mercoledì 11 gennaio 2012

MPL-DIBATTITO (4): VERSO L'ASSEMBLEA DEL 4-5 FEBBRAIO


Sì, proprio adesso!

di Massimo De Santi, Leonardo Mazzei, Moreno Pasquinelli



«Per piacere, cancellatemi dalla vostra mailing-list. Credo che in un paese con circa quaranta partiti alle precedenti politiche, l'ultima cosa di cui si sente bisogno è un nuovo partito (o movimento, come più vi aggrada). Auguri. Antonio C.»

Il messaggio secco e perentorio di cui sopra, esprime bene il pessimismo generale verso la possibilità di cambiare alle radici il nostro paese e quindi di aperta ostilità verso la militanza politica. Non è nuovo, questo scoramento. Esso segue sempre una disfatta delle forze antagoniste.

L’effetto euforico per la defenestrazione di Berlusconi, come ci aspettavamo, è già svanito, poiché ognuno sa che l’ascesa di Monti non è una vittoria ma l’ennesima sconfitta. L’effetto primario che quest’ascesa ha prodotto è così un rafforzamento della corrente del pessimismo, un ulteriore fuga dall’impegno.

A noi non piace affatto andare "contro corrente", nel caso, non lo facciamo nè per gusto, nè per ambizione personale, lo facciamo solo perchè convinti della necessità storica di impegnarci in prima persona in questa difficile fase politica e perchè sempre più che mai determinati nel dare seguito a quanto promesso: il 4 e 5 febbraio ci troveremo a Chianciano Terme per dare vita al Movimento Popolare di Liberazione.

La gran parte di noi viene dalla diaspora della sinistra. Chi in un partito politico, chi in un movimento sociale, tutti abbiamo speso anni, alcuni di noi decenni della loro vita, mossi dall’ideale di liberarci dal capitalismo e di gettare le fondamenta di una nuova società socialista. E questo lo abbiamo fatto a partire dagli anni 60' e '70, periodo in cui il sistema appariva solido, l’economia bene o male tirava, e la classe dominante, anzi i suoi settori peggiori, godevano di un consenso popolare senza precedenti.

Si è trattato di una lunga lotta di resistenza, spesso anche contro le sinistre istituzionali, i cui gruppi dirigenti, travolti dall’irrefrenabile smania di protagonismo, di celebrità e di potere, hanno fatto da apripista, tappa dopo tappa, al peggio che è venuto. Non siamo tra coloro che pensano che la “colpa” era tutta dei “dirigenti cattivi” mentre “la base era buona”. Questa era solo un’illusione consolatoria per non prendere atto di due fenomeni, paralleli ma distinti: che il marciume era generale, in alto e in basso, e che il vecchio movimento operaio, in ogni sua variante, aveva fallito, accettando supinamente il sistema consumistico proposto dal capitalismo anche nella sua versione globalizzata.

Ma è giunta la crisi storico-sistemica del capitalismo, frutto di condizioni e meccanismi oggettivi che non lasciano scampo, nemmeno alle classi dominanti. C’era chi si aspettava che questa crisi avrebbe automaticamente risvegliato “le masse” e spinto i “compagni” a farla finita coi piagnistei e a gettarsi di nuovo nella mischia. Non è stato così. 

Gli stessi lampi del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 non hanno apparentemente sedimentato nulla, non sembrano essere capaci di invertire la rotta, nonostante la grande vittoria referendaria dei movimento dell'acqua e quelle di resistenza sociale sui beni primari e contro le grandi opere. Così, mentre il regime capitalistico, italiano in primis, barcolla, le forze di alternativa non sono mai state così deboli e smarrite. Siamo quindi dentro una situazione nuova e pericolosa: la crisi doppia e parallela di chi sta sopra e di chi sta sotto. Crisi doppia dalla quale, se non invertiamo la rotta, potremmo uscirne, dopo lunghi tormenti, con una svolta reazionaria radicale di cui a farne le spese saranno ancora una volta coloro che vivono del proprio lavoro.

«E voi vi mettete a fare un altro partito?»
Sì, noi ci mettiamo a fare un altro “partito”!

E sapete perché? Per cinque ragioni fondamentali.
La prima: per la prima volta dopo il periodo succeduto alla prima guerra mondiale, non solo il sistema capitalistico collassa su se stesso, ma si apre una fase di mutamenti profondi, epocali, che rimettono all’ordine del giorno la possibilità di edificare una nuova società socialista.
La seconda: la crisi sistemica, per le drammatiche conseguenze sociali che produrrà, metterà comuqnue in moto larghe masse, spingendole all’azione, liberando così immense forze di cambiamento.
La terza: i sentimenti di scoramento a sinistra saranno spazzati via, non solo i sentimenti, forse saranno spazzati via i portatori stessi del virus funereo che tutti paralizza. Il che è un gran bene.
La quarta, perdonateci la presunzione: pensiamo di avere le idee chiare, una piattaforma per uscire dal marasma. Non stiamo parlando di questa o quella base ideologica o identitaria. Stiamo parlando delle misure politiche, economiche e sociali per salvare (come minimo) il nostro paese dall’ecatombe in cui è destinato a precipitare se non avremo un cambio di sistema. (vedi il nostro Manifesto).
La quinta ragione è che le idee forti non bastano. Ci vuole un’organizzazione per portarle avanti. Senza organizzazione non siamo niente, solo atomi impazziti, senza memoria, che vagano nel cosmo della politica, proprio come ci vuole il sistema.

