mercoledì 1 settembre 2010

Toni Negri, Casarini e noi

OVE NON FOSSE CAZZEGGIO TEORICO

di Moreno Pasquinelli

Pubblichiamo qui sotto il resoconto di un incontro tenutosi a Milano nel novembre 2007, presente Toni Negri. Ne prendiamo spunto per dire la nostra su alcuni degli assi portanti del ragionamento teorico di Negri, che il resoconto, tutto sommato, ricapitola in maniera abbastanza precisa. Prima di tornarci in maniera più rigorosa e puntuale, ci sembra utile e opportuna una prima analisi critica. La cosa ci pare addirittura necessaria vista la fatturazione che sta maturando nell’area politica antagonista della quale Negri è stato l’indiscusso capostipite. Che Casarini e ciò che resta dei “Disobbedienti” abbiano aderito alle cosiddette “fabbriche di Nichi” segnala una crisi grave, forse irreversibile, di quello che altri chiamano “negrismo”. A questo si deve aggiungere una seconda rottura, sul piano più squisitamente teorico, tra Negri e alcuni suoi teorici compagni di viaggio, proprio per quanto attiene alle categorie del cosiddetto “capitalismo cognitivo” e del “lavoro immateriale. Procediamo per sommi capi.
(1) Lavoro, precariato e Capitale

Negri afferma: «Siamo in un’epoca in cui è finita la specificità determinata del lavoro sotto comando. (…) La forza lavoro si è separata dal Capitale.. si è tolta dal comando capitalistico. (…) L’uomo cerca di inventare nuove regole, anche perché non c’è più comando dall’alto, un lavoro espressamente sotto comando».

Ma in quale mondo vive Toni Negri? Non sta forse accadendo, dopo la sconfitta subita dal movimento operaio e rivoluzionario, l’esatto contrario? Non è forse vero che mai come ora il comando capitalistico sulla forza soggettiva proletaria è stato tanto stringente e totalitario?
Per quanto intrigante il lirismo negriano non sfugge alla camicia di forza della futurologia metafisica d’impronta post-moderna se non americaneggiante. L’ambizione del pensiero ad elevarsi sopra la realtà, per afferrarla nella sua totalità, causa spesso la fuga dalla realtà medesima, che viene così geometricamente ricostruita attorno ad assiomi e categorie completamente astratti.

Questo lirismo metafisico è quanto mai evidente rispetto al fenomeno della precarizzazione del lavoro e della prestazione lavorativa. Negri, lungi dal cogliere nel precariato la radicale subordinazione del lavoro salariato al capitale e ai suoi meccanismi di valorizzazione, vi legge addirittura il contrario
Sentiamo: «La forza lavoro, in quanto si precarizza e si distende nel tempo, non è più sotto comando: diventa attività in cui ciò che vale e determina valore è il fluire continuo di energia e di vita. (…) Il lavoro è diventato creativo, attività produttiva che sta fuori del Capitale».

Torneremo a tempo debito sulla distruzione della marxiana teoria del valore (da Negri ampiamente sostenuta ne L’Impero). Di nuovo: lascia basiti la distanza di questa rappresentazione onirica dalla realtà effettuale. La tesi del Negri è nota, assumendo come dogma la frase letteraria di Marx per cui il comunismo non è un ideale che debba essere realizzato ma il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente, egli, prigioniero di un’immanentismo di marca gentiliana. intravede il comunismo ovunque o, per essere precisi, negli stessi passaggi evolutivi dello sviluppo capitalistico, che pur loro malgrado ma teleologicamente, sono destinati a spianare la strada al comunismo medesimo. Il comunismo, spinozianamente ci direbbe Negri, non è se non nell’ordine e nella intelligenza delle cose presenti. Insomma: dove noi vediamo la più devastante della metamorfosi capitalistiche, Negri intravede una rivoluzione non solo in potenza, bensì un processo già in atto.

