Programma 101, Salerno, 23 febbraio

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venerdì 4 novembre 2011

PERCHÉ USCIRE DALL'UNIONE EUROPEA

Stefano D'Andrea
A proposito di un articolo di Vladimiro Giacché

di Stefano D’Andrea*



Vladimiro Giacché ha scritto un articolo nel quale, in diciassette brevi paragrafetti, ricostruisce in modo persuasivo l’itinerario della crisi economica, considerata esattamente come un complesso di fenomeni causalmente collegati, iniziati nel 2007. [1]

Giunto alla situazione italiana attuale, alla quale dedica il diciottesimo paragrafetto, Giacché si sofferma sulle conseguenze che avrebbero le politiche di austerità: «Se prevarranno i pasdaran del pareggio di bilancio e della riduzione del debito a ogni costo, che hanno nella Bce il loro principale punto di riferimento e nelle sue ricette neoliberiste e reazionarie (pedissequamente eseguite dal governo Berlusconi) il più clamoroso esempio recente, il destino dell’economia italiana è segnato: nessuna crescita sarà possibile e quindi – precisamente per questo – il default sarà garantito».
Tuttavia, continua l’autore: «L’alternativa non può essere rappresentata dalla parola d’ordine del ripudio del debito che qualcuno agita a sinistra. E non può esserlo per diversi motivi: a) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dalla popolazione italiana e in particolare da lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a vedere proprio nei titoli di Stato il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi: in altre parole non si può, per il solo fatto che lo si desidera, dare al concetto di default selettivo (che significa semplicemente “non pagamento di alcune emissioni di debito e non di altre”) un significato diverso e più gradito (onorare il debito rispetto ad alcune classi di creditori e non ad altre); b) Perché ogni default costringe a un avanzo primario che non ha nulla da invidiare a quello richiesto dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio, e questo per il semplice motivo che dopo di esso i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare il deficit italiano per diversi anni; c) Perché un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, tra i cui effetti più immediati ci sarebbe una notevole deflazione salariale, nella forma di un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori»

Credo anche io che il ripudio del debito sia soltanto uno slogan, inidoneo a designare la scelta strategica per uscire dalla crisi e soprattutto per imprimere una diversa direzione alla storia della nostra nazione. Tuttavia il mio scetticismo sul ripudio del debito come scelta strategica si basa su altri argomenti. In particolare, in una recente nota, ho cercato di illustrare come una ristrutturazione del debito sia un rimedio tattico, da utilizzare nella situazione di difficoltà nella quale verremo a trovarci, ma non è la scelta strategica che occorre compiere
[2]. Gli argomenti di Giacché, invece, non mi persuadono e, nel fondo, dimostrano l’accettazione dogmatica dei principi del diritto dell’economia della UE.

Innanzitutto non convince l’idea che non si possa “per il solo fatto che lo si desidera, dare al concetto di default selettivo (che significa semplicemente “non pagamento di alcune emissioni di debito e non di altre”) un significato diverso e più gradito (onorare il debito rispetto ad alcune classi di creditori e non ad altre)”. Quella di Giacché è una petizione di principio. Infatti, il default selettivo non è un istituto giuridico. Non è un fatto giuridico conforme ad una fattispecie normativa. Non è un fatto che deve avere caratteri prescritti anteriormente da un legislatore in maniera generale ed astratta. E’ una scelta del debitore, la quale ha il contenuto che il debitore vuole
[3]. E’ il debitore a scegliere e ad accettare la certezza o il rischio di conseguenze non soltanto economiche e finanziarie, bensì anche politico-militari (sono molte nella storia le guerre scatenate dai creditori contro gli stati debitori insolventi). Il primo argomento addotto da Giacché contro il ripudio del debito, dunque, appare davvero destituito di ogni fondamento.

