ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

martedì 7 giugno 2011

MA DI QUALI «POLI» SI STA PARLANDO?


Alcune domande dopo le elezioni amministrative


di Leonardo Mazzei*


Come previsto, i ballottaggi hanno confermato, accentuandole, le tendenze già emerse al primo turno delle elezioni amministrative. La destra ne è uscita bastonata e confusa, il centrosinistra con la convinzione di essere ormai vicino al ritorno al governo. In realtà la situazione resta incerta.

In parlamento Berlusconi ha tuttora i numeri per provare a resistere, mentre dal suo partito, come dalla Lega, per ora si annunciano mal di pancia e nulla più.

Se questa è la fotografia attuale, la situazione potrebbe rapidamente cambiare con il precipitare della crisi del debito pubblico. Intanto, tra pochi giorni, il governo varerà una maxi-manovra da 35-40 miliardi. Filerà tutto liscio? Dubitarne è più che lecito.

Ma torniamo al significato del voto amministrativo. Un voto di cui vogliamo mettere in luce tre aspetti di fondo: in primo luogo l’esistenza di tre poli fondamentali (destra, centrosinistra, astensionismo), in secondo luogo la centralità della crisi economica negli attuali orientamenti elettorali nei vari paesi europei, in terzo luogo l’impermeabilità del sistema politico-istituzionale ad ogni istanza sociale, come hanno ben compreso gli «indignados» spagnoli.

Quanti sono i «poli»?

Nel ridicolo teatrino della politica italiana questa domanda riemerge assai spesso. I bipolaristi ne vorrebbero due e solo due, ma altri non sono d’accordo. Per il curioso trio Casini-Rutelli-Fini esisterebbe anche un terzo polo centrista, mentre per il Prc e affini ci sarebbe invece un polo di sinistra (con Sel e magari l’Idv). Quanti e quali sono dunque i poli?

Rispondere a questa domanda non è un esercizio ozioso, a patto che ci si metta d’accordo su un criterio di fondo: la definizione di «polo». All’ingrosso un «polo» è un raggruppamento che si raccoglie attorno ad un’idea di governo (o di opposizione, se l’obiettivo del governo viene considerato al momento non raggiungibile), che ha una sufficiente consistenza numerica, un blocco sociale di riferimento ed una capacità d’attrazione rispetto a tendenze e forze minori limitrofe.

Se questa definizione è corretta il blocco della destra (Pdl + Lega + altri minori) è certamente un polo, per quanto oggi in crisi. Così pure è un polo quello di centrosinistra (Pd, Idv, Sel, Fds), che si è rapidamente ricompattato dopo la folle e breve stagione bipartitista dell’incauto Veltroni. Come possa invece considerarsi un polo quello rappresentato dalla sinistra del centrosinistra è un po’ un mistero. Non solo questa sinistra è totalmente assorbita nello schieramento di centrosinistra, ma è anche divisa al suo interno. Detto in altre parole, più che un polo è un’appendice.

Più complesso è il caso dei cosiddetti «centristi», alle amministrative presentatisi assai spesso da soli, dunque apparentemente autonomi. Ma di quale autonomia si tratta? Se l’idea di fondo che tiene assieme la destra è semplicemente quella di far pagare la crisi ai poveracci, se quella che mette assieme il centrosinistra si basa su un improbabile compromesso sociale che subordina in realtà le classi popolari alle oligarchie finanziarie, qual è l’elemento caratterizzante dei centristi? Semplicemente non c’è, ed infatti essi si definiscono solo in negativo, prendendo le distanze dall’estremismo berlusconiano come dalla sinistra. Non è un caso che gli elettori non si sentano particolarmente attratti da questa non-identità. E non è difficile prevedere che di fronte alle prossime scelte politiche i centristi finiranno ancora di più nell’angolo, magari frantumandosi di nuovo. In ogni caso non ci pare proprio che questa accozzaglia - ex democristiana, ex missina e nazionalalleata, ex radicale e margheritina - possa rappresentare un polo nel senso prima specificato.

