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sabato 30 marzo 2013

CIPRO: COME SFASCIANO L'UNIONE EUROPEA di Moreno Pasquinelli

30 marzo. L’impatto della crisi finanziaria di Cipro è inversamente proporzionale alle sue piccole dimensioni.«Penso che alla fine l’eurozona si distruggerà», dice Albert Edward, analista del gruppo bancario francese Société Générale. Pasquinelli spiega le cause del crack del sistema bancario cipriota, svela i dettagli del controverso piano di "salvataggio" adottato dalla trojka e perché ha suscitato le ire dei liberisti.

Connubio tossico
Le cause del crack cipriota 


Cipro è uno di quei paesi dell’Unione considerato uno “Stato-banca-off-shore”. Chi metteva (ovvero prestava) denaro nelle banche cipriote godeva di un doppio vantaggio: una remunerazione dei conti correnti con tassi nettamente superiori alla media europea e un trattamento fiscale molto agevolato. Tanto per dire: «La tassazione sugli utili delle società nel 2002 è stata fissata al 10%, diventando così una delle più convenienti d’Europa. In Italia, ad esempio, oggi è al 20%. [1]

Il caso Cipro è solo uno degli esempi di quale stramba e micidiale Unione sia quella europea, unita da una moneta emessa da una banca privata ma divisa nei più disparati campi. Ogni Stato che se lo può permettere, in barba ai discorsi unionisti, aggira i dogmi monetaristi —il controllo del tasso d’inflazione, quello sul deficit al 3% del Pil e sul pareggio di bilancio— e applica politiche economiche di vantaggio per il capitale (anzitutto la rendita finanziaria) che sono micidiali per quei paesi con i bilanci pubblici scassati. In poco più di dieci anni di euro i paesi europei, come per la deriva dei continenti, si sono allontanati l’uno dall’altro. Peggio, i paesi europei che si sono rafforzati, in primis la Germania, lo hanno fatto alle spalle dei “paesi fratelli”.
Proteste a Cipro

Basti guardare ai flussi di capitali intra-Ue, ovvero la vera e propria fuga di capitali dai paesi mediterranei verso Nord. La Germania in particolare, grazie al surplus della partite correnti, si è ingrassata finanziando i paesi del Sud: «A fine gennaio del 2013 vanta un credito per 617 miliardi con uno sbilancio in negativo (debito) dell’intera periferia dell’eurozona per 822 miliardi». [2]

Molti analisti e pennivendoli, avatar degli stregoni dell’aristocrazia finanziaria, cercando di scantonare da questo fatto plateale, tentano di avvalorare la tesi che “i ciprioti se la sono cercata”, tirano in ballo il suo “sistema finanziario ipetrofico”, le presunte pratiche di “finanza allegra” delle autorità bancarie, l’assenza di controlli, i politici corrotti dagli oligarchi russi. [3] Balle!
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Si guardano bene dal tirare in ballo, se non il super-paradiso-fiscale chiamato Svizzera, almeno Malta e Lussemburgo, veri e propri santuari interni alla Unione europea della speculazione finanziaria. Il Granducato è un caso addirittura clamoroso: ha solo 525mila abitanti ma le sue aziende creditizie e finanziarie hanno debiti con l’estero pari al 1000% del Pil, mentre gli asset delle sue banche rappresentano più del 700% del Pil. Come mai le banche lussemburghesi non saltano? La ragione è semplice: il Granducato non è solo una cassaforte ma una piattaforma per il gioco d’azzardo, non degli oligarchi russi, ma di quelli europei (anzitutto tedeschi, che hanno il maggior numero di filiali bancarie in Lussemburgo) e anglosassoni. Quanto detto emerge da un dato eclatante: nel Granducato solo l’8% degli attivi bancari è detenuto da banche locali, mentre a Cipro questa quota arriva al 71%. [4]
Vale quindi l’adagio che non si sputa mai sul piatto dove si mangia.

Ma torniamo a Nicosia. Che ci hanno fatto le banche cipriote con questa enorme massa di liquidità (otto volte il Pil) affluita nei loro forzieri anche grazie al dogma eurista —come vedremo più avanti oramai violato— del liberoscambismo e del libero movimento dei capitali? Tre cose principalmente: li hanno investiti in titoli di stato e bond bancari della Grecia; li hanno prestati ai cittadini nella forma di crediti al consumo; hanno infine finanziato a dismisura gli investimenti immobiliari fino a provocare una bolla dell’edilizia.

Due in particolare i fattori scatenanti del crack del sistema bancario cipriota: lo scoppio della bolla immobiliare —crollo dei valori dei beni ipotecati dalle banche in cambio dei crediti erogati e di conseguenza dei collaterali dati in garanzia nell’interbancario— e la ristrutturazione del debito greco decisa dalla trojka.
I creditori delle banche cipriote (clicca per ingrandire)

Il disastro per Cipro è iniziato col default di Atene. Le banche cipriote avevano investito una gran parte dei loro depositi —ricordiamo che per una banca i depositi di denaro dei clienti sono debiti verso questi ultimi— proprio sul debito greco. In cifre il default della Grecia ha causato nelle banche cipriote un buco da 17 miliardi —moltissimi rispetto ai 69 miliardi di euro di deposti che esse gestiscono. [5]
«Le banche cipriote hanno avuto un ammanco di 10 miliardi di euro, di cui proprio 4 miliardi relativi alla ristrutturazione del debito greco, attraverso l'effetto contagio. Il centro finanziario ipetrofico di Cipro (…) ha i suoi guai strutturali ma è stato colpito duramente dal taglio di 100 miliardi di euro di haircut sui possessori di bond sovrani greci, tra cui principalmente le banche cipriote». [6]
Il default della Grecia con relativa ristrutturazione a cura della trojka ha infine accentuato la fuga dei capitali verso i paesi “virtuosi” (ciò che è chiamato eufemisticamente flight to quality), ciò che ha colpito pesantemente anche le banche cipriote, che quindi sono precipitate in default a loro volta.

