25 MARZO ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE

25 MARZO ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE
Il corteo parte da PORTA SAN PAOLO, alle ore 14

venerdì 27 luglio 2012

ILVA DI TARANTO: OPERAI, CAPITALE E AMBIENTE

L'Ilva, il mostro di Taranto
Quando i lavoratori  "non sputano sul piatto dove mangiano"

di Piemme


Non ho a simpatia i pubblici ministeri dalle manette facili, ancor meno i manettari che li incensano. Questa volta però devo dire "Viva i piemme di Taranto e il Gip Patrizia Todisco"!

Ha messo agli arresti (domiciliari) il patron dell'Ilva Emilio Riva, suo figlio Nicola, ex presidente dello stabilimento fino a due settimane fa ed ex consigliere delegato, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, Marco Andelmi, capo area parchi, Angelo Cavallo, capo area agglomerato, Ivan Dimaggio, capo area cokerie, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D'Alo, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf.

Sono accusati, a vario titolo, di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

I tarantini sanno di cosa si sta parlando. Lo sanno tre generazioni, non solo di operai, ma di cittadini, anzitutto dei quartieri popolari adiacenti alle acciaierie, che hanno subito in decenni una vera pandemia di morti per varie tipologie di tumore. Per non parlare dei danni, forse irreversibili, causati dal mega impianto tossico all'ambiente circostante.

Per decenni gli operai più avanzati, sostenuti da gruppi di cittadini, hanno protestato (invano) affinché si ponesse fine al disastro e perché fossero riconosciute le cause di tante morti e tante malattie.


E' inquietante che contro i provvedimenti (tardivi) del Tribunale —quasi cinquemila i lavoratori degli impianti sequestrati, su un totale di 11.500 circa dipendenti diretti dello stabilimento, ai quali vanno aggiunti 4.000 lavoratori dell'indotto— gli operai, chiamati dai loro sindacati gialli, Cgil, Cisl e Uil, siano scesi immediatamente per strada per protestare contro il sequestro. Dei sindacati che non hanno opposto e non oppongono alcuna resistenza ad un governo che sta facendo la più pesante macelleria sociale, questa volta hanno addirittura indetto, pensate un po', uno "sciopero a oltranza".

Un corteo enorme è partito appena diffusa la notizia. Gli operai gridavano: "La fabbrica è nostra e non si tocca!", oppure "Il posto di lavoro non si tocca, lo difenderemo con la lotta".

Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. 
Una ridicola pantomima della lotta di classe. Non che gli operai non sappiano che quella in cui lavorano è una fabbrica della morte, ma per loro prima di tutto viene il diritto al lavoro, leggi difesa dell'azienda e, sotto sotto, difesa dei Riva e dei criminali che ben sapevano le disgrazie che seminavano.

E' questa la classe portatrice di istanze rivoluzionarie? Quella che dovrebbe essere il becchino del capitale? La classe la cui liberazione portava con sé l'emancipazione di tutti? 
E' evidente che no. Questi non sono certo gli operai che aveva in mente Carlo Marx, quelli che portavano con sé la rivolta contro il lavoro salariato. Questi sono dei sudditi, anzi degli schiavi, che oltre che incapaci di combattere il capitale e lo sfruttamento, vogliono restare tali, sputando sangue per l'azienda, pur sapendo che il loro lavoro non solo uccide essi stessi, ma fa ammalare migliaia di cittadini e distrugge l'ambiente circostante.

Un giorno triste ieri, non solo per Taranto, ma per tutto quanto resta del vecchio movimento operaio di un tempo, quello che aveva fatto non solo dell'umanizzazione della fabbrica, ma della difesa della salute e dell'obbligo del risarcimento un cavallo di battaglia.

Quel movimento è morto. La classe operaia come soggetto antagonista si è inabissata. Senza una coscienza di classe, i salariati sono solo un elemento costitutivo del capitale, per essere precisi la sua meschina parte variabile.


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9 commenti:

  • Anonimo scrive:
    27 luglio 2012 09:41

    Che tristezza.
    D'altro canto, sindacati e sinistra hanno abdicato da tempo alla loro funzione di guida. Cosa pretendere da persone la cui testa viene tenuta abbassata da decenni?