Per questo, adesso. Perché in verità, questa volta, non siamo noi ad andare contro corrente, ma coloro i quali se ne stanno ancora rinchiusi nei contenitori vuoti della sinistra o, peggio ancora, coloro che mentre tutto il mondo viene giù si piangono addosso davanti allo specchio della loro anima morta. Mentre l'ecosistema va ramengo, le fabbriche chiudono, i lavoratori si suicidano e il paese va verso la rovina economica, sociale e culturale.
Dunque: sì, proprio adesso!

Leggi la Bozza di manifesto del MPL

L'assemblea costituente del MPL si svolgerà a Chianciano Terme, presso il Grande albergo le Fonti. Viale della libertà 523. Per chi vuole pernottare e usufruire dei pasti —costo della pensione completa dalla cena del sabato al pranzo della domenica: € 40,00. € 48,00 in camera singola. Si raccomanda la prenotazione, inviando una mail a: movimentopopolarediliberazione@gmail.com, con la dizione «Prenotazione»
E’ ovviamente possibile partecipare all’ASSEMBLEA NAZIONALE sia per chi voglia arrangiarsi per fatti suoi, che per i pendolari.
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3 commenti:

  • Anonimo scrive:
    11 gennaio 2012 16:47

    http://www.sinistrainrete.info/europa/1767-michel-husson-uscire-o-non-uscire-dalleuro.html

    Estratto:

    "... Come ben sintetizza Özlem Onaran[i]: «Emerge un consenso tra le forze anticapitaliste europee intorno a una strategia basata su quattro pilastri: 1) resistenza alle politiche d’austerità: 2) radicale riforma fiscale e controllo dei capitali; 3) nazionalizzazione/collettivizzazione delle banche sotto controllo democratico; 4) audit del debito sotto controllo democratico, seguito dall’eventuale default [sospensione del pagamento].
    Quale sarebbe il vantaggio dell’uscita dall’euro? Il principale argomento è che questo renderebbe possibile la svalutazione della nuova moneta, il che restituirebbe competitività al paese interessato. Restituirebbe alla Banca centrale la possibilità di emettere moneta per finanziare diversamente il proprio passivo. I più pessimisti vi vedono un modo per reindustrializzare l’economia, attendere una crescita più elevata e creare posti di lavoro.
    La fusione di monete nazionali all’interno dell’euro ha sottratto una variabile essenziale di aggiustamento, il tasso cambiario. I paesi la cui competitività-prezzi arretra non hanno altro strumento, nell’attuale quadro europeo, se non il blocco dei salari e la corsa all’indebitamento. Questo è vero, ma non elimina l’incoerenza dello scenario dell’uscita dall’euro......

    .....L’uscita dall’euro, quindi, dovrebbe riguardare solamente un limitato numero di paesi. Si tratta dunque di una soluzione nazionale di non collaborazione, in cui un paese cerca di guadagnare quote di mercato sui suoi partner commerciali. La svalutazione, però, fa aumentare i prezzi delle importazioni, il che si ripercuote sull’inflazione interna e può in parte annullare quanto guadagnato in competitività sui prezzi all’esportazione. L’economista Jacques Sapir, che ha previsto un piano di uscita dall’euro per la Francia,[ii] ammette che «l’inflazione imporrebbe regolari svalutazioni (ogni anno od ogni anno e mezzo)» per mantenere costante il tasso di cambio effettivo. Questo equivale ad accettare una spirale inflazionistica all’infinito. La competitività di un paese si basa su elementi materiali: gli incrementi di produttività, l’innovazione, la specializzazione industriale, ecc. Pensare che la manipolazione dei tassi cambiari possa bastare a garantire la competitività è ampiamente illusorio. È il motivo per cui, grosso modo, non esiste alcuna esperienza di svalutazione che non si sia tradotta in aumentata austerità, che ricade alla fine sui lavoratori. Perché la svalutazione possa servire a realizzare una diversa ripartizione dei redditi e un altro sistema di crescita occorrerebbe che fossero stati trasformati a fondo i rapporti di forza sociali. Fare dell’uscita dall’euro l’elemento preliminare equivale quindi a invertire le priorità tra trasformazione sociale e tasso di cambio. Si tratta di uno slittamento particolarmente rischioso. Nel suo documento, Jacques Sapir mette in risalto come la «nuova moneta dovrebbe allora venire inserita nei cambiamenti di politica macroeconomica e istituzionale […] se si vuole che dia i risultati auspicati». Tra i cambiamenti, egli cita un recupero dei salari, la perpetuazione dei sistemi sociali, il rigoroso controllo dei capitali, la requisizione della Banca di Francia, il controllo dello Stato sulle banche e le assicurazioni. Ma tutte queste misure dovrebbero essere state imposte prima ancora del progetto di uscire dall’euro.
    Un governo di trasformazione sociale commetterebbe, del resto, un terribile errore strategico se partisse dall’uscita dall’euro, perché così si esporrebbe a tutte le misure di ritorsione.
    Politicamente, c’è il rischio assai grande di offrire legittimità da sinistra ai programmi populisti...."

