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giovedì 22 marzo 2012

NON È SOLO UNA CRISI DELLA FINANZA

Questa è la crisi del capitalismo

Maurizio Lazzarato*

Ci sono due estremi in quanto ad analisi della crisi. Al primo polo c'è chi ritiene che la crisi non sia del modo capitalistico di produzione, che il capitalismo goda tutto sommato di ottima salute e che la crisi riguardi solo alcuni paesi occidentali sprofondati nella finanziarizzazione. Al polo opposto v'è chi, come Lazzarato, ritiene quello della finanziarizzazione una specie di depistaggio, che l'attuale crisi non abbia alcuna specificità rispetto a quelle precedenti. La verità non sta né da una parte né dall'altra. La crisi è sistemica, ovvero riguarda i fondamenti stessi del modo capitalistico di produzione, e i tassi di crescita del Pil di alcuni paesi "emergenti" non smentiscono questo dato. Ma Lazzarato sbaglia a non cogliere i fortissimi (sistemici) elementi di novità introdotti dalla finanziarizzazione, maturati in quaranta anni di capitalismo-casinò. La crisi è anzitutto quella dei paesi imperialistici ad alta finanziarizzazione, ma essa finirà per travolgere anche le economie che si sono da poco lanciate in un frenetico processo di accumulazione e di "crescita".

Non si tratta tanto di dimostrare l’onnipotenza del capitalismo quanto di rilevarne la debolezza, a medio e lungo termine. Se le controriforme strutturali andranno drammaticamente a colpire una gran parte della popolazione, non tracciano per questo alcuna strada di uscita dalla crisi. Gli esperti, i mercati, le agenzie di rating e gli uomini politici, non sapendo né dove andare né come, dietro il ricatto dei deficit di bilancio, perseguono le politiche neoliberiste di produzione e di intensificazione delle differenze di classe che sono la vera origine della crisi.

La macchina capitalistica si è ingrippata non perché non fosse ben regolata, non perché vi fossero degli eccessi o perché i finanzieri fossero avidi (un’altra illusione della «sinistra» regolatrice!). Tutto questo è vero ma non coglie la natura della crisi attuale, che non è cominciata con il disastro finanziario. Quest’ultima è piuttosto il risultato del fallimento del programma neoliberista (fare dell’impresa il modello di qualunque relazione sociale) e della resistenza che la figura soggettiva da questi promossa (il capitale umano e l’imprenditore di se stessi) ha incontrato. È questa resistenza, anche se passiva, che ostacolando la realizzazione del programma neoliberista ha trasformato il credito in debito.

Se il credito e il denaro esprimono la loro comune natura di «debito», è perché l’accumulazione è bloccata, è incapace di garantire nuovi profitti e di produrre nuove forme di assoggettamento, non il contrario. Tra il 2001 e il 2004, negli Stati Uniti, la crescita del 10% del Pil è stata possibile unicamente perché misure di rilancio dell’attività hanno iniettato nell’economia 15,5 punti di Pil: riduzione dell’imposizione di 2,5 punti del Pil, credito immobiliare passato da 450 a 960 miliardi (1300 prima della crisi del 2007), aumento delle spese pubbliche di 500 miliardi. A cavallo del secolo, la Germania era nella stessa situazione.

La crescita del Pil tedesco tra il 2000 e il 2006 è stata di 354 miliardi di euro. Ma se paragonata ai numeri del debito nello stesso periodo (342 miliardi), non è difficile constatare che il risultato reale è una «crescita zero». È stato il Giappone a entrare per primo – dopo l’esplosione della bolla immobiliare negli anni Novanta (e la successiva esplosione del debito per rimettere in sesto il sistema bancario) – in una «crescita zero» che volge ormai alla recessione. Meglio di altri paesi, il Giappone rivela la natura della crisi contemporanea. Le ragioni dell’impasse del modello neoliberista non vanno cercate unicamente nelle contraddizioni economiche, seppure molto reali, ma anche e soprattutto in ciò che Guattari chiama «crisi della produttività di soggettività».


Il miracolo giapponese, che è stato capace di forgiare una forza lavoro collettiva e una forza sociale «molto integrata al macchinismo» (Guattari), sembra girare a vuoto, preso anch’esso, come tutti i paesi sviluppati, nelle maglie del debito e dei suoi modi di soggettivazione. Il modello soggettivo «fordista» (impiego a vita, un tempo unicamente dedicato al lavoro, il ruolo della famiglia e la sua divisione patriarcale dei ruoli ecc.) è esaurito, e non si sa con cosa sostituirlo. La crisi del debito non è una follia della speculazione, ma il tentativo di mantenere in vita un capitalismo già malato. Il «miracolo economico» tedesco è una risposta regressiva e autoritaria alle impasse che si erano già manifestate prima del 2007.