  • Bastian Contrario scrive:
    27 luglio 2012 10:41

    E' uno dei paradossi della società in cui viviamo. L'ignoranza e la naturale tendenza alla sottomissione in cambio della comodità, fanno sì che chi lavora in condizione di quasi schiavitù cerchi con tutte le forze di difendere la propria condizione, per paura di ritrovarsi in una condizione peggiore.

  • Anonimo scrive:
    28 luglio 2012 10:36

    Analisi storica nonché sociologica monca da parte del PM.
    Si sono sputate sentenze in questo articolo, detesto le sentenze.
    Lei ritiene che vi sia una classe (rivoluzionaria) oggi capace di imporre la propria lotta (di classe)?
    Meglio passare di botto al corporativismo?
    Le nuove classi sociali venutesi a creare sono soggiogate e sottomesse al potere squallidamente economicistico, sono prive di una qualsiasi parvenza politica e quindi di tutela. In base al nuovo modo di produzione capitalistico gli operai pretendono il lavoro, lo tutelano definendo la loro morte, in senso politico e non solo, senza cognizione. I sindacati di contro li ritroviamo a succhiare dalla mammella del liberismo sfrenato.
    Lei propone di mandare al macello gli operai traditori (per usare il gergo vecchio meglio "riformisti") e molli poiché incapaci d'esprimere una lotta di "classe" adeguata?
    Il frutto del capitalismo lo incarna benissimo lei PM che con una sentenza sputa sugli operai seviziati dal capitalismo. Gli operai sono vittime del sistema capitalistico odierno.
    Pensa che si possa parlare invece di sovranità nazionale con più forza pur mancando, in tutte le stratificazioni sociali, una benché minima coscienza nazionale?
    Pasquinelli perché non si arma di pazienza, illumini gli operai sulla lotta di classe, scenda per le strade di Taranto a divulgare il suo sapere oppure può semplicemente evitare di assumere il tono da maestro, quell’atteggiamento distruttivo e il più delle volte fomentatore di immobilismo.
    Stia bene.
    Francesco

  • Anonimo scrive:
    28 luglio 2012 12:29

    "corporativismo"... la vecchia utopia fascista di conciliare i poli antagonisti del capitale del lavoro salariato, una bella scusa per tenersi un modo di produzione folle che annienta l'uomo e distrugge la natura. Anzi doppia utopia: quella di potere mettere le briglie al capitale, facendolo muovere per fini sociali.... peccato che a quel punto non sarebbe più capile.
    Franco

