giovedì 28 aprile 2011

SIRIA: I FATTORI RELIGIOSI E LA RIVOLTA IN CORSO

La rivoluzione popolare e la trappola confessionale

di Mohamed bin Mokhtar Shinqiti*



«Nel discorso pronunciato dal presidente siriano Bashar al-Assad lo scorso 30 marzo, la parola “fitna” (che vuol dire letteralmente “discordia”, “conflitto”, “guerra civile”, e viene utilizzata in particolare per designare le tensioni e i conflitti settari  è stata ripetuta otto volte, in espressioni che promettevano di “combattere la fitna”, “impedire la fitna”, “colpire la fitna”, “seppellire la fitna”. Nello stesso discorso la parola “complotto” è stata ripetuta, al singolare o al plurale, sette volte. La parola “sangue” sei volte. La parola “ta’ifa” (che designa la “setta”, la “comunità” etnica o confessionale, la “fazione”  ed i suoi derivati hanno fatto la loro comparsa sette volte in una singola sezione del discorso».

Tutte le società umane soffrono di divisioni orizzontali, come quelle tra ricchi e poveri, e di divisioni verticali, come quelle religiose e settarie. Le fratture orizzontali nella società favoriscono le rivoluzioni, costituiscono un incentivo al loro manifestarsi. Invece le fratture verticali ostacolano gli sforzi rivoluzionari e di cambiamento.

Il problema non sta nella “differenziazione” settaria, religiosa o etnica, ma piuttosto nella “discriminazione” ai danni di specifici settori della società sulla base di questa appartenenza, indipendentemente dal fatto che questi settori rappresentino la maggioranza o una minoranza.

Il conflitto politico attualmente in corso in Siria è un conflitto fra il popolo e l’autorità, tra la democrazia e la tirannia; non è un conflitto fra sunniti e alawiti.

Ma i conflitti politici spesso assumono le sembianze della difesa della religione, della setta o dell’appartenenza confessionale. Spesso l’autorità vittoriosa ha scorto nelle divisioni sociali verticali un’occasione per proteggersi e salvaguardare la propria sopravvivenza, ponendo gli uni contro gli altri diversi settori della società, ed impiegando alcuni di questi settori per colpirne altri. Ed è questo ciò che le autorità siriane stanno cercando di fare oggi.

Nel discorso pronunciato dal presidente siriano Bashar al-Assad lo scorso 30 marzo, la parola “fitna” (che vuol dire letteralmente “discordia”, “conflitto”, “guerra civile”, e viene utilizzata in particolare per designare le tensioni e i conflitti settari (N.d.T.) ) è stata ripetuta otto volte, in espressioni che promettevano di “combattere la fitna”, “impedire la fitna”, “colpire la fitna”, “seppellire la fitna”. Nello stesso discorso la parola “complotto” è stata ripetuta, al singolare o al plurale, sette volte. La parola “sangue” sei volte. La parola “ta’ifa” (che designa la “setta”, la “comunità” etnica o confessionale, la “fazione” (N.d.T.) ) ed i suoi derivati hanno fatto la loro comparsa sette volte in una singola sezione del discorso.

Non è possibile comprendere il discorso di Assad senza riflettere su queste “trappole” linguistiche e senza prendere in esame il retroterra della struttura di potere e dei rapporti settari in Siria. Ciò che il discorso contiene realmente – sebbene non lo espliciti chiaramente – è il complesso e difficile rapporto fra la minoranza alawita al potere e la maggioranza sunnita in Siria. E’ questo che vogliamo esaminare nel nostro articolo, inserendolo in un contesto temporale, per mettere in evidenza l’interesse del popolo siriano in rivolta ad evitare qualsiasi slittamento di carattere settario che prolungherebbe la vita della tirannia e renderebbe ancora più caro il prezzo del cambiamento.

A differenza della mappa confessionale in Iraq, che è stata caratterizzata da una relativa stabilità nel corso dei secoli, la mappa confessionale nel paese di Sham (la Siria storica, che comprende oltre alla Siria attuale il Libano, la Palestina e la Giordania (N.d.T.) ) è stata contraddistinta da una notevole variabilità e volatilità.

