lunedì 28 novembre 2011

PRC: VERSO UN CONGRESSO IMPORTANTE


Lettera aperta
ai compagni e alle compagne di Rifondazione



di Leonardo Mazzei

Tra pochi giorni si aprirà a Napoli l'VIII congresso del Prc. Un congresso "strano" e decisivo al tempo stesso. Strano, perché preparato da un documento politico largamente superato dagli eventi degli ultimi due mesi. Decisivo, perché ad oltre vent'anni dalla sua fondazione (febbraio 1991), e nel mezzo di una crisi sistemica che ha oggi il suo epicentro in Europa ed in particolare in Italia, il Prc dovrà decidere cosa fare da grande.

Care compagne e cari compagni,
il caso vuole che il vostro VIII congresso si svolga nel "momento giusto".
Giusto per favorire una riflessione ed una discussione strategica, giusto per trarre il bilancio di un'esperienza ventennale, giusto per operare le scelte necessarie al fine di costruire un'opposizione sistemica al governo delle oligarchie finanziarie, che trova proprio nel centrosinistra il massimo sostegno politico e parlamentare.
Può un congresso risolvere tutte queste questioni? Probabilmente no, ma decisivo sarà il segnale politico che verrà da Napoli. Un segnale che dovrà rispondere a questa precisa domanda: è in grado il Prc di operare una svolta che rompa sul serio con il bertinottismo e con il "menopeggismo", scegliendo quindi una collocazione strategica autonoma e contrapposta al Pd ed ai suoi satelliti?
Chi scrive - che ha militato nel vostro partito dalla fondazione fino al 1997 - crede che Rifondazione Comunista abbia oggi davanti a se quella che possiamo definire una "seconda possibilità". Seconda, perché la prima, rappresentata dalla sconfitta dell'Arcobaleno e dal congresso di Chianciano del 2008, è stata malamente sprecata.
So che per voi quello fu l'anno della disfatta. Ma proprio l'entità della sconfitta avrebbe potuto portare ad una ricollocazione strategica in grado di invertire la rotta. Invertirla nel duplice senso di cambiare la direzione di marcia e fermare la perdita di iscritti, militanti, voti e - soprattutto - credibilità politica. Il 2008 è l'anno della piena sconfitta del bertinottismo, ed avrebbe dovuto rappresentare la fine della subalternità alla "sinistra" del capitale, tanto più che l'arrivo della crisi apriva grandi possibilità a chi avesse scelto con determinazione la linea di un'opposizione fuori e contro il bipolarismo.
Il paradosso della storia del Prc, in particolare a partire dal 1996, è che la politica delle alleanze con il centrosinistra - quando più strette, quando più larghe, ma sempre decisive nel determinare la direzione di marcia - è stata sempre motivata con due argomenti clamorosamente smentiti nella realtà delle cose. Il primo di questi argomenti è la ben nota necessità di "sconfiggere le destre". Il secondo, meno sbandierato ma non meno importante, quello di preservare una rappresentanza parlamentare.
Bene, il 2008 consegna alle destre una maggioranza amplissima ed espelle dal parlamento la pattuglia del Prc (ma anche del Pdci e dei Verdi). Gli argomenti a giustificazione dell'alleanza ne risultano perciò clamorosamente smentiti. Una smentita riguardo agli obiettivi dichiarati, una smentita rispetto agli stessi interessi della "ditta", come direbbe Bersani.
Nonostante i dati essenziali fossero questi, nel 2008 la svolta non c'è stata. Ci sarà in questa tempestosa fine del 2011? Chi scrive se lo augura. Del resto, verrebbe voglia di dire, se non ora, quando? Per definizione una svolta è tale se si determina una cesura, se si abbandona il continuismo per dirigersi di fatto verso un "nuovo inizio". Una svolta richiede dunque delle rotture, dei cambiamenti profondi, l'abbandono della routine. Affinché sia tale richiede anche un salto psicologico, dato che le brutte abitudini tendono a radicarsi nei partiti, così come negli individui.
Se dovessi basarmi sul documento congressuale non sarei qui a scrivere queste righe. In quel testo si proponeva ancora di «dar vita ad un Fronte democratico tra le forze di sinistra e di centrosinistra per sconfiggere le destre». Una strada che si prevedeva di percorrere con convinzione, stando «fino in fondo nel processo politico che porterà alla costruzione di uno schieramento alternativo a quello delle destre ponendo al centro la questione dei programmi».
Naturalmente in quel documento vi sono anche analisi e proposte condivisibili. Tuttavia, l'essenza di un partito politico sta nella linea politica, altrimenti dovremmo credere, ad esempio, che il Pdci sia una sorta di partito ultra-comunista...
