venerdì 14 gennaio 2011

I MOTI IN TUNISIA E ALGERIA: INCHIESTA (II)

«PER IL PANE E LA LIBERTÀ»
Seconda parte
Algeria: i quattro giorni di rabbia


Per quattro giorni, dal 5 al 9 gennaio, giovani infuriati si sono dati battaglia contro le forze di polizia. Bilancio ufficiale: 5 morti, più di 800 feriti (la metà poliziotti), più di mille gli arresti, la gran parte minorenni. La situazione pare tornata alla calma. Una calma spettrale e minacciosa.


Il motivo scatenante della protesta sono stati gli aumenti indiscriminati dei beni di prima necessità, anzitutto farina, zucchero e latte. Il detonatore questa volta è venuto però dalla Tunisia, paese che al contrario dell’Algeria, ha ostentato negli ultimi vent’anni una sostanziale stabilità sociale e politica. E se la bagnata prateria tunisina è andata a fuoco, era prevedibile che quella algerina avrebbe fatto altrettanto, visto che questo paese, sotto ogni punto di vista, è il più turbolento del Maghreb e vanta la gioventù più infiammabile del mondo.

Parlare dell’Algeria prescindendo dalla sanguinosa guerra civile che sconvolse il paese per ben dieci anni, dal 1992 (colpo di Stato militare che annullò la vittoria elettorale degli islamisti) al 2002 (definitiva sconfitta della cruenta guerriglia musulmana), è impossibile.  E vale la pena ricordare che il decennio di guerra civile ebbe origine dalla terribile repressione delle massicce proteste popolari, anch’esse contro il carovita e la disoccupazione, che sconvolsero il paese nel 1988.

Quella abissale lacerazione ha lasciato una ferita profonda sulla società algerina. La vittoria militare ottenuta dall’esercito, che la auto-celebrò come una grande svolta per il “cambiamento e la giustizia sociale”, per di più in nome di discutibili valori laicisti, oltre ad aver lasciato il paese in balia della globalizzazione e della rapina delle multinazionali occidentali, ha consegnato il predominio ad un notabilato “laico” corrotto e autoritario, il quale amministra il bene pubblico con sfrontati criteri clientelari e nepostici, distribuendo prebende e privilegi, procedendo dall’alto verso il basso, solo alla filiera di dignitari d’ogni ordine e grado. La grande maggioranza degli algerini, tagliati fuori da questa rete clientelare tira a campare con pochi euro al giorno, con l’aggravante del dramma degli alloggi, visto che in Algeria milioni vivono in tuguri, non solo nelle bidonville di Algeri, Orano, o Costantina, ma anche nelle città di medie o piccola grandezza.

In questa circostanze basta poco per dar fuoco alle polveri della rabbia popolare, tanto più infiammabili, queste polveri, visto che il paese è un grande produttore di petrolio, una ricchezza enorme, di cui la gente povera non riceve nemmeno le briciole e che finisce nelle tasche, appunto, dei signorotti legati all’apparato statuale (più feudatari che capitalisti in senso proprio) e, come detto, alla massa dei dignitari, siano essi collusi coi politicanti o con la casta dei militari.

Dalla fine della guerra civile ad oggi l’Algeria ha conosciuto diverse sommosse popolari, buona parte delle quali scatenate dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, o dalla annosa problematica della casa. Sono sempre stati i giovani, afflitti dalla piaga della disoccupazione endemica (che lascia la sola alternativa dell’emigrazione), a occupare la prima linea delle rivolte. Ne ricordiamo due in particolare: quella del maggio 2008 e dell’ottobre 2009. Fiammate di rabbia violente, a cui il regime rispose con la repressione più brutale. Esplosioni improvvise e spontanee seguite da una pace cimiteriale, che ci appaiono oggi come un enorme fiume carsico, che affiora e si inabissa, ma sempre premendo alla ricerca di uno sbocco, uno sbocco che pare non esserci.

Sarebbe tuttavia un errore ritenere che si tratti di una rabbia apolitica. In verità la società algerina, più d’ogni altra nel Maghreb, è segnata da una diffusa politicizzazione, innervata da una fitta rete di movimenti, associazioni, sindacati e partiti politici. La memorabile guerra di liberazione che portò alla cacciata dei francesi e alla conquista dell’indipendenza nel 1962, ha lasciato una traccia indelebile. La mente corre alla primavera del 2001, quando la regione della Kabilia, sotto le insegne di un fronte ampio che raggruppava comunisti, socialisti, nazionalisti e anche islamisti di sinistra, insorse contro il regime. La Kabilia (regione a maggioranza berbera, roffacorte del movimento democratico) restò per settimane in mano agli insorti, organizzata attorno ai tradizionali comitati di potere popolare chiamati “Aarch”. La risposta del regime fu spietata. Più di cento i morti della repressione. Per questo fu chiamata «La primavera nera».

