia nera, finiranno di nuovo fra le braccia del padre di tutti i turchi, Kemal Ataturk.

Peggio ancora: oltre la vecchia frattura fra laicismo e islamismo, la deriva settaria in Turchia sta lievitando. Non si può escludere che il peso dei milioni di Alawiti aumenti. Allora la Turchia diverrà parte dello scisma fra Sunniti e Sciiti, tipico del mondo arabo e la costruzione di un fronte comune antimperialista sarà impossibile.

Fino ad oggi l’ambiente kurdo che ruota intorno al partito BDP partecipa al movimento di Gezi. Ma i kurdi lottano prima di tutto per i loro diritti nazionali, che non godono di alcuna popolarità fra le classi medie. Ci sono voluti diversi decenni per superare il nazionalismo sciovinista di matrice kemalista, che dette classi avevano scambiato per una posizione post – moderna scettica verso il nazionalismo. Tale superamento non implica il sostegno al diritto dei kurdi all’autodeterminazione. I kurdi restano estranei al movimento. Sono stati coinvolti dalla sinistra radicale, che a sua volta è una subcultura delle classi medie urbane. In un certo senso i kurdi incarnano la parte più nera della Turchia, però il culto di Apo (2) e la bohemien borghese non collimano.

Se Erdogan è intelligente, dovrebbe proseguire nella distensione con i kurdi e questo potrebbe portarli dalla sua parte, isolando così i kemalisti. Il PKK, dal canto suo, difficilmente potrebbe rifiutare una simile offerta.

La cosa più importante in questo conflitto è tenere bene a mente i rapporti di forza. L’AKP ha perso gran parte dei suoi sostenitori laici, il che per gli islamisti moderati significa una grande perdita, un danno strategico di cui essi potrebbero non aver piena consapevolezza. Per il modello turco la campana suona a morto. Nel mondo arabo non c’è stato alcun paese in cui gli islamisti siano riusciti a forgiare una simile alleanza, con l’eccezione forse della Tunisia dove ci sono stati timidi tentativi in questa direzione (la coalizione di governo di En Nahda con il centrosinistra). Allo stesso tempo non può esserci alcun dubbio sul fatto che il blocco socio - politico dell’AKP resta il più forte, con l’Islam come potente collante. Cercare di rovesciare Erdogan vuol dire andare contro la forza dominante nella società, poiché il suo governo è legittimato da tutta una serie di elezioni. Non solo è inutile, ma è anche sbagliato politicamente perché compatterebbe ulteriormente il blocco dell’AKP, dato che potrebbe difendersi contro la prospettiva di un colpo di stato laicista. (3)

Ciò che proponiamo è una linea di opposizione democratica e sociale, senza un’immediata rivendicazione di potere di governo. Si tratta solo di fare appello almeno ad una parte della Turchia nera, sia nella sua componente islamica che in quella kurda, per coinvolgerla in un progetto rivoluzionario sociale e democratico. In tal modo il blocco dirigente capitalista dell’AKP può essere scomposto ed eventualmente diviso. La sua pretesa di rappresentare la Turchia nera va contestata e ne va dimostrata la falsità. Ciò diverrà più chiaro non appena il boom capitalistico cesserà e la Turchia andrà in rovina.

Inoltre qualunque infondata pretesa di potere spinge inevitabilmente l’opposizione di Gezi fra le braccia delle vecchie elites kemaliste, compresi alcuni generali con i loro colpi di stato. Questa sarebbe la fine di ogni sinistra rivoluzionaria. La rivoluzione si rivelerà impossibile qualora sia fondata esclusivamente sulla comunità alawita.






* Fonte: Campo Antimperialista

Note

(1) http://en.wikipedia.org/wiki/Turkish_constitutional_referendum,_2010
(2) Apo è il soprannome di Abdullah Öcalan, leader del PKK prigioniero.
(3) In realtà questa sarebbe la logica del kemalismo.


Traduzione di Maria Grazia Ardizzone
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