Certo, la linea politica ed i suoi molteplici aspetti tattici sono solo una delle componenti di un progetto strategico. Ma se quella linea è la negazione sia dell'analisi che dell'identità che pure si dice di voler affermare, è inutile che parliamo di questi ultimi aspetti. Tra l'altro, la stessa storia del Prc mette in luce come gli elementi identitari siano stati sempre giocati per "compensare" l'opportunismo politico. Fu così nella prima fase, fondamentalmente cossuttiana, in cui la falce e martello copriva una posizione politica subalterna; fu così nella seconda, pienamente bertinottiana, quando il movimentismo prese il posto della bandiera rossa, ma sempre con la stessa funzione compensatrice.
Al di là di queste considerazioni, resta il fatto che il documento congressuale è stato largamente superato dai fatti. Si avrà il coraggio di prenderne atto, capendo che un intero ciclo politico è giunto al capolinea? Questa è la vera domanda.
Berlusconi non c'è più. La sua sostituzione non è stata il frutto né delle lotte, né tanto meno delle alleanze elettorali. Berlusconi è stato destituito, con una sorta di golpe bianco pilotato da Napolitano, per far posto ad un esecutivo che risponde direttamente alle oligarchie finanziarie, europee e non solo. Questo passaggio segna anche la fine dell'antiberlusconismo, che nella sua versione più autentica - quella del giornale-partito la Repubblica - consisteva proprio nell'avversione a Silvio Berlusconi solo ed esclusivamente perché non sufficientemente omogeneo ed affidabile rispetto ai veri centri del potere finanziario internazionale.
Ma il governo Monti non è nato solo per dare «affidabilità», non solo per varare nuove manovre antipopolari. Esso è stato imposto per avviare una profonda ristrutturazione del sistema politico. Che poi ci riesca è da vedersi, ma i propositi sono chiari. E' possibile che questo disegno porti alla formazione di una sorta di blocco "centrista" trasversale agli schieramenti preesistenti, come è possibile che si preferisca invece rilanciare il bipolarismo, ridisegnandone i contorni una volta risolta la variabile berlusconiana.
Al momento non possiamo sapere quale via verrà intrapresa. In ogni caso però gli obiettivi sono chiari: costruire un sistema politico ancor più funzionale alle esigenze delle classi dominanti, espellere ogni possibile elemento di disturbo.
Ora, se al posto dell'alleanza contro Berlusconi per battere le destre, abbiamo invece l'alleanza con Berlusconi per eseguire alla lettera i diktat della Bce, qualche conseguenza nell'analisi su Pd e dintorni dovrà pure derivarne.
Ovvio che anche nel Pd qualcosa avverrà. Fratture e scomposizioni vi saranno inevitabilmente in tutti i partiti, a cominciare dal Pdl, ma non sarà questo l'aspetto principale, almeno non per i comunisti, per gli anticapitalisti, per tutti coloro che si riconoscono negli interessi delle classi popolari.
La vera partita non si giocherà con le consunte leggi del politicismo deteriore. La vera partita sarà quella della costruzione di un fronte d'opposizione, che lavori per sviluppare un forte movimento di massa, fino ad una autentica sollevazione popolare, l'unica speranza per ribaltare una situazione altrimenti segnata.
Può apparire paradossale ma non lo è: la destra potrà essere battuta solo rompendo con quella che è comunemente chiamata "sinistra". Berlusconi non tornerà al governo, ma il suo blocco sociale è ancora lì, indebolito ma non ancora sconfitto. Se il Pd si identifica con gli interessi e l'ideologia del blocco dominante, come sorprendersi se una parte della destra (non solo la Lega) finirà per cavalcare con successo il profondo malessere sociale determinato proprio da quel dominio?
Senza un'opposizione anticapitalista è pressoché certo che questo sarà lo scenario del prossimo futuro. Facendo un passo indietro, chiediamoci quale sarebbe oggi la situazione se il Prc non avesse deciso, nell'ormai lontano 1995, di iniziare gli zig zag politicisti di Bertinotti con la sciagurata "desistenza", che portò poi all'appoggio del governo di Maastricht e del Pacchetto Treu.
La storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, ogni tanto questo esercizio è necessario. Dopo la desistenza vi fu la "non belligeranza", poi una fase movimentista che servì solo ad arrivare all'ammucchiata unionista del 2006, preparando così al meglio il funerale del 2008. Le cose sarebbero andate allo stesso modo se il Prc avesse scelto di separare la propria strada da quella del baraccone Pds-Ds-Pd? Credo che solo uno sciocco possa pensarlo.
In quegli anni era chiaro, perlomeno a chi come il sottoscritto proponeva un'alternativa alla linea bertinottiana, che quella rottura non sarebbe stata semplice, che una parte del cosiddetto "popolo comunista" sarebbe stato inevitabilmente risucchiato nella logica di un antiberlusconismo alla Moretti, ma che tuttavia solo la conquista di una vera autonomia politica avrebbe dato un futuro al partito ed alle sue battaglie.