Restano dunque due soli poli? Sì, se ci si vuol limitare ai voti espressi. No, se consideriamo il peso ed il significato del crescente astensionismo. In questa tornata amministrativa l’aumento dell’astensionismo non è stato grande, ma c’è stato. Al primo turno delle provinciali ha votato il 61,26% degli aventi diritto, ai ballottaggi solo il 45,22%. Alle comunali, il 68,58% del primo turno è sceso ai ballottaggi al 60,12%. Giusto per inquadrare il fenomeno, ricordiamo che tali percentuali erano state del 65% alle europee 2009 e del 63,6% alle regionali 2010. Anche senza voler aggiungere le schede bianche e le nulle, dovrebbe essere chiaro che la scelta astensionista – almeno in questo tipo di elezioni – è abbondantemente oltre un terzo del corpo elettorale.

Certo, il dato quantitativo non è sufficiente a connotare l’astensionismo come «polo», ma in questo caso la quantità è qualità perché è sicuro che sono sempre di più le persone che non votando intendono esprimere un rifiuto netto di un sistema politico percepito (giustamente) come irriformabile. Non pretendiamo che l’insieme della massa astensionista esprima un’univoca posizione politica. Ma in realtà questo non avviene neppure né nella massa che vota a destra né in quella che dà la propria preferenza al centrosinistra. Quel che possiamo dire è che l’astensionismo esprime l’esigenza di un’opposizione radicale, ed è un fatto che esista ormai un’area piuttosto consistente che motiva politicamente, non qualunquisticamente, il proprio rifiuto della farsa elettorale.

I poli sono dunque tre. Certo, quello astensionista non ha ancora una forma definita. Si presenta come «fronte del rifiuto», ma se questo è indubbiamente un limite, il rifiuto è comunque migliore delle illusioni su cui gioca il politicantismo di sinistra per ricondurre nella gabbia bipolare ogni istanza di cambiamento radicale. Vedremo se il rifiuto riuscirà a passare alla proposta – questa è per noi la scommessa del futuro prossimo –, ma non sarà un caso se l’astensionismo è in crescita in tutti i principali paesi europei, non solo in Italia: una ragione di più per considerarlo uno dei poli attorno ai quali va orientandosi l’elettorato.

La centralità della crisi
Si discute molto su quali siano le cause della sconfitta berlusconiana. Certo, le evidenti patologie dell’indiscusso capo avranno avuto il loro peso, come pure le promesse non mantenute, la ripetitività di un messaggio propagandistico stantio, eccetera. Ma sarebbe davvero miope non vedere la ragione principale: una crisi economica devastante, che toglie lavoro, salario, pensioni, diritti sociali. Una crisi nella quale i governi europei si mostrano attivi solo per salvare le banche, per garantire che il predominio della finanza continui, per controllare e reprimere ogni movimento sociale.

Questo asservimento alle oligarchie non è solo della destra, essendo invece rigorosamente bipartisan. Ma è del tutto naturale che l’elettorato punisca in primo luogo le forze di governo, qualunque esse siano. Chi vede nel voto amministrativo, di cui ci stiamo occupando, uno spostamento a sinistra, dovrebbe allargare lo sguardo al panorama europeo.

Un panorama che in tutte le elezioni dell’ultimo anno presenta una costante: perdono i governi, di destra o di centrosinistra che siano (per semplicità utilizziamo queste definizioni per quanto assai approssimative); vincono le opposizioni, di destra o di centrosinistra che siano. Il voto «contro» prevale dunque anche tra chi si reca alle urne rispetto al voto «per». Ne consegue che chi vince - questo è il caso evidente del Pd italiano - si impone non per i propri meriti quanto piuttosto per i demeriti altrui.