(2) Moltitudine, rappresentanza politica e Comune

«L’ospite (Negri Nda) passa poi al tema della moltitudine, una nozione che ha contaminazioni filosofiche con il pensiero di Spinoza, ma anche, sostiene Negri, con la sessuologia presente in alcune aree dell’America Latina. Come si inserisce il tema del precariato? Il precariato per Toni Negri è l’insieme di singolarità collettive. “Non si tratta di un’unità organica, ma dell’espressione di desideri che sono il segno di singole esistenze”. La moltitudine è il prodotto di una organizzazione che tende alla costruzione di una “casa comune”».

Da anni chiedono a Negri cosa mai sia questa categoria della “moltitudine”, e in che senso essa rimpiazzi quella di classe sociale. Ed è da anni che Negri resta nel vago, veleggiando in una siderale astrattezza. Come si evince dalla sentenza più sopra, presasi una corposa licenza poetica, Negri non va al di là di una formulazione letteraria, che nulla ci dice, né della composizione, né delle caratteristiche sociali, né del posto occupato dai moltitudinari nel processo sociale di produzione. Non più gli interessi e la funzione sociale distinguono gli insiemi sociali, bensì le loro “istanze desideranti”, gli eterei quanto eterodeterminati bisogni bio-politici.

Dal che si evince perché Negri ritenga del tutto superata la questione del partito e della rappresentanza politica: «Il concetto di rappresentanza è vinto! Siamo in un processo in cui dobbiamo inventarci di nuovo, cercando connessioni, collegamenti, retri…».
Non si fraintenda il Negri, egli non è uno “spontaneista”, di quelli che ritiene che le moltitudini possano fare a meno di una testa politica. Solo che egli suppone che questa testa sorga motu proprio, per germinazione, per via di … invenzioni,  connessioni, collegamenti, reti (sic!).

Entro questa cornice la Comune pare a Negri la modalità politica adeguata. Non un’organizzazione, non un partito, e nemmeno un movimento. Cosa allora? Di nuovo si vola nella stratosfera, ancora il lirismo metafisico: «Questa nuova Comune non è pubblica né privata: è pubblica, ma gestita da singolarità. Si posiziona tra il “proprio” di Locke, e il “pubblico” di Rousseau». Che tradotto in un concetto significa: «La moltitudine è il prodotto di una organizzazione che tende alla costruzione di una Comune».

(3) Lo Stato

Questo, beato Toni Negri! sarebbe oggi «svuotato delle sue funzioni» e cita l’esempio dell’America Latina, dove ci si sta riappropriando di alcune funzioni statali grazie alla capacità di amministrare i beni comuni…. Ossimoro quant’altri mai: lo Stato si svuota delle sue funzioni… attraverso la riappropriazione di alcune sue funzioni. In verità, anche volendo stare ai contraddittori processi sociali latino-americani, è di tutta evidenza che, sia in Venezuela che in Bolivia, non c’è singolo atto di rottura che non passi dall’egemonia conquistata dagli oppressi nel campo statuale e della rappresentanza.
Che poi nei paesi imperialistici lo Stato sia ben lungi dal conoscere un processo di “svuotamento”, che si vada progressivamente blindando un funzione controrivoluzionaria (vedi ad esempio come gli Stati, dopo gli eventi che hanno sconquassato le banlieu, e vedi pure l’approccio politico-militare alla questione dell’immigrazione) è sotto gli occhi di tutti.

Che poi lo stato-nazione sia stato sussunto, almeno in Europa, in entità geopolitiche imperialistiche più ampie, non vuol dire che il Capitale abbia “svuotato” o anche solo stemperato il carattere di banda armata fino ai denti degli apparati statuali i quali, anzi, lo hanno rafforzato decisamente, facendo palestra di contro-guerriglia prima nei Balcani, poi in Iraq, ora in Afghanistan.

Lasciando il lettore alla prese con certe astruserie teoriche solo vogliamo aggiungere che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il pelo fu a suo tempo l’operaio-massa, poi quello sociale, infine la moltitudine. Il vizio del negrismo teorico resta, ed è il costruirsi, mutatis mutandis, mitiche soggettività escatologiche destinate per ciò stesso a portare a compimento l’attesa catarsi.