In altre parole: la rottura con la sinistra del capitale avrebbe imposto dei prezzi nel breve periodo, ma nel medio ed ancor più nel lungo avrebbe dato al Prc quella credibilità che si conquista solo con la serietà, la tenacia, con una linea politica dove il rapporto tra il dire e il fare non sia quello del peggior politicantismo.
Venne invece intrapresa la strada opposta, ed oggi se ne possono valutare appieno i risultati. A modesto parere di chi scrive, e che proprio per questo profondo dissenso lasciò Rifondazione nell'ottobre 1997, se il Prc avesse allora scelto la via dell'opposizione oggi sarebbe realisticamente un partito tra il 10 ed il 15%, un partito in pole position (altro che la Lega...) per poter organizzare e guidare l'opposizione al massacro sociale imposto dai disastri dell'attuale capitalismo casinò.
Ovviamente questa mia profonda convinzione non è dimostrabile, dato che il film della storia non ci riporta mai indietro ai bivi decisivi. E' però ampiamente dimostrabile il disastro prodotto dalla linea  che si impose, e questo basta e avanza...
Ma torniamo all'oggi. Se l'ipotesi di un condizionamento delle alleanze di centrosinistra si è dimostrata infondata in tutti questi anni, quale spazio può esservi adesso per una linea riformista davanti alla crisi storico-sistemica che sta sconquassando l'occidente ed in particolare l'Europa?
Se il bertinottismo si è dimostrato una costruzione senza fondamenta, la sua riproposizione nelle condizioni odierne sarebbe soltanto ridicola. Chi, come Vendola, si è messo su quella strada, è costretto ad andare ben oltre il suo maestro, ed oggi non può far altro che barcamenarsi e balbettare di fronte ad una realtà (governo Monti) che si è inopinatamente rifiutata di adeguarsi ai suoi schemini.
Questa realtà non ci parla né di primarie né di alleanze. Ci parla invece di una grande sofferenza che ha già investito, ma che investirà sempre più, il popolo lavoratore del nostro Paese. Quel che si profila è un drastico peggioramento delle condizioni di vita, l'esplodere del dramma della disoccupazione, la perdita di ogni diritto sociale. Tutto ciò abbinato alla devastazione di qualunque elemento riconducibile al concetto di democrazia.
Quel che serve è dunque un fronte di opposizione, che prepari l'alternativa socialista, alimentando le lotte e proponendo un programma di interventi immediati per dare sostanza allo slogan "noi la crisi non la paghiamo". Dentro questo programma dovranno esserci delle risposte forti sulla questione del debito, sul futuro dell'euro e dell'Unione Europea. Questioni urgenti, che non possono aspettare, si trattasse anche solo di costruire una decente opposizione al governo Monti.
L'Italia è ormai un paese commissariato, ridotto per certi aspetti ad un protettorato sotto il controllo dell'UE, ed in definitiva della Germania. Ma non basta. La sovranità nazionale è di fatto cancellata dal dominio dei cosiddetti "mercati", cioè in concreto delle banche e delle altre istituzioni finanziarie. Ne consegue che il fronte di opposizione potrà essere credibile solo se impugnerà la causa della riconquista della sovranità nazionale, senza la quale non ha neppure senso parlare di democrazia.
Sovranità nazionale significa mettere la politica, invece che l'economia e la finanza, al posto di comando. E' in questo quadro che si pone la questione dell'uscita dall'euro e dall'Unione Europea, per riconquistare la sovranità monetaria e quella politica, cancellando il debito (ovviamente tutelando i piccoli risparmiatori) per sfuggire alla presa soffocante dei vampiri della finanza.
Spontaneamente la crisi spinge verso l'implosione dell'Unione Europea. Che fare di fronte a questa banale constatazione? Limitarsi ad aspettare gli eventi, o anticiparli battendosi per un'uscita dalla gabbia rappresentata dalla UE? Solo chi sarà in grado di dare risposte credibili, prevedendo gli sviluppi delle dinamiche in atto, potrà conquistare la fiducia di quelle grandi masse che tutti ci auguriamo ritornino davvero protagoniste.
In breve: non viviamo tempi normali, bensì eccezionali. Sono questi i tempi che accelerano la storia, verso sbocchi ancora ignoti ma certamente diversi da quelli sui quali siamo abituati a ragionare. Sono questi i tempi in cui bisogna osare.
Se riusciremo a costruire un vero fronte di opposizione il vostro partito potrà giocarvi un ruolo fondamentale. Se invece della svolta, imposta dalle circostanze, prevarrà il continuismo del documento congressuale di maggioranza, scritto ad ottobre, anche la seconda opportunità, dopo quella del 2008, andrà persa. E visti i tempi che si annunciano non credo ve ne sarà una terza.
Questa, a mio modesto parere, è la posta in gioco dei prossimi mesi, sperando che il vostro imminente congresso sia capace di iniziare la svolta necessaria. 
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1 commenti:

