PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

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lunedì 18 marzo 2013

PRC: DOPO LA SBERLA

Discutendo con i compagni del Prc sulle prospettive future 

Segreteria nazionale del Mpl

Che succede in Rifondazione dopo la batosta elettorale subita dalla lista Rivoluzione civile? La riflessione è iniziata, non senza accenni di autocritica. Siamo solo agli inizi di un processo che sarà certamente doloroso. Un'intero ciclo è infatti giunto al termine. Il giudizio critico della Segreteria nazionale del Mpl.

Dopo la sberla è il momento della riflessione. Il Prc l'ha avviata con i lavori del Comitato politico nazionale dello scorso fine settimana. Il percorso si presenta accidentato, mentre i tempi dettati dalla politica sono strettissimi. Come minimo un gruppo dirigente è arrivato al capolinea, ma non è questo che ci interessa in questa sede. Siccome è un intero ciclo politico che si chiude e uno nuovo comunque si aprirà, ci interessa invece la discussione sul piano politico-strategico. Non viviamo infatti tempi «normali», e crediamo che questa consapevolezza possa aiutare, se non proprio una svolta, quantomeno una riflessione che non sfugga i veri nodi del presente. Se poi svolta ci sarà, tanto di guadagnato.

Chi ci segue sa che per noi l'insuccesso di «Rivoluzione Civile» era pressoché certo fin dall'inizio. Non perché disponessimo di particolari sfere di cristallo, ma perché ci era chiara l'inconsistenza di quell'offerta politica nello sconquasso del sistema politico che si andava profilando. Starsene schiacciati tra un Pd più realista del re, per certi aspetti più europeista di Monti, ed un M5S che si apprestava a portare un'autentica mazzata all'agonizzante regime bipolare, era certamente il modo migliore per dichiarare Urbi et Orbi la propria irrilevanza politica proprio in un momento cruciale della vita politica nazionale.

Poi il dilettantismo politico di Ingroia, la sua inarrivabile incapacità di parlare delle questioni vere del paese, quelle in grado di attivare il cuore e il cervello di milioni di persone, ha fatto il resto. Ma il fattore Ingroia è stato solo un di più (in realtà in termini elettorali un di meno), che ha peggiorato un esito che era già scritto nell'incapacità di proporsi come alternativa politica radicale e credibile. Laddove la scarsa credibilità proviene dalla lunga storia di subalternità al centrosinistra, con la quale il Prc non è mai riuscito veramente a fare i conti.

Il non vedere, con i propri occhi, questo autentico macigno, ha condotto la dirigenza del partito all'ennesima batosta. E, da quanto abbiamo capito dal dibattito post-elettorale, quegli stessi dirigenti proprio non se l'aspettavano. Anzi, a detta di qualche dirigente locale, la segreteria nazionale era assolutamente convinta di aver azzeccato, almeno questa volta, la «mossa giusta». Se così stanno le cose, è evidente che proprio questo pazzesco errore di valutazione ci da la misura del grado di divaricazione tra la realtà sociale e la sua percezione nelle stanze di via del Policlinico.

Ma questa ormai è acqua passata. La domanda ora è un'altra: come pensa il Prc di risollevarsi? Nel Cpn di Rifondazione è emersa una spaccatura nella stessa maggioranza uscita dall'ultimo congresso, ma non ci soffermeremo su questo. Più interessante ci pare una valutazione del documento conclusivo approvato a maggioranza. Interessante per ciò che dice, quanto per quel che non dice.

Non faremo in questa sede un esame esaustivo del documento. Ci limiteremo invece a segnalare quattro aspetti, a nostro avviso i più importanti.

Il primo, che giudichiamo assai positivamente, è che i compagni di Rifondazione, a differenza di altri settori dell'estrema sinistra (e per altri aspetti del Pdci), collocano la loro sconfitta in un quadro generale che il documento tratteggia in termini invece positivi. In esso si legge infatti di «una fortissima crisi di legittimazione dell’intero sistema dei partiti», di uno «scardinamento del bipolarismo» da «salutare positivamente», così come positivamente viene valutata la sconfitta dell'asse Bersani-Monti.

Rifondazione Comunista evita, colpevolmente, di fare i conti con lo tsunami “grillino”, ma ha almeno rinunciato ad un'analisi autoreferenziale, e questo è già molto. E' molto, perché solo uscendo dall'autoreferenzialità potranno determinarsi sviluppi positivi, che consentano alle energie migliori di quel partito di rigenerarsi nello scontro politico e sociale che si profila all'orizzonte.