Questo paese ha visto la nascita del più grande impero sunnita della storia, l’impero omayyade, per poi divenire nella successiva era abbaside la sede di diversi Stati sciiti, tra cui quelli degli Hamdanidi e dei Mirdasidi ad Aleppo, e quello dei Bani Ammar a Tripoli.

La maggioranza della popolazione di Sham nell’era omayyade e nella prima epoca abbaside era sunnita, ma divenne sciita verso la fine di quest’ultima, come hanno osservato numerosi storici contemporanei.

Quando il viaggiatore maghrebino Ibn Jubair visitò Damasco nei giorni di Salah al-Din al-Ayyubi [il Saladino], scrisse a proposito di questa città: “Gli sciiti in questo paese sono ragione di meraviglia, sono più dei sunniti, ed hanno riempito questo paese con le loro dottrine” (‘Rihla’ di Ibn Jubair, pag. 252). I sunniti tornarono ad essere la maggioranza verso la fine dello Stato ayyubide e l’inizio dell’era dei Mamelucchi e poi degli Ottomani.

Nonostante l’interpretazione settaria della storia che oggi ritrae i sunniti e gli sciiti come due fronti in competizione tra loro da tempo immemorabile, i sunniti e gli sciiti duodecimani nel paese di Sham erano schierati dalla stessa parte contro l’aggressione dei crociati protrattasi per due secoli.

Il Qadi sciita di Aleppo Abu’l-Fadl Ibn al-Khashshab guidò il primo jihad nella parte settentrionale del paese di Sham contro i crociati, valendosi di comandanti militari sunniti turchi provenienti da Mardin e Mosul.

Lo scrittore libanese contemporaneo Amin Maalouf ha dedicato il quinto capitolo del suo libro “Le crociate viste dagli arabi” al ruolo di Ibn al-Khashshab nella lotta contro i crociati.

La generazione successiva fu quella del Saladino, che guidò il più grande movimento di liberazione contro i crociati, portando con sé lo storico e poeta sciita Yahya Bin Abi Tayy, autore della prima biografia del Saladino.

Entrambe queste immagini – quella del giurisperito sciita inturbantato che guida forze militari sunnite, e quella del comandante militare sunnita che riunisce intorno a sé sapienti sunniti e sciiti mentre combatte i crociati – sono immagini molto belle, che non ritroviamo in quest’epoca di divisioni settarie.

Gli alawiti della Siria contemporanea sono un ramo dello sciismo duodecimano le cui radici risalgono a molti secoli fa, ed i cui seguaci vissero in isolamento geografico ed intellettuale dagli altri musulmani. Emerse presso di loro un notevole vuoto intellettuale e giuridico a causa del loro isolamento dalla cultura islamica sia sunnita che sciita. Questa frattura portò all’affermarsi di voci estremiste presso gli alawiti, tanto che i sunniti e i duodecimani li definivano “fanatici” e “miscredenti”.

Successivamente gli alawiti, nel XIX secolo, cercarono di ritrovare le proprie radici perdute e di riallacciare i rapporti con il mondo circostante. Alcuni dei loro sheikh fondarono moschee nelle regioni alawite per la prima volta nella storia, incoraggiati in questo dagli Ottomani che volevano che gli alawiti adottassero la scuola hanafita, che era la scuola giuridica ufficiale dell’impero.

All’inizio del XX secolo, i francesi cercarono di convincere gli alawiti di avere radici cristiane – una tesi priva di fondamento – e di rendersi indipendenti dalla Siria a Latakia e a Tarso, e fondarono per loro un mini-Stato con capitale Latakia tra il 1922 e il 1937.

L’obiettivo francese era di separare la setta alawita dal movimento nazionale siriano che chiedeva la completa indipendenza della Siria dalla potenza coloniale francese. Ma gli alawiti non si lasciarono convincere a rompere i legami con il loro bacino di appartenenza arabo-islamico, e i loro leader scrissero al ministero degli esteri francese condannando le attività dei gesuiti francesi nelle loro regioni, in una lettera firmata anche da leader siriani sunniti e cristiani, dando un meraviglioso esempio di coesione di fronte all’invasore ed ai suoi sotterfugi.