È per questa ragione che la Germania e l’Europa sono così feroci e inflessibili con la Grecia. Non solo in nome del «I want my money back» (quello dei creditori), ma anche e soprattutto perché la crisi finanziaria apre una nuova fase politica, nella quale il capitale non può più contare sulla promessa di una futura ricchezza per tutti come negli anni Ottanta. Non può più disporre degli specchietti per le allodole della «libertà» e dell’«indipendenza» del capitale umano, né di quelli della società dell’informazione o del capitalismo cognitivo. Per dirla come Marx, può solo contare sull’estensione e l’approfondimento del «plusvalore assoluto», ovvero un allungamento del tempo di lavoro, un incremento del lavoro non retribuito e dei bassi salari, dei tagli ai servizi, della precarizzazione delle condizioni di vita e di impiego, sulla diminuzione della speranza di vita.

L’austerità, i sacrifici, la produzione della figura soggettiva del debitore non rappresentano un brutto momento da superare in vista di una «nuova crescita», ma tecnologie di potere, di cui solo l’autoritarismo, che non ha più niente di «liberale», può garantirne la riproduzione. Il governo del pieno impiego precario e la tagliola del saldo del debito richiedono l’integrazione nel sistema politico democratico – che dagli anni Ottanta funziona su altro che la rappresentanza – di interi blocchi del programma delle estreme destre. La resistenza passiva che non ha aderito al programma neoliberista rappresenta la sola speranza di fuggire alle «tecnologie di governo» dei «governi tecnici» del debito. Di fronte alla fiera degli orrori dei piani di austerità imposti alla Grecia, c’è chi dovrebbe dirsi, in un modo o nell’altro, de te fabula narratur! È di te che si parla.

Berlino, 5 marzo 2012

*Fonte: Il testo che segue è un paragrafo dell’introduzione del nuovo libro di Maurizio Lazzarato La fabbrica dell’uomo indebitato <http://www.deriveapprodi.org/2012/03/la-fabbrica-delluomo-indebitato/> , disponibile nelle librerie a partire dal prossimo 28 marzo per le edizioni DeriveApprodi
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7 commenti:

  • Anonimo scrive:
    22 marzo 2012 18:33

    Il capitalismo, cari amici, non è in crisi. Ho cercato di domostrare il perché in un articolo (che troverete qua: Il capitalismo non se la passa tanto male: la crisi non è globale: http://www.appelloalpopolo.it/?p=6226) che magari potrebbe essere un utile spunto per il vostro dibattito. Le vostre tesi, infatti, o vanno rinnegate o necessitano di superare le obiezioni fattuali indicate nell'articolo. Stando ai dati in mio possesso e che ho indicato nell'articolo, quasi tutti gli articoli che ho in gran parte letto e che sono linkati alla destra del sito, sono privi di fondamento fattuale
    Stefano D'Andrea

  • The Red scrive:
    23 marzo 2012 00:39

    1/di/3

    LA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO

    «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e le localizzazioni più convenienti e non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell’Italia».
    (Mario Monti)

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-18/fiat-diritto-scegliere-dove-081127.shtml?uuid=AbRpI29E

    Secondo Marx, la società capitalistica è caratterizzata da una tendenza nel lungo periodo alla diminuzione della profittabilità da parte della produzione capitalistica e quindi delle aziende, ossia “ALLA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO” (si veda la spiegazione al post seguente).
    Come controbilanciamento a questa caduta del saggio di profitto, vi sono, diversi fattori di CONTROTENDENZA.

    Ne elenco solo quelli che sono sotto gli occhi di tutti.

    1) AUMENTO DEL GRADO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORO: cioè accrescimento del plusvalore, attraverso il prolungamento del tempo di lavoro ( Plusvalore assoluto) e l’intensificazione del lavoro (Plusvalore relativo). Quindi, aumento della quota di lavoro NON PAGATO, ossia il saggio di Plusvalore. E’ ciò che ha fatto Marchionne, verso la produzione rimasta in Italia. Mentre che per la restante produzione, ha delocalizzato in Polonia, Serbia, ecc.

    Ma: 2) “LA COMPRESSIONE DEL SALARIO AL DI SOTTO DEL SUO VALORE”, secondo Marx è: “una delle cause più importanti che rallentano la tendenza alla caduta del saggio di profitto”.
    Secondo uno studio della Commissione europea del 2007, dal titolo Employment in Europe “nella maggior parte dei paesi UE la quota distributiva del lavoro ha raggiunto un picco nella seconda metà degli anni 70 e nei primi anni 80, successivamente riducendosi a livelli inferiori a quelli antecedenti il primo shock petrolifero”.
    Infine secondo una ricerca dell’organizzazione internazionale del lavoro, i salari medi mondiali nel 1995-2007 sono rimasti al di sotto della crescita del Pil.