E’ su questo solco storico che è scoppiata, a partire dalla città di Kolea (ad ovest di Algeri) la rivolta di gennaio. Il governo, non sembri un paradosso, non ha risposto questa volta con la consueta spietatezza. L’ordine ai poliziotti è stato quello di non esagerare e di limitarsi a “contenere” la manifestazioni spontanee, solo un paio delle quali nate dalla moschee alla fine della preghiera. Un “contenimento” che è comunque costato caro al popolo algerino.

Sull’onda della scintilla di Kolea giovani armati alla bene e meglio, hanno dato in varie città l’assalto ai luoghi pubblici simboli del potere. Nella città di Ain Lahdjel addirittura attaccando frontalmente una stazione di polizia. Ed è qui che c’è stato il primo morto tra i manifestanti, ucciso da un proiettile. Il secondo giovane è stato ucciso a Bou Smail, 50 chilometri ad ovest di Algeri, anche lui con una pallottola alla testa.
Dopo due giorni, venerdì 7 gennaio, la rabbia è esplosa anche ad Algeri, a partire dal quartiere povero di Belouzdad, e ad Orano, a cominciare dalla periferia popolare di Peti-Lac. La polizia ha impiegato una notte e un giorno per disperdere i manifestanti e rimuovere le barricate.
L’8 gennaio la protesta popolare era oramai dilagata a quasi tutto il paese, in una decina di dipartimenti. Ad Annata e Oleander i manifestanti, dopo avere attaccato vari edifici pubblici e dato assalto a banche e supermercati, hanno bloccato le arterie stradali isolando le due città.
Lo stesso giorno la rivolta coinvolge Kabilia, l’eroica. Tebessa, Tizi Ouzou (capoluogo), Behaia, Akbou, scontri violentissimi si sono succeduti per due giorni. Tribunali  e uffici governativi dati alle fiamme. Intere città, come Sidi Aich e Tazmalt sono restate in mano agli insorti fino a lunedì 10 gennaio.

Davanti a questa sommossa generale il governo, mentre ha ostentato fermezza nella punizione degli insorti, ha dovuto fare marcia indietro, promettendo di abbassare i prezzi e di risolvere il problema degli alloggi popolari,. E ci sono voluti, per far tornare la calma,  anche gli appelli alla calma e alla condanna della violenza degli Imam, i cui sermoni sono stati trasmessi in diretta radiofonica nazionale.
Mohammed Zitout, un ex-diplomatico algerino, ha dichiarato l’8 gennaio: «E’ una rivolta, forse una rivoluzione, di un popolo oppresso che ha per 50 anni atteso di poter avere una casa, un lavoro, e una vita decente in un paese molto ricco; che sfortunatamente è governato da una molto ricca elite che se ne frega di quanto sta accadendo al paese, che non da alla gente ciò che chiede, sebbene il governo abbia i mezzi per farlo». (aljazeera.net del 9 gennaio).
La sinistra algerina (ad eccezione di quella della Kabilia), compreso il Partito dei Lavoratori (filiazione di una delle costole dei trotskysti francesi) si è fatta intrappolare nel lupanare istituzionale, vittima del suo approccio riformistico e legalitario, è stata nuovamente colta alla sprovvista, letteralmente scavalcata dalla rivolta. Un giovane algerino scriveva nei giorni della sommossa:

«Dove sono le forze politiche di questo paese? Dove sta la società civile? Dove sono finiti i partiti politici? Diverse notti di scontri e nessuno ha osato avvicinarsi alla folla e abbracciare la sua protesta.
Le proteste contro il “mal-vivrer” sono sfociate in atti di saccheggio e di esproprio. L'anarchia regna. Quale sbocco dare a questa ribellione?
La rabbia dei giovani algerini non durerà per sempre. A un certo punto, l'uso della forza s'imporrà come soluzione definitiva.
Tante vittime innocenti cadranno come nell’ottobre 88. I veri colpevoli la faranno franca.
Questa rivolta non può durare senza una prospettiva politica. Essa non potrà durare se non sarà abbracciata dal forze politiche sincere. Per adesso nessuno sembra avere questa determinazione, solo comunicati ridondanti che non sono ascoltati dai giovani arrabbiati». 
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