La famigerata trojka, nel momento in cui propose il suo “salvataggio” della Grecia (un “salvataggio” che ha sfasciato quel paese e gettato nella miseria gran parte della sua popolazione), sapeva benissimo che se i più grandi paesi creditori di Atene avrebbero sopportato l’urto, ciò avrebbe avuto conseguenze devastanti per Cipro. Il prestito russo a Cipro del gennaio 2012 (2,5 miliardi); il declassamento a spazzatura dei titoli di Stato ciprioti da parte delle agenzie di rating nel marzo 2012; ed infine la richiesta del governo cipriota di un intervento dei fondi salva-stati europei, avanzata nel giugno 2012; erano evidenti campanelli d’allarme. I tecno-oligarchi europei e gli stregoni dell’aristocrazia finanziaria piangono quindi lacrime di coccodrillo, poiché essi sono i primi responsabili dello sfracello cipriota.
Nicosia, 22 marzo 2013

Un piano a due gambe
anche (certi) ricchi piangono

Respinto dal Parlamento cipriota il primo Piano di salvataggio A, ovvero messi al riparo i conti correnti sotto i 100mila euro, la trojka, ottenuto l’appoggio del vassallo governo di Nicosia, ha tirato fuori dal cappello un altro Piano. Un Piano sorprendente, diabolico, a due gambe, criticato aspramente dagli stessi analisti ed economisti euristi e che sta mandando su tutte le furie molti borghesi —la cui fede nel Dio euro inizia seriamente a vacillare.
Ma andiamo con ordine.

(clicca per ingrandire)
C’era da attendersi che dopo il grottesco flop del Piano A, che il Piano B sarebbe consistito in un intervento diretto dell’Unione europea, sullo stile dei 4 “salvataggi” precedenti —Irlanda, Grecia, Portogalloe Spagna per un totale di circa 500 miliardi, quasi quaranta volte quanto basta a salvare il sistema bancario cipriota— cioè  un prestito attraverso i meccanismi di cui si era faticosamente dotata, in cambio di drastici piani di austerità e privatizzazioni, nonché di rimborsi i cui costi  sarebbero stati scaricati sulle casse pubbliche. La forma ce la spiegava l’eurista di ferro Donato Masciandaro prima che la trojka escogitasse il suo piano definitivo: 
 «L’Unione, su richiesta del governo cipriota, dovrebbe agire con il fondo salva-Stati (Esm), operando una capitalizzazione diretta delle banche, ovvero decidere per una liquidazione ordinata. L’Esm diviene il temporaneo azionista di maggioranza della banca salvata e si impegna a riprivatizzare o a liquidare la banca con modalità di mercato». [7]
La trojka, Unione, Bce e Fmi, avrebbero messo i quattrini per ricapitalizzare interamante le banche cipriote (meno di 20 miliardi di euro, una cifra irrisoria se ci si pensa) per poi ridarle in mano a banchieri privati. Cipro avrebbe perso anche la parvenza di Stato sovrano diventando un protettorato coloniale europeo, mentre il governo avrebbe quindi agito come vassallo e esattore dell’Esm dissanguando i ciprioti al fine di rimborsare il prestito con lauti interessi. Fantastico Piano B! Un distillato ideologico del pensiero unico euro-colonialista. Ma non era applicabile. Non è infatti pensabile addossare ad uno Stato con solo 18 miliardi di Pil (che per il 70% è sfornato dai servizi) i costi del default di un sistema bancario otto volte più grande.

Ed infatti questo ipotetico Piano B non è stato adottato, si è optato, su pressione tedesca, per il Piano C. Data la modesta cifra necessaria a salvare le banche cipriote, la Ue poteva ben permettersi di fare un prestito, diciamo a vent’anni, ad un tasso d’interesse modesto. Neanche per sogno! hanno risposto all’unisono i governi europei, tedeschi in testa.

In cosa consiste questo Piano C?
9 miliardi saranno versati dall’Esm per far fronte al fabbisogno dello Stato, 1 sarà cacciato dal Fmi, 5,8 verranno estorti (qui la grande novità) ai creditori privati delle banche fallite. Di passata, Vito Lops faceva notare la strana coincidenza: «Quale è l'importo che l'Unione europea ha deciso lo scorso week end di ottenere dal prelievo forzoso sui conti correnti a Cipro? 5,8 miliardi. E quale è l'esposizione finanziaria delle banche tedesche nei confronti della piccola isola del Mediterraneo? 5,8 miliardi (fonte Banca dei regolamenti internazionali)». [8] Il che spiega perché i ciprioti siano tanto incazzati contro la Merkel e la Germania.
Gli affarri tra la Russia e Cipro (clicca per ingrandire)

E’ stata insomma messa una taglia del 40%, un “prelievo forzoso” sui depositi dei correntisti e sugli obbligazionisti (titolari di bond o titoli di credito) che hanno somme al di sopra dei 100mila euro. Alcuni si azzardano a dire (il Piano non è ancora noto nei dettagli,) che la taglia potrà arrivare all’80%. Una “patrimoniale” colossale che fa piangere non solo i redditieri (anzitutto russi) che pensavano di avere messo in salvo i loro patrimoni, ma tutte le imprese capitalistiche cipriote (si prevede come effetto del Piano C un crollo del Pil dell’isola del 20%)

L’avesse fatto Chavez sarebbe montata una campagna mondiale contro “l’esproprio bolscevico”. Invece l’ha fatto la troika che è sì sentinella del  “capitalismo”, ma di un capitalismo sui generis, quello bancario predatorio. Mai come in questo caso è venuta alla luce la discrasia tra gli interessi e le vedute dell’aristocrazia finanziario-parassitaria, oramai dominante, e la “borghesia classica”, oramai soggiogata.