  • Anonimo scrive:
    1 dicembre 2011 13:16

    Confesso: non sono mai stato militante di rif.diffidente della nostalgia pciista all'opera negli anni 70 per accreditarsi tramite l'alleanza con il capitale industriale come ricambio alla rendita parassitaria. Duro fù il prezzo della politica dei sacrifici(Berlinguer),l'EUR,le leggi speciali.
    Un ceto politico, quant'anche piccolo, al governo per ben 2 volte coautore dell'autostrada (precarietà,guerra,privatizzazioni)su cui poi ha viaggiato la destra berlusconiana, che dopo la sconfitta elettorale diventato extraparlamentare non per scelta,si ripresenta senza aver fatto i conti con il suo passato,quanto detto quanto fatto, qual'è la sua credibilità? Zero carbonella!
    Abbiamo sentito forse la mancancanza in questi anni? NO!
    Cosa serve un ceto politico siffatto? un comizio in parlamento, una dichiarazione minacciosa ai media? Politicamente a NULLA.
    Serve alla sua riproduzione come ceto politico e al mantenimento come struttura.
    Tra l'altro avessero perlomeno copiato i loro padri che avevano ben'altra struttura dalla fabbriche alla produzione culturale, quei rapporti sociali ,di forza, che gli permettevano anche dall'opposizione di conquistare, contenere...
    Incollati ai loro avi(PCI),eterni bambini che tirano per la giacca il padre affinchè li ascolti ed esaudisca, ancora oggi contro le destre. Politicismo burocratico ed accattone pronti a rubare qualche voto al PD senza visione e senza progetto indipendente. Progetto che non può mai venire finquando in una società divisa in classi non si decide con chiarezza preliminare per quale classe,quale programma ci si mette in movimento.
    Tutto va bene per piacere ai media,nuovi sacerdoti dispensatori di verità e vita.
    E poi, chi ha ordinato che bisogna essere per forza e sempre in parlamento? Solo chi ha come unico orizonte il capitalismo e la democrazia borghese.
    Che vadino per la loro strada, attenti quando e se ci si incontra perchè sappiamo già il loro fine ultimo, comunque senza di noi.

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