La seconda affermazione, invece, in sé considerata, è inoppugnabile: “ogni default costringe a un avanzo primario che non ha nulla da invidiare a quello richiesto dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio, e questo per il semplice motivo che dopo di esso i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare il deficit italiano per diversi anni”. Tuttavia, ciò che non convince di questo argomento è che esso consiste nella semplice enunciazione di un costo o sacrificio che la scelta del default implicherebbe (tra l’altro, quando i finanziamenti ricomincerebbero a tassi di interesse umani, il debito pubblico sarebbe comunque infinitamente minore). Qualunque obiettivo nella vita implica sacrifici. Più in generale, nella vita ogni scelta che ci troviamo a compiere implica vantaggi e svantaggi rispetto all’alternativa. Sicché l’indicazione degli svantaggi di una scelta non può essere considerata come un argomento contro quella opzione. Sarebbe bello (in realtà sarebbe orrendo) se nella vita si potesse seguire un percorso che è tutto un fluire di vantaggi e di utilità senza che l’aumento dei medesimi implichi anche oneri e doveri. Perciò l’argomento di Giacché non è risolutivo, perché in realtà non è un argomento. Un vero argomento avrebbe dovuto almeno illustrare che la somma degli svantaggi è superiore a quella dei vantaggi

La terza ragione per la quale Giacché è contrario al ripudio del debito è che “un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, tra i cui effetti più immediati ci sarebbe una notevole deflazione salariale, nella forma di un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori”.

Giacché non spiega se egli sia contrario all’uscita dall’euro per ragioni teoriche o comunque strategiche. Dalla lettura di un altro suo recente articolo, nel quale, calcolatrice alla mano, e seguendo uno studio di Ubs, ha accertato il reddito pro capite che perderemmo uscendo dall’euro, non sembrerebbe
[4]. E’ proprio quella deflazione salariale che sarebbe tra gli “effetti più immediati” dell’uscita dall’euro a persuadere Giacché che dall’euro non si debba uscire. Ovviamente di uscire dalla UE nemmeno a parlarne (in realtà dall’euro si esce soltanto uscendo dalla UE).

C’è qualcosa che non convince nella impostazione dei ragionamenti di questo bravo economista che ancora vuole dirsi comunista. Una sorta di orrore del futuro. Una pervicace volontà di mantenere l’ordine esistente e di muoversi, certamente nel migliore dei modi, dentro il recinto nel quale siamo rinchiusi.

Vediamo di chiarire con qualche domanda.

Una politica volta alla piena occupazione e quindi ad ottenere salari decenti, implica una tassazione progressiva e una grave tassazione delle rendite, delle quali noi italiani siamo pieni, essendo stati un popolo di grandi risparmiatori? Ed è realistico pensare a simili regimi impositivi senza instaurare limiti alla libera circolazione dei capitali e quindi senza uscire dalla UE, che ha tra i principi fondanti la libera circolazione dei capitali (anche nei confronti dei paesi terzi)?

Se, come propone Giacché nel suo articolo, si deve “disboscare la giungla delle agevolazioni alle imprese (che costano 30 miliardi all’anno) indirizzando parte del ricavato per poche agevolazioni utili (incentivi alla concentrazione industriale e alla ricerca e sviluppo tecnologico)”, non è ugualmente necessario tornare a limitare la libera circolazione dei capitali e quindi uscire dalla UE?

Una politica per la piena occupazione e salari decenti, in una fase storica in cui emergono con forza paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, implica provvedimenti protezionistici relativi a specifici settori e quindi l’uscita dalla UE, che ha tra i principi fondanti la libera circolazione delle merci e la dogana unica?

La ripresa delle esportazioni verso i paesi europei implica il ritorno alla moneta nazionale svalutata? Il ritorno alla moneta nazionale svalutata e opportune barriere protezionistiche potrebbero far risorgere il distretto tessile di Prato e altre realtà simili che abbiamo sacrificato al dogma della moneta unica e della dogana unica?

Se un contadino con cinque-sette ettari di terra deve riuscire a vivere dignitosamente (come avveniva un tempo non troppo lontano), come è possibile raggiungere questo obiettivo senza proteggere in modo assoluto i prodotti della nostra agricoltura e quindi senza uscire dalla UE?