Certi economisti sbraitano che un principio sacro ai ricchi e ai capitalisti è stato brutalmente violato, quello per cui in ogni salvataggio per default non si sarebbero dovuti toccare il risparmio e i depositi bancari — per i nostri euristi di ferro i costi dei salvataggi, anche se di banche private, dovrebbero essere socializzati, a carico dello Stato, spalmati quindi su tutti i cittadini, anzitutto i salariati.

Ma sentiamo la delusione dell’analista:
«Si sono aperte strade per scaricare sulle spalle dei privati, azionisti, obbligazionisti o risparmiatori che siano, i costi del finanziamento dei salvataggi bancari cancellando di fatto l’opzione della ricapitalizzazione diretta da parte del Fondo salva-stati (Esm), proprio come da sempre voleva la Germania con i suoi alleati del Nord, sempre più allergici alle soluzioni europee». [9]
Senza giri di parole: la soluzione adottata per Cipro, non solo affossa i tanto declamati obiettivi dell’Unione bancaria, di comuni politiche fiscali, affossa l’Unione europea in quanto tale. Ha vinto ancora una volta la Germania. Un’altra vittoria come questa e sarà l’euro-kaputt. Osserva un altro eurista tutto d’un pezzo: «La verità è che prevalgono ancora una volta gli interessi nazionali sulle convenienze comuni, le nazioni prima dell’Europa». [10]
Clicca per ingrandire

La mazzata definitiva agli alfieri dell’euro (che almeno speravano di essere tranquillizzati sentendosi dire che la ricetta per Cipro era un’assoluta eccezione) è stata sferrata dall’olandese  Presidente dell’eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, subito dopo la sigla dell’accordo per Cipro, la sera del 25 marzo. Dijsselbloem ha affermato che per Bruxelles la soluzione “anticapitalistica” adottata per Cipro potrebbe essere valida anche per altri paesi. Le borse e le borghesie dei paesi del Sud Europa sono state prese dal panico. Nel sinedrio degli euristi qualcuno ha iniziato timidamente a sostenere che se questa è l’Unione, se tanto bellamente si violano certi sacri tabù (leggi l’inviolabilità dei portafogli dei borghesi), tanto vale uscirne prima che sia troppo tardi.
«La favola secondo cui il caso di Cipro è unico e non compromette il destino dell’euro non regge più, non solo è stata raccontata troppe volte negli ultimi anni, ma soprattutto perché il convolgimento dei creditori delle banche e soprattutto i controlli ai movimenti di capitale annunciati hanno implicazioni politiche gravissime». [11]
Ricordiamo che in Italia c’è chi da tempo propone una gigantesca patrimoniale. Il più noto è il vice-direttore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti, che sostiene che per stroncare il debito pubblico occorre rastrellare 200/300 miliardi con un’imposta sui patrimoni, compresi i depositi bancari. Non è chiaro se Mucchetti (ora passato al Pd) intende colpire anche i risparmi sotto la soglia dei 1oomila euro, ma siamo certi di si.

Siamo così giunti alla seconda gamba del Piano C per Cipro. Per la prima volta all’interno di un’Unione economica e monetaria vengono posti limiti alla libertà di movimento dei capitali. Un principio sacro ai liberisti non meno di quello dell’intoccabilità dei conti correnti, violando il quale, ognuno lo capisce, l’Unione europea, è oramai solo un colabrodo. Osserva sconsolato Marco Onado: 
«Viene ammainata una delle bandiere dell’intera costruzione europea, non solo dell’unione monetaria. Il che la dice lunga sulla gravità della situazione: non a caso si era finora detto che un Paese che avesse voluto uscire dall’euro avrebbe dovuto introdurre controlli sui capitali». [12]
Le misure restrittive ai movimenti di capitale saranno severissime: 
«Un limite massimo di 5mila euro al mese per le transazioni all’estero mediante carta di credito. Un tetto di 3mila euro in contanti —per ogni viaggio— a chi intende uscire dal Paese. Divieto di riscuotere assegni. Prelievo dai bancomat non superiore ai 300 euro giornalieri. Limiti molti severi a chi vuole trasferire denaro all’estero. E un’autorizzazione ad hoc, dietro esibizione di documenti giustificativi —formula che ha il sapore di una pericolosa discrezionalità — per i pagamenti delle imprese che importano beni e prodotti». [13]
L’economia cipriota, allo scopo di evitare l’assalto agli sportelli e la fuga dei capitali, viene sottoposta ad un regime di guerra, messa in una dura quarantena, isolata dal resto dell’Unione europea.

Diciamola tutta: Cipro è di fatto fuori dall’euro-zona, anche se continuerà ad usare questa sciagurata moneta (come del resto fanno ad esempio il Montenegro e il Kosovo) col contagocce. Hanno quindi ragione i liberisti , dal loro punto di vista, a sostenere che il Piano per Cipro è abominevole. La mobilità dei capitali è sempre stata un principio intoccabile, lo (era) per il Fmi e per la Ue. Lo è a maggior ragione perché questa volta l’esperimento riguarda non un paese a sovranità monetaria che deve proteggersi dalla svalutazione, riguarda Cipro, un paese che non ha valuta propria.

Due osservazioni e una conclusione sono d’obbligo. La prima è che la stalla si chiude mentre i buoi grassi sono già scappati — si rincorrono anzi le voci che nel periodo di chiusura delle banche degli ultimi giorni diversi uomini d’affari sarebbero riusciti ad eludere i controlli trasferendo all’estero grandi somme di denaro. La seconda è che i vincoli severissimi ai movimenti di capitale, presentati come provvisori, destinati a durare poche settimane, potrebbero invece prolungarsi per anni. E’ questo il caso dell’Islanda e dell’Argentina. Come, del resto, un paese a pezzi, potrebbe  abolire i controlli senza fare affidamento su consistenti riserve valutarie elevate e del surplus di bilancio?