    Aver le idee chiare non vuol dire necessariamente essere saggi. Per questo mi piacerebbe di più un CLN che un partito.

    Alberto Conti

  • redazione scrive:
    11 gennaio 2012 18:51

    Alcune obiezioni sono serie, altre sono vere e proprie sciocchezze.
    La questione dell'uscita dall'euro, come ogni altra decisione di politica economica [sottolineo: prima politica e poi economica], richiede una duplice analisi. La prima teorica, la seconda empirica. L'uscita è una questione, come tutte le altre decisioni di politica economica, controversa.
    Ogni atto politico è controverso, ovvero dipende da chi lo fa, per quale finalità lo fa, come lo fa. Restare al piano accademico, o dell'astrazione econometrica, non ci fa fare un passo avanti.
    Gratta gratta, il sostrato del ragionamento pro-euro, è un realismo forzoso, per cui ogni ogni rettifica dell'esistente, porta rischi, o meglio più costi che ricavi.
    Ma da quale punto di vista? Figuriamoci se a certi accademici gli si dice che un'economia razionalizzata sulla base di un piano generale è preferibile a quella di mercato. Ti dicono che riporti la società all'età della pietra.
    La base di tutto è la produzione reale, la massa di ricchezza sociale complessiva, ciò che è necessario alla società per riprodursi e il sovrappiù. Di qui la centralità delle forze produttive disponibili e il loro grado di produttività effettiva.
    Se produci meno del tuo competitor, se la ricchezza che sforni è minore, se la tua produttività è più bassa, o soccombi, o ti proteggi con le misure adeguate.
    Qui è il busillis. La sovranità monetaria è solo uno di questi mezzi di protezione, niente di più. Altro che le fanfaluche della MMT o sul signoraggio.
    Last but not least: l'uscita dall'euro è per noi solo un elemento di una piattaforma generale, una delle misure per fuoriuscire dal capitalismo.
    te la immagini tu una società socialista che resta nella Ue, che rispetta Maastricht e che usa l'euro?
    Tranquillo: avremo modo di precisare come si deve, ma senza farci spaventare dalla pseudo-scienza della crematistica borghese
    Moreno Pasquinelli

  • Anonimo scrive:
    12 gennaio 2012 10:18

    Cito di nuovo Husson: "è infatti la compressione dei salari, altrimenti detto l'accaparramento di una parte crescente del plusvalore da parte della finanza, che ha condotto all'enorme accumulazione di debiti che ha condotto alla crisi. E`questa la vera base materiale di questa crisi.
    L'alternativa passa in particolare attraverso una vera riforma fiscale che annulli i regali fatti da anni alle imprese e ai ricchi. Essa implica pure, in un modo o in un altro, l'annullamento del debito. Tra il debito e gli interessi sociali maggioritari l'incompatibilità è totale. Non può esserci esito progressista alla crisi senza rimettere in questione questo debito, che sia sotto forma di insolvenza o di ristrutturazione.
    D'altra parte, un certo numero di paesi arriveranno all'insolvenza, e perciò è tanto più importante anticipare questa situazione e dire come essa dovrà essere gestita."

    Secondo me c'è molto di più, ad es. il massiccio trasferimento transnazionale e transcontinentale di titoli spazzatura verso soggetti deboli, sia pubblici che privati, si configura come vera e propria truffa finanziaria al di fuori di ogni collocazione politica dello scontro, e per questo un audit vero ad ampio spettro sulla formazione del debito è essenziale (è solo un esempio, c’è molto altro di degenerato nella prassi della finanziarizzazione dell’economia).
    La sovrapposizione delle problematiche “tecniche” e “politiche” è il primo nodo da sciogliere, quello che genera il caos nichilista che ha reso impotente la politica e la comprensione popolare degli eventi.

    Partire dal rifiuto della moneta unica è come una scorciatoia per eludere il problema, per confondere il fine con lo strumento, non aiuta le masse a chiarirsi le idee, oltre che subirne le conseguenze di breve termine.
    E’ chiaro che Maastricht salta, indipendentemente da tutto. Per questo la sua alternativa va costruita con la maggior forza possibile, anche logica, per sottrarla alle stesse forze che l’hanno imposta 20 anni fa.

    Alberto Conti

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