  • Anonimo scrive:
    28 luglio 2012 12:30

    volevo dire: --non sarebbe più capitale--.
    scusate

  • Anonimo scrive:
    28 luglio 2012 13:54

    Caro Moreno non ho capito, come farebbero a mangiare nel frattempo gli operai (e i loro figli)? Non è che se chiudono l' ILVA garantendogli una migliore salute gli trovano anche un altro lavoro; il mutuo, le spese alimentari per loro e i loro figli e le bollette vanno pagate subito.
    Come si può chiamare sudditi e schiavi delle persone senza difesa, senza cultura, senza soldi che si confrontano da soli con un nemico troppo più forte di loro?
    Io non so cosa farei fossi al loro posto; mi sono trovato in una situazione simile sul mio posto di lavoro, molto meglio remunerato e sicuro del loro, quando ci siamo trovati di fronte alla scelta tra la chiusura dell' azienda e un pesante peggioramento del contratto, come orari e come stipendio.
    Si sono fatte molte manifestazioni per "impedire" la firma del nuovo contratto ma credimi, dico estremamente sul serio, erano tutte finte. Manifestavamo e poi la sera a cena tutti insieme (ero lì presente) arriva il vino e si levano i calici: "Brindiamo all' azienda...speramo che firmeno!". Solo il giorno prima eravamo tutti a Montecitorio con la polizia schierata a gridare di NON firmare che sennò ci sarebbero state gravi conseguenze!
    Io ero allibito, mi inc..., li incitavo a resistere sul serio ma la realtà era che io avevo un' altra opportunità, altre disponibilità economiche per resistere un tempo anche lungo senza impiego e sapevo, come poi è successo, che massimo un paio di annetti dopo me ne sarei andato e sarei stato meglio; la stragrande maggioranza dei miei colleghi invece non aveva scelta, o la minestra o la finestra.
    Non potevo permettermi di giudicare, io non ero più coraggioso di loro, avevo semplicemente più frecce al mio arco; ero e sono come loro, come tu, io e tutti quelli che leggono qui siamo esattamente come gli operai dell' ILVA.
    I sacrifici estremi si fanno solo quando si sta veramente combattendo una battaglia tutti insieme, quando si "sentono" i compagni di altre aziende e di altre categorie vicini e solidali, quando si ha un minimo di visibilità, altrimenti rimane un martirio privato che serve tutt' al più a guadagnarsi dei punti in paradiso ma non qui sulla terra, né per chi si immola né per quelli che stanno nelle sue stesse condizioni.
    E invece la realtà di questa solidarietà fra lavoratori è che, ad esempio, alcuni dei nostri rappresentanti sindacali, al tempo di queste manifestazioni di cui ti ho parlato, erano andati a incontrare i lavoratori di un famoso stabilimento FIAT durante una dura vertenza con l' azienda torinese. E questi signori sindacalisti miei colleghi, che si lamentavano di condizioni di lavoro che un operaio FIAT nemmeno si sognerebbe, ci venivano a dire che in fondo le loro proposte erano inaccettabili. Le nostre erano sacrosante ma quelle degli altri erano improponibili nonostante fosse evidente che noi stavamo in ogni caso venti volte meglio di loro!!!
    Moreno, la vostra intelligenza, il nostro impegno deve essere rivolto a QUESTO problema, non bastano i vostri articoli che si "limitano" a spiegare la situazione politica ed economica; il centro del dibattito deve essere la ricostruzione di un senso di appartenenza delle classi lavoratrici, la comprensione della psicologia di una massa di persone senza speranza, ridotta in semi schiavitù, per poter trovare il modo di ridargli l' orgoglio e la lucidità per capire che siamo tutti sulla stessa barca, che bisogna urgentemente agire uniti e che se non lo facciamo non siamo vittime, ma complici.
    Senza di questo anche la denuncia documentata, tempestiva e puntuale delle ingiustizie di cui la maggior parte della popolazione è vittima non servirà a niente perché per recepirla ci vuole una consapevolezza che è stata metodicamente e scientemente distrutta dal potere.
    Moreno, qui o altrove bisogna cominciare a parlarne.

  • Segretius scrive:
    28 luglio 2012 17:29

    In realtà non si è mai salvaguardata la salute dei lavoratori, da chè c'è industria. Per la mancanza di coraggio che si ha di mettere in discussione lo stesso sistema industriale, che da duecento anni schiavizza e annienta le masse lavoratrici e consumatrici.
    Restiamo in attesa, anzi no, poniamo le basi dell'era post industriale, non c'è alternativa............

  • keoma08 scrive:
    28 luglio 2012 17:30

    Ma non è così ...

    Chi ha ha visto ieri sera la trasmissione di Bianca Berlinguer in diretto collegamento col presidio operaio dal ponte girevole di Taranto sa che non è così.

    Gli operai intervistati, applauditi da tutti gli altri, erano tutti nettamente a favore della inziativa della magistratura, incazzati invece come jene coi padroni dell’Ilva, con le istituzioni politiche nazionali e locali ed anche soprattutto coi sindacati .... subalterni ai Riva e che hanno fatto marcire per decenni il problema ...

  • la congiura degli eguali scrive:
    30 luglio 2012 00:48

    a taranto sono anni che lo slai cobas per il sindacato di classe denuncia le condizioni disumane di lavoro a cui devono sottostare gli operai; se gli operai avessero dato ascolto ai compagni dello slai certamente l'inquinamento sarebbe stato debellato; ma così non è stato purtroppo; essere operai non vuol sempre dire essere rivoluzionari, per cui non ha senso la critica contro l'autore dello scritto in questione; purtroppo acquisire coscienza di se e per se a volte è un processo geologico, e se ne pagano le conseguenze in termini di esistenza e qualità della vita.

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