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IL RESOCONTO DELL'INCONTRO CON TONI NEGRI*
tenutosi a Milano in Via della Pergola 5 il 20 novembre 2007

Precarietà e fine dell’Impero, si potrebbe dire: quale relazione di amorosi sensi :-) lega l’una all’altro? A rispondere è Toni Negri, ospite allo spazio di Via della Pergola, 5 a Milano. Non è una lezione, ma una lunga chiacchierata, inserita all’interno di “A ruota Libera“, miniserie di incontri organizzati dal gruppo che negli anni ha dato vita a Intelligence Precaria, Chainworkers, San Precario e numerose altre iniziative come l’Euro May Day, City of Gods ecc.

Questa è una sintesi (necessaria) degli interventi. Intende essere quanto più fedele possibile, ma la complessità e le sfaccettature dei temi trattati sono difficilmente riproducibili. Non è stato possibile tradurre tutto il parlato in formato testo, anche per la natura dialogica dell’evento. La struttura della serata prevedeva infatti interventi liberi dal pubblico, che spesso hanno avuto più una connotazione dialettica e di contro-deduzioni che di domande vere e proprie. Chi volesse – anche con i commenti – migliorare la stesura può usare questa versione di base, ma deve rispettare la licenza con cui è distribuito il testo, che ne garantisce la gratuità e l’impossibilità di attribuire un copyright. Per trasparenza di lettura abbiamo riportato il contenuto riferibile a Toni Negri con un font normale, mentre in corsivo saranno riprodotte le parti di intervento dei partecipanti.