Se, come propone Giacché nell’articolo dal quale abbiamo preso le mosse, “si deve restituire dignità e centralità al settore pubblico dell’economia, attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e di indirizzo degli stessi investimenti privati sino ad introdurre elementi di pianificazione economica”, come è possibile farlo se l’UE è uno spazio senza frontiere dominato dalla concorrenza che non tollera monopoli e posizioni dominanti o anche aiuti di stato? Se la programmazione economica che si desidera è diversa dalla programmazione della concorrenza, come è possibile mettere in atto i desideri senza uscire dalla UE che ha nella programmazione della concorrenza la regola somma e non tollera aiuti di stato?

Giacché non propone di nazionalizzare le banche. Ma se si desiderasse nazionalizzare le banche e tornare a fare del credito un pubblico servizio, come ciò potrebbe accadere senza uscire dalla UE che impedisce i monopoli e considera il credito un servizio privato come tanti altri?

Più in generale, nel trentennio glorioso nel quale sono state applicate le politiche desiderate da Giacché, vigevano la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, il terrore dell’inflazione e la somma regola della concorrenza, o invece si giungeva a nazionalizzare l’energia elettrica e a creare e mantenere infiniti monopoli tramite le partecipazioni statali?

Da circa venticinque anni la sinistra socialista e comunista parla a vuoto, perché ha accettato premesse che tolgono ogni senso ai programmi che essa propone; programmi che, infatti, non sono applicati in nessuno degli Stati europei. Perché attendere che l’UE si disintegri da sola per l’assurdità di un sistema che genera necessariamente squilibri? Perché non prendere atto che lo stato sociale è per sua natura uno stato sociale nazionale (non è nemmeno pensabile uno stato sociale mondiale), mentre uno spazio aperto senza frontiere, privo di un potere politico centrale, non può che essere uno spazio dominato dal capitale?

Capisco perché la sinistra rimuove la verità. Dovrebbe accettare che da quasi trent’anni accoglie premesse incompatibili e incoerenti con i propositi dichiarati. Dovrebbe ammettere che è stata a dir poco sciocca. Che ha sacrificato completamente gli interessi che era chiamata a difendere. Che dirigenti incapaci hanno ingannato militanti e simpatizzanti.

Eppure mai come in questo caso conviene applicare il detto “meglio tardi che mai”. Più il tempo passa e più tutto quello che avevano costruito generazioni di italiani rischia di andare perduto, compresa l’unità della nazione.


Note

[3] G. Viale dà per scontato che i default selettivo possa assumere anche la forma che Giacché nega:G. Viale, Come guidare il default italiano

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6 commenti:

  • Anonimo scrive:
    4 novembre 2011 11:10

    Mi dispiace: socialismo vuol dire necessariamente internazionalismo.

  • Anonimo scrive:
    4 novembre 2011 12:11

    Per Anoniomo delle 11.10
    Internazionalismo significa che esistono rapporti di pace tra le nazioni (inter-nazionalismo).
    In ogni caso, cosa c'entra l'Unione europea con l'internazionalismo? Me lo spieghi. Perché chi è a favore dell'Unione europea è più internazionalista di chi è contrario? E questa regola che tu sembri affermare senza motivare vale in ogni caso, qualunque siano i principi di fondo dell'unione europea, anche se sono - come effettivamente sono - principi immondi volti esclusivamente alla valorizzazione intyernazionale del capitale e a favorire le rendite e le bolle di credito?
    Fammi capire perché tu saresti più internazionalista di me.
    Stefano D'Andrea

  • Anonimo scrive:
    4 novembre 2011 14:45

    Io mi accontenterei di un protezionismo europeo.
    All'interno dell'Ue valgono i 4 principi di libera circolazione dei capitali, delle persone, delle merci e dei servizi; ma non si capisce perchè debbano valere anche verso l'esterno, nei confronti di paesi con salari e condizioni di lavoro diversissime. Così è una concorrenza verso il basso, la globalizzazione appunto.
    Non è detto che ad un'Europa liberista prima o poi non subentri un'Europa sociale (se i popoli lo vogliono ovviamente) GG