  • The Red scrive:
    23 marzo 2012 00:41

    2/di/3

    IN MERITO AL SAGGIO DI PROFITTO

    Il valore di una merce, è dato dal lavoro in essa incorporato.
    "SOLTANTO IL LAVORO UMANO PUO' CREARE VALORE", e al tempo stesso conservare e sfruttare il valore già incluso nei macchinari (che se nessun lavoratore li facesse funzionare, non soltanto non creerebbero nuovo valore, ma perderebbero anche il valore che posseggono)
    E' il lavoro umano a procurare i profitti al capitalista, fornendogli lavoro non pagato (Pluslavoro) ossia, lavoro supplementare rispetto a quello necessario per riprodurre la forza lavoro (cioè lavoro necessario).
    Quindi, questo pluslavoro, produce un valore supplementare, un PLUSVALORE cioè.

    Marx, definisce la forza lavoro, come "capitale variabile", macchinari e mezzi di lavoro invece, come "capitale costante".

    Ora, per mezzo del crescente uso di macchinari (capitale fisso quindi) più materie prime e ausiliarie vengono trasformate in prodotti nello stesso tempo, ossia con meno lavoro. Quindi la diminuzione relativa del capitale variabile
    (la forza lavoro) in rapporto al capitale costante, fa sì che a parità di condizioni il SAGGIO DI PROFITTO (il rapporto tra il Plusvalore, e il capitale complessivo investito nella produzione) diminuisca.
    E' questa in sintesi la legge della CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO.

    Le "CONTROTENDENZE" per contrastare questa legge (che agisce come legge di natura) sono: 1)AUMENTO DEL GRADO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORO; 2)COMPRESSIONE DEL SALARIO AL DI SOTTO DEL SUO VALORE; 3)RIBASSO DEL PREZZO DEGLI ELEMENTI DEL CAPITALE COSTANTE; 4)LA SOVRAPPOPOLAZIONE RELATIVA; 5)IL COMMERCIO ESTERO; 6)AUMENTO DEL CAPITALE PRODUTTIVO DI INTERESSE (le attività creditizie e finanziarie)

    Ora, si dovrebbe iniziare a capire, perchè, gli industriali nostrani, sono riluttanti ad investire in innovazione tecnologica, ma anzi delocalizzano e comprimono i salari.
    Con tutta la manodopera a basso costo, e in eccedenza (SOVRAPPOPOLAZIONE RELATIVA) che hanno a disposizione, investono?

  • The Red scrive:
    23 marzo 2012 01:02

    3/di/3

    L’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia, suo schiavo al punto che viene venduto come una merce e, come una merce, sale e scende di prezzo.
    (F.Engels)


    L'Europa può contare complessivamente su circa 700mln di abitanti (la metà della Cina, il 60% dell’India) e su una forza di circa 200mln di schiavi, peraltro in parte sindacalizzati e tutelati da leggi. Per limitarsi alla sola Cina, India e Indonesia, questi paesi possono contare sul 40% della popolazione mondiale e almeno 1,5mld di schiavi non sindacalizzati e non tutelati.

    Conclusione: al contrario di quanto afferma Stefano D'andrea nel suo post su, la/le crisi, è/sono parte integrante del funzionamento normale del modo di produzione capitalistico. Il Capitalismo, ossia "l'ultima configurazione servile assunta dall'attività umana", è il problema e non le crisi che esso produce.
    Ma per capire ciò bisogna studiare Marx, e nessun altro.
    Per Marx la crisi non è un infortunio del nostro sistema economico, ma il prodotto necessario delle sue leggi di funzionamento più elementari.

    Saluti.

    P.S.
    A mo di esempio: sulle delocalizzazioni in Serbia di tutti i nomi più illustri degli industriali italiani (che chiagneno e fottono), si veda il link seguente:

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/03/12/news/industria_fuga_nei_balcani-31250164/

    ***
    Sulla teoria marxiana del valore-lavoro:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_marxiana_del_valore

    ***
    Agli idioti che sostengono che Marx è superato perchè il capitalismo al quale egli rivolgeva la sua analisi era quello inglese del XIX secolo, consiglio il seguente link::
    http://diciottobrumaio.blogspot.it/2012/03/proposito-di-lucio-dalla.html

    ***
    Un ottimo testo dal titolo "Il capitalismo e la crisi" (scritti scelti di Marx a cura di V.Giacchè, con un introduzione esemplarmente esplicativa dello stesso Giacchè) è:
    http://www.deriveapprodi.org/2009/09/il-capitalismo-e-la-crisi/