Affinità e divergenze fra il compagno Toni Negri e noi
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È il pubblico che prende per primo la parola, ponendo subito alcune questioni di apertura. Le domande, per rompere il ghiaccio, riguardano temi classici del pensiero di Toni Negri, recentemente presentati nei sui scritti “Impero: il nuovo ordine della globalizzazione” e “Moltitudine: guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale”. Si parte dalla moltitudine, dal tema della rappresentanza e degli strumenti di lotta, riferendosi ovviamente al precariato. Le domande sono: A) La condizione della precarietà è “molteplice”? Quale rapporto esiste tra precarietà lavorativa ed esistenziale? Il precariato si può considerare una moltitudine, uno “sciame”, omogeneo, ma non omologabile? B) Quale rappresentanza può avere? È rappresentabile o vive soltanto per autorappresentanza? C) Con quali strumenti può manifestarsi? A livello comunicativo, per esempio..
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Toni Negri parte dalla questione del ceto medio, citando l’ultimo libro di Sergio Bologna “Ceti medi senza futuro?” . Esordisce così: “L’alleanza tra proletariato e classe media non si è realizzata nel tempo. Ciò che si pone oggi è dunque la possibilità di parlare o meno di ‘organizzazione’..” L’idea di un tempo di classe e di partito è superata per Toni Negri. Emergono, invece, nuovi modelli di auto-organizzazione: ciò è dovuto a uno sfaldarsi del sistema di continuità che univa in passato la fabbrica al sindacato e questo al partito.
“C’è un fattore ‘tecnico’ legato alla composizione del lavoro che rende oggi il tema della rappresentanza completamente diverso da quanto avveniva 20 o 30 anni fa”. La parcellizzazione delle funzioni all’interno dell’organizzazione del lavoro diventa infatti presto “precarietà”. È una precarietà che opera nel tempo, perché dilaziona il lavoro. E si allarga nello spazio. Chi affronta concretamente questo tema: la fabbrica, il sindacato o il partito? Una volta quest’ultimo rappresentava le lotte sindacali e c’era un rapporto di continuità tra “composizione tecnica” del lavoro e politica. Chiede dunque Toni Negri, sottolineando l’aspetto dubitativo: “E se il partito oggi non funzionasse più per questo compito?”. La composizione tecnica della classe operaia e del suo lavoro è certamente stabile: questo produce un rapporto isomorfico con la sua rappresentanza. “Ma come si intrecciano oggi proletariato, sindacato e partito alla luce delle altre forme di lavoro? In realtà, la filiera è finita. C’è discontinuità radicale, totale!” E non manca di fare una battuta: “Anche quando il precariato riconduce le proprie istanze alle vecchie forme di partito oggi lo fa comunque in maniera compassionevole..”
L’ospite passa poi al tema della moltitudine, una nozione che ha contaminazioni filosofiche con il pensiero di Spinoza, ma anche, sostiene Negri, con la sessuologia presente in alcune aree dell’America Latina. Come si inserisce il tema del precariato?
Il precariato per Toni Negri è l’insieme di singolarità collettive. “Non si tratta di un’unità organica, ma dell’espressione di desideri che sono il segno di singole esistenze”. La moltitudine è il prodotto di una organizzazione che tende alla costruzione di una “casa comune” (d’ora in avanti “la Comune”, NdR). La vecchia classe operaia, per esempio, non era una moltitudine perché escludeva le donne o chi si organizzava fuori dalla fabbrica. Oggi accade il contrario con le istanze avanzate dal precariato. “I desideri debordano da ciò che stava una volta in relazione con il potere e con il capitale. L’identità della classe operaia è un vecchio concetto che è andato perso…”
Oggi si può parlare, invece, di una moltitudine di singolarità. “Non di individui, ma di singoli”, precisa Toni Negri. “L’orologio che una volta suonava in fabbrica ora è interno nella singola persona. È diventato un fattore antropologico”. Di conseguenza il rapporto tra tecnica, struttura del lavoro e politica è nuovamente da inventare. “Il concetto di ‘rappresentanza’ è vinto! Siamo in un processo in cui dobbiamo inventarci di nuovo, cercando connessioni, collegamenti, reti..”
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Riprende voce l’uditorio, che pone questa domanda: “Un volta eravamo forti perché trovavamo un’identità nel lavoro. Oggi non esiste più questa corrispondenza. Ma si può dire che per questo sia andata persa anche la possibilità di produrre valore sociale? Come si esplica il diritto a essere produttori di valore?” Chi interviene precisa quanto sia importante parlare di produzione più che di produttività e che pensando ai lavori cosiddetti “cognitivi”, forse sia meglio definire i lavoratori singolarmente, come creativi, piuttosto che appartenenti a una classe creativa.