La conclusione secca è la seguente. La ricetta a due gambe proposta dalla trojka sdogana in maniera clamorosa due delle proposte di fuoriuscita dal marasma economico avanzate dalla forze rivoluzionarie in questi ultimi anni e considerate “estremistiche”. Sono anni che noi andiamo dicendo che per evitare il baratro dev’essere fermata la possibilità dei capitali di fuoriuscire dal paese e che i debiti vanno cancellati e/o fatti pagare alla rendita finanziaria parassitaria.

Se Cipro avesse avuto un governo popolare, avrebbe sì preso queste due misure alle prime avvisaglie di default, ma in un quadro di sganciamento dall’Unione e dal cappio della finanza globale, ovvero decretando l’uscita dall’euro e la nazionalizzazione del sistema bancario.
Senza questi due atti, le prime due misure potrebbero rivelarsi non solo inefficaci, ma sprofondare l’isola in una depressione senza fine, ove non fosse prima travolta dallo scoppio dell’eurozona.

Note

[1] Luca Davi, Il Sole24 Ore del 22 marzo 2013
[2] Fabio Pavesi, Il Sole 24 Ore del 27 marzo 2013
[3] Ad esempio Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore del 22 marzo 2013
[4] Beda Romano, Il Sole 24 Ore del 28 marzo 2013 
[5] Morya Longo, Il Sole 24 Ore del 22 marzo 2013 
[6] Vittorio Da Rold, Il Sole 24 Ore del 22 marzo 2013 
[7] Il Sole 24 Ore del 21 marzo 2013 
[8] Finanza e Mercati, Il Sole 24 Ore del 19 marzo 2013
[9] Adriana Cerretelli, Il Sole 24 Ore del 27 marzo 2013 
[10] Carlo De Benedetti, Il Sole 24 Ore del 26 marzo 2013 
[11] Marco Onado, Il Sole 24 Ore del 28 marzo 2013 
[12] Ibidem 
[13] Roberto Buongiorni, IL Sole 24 Ore del 28 marzo 2013

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venerdì 29 marzo 2013

LA RIVOLUZIONE, PAOLO BECCHI E BEPPE GRILLO

29 marzo. Paolo Becchi (nella foto), docente di Filosofia del diritto. Conterraneo e amico personale di Beppe Grillo, la stampa di regime, spaventata, lo considera il suo principale mentore il "vero ideologo di M5S". Se è cos' siamo a cavallo. Cosa esattamente consiglia di fare Becchi a Grillo? In due parole: la rivoluzione. Ma Becchi ci piace anche per un'altra ragione: egli, che perora decisamente il ritorno alla sovranità monetaria, critica (vedi articolo più sotto) la proposta di Grillo di fare un referendum sull'euro.

La rivoluzione che ci vuole

L'intervista qui sotto è stata rilasciata dopo la manifestazione studentesca del 15 novembre, che a Roma si concluse in violenti scontri con la polizia.



Un referendum sull'euro è un'illusione

"meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine"
 
di Paolo Becchi

 

«Se, in questi ultimi mesi, ho difeso più volte il Movimento 5 Stelle dagli attacchi insistenti di stampa e televisione, è perché in questo movimento ho sentito la forza di chi è contro, di chi resiste, di chi comprende che, di fronte all’oppressione delle nostre libertà e dei nostri diritti, non si può che “divenire-rivoluzionari”. 

Grillo ha ragione, quando dice: «siamo in guerra», «siamo la rivoluzione». Ogni rivoluzione ha, però, bisogno dei suoi cani sciolti, dei suoi randagi, di coloro che, come diceva René Char, vogliono «partecipare allo slancio. Non al festino, suo epilogo». Io sono un cane randagio, uno che resterà sempre “contro”. Ed è per questo mi rivolgo, ora, direttamente al Movimento, in un momento in cui temo – ma spero con tutto il cuore di sbagliarmi – che esso cominci a pensare nei termini della vecchia logica di “partito”, che inizi a farsi i propri conti in tasca: quanti voti avrò alle prossime elezioni, quanti voti posso prendere o perdere. Così si aspetta già il “festino”. Questa logica, a mio avviso, mi pare affiorare dalla mancata presa di posizione, da parte del Movimento 5 Stelle, sul tema che segna la vera “posta in gioco” della “rivoluzione”: l’uscita dell’Italia dall’Europa e dalla moneta unica ed il recupero integrale della propria sovranità politica ed economica.

Il Movimento, su questo punto, rischia di venir meno ai suoi compiti. Prende una posizione ambigua, equivoca. Finirà per accettare la lezione della politica tradizionale, ossia non dire la verità al popolo, per paura di perdere voti? E’ quanto si intravvede nelle parole di Grillo: «Io non sono contro l’Europa e contro l’Euro, dico che a decidere devono essere i cittadini con un referendum propositivo senza quorum». E, ancora, nel recente post Grillo for dummies: «“E” come Euro: la decisione di rimanere nell'euro spetta ai cittadini italiani attraverso un referendum, questa è la mia posizione. Io ritengo che l’Italia non possa permettersi l’euro, ma devono essere gli italiani a deciderlo e non un gruppo di oligarchi o Beppe Grillo». Cosa significa? Cominciamo con il chiarire una cosa: dall’Euro l’Italia non potrebbe certo uscire tramite un referendum abrogativo. Non soltanto, infatti, l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Si dirà: Grillo ha proposto un referendum “propositivo”, non abrogativo. Nel nostro ordinamento, però, non è possibile proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della costituzione (articolo 132, ai sensi del quale tali consultazioni riguardano unicamente modifiche ai territori delle Regioni).