  • Anonimo scrive:
    23 marzo 2012 10:19

    Scrive The Red Mar al "contrario di quanto afferma Stefano D'andrea nel suo post su, la/le crisi, è/sono parte integrante del funzionamento normale del modo di produzione capitalistico". Non ho negato che le crisi sono parti integranti del modo di produzione capitalistico. Ho scritto che oggi, adesso, in questo momento il capitalismo del sistema mondo non è in crisi; anzi in gran parte del mondo è in forte espansione. Sono in crisi i sistemi economici di una serie di stati nazionali; non il capitalismo del sistema mondo. Questo ho affermato e quindi soltanto questa osservazione può essere esatta o sbagliata.
    Non mi sembra una osservazione irrilevante. Se la si considera vera e si prende atto che non è in atto alcuna crisi del capitalismo del sistema mondo, bensi' dei sistemi economici di alcuni stati nazionali, ne deriva una conseguenza importante: tutti i libri e gli articoli che sono stati scritti negli ultimi cinque anni sulla nuova crisi del capitalismo, sulle cause che avrebbe e sugli sbocchi NON HANNO ALCUN SENSO, perché si tratta di indagini basate su una falsa premessa maggiore: che in questo momento storico il capitalismo tout court sia in crisi.
    Che il problema sia il capitalismo e non la crisi è una tesi che non è discussa nel mio post. Dunque non posso aver sbagliato.
    A che serve studiare Marx, se si attribuisce all'interlocutore un pensiero che oggettivamente non ha espresso? Alla mia posizione si replica in due modi: 1) dimostrando che i fatti dimostrano che il capitalismo oggi, in questi anni, in questo momento storico è in crisi; 2) accantonando ad un lato della biblioteca, come fuffa fondata sul nulla, libri e articoli che spiegano la crisi in corso del capitalismo; 3) negando la mia premessa, ossia che tutti gli stati nazionali siano semplicemente sistemi capitalistici, perché il controllo pubblico sulla direzione e distribuzione della ricchezza e la quantità di beni scambiati come diritti e non come merci variano enormemente da uno stato all'altro. Avremo allora almeno diverse forme di capitalismo; e alcune sarebbero socialistiche in senso lato; forse avremo "modi di produzione a prevalenza statale" che sono altro dal socialismo ma sono altro dal capitalismo. Ecco questa obiezione l'accoglierei. Anzi la accolgo, perché penso che sia errato parlare di capitalismo tout court se ci si riferisce al sistema mondo (e non ad un modello di riproduzione della vita sociale). Ho ipotizzato che tutto il mondo sia capitalismo soltanto per confutare coloro che muovono da questo assunto e credono che sia in corso una crisi del capitalismo mondiale.

  • Anonimo scrive:
    23 marzo 2012 16:55

    Avevo scritto un dettagliato post di risposta per il sig. D'andrea, ma è stato cancellato. Mah. Spero che passi almeno questa segnalazione :

    (ANSA) - ROMA, 11 OTT - I patrimoni detenuti dai privati nel mondo sono saliti del 72% negli ultimi 10 anni nonostante la crisi economica, afferma Credit Suisse. Ma le diseguaglianze, seppure in diminuzione grazie alla crescita di Cina e India, restano abissali. Appena l'1% della popolazione mondiale possiede il 43% delle ricchezze private. Alla base della piramide, il 50% delle persone detiene solo il 2%. L'Italia paese dai forti patrimoni e pochi debiti privati e il bene rifugio della casa e' ai primi posti.

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/10/11/visualizza_new.html_1733669454.html

    "La produzione della ricchezza, non è orientata a fini sociali, ma a fini privati e corporativistici".

    Ergo: il capitalismo, ossia "l'ultima configurazione servile assunta dall'attività umana" è il sistema delle disuguaglianze, è lo SFRUTTAMENTO DELL'UOMO SULL'UOMO.

    P.S.
    Avevo scritto un lungo e dettagliato post sig. D'andrea, che è stato cancellato, e ho fatto lo sbaglio di non salavarlo. Riscriverlo, proprio non mi va, dopo averci messo una buona mezz'ora per farlo, e che ho anche da fare. Alla prossima comunque.Saluti.

  • Anonimo scrive:
    23 marzo 2012 19:34

    Credo che i dati che lei riporta siano veri che e le valutazioni siano fondate. Ma dati e valutazioni non contrastano con le mie affermazioni che "il capitalismo del sistema mondo" non è in crisi; e che, se si escludono le economie degli stati della triade, il resto dei sistemi capitalistici (ma sono molto diversio gli uni dagli altri; ed è importante conoscere gli elementi specifici, oltre quello comune) è in forma smagliante.
    Stefano D'Andrea

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