Emerge una seconda serie di domande: “Il Capitale oggi cozza prima sulla questione sociale o su quella ecologica?” La costruzione di una Comune ha una teoria, ma anche una prassi. Che cosa vuol dire concretamente per la lotta del precariato? Se la forma su cui si indirizza oggi la maggior parte delle azioni dei precari è la costruzione di relazioni, ovvero di una Rete, questo non pone limiti sul piano politico? Una volta la teleologia che guidava l’azione era la presa del potere: oggi questo non c’è più! Dove bisogna guardare allora per essere produttivi? Si pone, infine, una questione di più ampio respiro, legata all’effettivo superamento del fordismo: “È davvero morto? Non si è piuttosto allargato su scala mondiale?”
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Riprende la parola Toni Negri. “Chiedersi se la produttività è sociale o economica non ha senso. Si parla della stessa cosa. Esercitare un’attività, vivere, lavorare: è lo stesso. Siamo in un’epoca in cui è finita la specificità determinata del lavoro sotto comando”. Il lavoro per Marx era una parte del Capitale, una quota variabile, ribadisce Negri. Ma occorre fare un passo avanti. “Oggi il Capitale variabile si è staccato dal Capitale. La forza lavoro si è staccata dal Capitale!” L’autorità, derivante dalla metafora dello Stato Nazione, è crollata. È l’elemento bio-politico del lavoro che conta e che va riscattato. “La forza lavoro, in quanto si precarizza e si distende nel tempo, non è più sotto comando: diventa attività in cui ciò che vale e determina valore è il fluire continuo di energia, di vita…” I nuovi beni delle Nazioni non sono più i Capitali generati da una classe operaia che produce, ma sono i linguaggi, le esperienze di consumo, la circolazione di beni materiali e soprattutto immateriali. “Alla fine il lavoro legato al tempo determinato o indeterminato è soltanto salario!”, dichiara Toni Negri.
A questo punto l’ospite cerca di rendere più esplicito il passaggio, particolarmente critico, per fare comprendere come la separazione tra Capitale e Forza lavoro determini un allargamento di orizzonti nelle lotte sociali. “Perché un licenziamento deprime?”, chiede Negri. “Il lavoro ha subito una rottura di orizzonti temporali e spaziali ed eliminato limiti geografici”. La lotta del precariato assume di conseguenza la forma di una rete comune e si apre alla dimensione mondiale. “Il lavoro, è vero, è diventato creativo, ma non solo. Anzi, forse è meglio dire che sia creativo sempre. Ha rotto i limiti che lo facevano stare all’interno del Capitale. Meglio ancora: è la Forza lavoro che si è separata dal Capitale. Il Capitale non è mai stato un Leviatano. Per Marx il lavoro era parte del Capitale, ma è un concetto errato”. A partire da questa separazione occorre comprendere oggi come riconquistare la dignità del lavoro. In primis, è necessario riconoscere che l’attività produttiva può stare fuori dal Capitale, distruggendo quelle forme in cui il Capitale tiene stretta la dignità del lavoro. “Le cose importanti le fai solo nella lotta, ma in autonomia – continua Toni Negri – che non significa però farle ‘in cooperativa’..”. Le cose importanti stanno nella forza di costruire realtà diverse. Il vero salario garantito? È il riconoscimento collettivo della Comune in cui siamo inseriti e che ci libera dal Capitale. È la libertà del produttore.
Si tenga presente che questa Comune raccoglie elementi eterogenei, come la base linguistica, la comunicazione e molto altro. Non esclude l’aspetto singolare e neppure nuove forme di sfruttamento. “Oggi il lavoratore è più emancipato rispetto al passato, ma lo sfruttamento c’è sempre. È soltanto diverso…” Per questo dobbiamo riappropriarci del Comune di cui siamo espressione: è anche più facile di una volta. Le azioni che metteva in campo l’operaio-massa anni fa, come la riappropriazione della città, quando scendeva in piazza, o la riconquista dei luoghi di consumo, con occupazioni simboliche, erano molto evidenti. Ma anche oggi questa attività può diventare ordinaria perché è “ontologica” e fa parte del nostro essere, sostiene Toni Negri.
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A questo punto la discussione si rende più dialettica. Dal pubblico si pone la questione della “conoscenza”. Oggi il Capitale si è fatto più “furbo”, si dice. La forza lavoro che diventa Capitale incorpora i saperi: è nato il “Capitale Umano”. Come liberarsi di questo nuovo Capitale? Il rischio è che con la frammentazione del lavoro si assista alla dominazione di un Capitale Umano su altro Capitale Umano..
C’è poi una novità che si chiama “Governance”: è il nuovo modo di controllare il Capitale Umano. Come rapportarsi a questa struttura? E, al contrario, se è vero che la forza lavoro si è separata dal Capitale, è in grado di essere autoproduttiva? E ancora sulla rappresentanza: finora si è interpretata come soggetto in grado di portare gli interessi e dunque rappresentare altro da sé. Nel ’900 la politica e i sindacati hanno sempre rappresentato (nominalmente) gli altri. Oggi, con il precariato, sorge la necessità di rappresentare se stessi: l’eterodirezione diventa monodirezione. Ma siamo in grado di autorappresentaci? Come sviluppare dunque nuove forme di autorappresentazione?