E tuttavia la proposta di Grillo ha un precedente. Per uscire dal “blocco” che la costituzione pone all’intervento diretto del popolo in materia di rapporti con l’Europa, Grillo sembra in qualche modo richiamare quanto avvenne nel 1989, quando, con legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2), fu indetto un “referendum di indirizzo” (ossia consultivo) sul conferimento di un mandato al Parlamento Europeo per redigere un progetto di Costituzione europea. Fu necessaria, allora, una legge di iniziativa popolare promossa dal Movimento federalista europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali. La Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, ma nell’89 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo di integrazione europea. Ma, limitandosi semplicemente all’indizione di quella singola consultazione, la legge costituzionale non ha introdotto nel nostro ordinamento il referendum di indirizzo, il quale è per così dire, una volta svoltesi le operazioni di voto, uscito dallo scenario costituzionale, facendo così svanire la temporanea “rottura della Costituzione”.

Grillo, però, non può non sapere che questa ipotesi non si ripeterà, salvo una vittoria che, al momento, sembra andare al di là di ogni realistica previsione e che porti il Movimento 5 Stelle a diventare, da solo, partito di maggioranza assoluta in Parlamento. Verosimilmente, quindi, egli non avrà i numeri per far approvare una legge costituzionale che permetta di istituire un referendum consultivo sull’Euro (doppia votazione in entrambe le Camere, ed approvazione a maggioranza di 2/3 o, quantomeno, assoluta). Referendum che, peraltro, sarebbe – come scrive Grillo – meramente consultivo, ossia diretto semplicemente a rilevare il parere della cittadinanza e privo di effetti vincolanti. La decisione resterebbe, pertanto, nelle mani dei “rappresentanti”, del Parlamento, il quale sarebbe persino libero di ignorare il risultato della consultazione dei cittadini.

Stesso discorso vale per il “programma” del Movimento 5 Stelle, nel quale si prevede l’istituzione di «referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum». Anche in questo caso, infatti, introdurre referendum “propositivi” significherebbe dover modificare la Costituzione attraverso l’iter previsto dall’art. 138 Cost.: approvazione a maggioranza assoluta da parte di ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni. Certo, se nelle prossime elezioni politiche il Movimento 5 Stelle diventasse la prima forza politica del Paese ed avesse la maggioranza assoluta, ovviamente potrebbe anche cambiare la Costituzione. Ma, al momento attuale, ci pare un’ipotesi piuttosto irrealistica. Certo è vero che il realismo in politica, come avvertiva Lukács è una “malattia mortale”: non fa però male rimanere, talvolta, con i piedi per terra.

Grillo non può allora non sapere che al momento non vi è nessuna reale possibilità di un referendum – di qualsiasi natura – sull’Europa e la sua moneta. Se le cose stanno in questi termini, dietro il richiamo retorico alla “volontà dei cittadini”, alla democrazia diretta ed al suo principale strumento (il referendum popolare), sembra esserci in realtà un atteggiamento “pilatesco”, forse per la paura che, prendendo una posizione politica netta su questo tema, il Movimento possa perdere voti.

Si ripete che il Movimento è “fluido”, liquido, che le sue linee politiche si formano in continuazione attraverso la rete, in un divenire costante. Ed allora perché Grillo, invece che proporre un “referendum”, non chiede al proprio Movimento di esprimersi attraverso la rete, di decidere la propria posizione sull’Euro con una consultazione diretta? Se il Movimento 5 Stelle vuole davvero proporre una nuova forma di democrazia, una rivoluzionaria democrazia “diretta”, in cui i cittadini partecipano direttamente e realmente alla vita politica, non può certo pensare di servirsi dei pochi e vecchi strumenti di consultazione popolare concessi, malvolentieri, da un sistema politico, come il nostro, ancora di natura rappresentativa.

Il “referendum” sull’Euro è un’illusione, un modo di prender tempo, di evitare di rischiare. Ma un movimento rivoluzionario non può permettersi di temporeggiare. Il Movimento prenda una posizione, attraverso i suoi strumenti di democrazia e partecipazione: una discussione sulla moneta unica e sull’Europa che si concluda con una votazione in rete tra gli attivisti dalla quale possa emergere in quale direzione intende andare il movimento e che cosa intende proporre in vista delle prossime elezioni politiche. Sto chiedendo troppo?»


9 novembre 2012
Byoblu

Uscire dall'euro adesso
Intervista a Paolo Becchi

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SICILIA: FORCONI IN RIFLUSSO di Daniela Di Marco

Casello di S. Gregorio (Catania), 20 marzo 2013
29 marzo. In Sicilia non è andato a buon fine l'ultimo tentativo dei Forconi di sollevare il loro popolo. Daniela Di Marco fa il punto della situazione e svolge alcune riflessioni politiche sui limiti dimostrati dal movimento.
 

More et lege gattopardorum!

di Daniela Di Marco

Avevamo informato i nostri lettori dell’iniziativa dei Forconi di Mariano Ferro, che l’undici di marzo sono tornati sulle strade siciliane con dei presidi informativi, sit-in e volantinaggio, per sensibilizzare, informare e riaccendere la protesta, non da soli, ma assieme agli autotrasportatori di Giuseppe Richichi, riuniti nel movimento Forza d’urto — i due movimenti che diedero vita nel gennaio 2012 alla rivolta popolare siciliana.

Dopo i tentativi falliti di riaccendere la protesta di massa (ricordiamo il tentativo di blocco totale dello Stretto nel luglio 2012), questa volta è stata scelta una pratica flessibile: partire da presidi chiamando i siciliani alla partecipazione e verificare sul campo se ci fossero le forze per passare a veri e propri blocchi. La risposta di massa non è stata positiva. Del resto anche l'adesione dei camionisti (com'era del resto prevedibile) è stata più che blanda. 


Sta di fatto che a mezzanotte precisa dell'11 marzo decine di militanti dei Forconi hanno preso posizione presso il casello autostradale di San Gregorio sulla A 18 Catania-Messina, che fu il cuore della rivolta nel gennaio del 2012. I manifestanti hanno inaugurato il presidio ad oltranza all’imbocco dell’autostrada con un gesto tanto plateale quanto significativo: hanno sistemato 90 sedie (90 sono gli scranni nell'Assemblea regionale siciliana), per chiedere simbolicamente ai deputati siciliani di recarsi lì e ascoltare le loro richieste.