Vediamo allora cosa è successo nelle elezioni svoltesi nell’ultimo anno nei principali paesi europei.
Gran Bretagna, maggio 2010, il conservatore Cameron vince le elezioni politiche e prende il posto del laburista Brown. Svolta a destra, titolano i giornali.
Francia, marzo 2011, nelle elezioni cantonali il partito del presidente Sarkozy tracolla al 17% dei voti. Il Partito socialista diventa il primo partito. Svolta a sinistra, proclama la stampa.
Spagna, maggio 2011, il PSOE del premier Zapatero (un tempo molto amato nella sinistra italiana) subisce una rovinosa sconfitta nelle elezioni regionali. Ovviamente se ne avvantaggia il Partito Popolare. Di nuovo, svolta a destra.
Germania, ultimi mesi, il partito della cancelliera Merkel perde pesantemente le elezioni che si sono svolte in diversi Land del Paese. Vincono socialdemocratici e Verdi. Ancora, svolta a sinistra.
Portogallo, 5 giugno 2011, la destra conquista la maggioranza assoluta e strappa il governo al Partito socialista che cala di quasi 10 punti percentuali. Altra svolta a destra nella penisola Iberica.
Passando ad altri paesi minori, ma molto coinvolti nella crisi possiamo citare il caso del Fianna Fail, il vecchio partito di governo irlandese tracollato nelle elezioni del febbraio scorso da 77 a 17 seggi. Oppure quello della Grecia, dove secondo alcuni sondaggi il malcontento verso la politica di Papandreu potrebbe addirittura riportare al governo proprio il partito che aveva falsificato il bilancio dello Stato, cioè Nuova Democrazia.

Dopo tutte queste «svolte» il lettore avrà forse il mal di mare, ma avrà certamente capito che in Europa non spira né un vento di destra né uno di sinistra; regna invece un profondo malessere sociale – che la crisi ha ingigantito – che per ora non sa ancora incanalarsi in maniera precisa. E’ in questo quadro, fluido quanto contraddittorio, che vanno letti gli stessi risultati delle amministrative italiane, senza perdere tempo con idiozie tipo la «gentilezza» di Pisapia o la «purezza» di De Magistris.

Un sistema politico asservito alle oligarchie
Sono molte le ragioni per cui il malcontento non riesce ancora a prendere una strada definita. Tra di esse c’è il processo di omologazione delle stesse forze istituzionali che mantengono nomi e simboli antagonisti. Ancora di più pesa la sconfitta politica e culturale della fine del secolo scorso, che ha aperto la strada al momentaneo trionfo del cosiddetto «pensiero unico». Una sconfitta che ha portato alla sostanziale rimozione di ogni idea di trasformazione sociale; non solo di ogni idea rivoluzionaria, ma perfino di quelle che un tempo (quando il termine non era stato ancora sequestrato dalle odierne correnti iperliberiste) avremmo definito riformiste.

Se oggi l'alternativa al capitalismo rimane ancora avvolta nelle nebbie prodotte da quella sconfitta, questo non significa che l'ideologia dominante non cominci a mostrare tutte le sue falle. Tra queste c'è la crisi del concetto di democrazia (liberale) applicato alle attuali società capitalistiche. L'esodo dall'odierno sistema politico - questo rappresenta in buona sostanza l'astensionismo - dice innanzitutto una cosa: che consistenti settori di massa hanno compreso che la democrazia rappresentativa è morta, che al suo posto, quantomeno in occidente, c'è un sistema truccato, manipolato, falso e teleguidato dalle oligarchie.

Un sistema irriformabile, impermeabile ad ogni domanda sociale, ad ogni istanza di cambiamento. Forse la forma chimicamente più pura di quel governo «comitato d'affari» della borghesia di cui parla Marx. E' possibile pensare di cambiare un simile sistema dall'interno? Milioni di persone sanno già che non è possibile, e si regolano di conseguenza. Non l'hanno imparato dalle forze che si proclamano comuniste, ma piuttosto dall'esperienza concreta: in questo senso Prodi è stato decisivo più di Lenin.

Restiamo agli ultimi mesi. Se sulla politica estera abbiamo visto un Pd più atlantico ed interventista (la Libia insegna) della destra, sulla politica economica abbiamo un centrosinistra ancora più dogmaticamente europeo di Lega e Pdl. Qui quello che interessa non è tanto il passato quanto il futuro prossimo. Come sarà possibile dire di no alla manovra antipopolare che il governo Berlusconi varerà a breve, senza dire di no ai dogmi della Bce e dell'Unione Europea? E' qui che emerge la vera natura di un sistema politico asservito alle oligarchie tanto nella sua variante di destra che in quella di centrosinistra. In tanti lo hanno già compreso, molti lo comprenderanno a breve.

In altri termini: le illusioni generate a sinistra dal risultato delle amministrative dovranno ben presto fare i conti con la realtà. E sarà una capocciata più forte di quella precedente.

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