Un secondo intervento puntualizza poi l’eterogeneità dei singoli. Lo sciame, si dice, è una metafora usata spesso per indicare l’unità di singolarità diverse che si muovono insieme, secondo un movimento condiviso. In verità, però, quando si guarda al precariato, ci si accorge che in questo sciame sono presenti animali diversi. C’è chi è volatile, chi quadrupede, chi animale da cortile.. Come possono atti singoli diventare collettivi? Le forme di autorappresentazione sono valide ai fini della costituzione di un movimento condiviso?
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Toni Negri riprende il filo del discorso. “Si deve partire dall’Istituzione”. L’esperienza interna del movimento new global è stato importante sotto il profilo della sperimentazione. Oggi però è esaurito e si parla di ‘esodo’ dove con questo termine si intende ‘la volontà di togliersi dal comando capitalistico’”. Una forma che trova concrete azioni, per esempio, in molti Paesi dell’America Latina. “Non bisogna pensare allo stormo come a un soggetto che si muove in maniera spontanea. Piuttosto è necessario recuperare in maniera cosciente e a livello sociale le funzioni del potere che sono state svuotate in questi anni”. Questa è un’attività nuova, da immaginare, non spontanea. Che fare, dunque?
Secondo Toni Negri lo Stato è stato svuotato delle sue funzioni. Il comunismo ha puntato finora a distruggerle, ma è praticabile una via differente. In America Latina, per esempio, stanno riappropriandosi di alcune funzioni statali grazie alla capacità di amministrare i beni comuni. Questo movimento può diventare mondiale, costituendo nuove istituzioni democratiche. “Bisogna togliere allo Stato la capacità che ha maturato negli ultimi 5 secoli di attrarre su di sé e centralizzare il dominio sulla vita. In Bolivia, Brasile, Venezuela ecc. stanno sorgendo istanze di questo genere. Il dibattito là è ora quello su come tenere aperto questo potere costituente”. Il Comune deve essere sempre costruito: deve diventare sempre diverso per Toni Negri. “Chi sta mettendo in atto queste sperimentazioni in America Latina ritiene che il potere debba rimanere costituente e aperto SEMPRE”.
Toni Negri cambia registro, poi, per arrivare alla medesima conclusione da un secondo punto di vista. Le Istituzioni, ricorda, hanno mostrato finora due principi ispiratori: la Forza e il Denaro. Sue questi elementi si è basata la costituzione della soggettività. Le Istituzioni che organizzano la vita, al contrario, andrebbero tenute sempre aperte. “Un tempo col fordismo tra lavoro, fabbrica e famiglia c’era continuità. Oggi anche questa linea va organizzata sempre in maniera costituente”. Forza e denaro, Istituzioni e Stato sono strettamente collegati. Nell’epoca del precariato occorre seguire istanze differenti, che lascino aperto il raggiungimento del potere. “La dimostrazione che la forza lavoro sia uscita dal Capitale si pone soltanto quando insorge il problema dell’Istituzione del comunismo e della possibilità di narrare il futuro, di mettere in atto una nuova programmazione..”. In altre parole è l’apertura del nuovo a dimostrare che il Capitale non domina la Forza Lavoro.
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Riprendendo il tema della rappresentanza il dialogo ritorna dalla parte del pubblico.
“Una volta superata, la rappresentanza eterodiretta perde dunque di valore”, si afferma. “Nasce oggi, però, una nuova forma di valore: la rete. I collegamenti, strutture nuove di relazione e cooperazione consentono di creare dal basso, di pensare sistemi economici alternativi”.
Il cosiddetto “nuovo lavoro”, anch’esso basato sulle reti, di cui parla anche Sergio Bologna, e che apre la strada all’autonomia, pone però la questione della materialità. In precedenza l’adesione al modello del valore nel sistema di produzione fordista metteva sul piatto, come agnello sacrificale, la forza lavoro, ovvero i propri figli. La rappresentanza eterodiretta si nutriva cioè del sacrificio del proletariato. “Oggi che cosa metto di materiale nella mia partecipazione in qualità di precario, al sistema di rete?”
Un secondo intervento. “Anche se accogliessimo le istanze condivisibili dell’assenza di identità di una Comune, basata invece su singolarità collettive, e sull’apertura costante delle istituzioni, resta il nodo irrisolto della concretizzazione di nuove forme di liberazione dal Capitale”. Come può uno sciame arrivare alla produzione? La condizione materiale non confligge con la separazione della Forza Lavoro dal Capitale variabile?