Era insomma l'ennesimo appello al potere regionale, in particolare ai parlamentari, con l'avvertimento perentorio e chiaro che in caso di indifferenza alla istanze dei manifestanti, si sarebbe passati ai blocchi stradali veri e propri.
 

Ferro dichiarava:
«Le sedie sono rimaste vacanti. Questo è ultimo appello che facciamo, se non ci saranno risposte i toni della protesta potrebbero alzarsi. La Sicilia e la sua economia sono in ginocchio, bisogna affrontare la questione».
E rivolgendosi ai deputati del Movimento 5 Stelle, primo partito dell'isola: 
«I grillini hanno condiviso in passato la nostra protesta e sono stati al nostro fianco nelle piazze. Adesso sono in Parlamento e ci aspettiamo ascolto e condivisione».
Questa azione, sfortunatamente, non ha incendiato la prateria, poca la gente che ha solidarizzato con i manifestanti, malgrado una certa eco da parte della stampa locale, che ha tuttavia usato toni terroristici, mettendo in guardia i cittadini da possibili blocchi selvaggi e conseguenti danni alla precaria economia isolana. 


Quali erano le richieste dei Forconi? «Uno stop dei pignoramenti di massa che sta mettendo in atto la Serit (l’equivalente siciliano di equitalia), che con i suoi tassi da usura, sta strozzando migliaia di famiglie, gettandole nel lastrico; accesso al credito dato che sempre più imprese chiudono e nessuna nuova nasce, perché non esiste quasi più la possibilità di ottenere un finanziamento; riduzione del prezzo del carburante; legge anti taroccamento per tutelare le produzioni agricole isolane e l’applicazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto siciliano, che permetterebbero alla Regione Sicilia la piena attribuzione di tutte le entrate fiscali delle imprese che operano nell’isola, per poterle impiegare sul territorio».

Richieste legittime, quelle dei Forconi, per nulla massimaliste o velleitarie, ma che non sono bastate a mobilitare i siciliani. Il disastro sociale sta rendendo il popolo siciliano apatico, la consapevolezza che tanto manifestare non ti aiuterà a trovare i soldi per un chilo di pane, che comunque la Serit ti porterà via casa e terre, che i tuoi figli non troveranno lavoro perché semplicemente non c’è, questa situazione aumenta la desolazione.

E’ la strada giusta per uscire da questo empasse, implorare che il governo siciliano applichi finalmante lo Statuto, una moratoria sui provvedimenti Serit, una legge contro il taroccamento, la riduzione del prezzo del carburante? A noi non pare. Non porta frutti l'aspettare che Crocetta voli a Bruxelles alla ricerca di finanziamenti che tanto non arriveranno. Inutile chiedere udienza, cercare il dialogo e l'appoggio delle istituzioni.

Sta di fatto che dopo alcuni giorni di presidi il presidente Crocetta ha convocato Forconi e Forza d’urto nel Palazzo d'Orleans. L'incontro era fissato per mercoledì 20 pomeriggio. Dopo aver fatto attendere per due ore i rappresentanti dei due movimenti Rosario Crocetta non si è nemmeno presentato, impegnato a discutere in Giunta sull'abolizione delle province.

All’incontro, spostato al giorno dopo, Mariano Ferro ha deciso di non presentarsi (subodorava forse la presa in giro), mentre Richichi ci è andato e come, strappando a Crocetta l’impegno ufficiale a soddisfare alcune delle richieste, fondamentalmente quelle dei camionisti di Forza d’urto. E' stato così sottoscritto una specie di protocollo d'intesa in cinque punti
—sottoscritto dal Presidente Crocetta, dall’Assessore alle Risorse agricole, dai delegati dell’Assessore dell’Economia e dell’Assessore alle Infrastrutture e Trasporti— di cui uno è appunto la «...moratoria del pagamento delle cartelle esattoriali per un anno dei contribuenti in difficoltà, privilegiando piccole e medie imprese». 
Apparentememnte un piccolo successo, in realtà una bidonata. Non solo perché questa concessione è aleatoria, condizionata alle "compatibilità e alle risorse finanziarie disponibili". I Forconi chiedevano qualcosa di più sostanzioso: se non il blocco, almeno una moratoria dei pignoramenti Serit.

In conclusione: la categoria (corporativa ma temibile) dei camionisti è tornata a casa con qualcosa in mano, mentre i Forconi con un pugno di mosche. E' evidente la ragione: la debolezza dei Forconi medesimi i quali, dopo la straordinaria fiammata del gennaio 2012, hanno visto il loro movimento subire un inarrestabile riflusso.

Hanno fatto errori in quest'ultimo anno i Forconi? Certo che sì. A noi ne appaiono tre in particolare. 
Il primo è che non sono riusciti a diventare movimento di popolo, a rappresentare davvero gli interessi e i bisogni della grande maggioranza dei cittadini, che sono pur sempre lavoratori dipendenti —troppo legati, i Forconi, alla difesa degli interessi di artigiani, contadini e piccoli imprenditori gettati sul lastrico. 
Il secondo riguarda i limiti programmatici del movimento: col pretesto del sicilianismo i Forconi non hanno saputo o voluto stare all'altezza della crisi, che è crisi economica generale, dell'Italia e dell'Unione europea, crisi che richiede a chi lotta di avanzare proposte di alternativa di ampio respiro. 
Il terzo errore è nella coppia di ciò che chiamavamo un tempo spontaneismo e movimentismo, cioè l'illusione che basti il coraggio e la determinazione di pochi coraggiosi per trascinarsi dietro tutto il popolo. Che il popolo è già pronto alla lotta, che basti chiamarlo all'azione.