Il secondo punto riguarda invece l'analisi del fallimento elettorale. E qui il documento sembra afferrare il fenomeno principale, perdendosi però nella spiegazione dello stesso. Qual è il fenomeno principale è presto detto: Rivoluzione Civile non è riuscita a presentarsi con un messaggio sufficientemente forte. Così si legge nel documento: «Rivoluzione Civile, che pure avrebbe dovuto coniugare questione morale e questioni sociali ed economiche, non è riuscita a definire e a presentarsi con un profilo e un’identità forti dentro la campagna elettorale in cui sia la crisi economica che il rifiuto di una politica corrotta sono stati temi centrali».

E' evidente che si riconosce qui, seppure solo implicitamente, la maggior forza, penetrazione e radicalità del messaggio del M5S. Ma, come si spiega il flop di Rc e più ancora del Prc? La risposta è francamente disarmante: con la debolezza del conflitto sociale. Citiamo: «Ha pesato fortemente l’anomalia italiana di un mancato sviluppo del conflitto sociale di fronte al dispiegarsi di uno stillicidio di provvedimenti antipopolari».

Eh no, cari compagni, qui proprio non ci siamo. A parte il cattivo gusto di scaricare sui lavoratori (che non «confliggono») la responsabilità dei propri rovesci politici, bisognerebbe chiedersi per quali ragioni il conflitto sociale non si è ancora dispiegato. Noi avanziamo un'ipotesi, sulla quale vorremmo confrontarci: non sarà che il conflitto latita, perché i soggetti che dovrebbero esserne i protagonisti capiscono, molto meglio di chi vorrebbe rappresentarli, che questa volta la partita è squisitamente politica, e se lotta ha da essere, dovrà essere proprio per il potere?

Ma davvero pensiamo che si possa rispondere all'attuale attacco in termini sindacali? Davvero crediamo che qualche sciopero in più avrebbe cambiato la situazione? La Grecia dovrebbe pur insegnarci qualcosa, tanto più in un paese come l'Italia dove, da decenni, gli scioperi sono diventati sempre più sterili e al massimo simbolici. Beninteso, ben vengano gli scioperi e le manifestazioni, purché si abbia chiara la necessità di una strategia che punti alla sollevazione di ampi strati della popolazione, con l'obiettivo non del socialismo ora, ma dell'instaurazione di un governo popolare di emergenza in grado di rovesciare le politiche dei sacrifici per il popolo lavoratore, e quindi di uscire dalla gabbia dell’euro.

Questa nostra lettura trova una conferma negli stessi risultati elettorali.

Posta davanti alla più grave crisi del capitalismo italiano (e occidentale), davanti al fallimento della costruzione europea Rifondazione, ben lungi dall’assolvere la funzione di partito politico, non ha saputo avanzare soluzioni strategiche degne di questo nome, limitandosi ad evocare evanescenti soluzioni keynesiane — un keynesismo zoppo poiché prigioniero della narrazione europeista e ostile ad una prospettiva di riconquista della sovranità nazionale.

Il gruppo dirigente del Prc (anche per non rompere tutti i ponti col Pd) ha addirittura impedito una discussione interna sulle questioni di sostanza, illudendosi che sarebbe stato sufficiente riproporre l’accoppiata (eccolo il bacillo del massimalismo) di una blanda difesa dell’identità ideale e di una astratta radicalità sul piano delle rivendicazioni sociali.

E cosa è accaduto? E’ accaduto che sul piano di quella che potremmo definire “radicalità parolaia” il Movimento 5 Stelle ha battuto Rifondazione dieci a zero.

Il terzo punto, sul quale occorre spendere qualche parola, riguarda l'ennesima proposta unitaria alla sinistra antiliberista. Leggiamo: «L’esperienza di questi anni e degli ultimi mesi ci induce a ritenere non riproponibili pratiche ‘pattizie’ e quindi a rilanciare la centralità della democrazia e del principio “una testa un voto” come metodo indispensabile per la costruzione di una nuova soggettività politica unitaria della sinistra e dei movimenti sociali antiliberisti, ambientalisti, contro la guerra».

Lasciando perdere la fraseologia onnicomprensiva di sempre, il punto ci sembra essere quello da noi più volte sollevato: esiste la possibilità di dar vita ad una sorta di Syriza italiana? E se sì, come? Nel passaggio citato c'è evidentemente un'autocritica rispetto alle scelte che hanno portato alla lista Ingroia, ma le autocritiche del giorno dopo lasciano un po' il tempo che trovano. Diamo dunque tempo al tempo, purché si sappia che non è molto, e vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Certo, se nei mesi passati, anziché inseguire le presunte qualità taumaturgiche di un piemme, gli inesistenti serbatoi elettorali di sindaci arancioni, le riserve economiche del “Signor manipulite", si fosse adottato un simile orientamento, la situazione attuale sarebbe certamente assai migliore per il Prc.