E ancora, per voce di un terzo intervento, si risolleva la questione della concretezza dell’azione del precariato. “Come attuare interventi?” Sembra che la precarietà abbia generato la retorica prima del conflitto!! “Va bene parlare di capitalismo cognitivo (tempo fa si parlò di ‘cognitariato’, ma abbiamo abbandonato questa traslazione del tema del proletariato sulla forza lavoro che opera a livello di attività cognitive perché inadatta..), ma come sorge per questo ‘sciame’ un sindacalismo senza sindacato? Come fare emergere il tema della rappresentazione senza rappresentanza?”
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Toni Negri: “Le difficoltà non si risolvono in pochi giorni. E certamente non si risolvono con i sindacati e la rappresentanza. È il momento di costruire e di iniziare con nuove rappresentazioni, come per esempio il May Day, che incomincia a dare forma a nuovi modi di rappresentare…”
Si deve iniziare e costruire nuovamente istituzioni aperte. “San Precario, per esempio, è l’inizio di un’istituzione costituente”. Questa nuova Comune non è né pubblica né privata: è pubblica, ma gestita da singolarità. Si posiziona tra il “proprio”, così come identificato da Locke, e il “pubblico”, come definito da Rousseau. Occorre rendere Comune le singolarità, andando contro lo Stato che aliena e contro il privato che rende proprio ciò che è pubblico. “Un esempio di Comune? Il linguaggio. Mostra la profonda democraticità del pubblico”. Non esiste oggi in giurisprudenza un diritto di proprietà di questo genere. Nel nostro ordinamento esiste soltanto il pubblico e il privato, ma questa idea di spazio comune dei singoli, che al tempo stesso è pubblico, non trova definizione.
Toni Negri ritorna poi sul tema della Governance. Sostiene che sia un segno classico, che dimostra come la forza lavoro si sia staccata dal capitale e non ci siano più norme e regole tradizionali. “La Governance affronta il fatto che siano saltate le logiche del diritto o del management. L’uomo cerca di inventare nuove regole, anche perché non c’è più un comando dall’alto, un lavoro espressamente sotto comando”. La Governance, a ogni modo, è un’espressione che appartiene ancora al capitalismo, poiché vuole inseguire, recuperare terreno, dopo la rottura dell’ordine. “Si è riaperta la condizione di forza del confronto e ciò impone che i soggetti della vita di classe siano riqualificati”. In fondo per Toni Negri la Governance e i Rappresentanti, sono due facce dello stesso problema.
Quasi contraddicendosi, infine, Toni Negri sostiene che a ogni modo, nella lotta, sia stupido non avere anche dei rappresentanti. “La purezza non esiste. La continuità storica non si può negare. D’altra parte – fa un esempio concreto – quando si sfila in un corteo, c’è sempre qualcuno che decide chi deve stare in testa o come procedere.. O no?”. Il nodo cruciale è comunque la prospettiva da attribuire alle Istituzioni. “Quella che definimmo una volta teleologia, o finalità, è saltata. L’esercizio della forza, ovvero l’Istituzione, si deve comprendere ex novo, alla luce di questa prospettiva”.
L’ospite della serata si concentra poi sulla questione del lavoro cognitivo. Con estrema sintesi dichiara: “Il lavoro è sempre materiale! È una sciocchezza dire che sia immateriale. Ridurre la categoria dell’immateriale al cognitivo non funziona. Si pensi al lavoro di relazione o a quello affettivo, alle badanti, per esempio. Che tipo di lavoro è? Ogni lavoro resta sempre lavoro materiale”.
Cita poi Sergio Bologna, che secondo Toni Negri non considera il fatto che – al di là delle possibili distinzioni tra i lavoratori della conoscenza tra gli artigiani, i kopfarbeit degli anni 20 o chi interviene nella catena del valore in un modello fordista di produzione o postfordista – il lavoro resti sempre lavoro materiale. In Francia, per esempio, si parla di lavoro cognitivo, ma anche in questo caso la terminologia non è del tutto soddisfacente. Sarebbe meglio parlare di lavori “cognitivi-cooperativi”.
Infine, sulla questione pratica di come trasformare la Comune in movimento politico, Toni Negri afferma che certamente non basta prendere coscienza del problema del precariato. Sentirsi immersi nella realtà comunque è fondamentale. Ma bisogna prendere atto di forze eterogenee: il precariato, in fondo, è sempre stato auspicato e desiderato dalla forza lavoro che voleva rompere i vincoli di sudditanza dal salario. Questo istinto era nel fenomeno rivoluzionario. Ma quando è avvenuta la frattura con il Capitale il precariato è andato incontro a una nuova forma che l’ha ingabbiato. Questa dialettica non deve essere dimenticata.

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1 commenti:

  • simone scrive:
    1 settembre 2010 22:04

    Viva MARX e il suo linguaggio chiaro, serio e concreto! Di Toni Negri, noi Moltitudini, non abbiamo minimamente bisogno.

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