  • Anonimo scrive:
    4 novembre 2011 19:09

    Quanto sta accadendo è lì a dimostrare che senza una politica comunitaria, basata su un accordo politico che garantisca lo stesso welfare e la stessa fiscalità per tutti i paesi membri, sostanzialmente impedendo squilibri nei flussi monetari (l'equivalente del bilancio import-export) tra i paesi membri, l'unione è impossibile. L'unione solo monetaria da sola è la più grande follia che si potesse concepire. E' logico che stia disintegrandosi, fomentando i peggiori risentimenti nazionalistici.

    Uscire da queste logiche è l'unico modo per riavviare un processo di unificazione europea vera, che possa funzionare. Una guerra tra nordisti e sudisti per arrivare ad una confederazione è un po' fuori tempo storico, mi pare evidente. Quindi non c'è altra soluzione, un periodo di transizione in cui ogni Stato nazione si curi da sè le ferite per essere pronto a confederarsi dopo, quando le condizioni saranno mature. Nel frattempo nulla vieta di perseguire singole iniziative comunitarie in settori economici particolari, laddove si evidenzia l'utilità di una strategia comune. Ma la moneta no, soprattutto questa moneta che ha già fatto tanti disastri. Non è lo strumento di cui abbiamo bisogno, come europei e come identità nazionali. E poi finiamola di parlare di "mercati" senza distinguere un'economia di casinò e di parassiti da un economia di produzione di beni veramente utili alla quotidianità, a cominciare da quelli di prima necessità, a Km zero. La libertà è affare dei cittadini, non delle astrazioni ideologiche.
    Bisognerebbe sanzionare ogni giornalista che cita impropriamente la parola "mercato".

    Alberto Conti

  • Anonimo scrive:
    4 novembre 2011 23:10

    cinicamente,penso ,che non ci sia stato nessun errore nel modo come è stata fatta questa europa!
    sapevano che saremmo arrivati a questa crisi ,era inevitabile!
    la useranno per finire il processo di trasferimento di sovranità verso bruxelles!
    la grecia in questi giorni ha subito un golpe bianco:i suoi vertici militari sono stati sostituiti con altri fedeli all'europa e guarda caso il referendum non si fà più!
    stiamo già dentro una dittatura dove le scelte dei popoli vanno evitate, illuse,ignorate e se è il caso represse con un la minaccia militare.
    quanto ci scommettete che se la grecia insisteva con il referendum ci sarebbe stato un "tentato"colpo di stato seguito dal l'intervento salvifico della NATO,GUARDA CASO AVEVANO TRASFERITO, IN GRECIA, MOLTI MEZZI DALLA GERMANIA IN QUESTI GIORNI ,PER NON PARLARE DI QUELLA "STRANA POLIZIA EUROPEA",ANCH'ESSA TRASFERITA IN GRECIA POCHI GIORNI Fà.
    MA I GIORNALISTI PARLANO D'ALTRO!

  • Anonimo scrive:
    5 novembre 2011 02:17

    "IL CAPITALISMO E LA CRISI", scritti scelti di Marx,con un ottimo saggio introduttivo di V.Giacchè.
    In questo volume, si sottopone ad analisi critica, il modo di produzione capitalistico, e si deduce (sia dal saggio introduttivo di Giacchè, e sia sopratutto dagli scritti scelti di Marx) che la crisi, non è un infortunio del nostro sistema economico, ma il prodotto necessario delle sue leggi di funzionamento più elementari.
    Ecco il link del libro:
    http://www.deriveapprodi.org/2009/09/il-capitalismo-e-la-crisi/

    P.S.
    Citazione di Marx, dal libro:
    L'equilibrio stesso - dato il carattere primitivo di questa produzione - è un caso.
    Il Capitale II libro, cap.21

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