Il quarto, ed ultimo punto, riguarda quindi quel che nel documento adottato dal Cpn proprio non c'è. Il voto di febbraio è stato soprattutto un voto contro l'Unione Europea, le sue politiche, i suoi sacrifici imposti sull'altare dell'euro. E le élite europee non hanno impiegato molto a comprenderlo, tant'è che oggi la stessa stretta austeritaria non viene più riproposta come il toccasana di sempre. Il successo del M5S, l'insuccesso del centrosinistra, il flop clamoroso di Monti, obbliga quantomeno il blocco dominante ad una rivisitazione della linea fin qui tenuta.

Si apre dunque uno scenario inedito, dove però i punti dirimenti sono sempre più quelli dell'appartenenza all'UE, della permanenza nell'area euro, del rifiuto del Fiscal compact, della riconquista della sovranità nazionale, del rifiuto della schiavitù del debito. Purtroppo non troviamo questi temi nel documento di cui ci stiamo occupando. Dipenderà forse da divergenze interne, ma più probabilmente da una resistenza psicologica, ancor più che politica, ad affrontare questi temi, che troppa parte della sinistra considera ancora tabù, mentre buona parte del popolo lavoratore comprende ormai quanto siano ineludibili.

In conclusione, il documento del Prc è ancora assai contraddittorio. Ma le dinamiche politiche sono ormai molto accelerate. Non c'è troppo tempo per leccarsi le ferite. E' invece tempo di riflettere ed agire. Il Prc che abbiamo conosciuto (lo ammette anche il documento) ormai non esiste più. Cosa ne verrà fuori lo vedremo a breve. Per i tanti compagni che vogliono ancora battersi, per i militanti più coscienti che comprendono la portata dello scontro politico in atto, è questo il momento di farsi avanti. Per chiudere una stagione, e contribuire insieme ad altri ad aprirne una nuova. Assai più interessante.

Segreteria nazionale del Mpl
17 marzo 2013
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1 commenti:

  • cat62 scrive:
    18 marzo 2013 19:10

    "Beninteso, ben vengano gli scioperi e le manifestazioni, purché si abbia chiara la necessità di una strategia che punti alla sollevazione di ampi strati della popolazione, con l'obiettivo non del socialismo ora, ma dell'instaurazione di un governo popolare di emergenza in grado di rovesciare le politiche dei sacrifici per il popolo lavoratore, e quindi di uscire dalla gabbia dell’euro."

    Vi segnalo un interessante articolo giuridico-costituzionale pubblicato su Orizzonte48, perfettamente in "tema".

    Da cui, un piccolo estratto: "- Una volta preso atto della pratica disattivazione della "estrema garanzia" della giurisdizione costituzionale, se non altro per la sua incertezza di esiti nel contesto attuale e, più ancora, per l'elemento temporale della sua tempestività, nel prevenire un timing distruttivo per il benessere dei cittadini italiani e la stessa sopravvivenza del patto fondamentale che li lega reciprocamente;
    - una volta preso atto della assoluta indifferenza su questi temi dell'intero arco dei partiti che oggi siedono in Parlamento - tutti variamente orientati a sostenere il vincolo euro(peo) "whatever it takes", ovvero a colpevolizzare per la crisi la comunità nazionale, invertendo la percezione del suo meccanismo causa-effetto;
    - non rimane che prendere in considerazione l'eventualità dell'attivazione spontanea e diffusa del diritto di resistenza a difesa della Costituzione.
    Questo, trattandosi dell'aggressione perpetrata attraverso lo svuotamento dei principi immutabili della Costituzione da parte di norme di origine internazionale, e in patente violazione dell'art.11 Cost., dovrebbe anzitutto esplicarsi nella creazione di un Comitato di Liberazione Nazionale, capace di riacquistare la capacità negoziale di cui i nostri governi si sono privati unilateralmente e senza riflettere sulla compatibilità costituzionale di ciò, e, quindi, di prendere contatto con analoghi organismi auspicabilmente sorti negli altri paesi interessati dal medesimo fenomeno distruttivo della sovranità popolare e dei principi fondamentali delle rispettive Costituzioni democratiche."

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