I Forconi hanno dunque di che riflettere. Di certo sono davanti ad un altro bivio. Noi   speriamo che vinceranno la delusione causata dalle ultime vicende, che il gruppo dirigente resti unito e che finalmente si colleghi ai movimenti sociali guardando oltre la Sicilia, ai movimenti e agli organismi popolari di lotta che resistono nel paese.

Ciò vale tanto più in Sicilia, ove vige la legge del “cambiare tutto perché nulla cambi”, more et lege gattopardorum! E dove gli stessi "grillini" siciliani sono sì diventati primo partito dell'isola ma, come dimostrato in occasione dell'elezione di Grasso a Presidente del Senato, più che una forza di lotta sembrano l'ultima, patetica propaggine, della "primavera palermitana" che fu, cioè un movimento d'opinione legalitario e molto borghese.









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giovedì 28 marzo 2013

CIPRO DEVE LASCIARE L'EURO ORA di Paul Krugman

28 marzo. Cipro indica quale potrebbe essere il futuro di altri paesi come l'Italia.
Il premio nobel Krugman prevede che la soluzione escogitata dalla trojka (Ue, Bce e Fmi) causerà un taglio dei salari dei ciprioti violentissimo e un crollo del Pil del 20%. Un vero e proprio genocidio sociale. Il ritorno alla sovranità monetaria e la svalutazione della moneta sarebbero il male minore.


Istruzioni per l'uscita

di Paul Krugman*


Il motivo è semplice: stare nell’euro significa una depressione incredibilmente grave, che durerà per molti anni, mentre Cipro cerca di costruire un nuovo settore delle esportazioni. Lasciando l’euro, e lasciando cadere fortemente [il tasso di cambio della] nuova moneta, tale ricostruzione accelererebbe notevolmente.

Se si guarda al profilo degli scambi commerciali con Cipro, si vede quanto danno il paese è in procinto di sostenere. Si tratta di un’economia molto aperta con solo due principali esportazioni, i servizi bancari e il turismo – e uno di loro è appena scomparso. Ciò da solo porterebbe ad una crisi grave. Oltre a questo, la troika sta chiedendo maggiore austerità, anche se il paese ha apparentemente un bilancio primario (senza interessi) all’incirca in pareggio. Non sarei sorpreso di vedere un calo del 20 per cento del PIL reale.

Qual è il percorso da seguire? Cipro deve avere un boom turistico, oltre a una rapida crescita delle altre esportazioni – la mia ipotesi sarebbe l’agricoltura come settore trainante, anche se non so molto su questo. Il modo più ovvio per arrivarci è attraverso una grossa svalutazione; sì, alla fine, questo probabilmente porta a offerte vantaggiose che attirano un sacco di pacchetti turistici britannici.

Arrivare allo stesso punto tagliando i salari nominali richiederebbe molto più tempo e infliggerebbe molti più danni umani ed economici.

Ma è possibile lasciare l’euro? La tesi di Eichengreen – che anche solo una ipotizzata uscita potrebbe causare fuga di capitali da panico e assalti agli sportelli – è ora opinabile: le banche sono chiuse, e il capitale è controllato. Quindi, se fossi un dittatore, semplicemente prolungherei la chiusura delle banche abbastanza a lungo per preparare la nuova moneta.

OK, e per quanto riguarda le banconote? Io non sono un esperto in materia, ma conosco ipotesi sulla possibilità di ricorrere alle carte di debito in circolazione, in modo che le imprese possano riprendere senza dover aspettare che qualcuno comandi la stampante [delle banconote]. Il governo potrebbe anche essere in grado di emettere scritture temporanee, dei “pagherò” (IOU) che non sembrano banconote vere e proprie, quale misura transitoria.

Sì, sembra qualcosa di disperato e improvvisato. Ma la disperazione è appropriata! In caso contrario, stiamo parlando un livello di austerità alla greca o peggio in un’economia i cui fondamentali, grazie alla implosione del sistema bancario off-shore, sono molto peggiori di quanto quelli della Grecia siano mai stati.

La mia ipotesi è che niente di tutto questo accadrà, almeno non subito, che la leadership del paese tema il salto nel buio che verrebbe dall’uscita dall’euro, nonostante l’orrore evidente di cercare di rimanere dentro; ma, come ho detto, penso che l’uscita dall’euro sia ora la cosa giusta da fare.


* Fonte e traduzione: Keynes blog

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mercoledì 27 marzo 2013

L'ULTIMA PAGINA di Emmeffe

27 marzo. Un giudizio appassionato e spietato sulla triste fine di un quotidiano a suo tempo glorioso. La spaventosa cecità sul terremoto elettorale per finire con l'esempio più scandaloso, quello della vera e propria collusione con Monte dei Paschi.
 

il manifesto una storia chiusa per sempre

di Emmeffe

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un intervento, Seppellire i morti, nel quale Marino Badiale, nel commentare i risultati della recente consultazione elettorale, ha messo chiaramente in evidenza quanto l'oscuramento della realtà operato dalla cosiddetta "sinistra radicale" —«impedire che il proprio popolo capisca» ha scritto— sia stato uno dei fattori che ne ha determinato la scomparsa, ormai definitiva, anche dal contesto parlamentare.

Allargando il campo di osservazione ad altre realtà in via di estinzione cita pure il manifesto che, proprio nell'oscurare il vero significato da dare al voto popolare, s'è trovato nella bella compagnia di tutti gli altri quotidiani italiani.

«Un voto contro l'austerità. Riesce a dirlo il Financial Times ma non il manifesto», hanno giustamente titolato quelli di Senza Soste, il foglio telematico di Livorno, facendo notare che quello che avevano capito a Londra non hanno voluto scriverlo i giornali italiani che, nel caso de il manifesto, hanno pure evitato di dire che Vendola aveva perso anche in Puglia.