Il Mufti della Palestina, Mohammad Amin al-Husayni, all’inizio del XX secolo, comprese la situazione storica degli alawiti e il bivio di fronte al quale si trovavano, nel loro tentativo di tornare alle proprie radici dopo la fase di isolamento che avevano vissuto, e dimostrando saggezza politica emise una fatwa nel 1936 in cui si annunciava che “gli alawiti sono musulmani, e tutti i musulmani devono collaborare con loro nella giustizia e nella pietà, e nel trattenersi dal peccato e dalla trasgressione… perché sono fratelli nella religione, e le loro origini nella religione sono le stesse”.

Tuttavia la fatwa di Amin al-Husayni non riuscì a prevenire un sistematico sforzo sunnita di assorbire gli alawiti, a cui seguì uno sforzo sciita duodecimano per riportare il ramo alawita alle sue origini duodecimane.

Lo Stato siriano riconobbe gli alawiti come sciiti duodecimani vent’anni prima che essi iniziassero a governare la Siria. Ciò avvenne attraverso il decreto presidenziale n.3 del 1952, e la risoluzione n.8 del Mufti della Repubblica nello stesso anno.

Quando gli alawiti salirono al potere in Siria nel 1970, governarono all’ombra del nazionalismo arabo, ma questo non cancellò le suscettibilità storiche latenti tra essi e la cultura politica sunnita che aveva le proprie radici nell’epoca omayyade in Siria. Crebbe la necessità di far uscire la setta alawita dal proprio isolamento, tramite una legittimazione politica del governo alawita e l’integrazione della setta alawita nella società siriana.

I dotti religiosi duodecimani colsero questo desiderio alawita di integrazione sociale e di legittimazione politica. L’imam Musa al-Sadr – fra gli altri – emanò una fatwa nel 1973 che definiva gli alawiti “musulmani sciiti”. A quanto sembra, ciò avvenne su richiesta di Hafez al-Assad il quale si trovava di fronte a un problema: il testo della Costituzione prescriveva che il presidente dello Stato fosse musulmano.

Il legame e il reciproco interesse politico tra gli alawiti e gli sciiti duodecimani si approfondì ulteriormente con la Rivoluzione iraniana, mentre la frattura fra gli alawiti e i sunniti si aggravò dopo la rivolta dei Fratelli Musulmani in Siria all’inizio degli anni ’80, e dopo le terribili stragi che ne seguirono. Gli ultimi trent’anni non sono riusciti a cancellare l’eredità di sangue degli anni ’80. Al contrario, elementi del pensiero salafita sono entrati a far parte del tessuto intellettuale dei Fratelli Musulmani siriani, andando ad aggiungersi ai resti dell’antica eredità sunnita omayyade in Siria. Per altro verso, si sono rinsaldati il reciproco interesse politico e la prossimità intellettuale tra gli alawiti e gli sciiti duodecimani in Libano e in Iran.

La cosa più grave in tutto ciò è che le ingiustizie che portarono a quei massacri non sono state affrontate fino ad oggi. Le migliaia di detenuti, di persone scomparse, di deportati, attendono ancora dopo trent’anni un gesto di giustizia e di equità.

E’ tuttavia un errore ritenere che il viaggio di ritorno alle proprie radici abbia spinto gli alawiti definitivamente nelle braccia dello sciismo duodecimano, o che lo scontro tra Hafez al-Assad e i Fratelli Musulmani abbia reso definitiva la frattura tra gli alawiti e i sunniti.

La verità è che il tentativo di uscire dall’isolamento ha spinto gli alawiti in tre direzioni diverse: quella del ritorno alle radici duodecimane; quella della laicizzazione, incarnata dal partito Baath, ed il cui principale teorico in Siria fu un alawita, Zaki Al-Arsuzi; e quella dell’integrazione sociale nella comunità sunnita attraverso i matrimoni e l’istruzione.

Non dobbiamo dimenticare che la moglie del presidente Bashar al-Assad proviene da un’antica famiglia sunnita di Homs, ed il suo caso non è eccezionale all’interno dell’élite alawita di oggi.