Sulle specifiche ragioni di tale comportamento e sulla natura particolare dell'oscuramento molto ci sarebbe da dire ma nel caso in questione, forse, vale la pena soffermarsi solo su un aspetto, particolarmente illuminante soprattutto per coloro agli occhi dei quali, con il passare del tempo, il giornale è apparso sempre più irriconoscibile rispetto ai principi che avevano animato i suoi fondatori.



Il manifesto e l'affaire Mps

Ritorniamo su fatti che abbiamo seguito da vicino nel corso degli ultimi mesi.
Domenica 6 maggio 2012 Milena Gabanelli dedica la puntata di Report, la trasmissione di Rai 3, alle vicende che coinvolgono il Monte dei Paschi, l'omonima fondazione, ed il potere politico ed economico che governa ininterrottamente da oltre sessanta anni la città di Siena.


Un tema, quello della finanza speculativa che, con gli annessi e connessi delle scalate truccate, dei titoli tossici e delle manipolazioni dei bilanci, avrebbe dovuto molto interessare una redazione come quella di un quotidiano che continua a definirsi "comunista".


Lunedì 7 maggio 2012 il giornale, come al solito, non è in edicola ed il giorno successivo, martedì 8, proprio su il manifesto, compare a tutta pagina la pubblicità del conto deposito del Monte dei Paschi, con l'immagine (imperdibile) di una giovane donna che viene sollecitata ad affidarsi ad un prodotto finanziario della Banca che qui sotto riproduciamo.


Il manifesto di martedì 8 maggio 2012 (clicca per ingrandire)

Il 9 maggio, anche a seguito del servizio di Report, la Guardia di Finanza da il via alle perquisizioni che si conclameranno nei reati di aggiotaggio ed ostacolo agli organi di vigilanza, ipotizzati poi dalla Procura di Siena.
Ma anche il 9 maggio al manifesto non sentono ragioni e giù con l'ultima intera pagina a declamare le bontà dei prodotti finanziari, questa volta di Intesa San Paolo.
Soltanto il giorno 10,alla stregua di tutta l'altra stampa, si darà finalmente conto di quanto sta avvenendo in piazza di Rocca Salimbeni,sede del Monte dei Paschi.

Scriveva già sul finire degli anni 60' Marshal McLhuan :

«Gli avvisi pubblicitari sono le "notizie". Il loro guaio, però, è di essere sempre notizie" buone" che, per essere vendute devono essere sempre accompagnate da tante cattive notizie».[1]
Figurarsi oggi nell'era del capitalismo assoluto quando ogni ambito deve essere subordinato alla logica dell'economia dominante e quando le inserzioni pubblicitarie sono divenute la parte essenziale di un giornale.
Ma soprattutto da quando —come ha scritto Guido Rossi prendendo lo spunto dal pensiero di Nietzsche—«... il giornalismo è divenuto sempre più una delle dimostrazioni più incredibili di un continuo condizionamento al denaro».[2]

 
Basta sfogliare  Repubblica o Il Corriere della Sera in questi giorni per rendersene conto.
Il Diavolo che veste Prada con l'immagine dei sandali all'ultima moda accanto alla pagina con il pezzo su Papa Francesco intento a lavare i piedi dei poveri o il servizio sul trasferimento di Ingroia deciso dal CSM con il volto del magistrato accanto alla pagina dei prodotti cosmetici che cancellano i segni del tempo dal viso.
Funziona così, ed è una regola alla quale non soltanto non è più possibile sottrarsi ma che non ammette deroghe.


Al manifesto per tentare di salvare capra e cavoli, vale a dire finanziamento pubblico, sottoscrizioni dei lettori ed introiti da privati, hanno scelto già da tempo una via mediana il cui effetto concreto è stato quello di rinunciare a dare informazione sui fatti per oscurarli con le pubblicità di chi era interessato a far sì che le notizie sui fatti rimanessero il più  possibile separate dalle analisi e dalle opinioni.


Noi su questo blog ne avevamo dato conto già nel passato quando ci chiedevamo perché il manifesto tacesse delle stragi dei civili a causa dei bombardamenti dell'esercito nigeriano che da la caccia a quanti si oppongono alle rapine delle multinazionali del petrolio proprio quando pubblica le inserzioni pubblicitarie dell'Eni.

Ed i lettori  di sollevAzione sanno anche che alla vicenda del Monte dei Paschi abbiamo dedicato analisi ed iniziative partendo anche dalle cose che su Siena, la sua città, ha scritto Raffaele Ascheri al quale, molto più che alla Gabanelli, dobbiamo se è stata scoperchiata la pentola degli scandali della Banca Toscana.


Scrive Ascheri nel suo ultimo libro:

«Proprio David Rossi è colui che deve gestire la strategia pubblicitaria del Monte sulla stampa nazionale: che si concretizza, in soldoni, con lenzuolate di pubblicità a carissimo prezzo,cercando implicitamente di ottenere un trattamento di favore dai quotidiani beneficiati dal soldo montepaschino».[3]
Lo scorso 6 marzo David Rossi, Responsabile dell’area comunicazione della Banca Mps, volando giù da una finestra di Palazzo Salimbeni, sede  centrale della banca, ha messo tragicamente fine ai suoi giorni.

Cosi come è successo per la "sinistra radicale" pensiamo che anche per il manifesto una storia si sia chiusa per sempre e che  ormai per il collettivo redazionale sia smarrito anche soltanto il senso di quanto ebbe a dire una volta Lenin : «Un giornale non è soltanto un propagandista o un agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo».


È giunta l'ora di rimuovere quel "quotidiano comunista" che c'è ancora scritto sopra la testata anche per il rispetto dovuto ad una storia che non è certo stata tutta disonorevole.

Note


[1]   Marshall Mc Luhan,  Gli strumenti del comunicare. Il Saggiatore 1967
[2]  Guido Rossi  Perché Filosofia  ESR 2008
[3] Raffaele Ascheri   Mussari Giuseppe. Una biografia (non autorizzata)

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