La transizione alawita dall’isolamento all’integrazione è ancora agli inizi. Se i vincoli della vecchia scuola spingono gli alawiti verso l’Iran, il legame dell’appartenenza araba rimane tuttavia più forte. Le radici duodecimane e l’interesse politico del momento hanno spinto la setta alawita verso lo sciismo duodecimano, mentre il sentimento nazionale arabo e lo sforzo di integrarsi nel proprio popolo la spingono verso il sunnismo.

Forse ciò di cui oggi hanno bisogno gli alawiti in Siria è rendersi conto, prima che sia troppo tardi, che ciò che garantisce il loro futuro non è rimanere aggrappati al potere, o schierarsi ciecamente con l’autorità degli Assad, ma costruire un governo democratico e uscire dalla logica settaria una volta per tutte.

Il contributo alawita alla rivoluzione popolare in Siria non è solo un dovere nazionale, ma una necessità per salvaguardare i propri interessi in futuro. Ripudiare la logica settaria è una necessità esistenziale per i sunniti così come per gli alawiti, affinché i sunniti abbiano la strada aperta davanti a sé, essendo la maggioranza della popolazione, e gli alawiti vedano il proprio futuro preservato dalla paura esistenziale che domina tutte le minoranze al potere.

I leader della rivolta popolare in Siria, dal canto loro, devono tranquillizzare gli alawiti riguardo al proprio futuro ed alla propria posizione nella Siria di domani, convincendoli che il regime potrebbe sfruttarli, ipotecando il loro futuro, e contrapporli alla maggioranza del popolo siriano, in uno scontro dal quale il popolo inevitabilmente uscirà vincitore.

I leader della rivoluzione popolare e coloro che li sostengono devono comprendere che l’importante è reintegrare gli alawiti nel corpo della nazione, attraverso un discorso politico, intellettuale e giuridico unificante basato sui principi della giustizia, della libertà e del diritto al dissenso.

Prendendo a prestito le parole dell’intellettuale iraniano Ali Shariati, possiamo dire che il “sunnismo omayyade” non può servire da base per costruire una Siria democratica e non settaria – la Siria a cui ambisce la gioventù siriana che oggi si è ribellata – così come a questo scopo non può servire lo “sciismo safavide” carico di istinti di vendetta nei confronti degli Omayyadi e della loro eredità.

La prosecuzione dell’oppressione o il desiderio di vendetta non rappresentano un’opzione valida per la rivoluzione siriana, né lo è la violenza, che porta con sé il retaggio odioso degli anni ’80 il cui sangue non si è ancora asciugato.

E’ di buon auspicio che i giovani rivoltosi in Siria e gli intellettuali che li sostengono siano pienamente consapevoli dei pericoli insiti nel discorso settario. Allo stesso modo sono benauguranti i segnali che indicano tentativi di coordinamento tra sunniti e alawiti a Latakia contro le bande affiliate al regime, e che parlano dell’adesione del villaggio sciita di Nubbul al movimento rivoluzionario, e del fatto che i curdi sostengono la rivoluzione. Questo è ciò che può garantire che la rivoluzione siriana rimanga una rivoluzione popolare e che non deragli dal suo cammino.

La transizione dalla cultura della coercizione autoritaria e dell’esclusione sociale alla cultura della persuasione e del rispetto è la via per aprire la strada del futuro davanti al popolo siriano. Da uno studio storico dei rapporti fra sunniti e sciiti in tutte le loro manifestazioni sembra che il problema degli alawiti in Siria sia più complesso dal punto di vista politico, a causa dell’accumularsi degli interessi, delle affiliazioni e degli intrecci delle alleanze politiche in Libano, in Iran e altrove.

Ma esso è meno complesso dal punto di vista dottrinario ed intellettuale, poiché gli alawiti non possiedono un patrimonio intellettuale e giuridico particolare da difendere. E’ invece il regime siriano che li ha legati a sé in una sorta di legame tribale, trasformandoli al pari di altri nello strumento del proprio potere.

* Mohamed bin Mokhtar Shinqiti è un analista politico mauritano specializzato in storia e giurisprudenza politica e nei rapporti fra mondo islamico e Occidente; è ricercatore di Studi Islamici presso la Qatar Foundation


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