"SIAMO PAZZI ARRENDETEVI!" - II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

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1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

lunedì 20 settembre 2010

I DIVERSIVI DI MARCHIONNE

È LA LOTTA DI CLASSE LA CAUSA DELLA CRISI FIAT?

di Pierre Carniti*

Malgrado le critiche alla FIOM e quella che a noi appare come un'incomprensione della crisi di mondiale sovrapproduzione (che ha nel settore auto il suo sempio empirico più  lampante), l'articolo del Carniti è importante, poiché demolisce, letteralmente, le affermazioni della FIAT
Il vero problema del supermanager non è la Fiom: è la Fiat, che in Italia non guadagna, e non per colpa degli operai, ma perché non riesce a vendere abbastanza auto e gli impianti lavorano al 30%, facendo salire i costi. I discorsi sulla fine della lotta di classe sono solo chiacchiere estive Se Marchionne avesse letto Gide, probabilmente il suo discorso al convegno dei ciellini a Rimini sarebbe stato diverso. Nel suo Diario Gide sostiene infatti che: “Non esistono problemi; ci sono soltanto soluzioni. Lo spirito dell’uomo crea il problema dopo. Vede problemi dappertutto”. 

In effetti, con l’ansia di enumerare i tanti problemi che lo affliggerebbero, nel suo cahier de doléances Marchionne ha finito per inserire un po’ di tutto. Così, assieme a considerazioni e principi ragionevoli che meriterebbero di essere discussi, ha infilato anche parecchia paccottiglia propagandistica. Che se è servita ad entusiasmare i partecipanti al convegno, a cui si sono aggiunti i ministri Sacconi, Gelmini e la presidente della Confindustria Marcegaglia, ha però finito per offuscare le questioni vere.  

I punti essenziali intorno ai quali si è sviluppato il ragionamento dell’amministratore delegato della Fiat possono essere sintetizzati in questo modo: 1) le ragioni del declino economico di un paese hanno a che fare con ciò che non si è voluto o riusciti a trasformare e quindi con la cattiva abitudine di mantenere le cose come stanno; 2) malgrado l’unica area del mondo nella quale la Fiat è in perdita sia proprio l’Italia, Fiat è disposta ad investire 20 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, ma per realizzare il progetto è assolutamente indispensabile colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri paesi; 3) se si vuole che la Fiat diventi competitiva è necessario che i lavoratori accettino nuove regole di flessibilità in materia di orari, turni, struttura del salario e della contrattazione; 4) non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” ed “operai”; 5) bisogna quindi mettersi in testa che la lotta di classe è finita, perché non ci sono più classi; 6) quello che ora serve è un grande sforzo collettivo, un “nuovo patto sociale” per condividere impegni, responsabilità e sacrifici e per dare al paese la possibilità di andare avanti.  

Marchionne non l’ha detto esplicitamente ma ha lasciato largamente intendere, con i riferimenti all’accordo per Pomigliano ed alla vicenda di Melfi, che sarebbe la Fiom la principale responsabile del cattivo andamento della competitività e quindi dei conti Fiat. Naturalmente si può avere un giudizio critico o anche negativo sulle posizioni di volta in volta assunte dalla Fiom. Perché questo sindacato ha spesso espresso convincimenti che possono essere giudicati eccessivamente dogmatici, dottrinari, o rigidamente tradizionalisti. Tant’è vero che non pochi anche in Cgil la pensano cosi. 

Tuttavia  non è questo l’aspetto dirimente. Sarebbe stato perciò assai più utile se anche Marchionne avesse correttamente riconosciuto che non è il conflitto sindacale la radice dei guai attuali della Fiat. Lo certificano, del resto, le statistiche delle ore perse per scioperi. Comprese quelle che riguardano il gruppo automobilistico. Il che, sia detto per inciso, non costituisce affatto una conferma della vulgata secondo la quale la “lotta di classe” sarebbe ormai del tutto anacronistica, per la buona ragione che le classi sarebbero definitivamente scomparse. D’altra parte non la pensa in questo modo nemmeno Warren Buffet (il terzo uomo più ricco al mondo) che, in una intervista al The New York Times, ha detto tra l’altro: “Confermo, c’è lotta di classe. Ma a fare la guerra è la mia classe, quella dei ricchi. E la stiamo vincendo”. Proprio in considerazione di queste e di tante altre ragioni è arduo ritenere che non ci siano più motivi di contrapposizione tra “capitale” e “lavoro”. Oppure che saremmo “tutti sulla stessa barca”. Tanto più che la retorica della “stessa barca” è clamorosamente e quotidianamente contraddetta dai fatti. 

Basti pensare che l’amministratore delegato della Fiat percepisce uno stipendio che è 435 volte quello di un suo turnista. Il che fa ragionevolmente presumere che la loro barca non sia propriamente la stessa. In presenza di simili differenze è quindi difficile immaginare che i motivi di contrasto tra “capitale” e “lavoro” siano d’incanto venuti meno. Al contrario, sembra più realistico supporre che l’andamento delle diseguaglianze negli ultimi anni li abbia addirittura accentuati.  In ogni caso, non sono queste le ragioni principali a cui ora ricondurre le difficoltà economiche del gruppo Fiat. 

E’ vero, in Italia la Fiat perde. Per la verità non solo in Italia. Anche se Marchionne nella foga del discorso si è dimenticato di dirlo. Infatti la Chrysler nel primo semestre del 2010 ha dichiarato un utile operativo di 396 milioni di dollari ma a fronte di un debito contratto con il governo americano ha pagato, nello stesso periodo, 591 milioni di dollari di interessi. Quindi anche la “road map” della Chrysler è ancora tutta in salita. Torniamo però all’Italia.

In Italia la Fiat perde, non però a motivo di alcuni comportamenti sindacali che l’amministratore delegato della Fiat può benissimo giudicare bizzarri ed anche inaccettabili. La ragione reale delle perdite sta altrove. Essa va infatti innanzi tutto ricercata nella scarsa utilizzazione degli impianti. Come ha ampiamente spiegato Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera nel complesso l’utilizzo degli impianti italiani si ferma ad un terzo della loro capacità produttiva, mentre in Polonia ed in Brasile supera il novanta per cento. Anche i non addetti ai lavori sanno bene che gli impianti non utilizzati, anche quando sono almeno in parte ammortizzati, comportano ingenti costi fissi e quindi un aumento dei costi per unità di prodotto. Ed è questo il fatto che spiega il cattivo andamento del conto economico del gruppo in Italia.  

Ora, il punto da avere chiaro è che l’insufficiente utilizzo degli impianti non dipende dai rigurgiti di “lotta di classe”, avallati da chi guarderebbe con fiducia agli “anni sessanta”. Deriva piuttosto dalla difficoltà a vendere le auto nonostante gli incentivi. Nel 2010 ad incentivi finiti ed a causa  della recessione che invece perdura si vende ancora meno. E la Fiat si trova purtroppo a competere con poche chance di vittoria. Pochi modelli davvero convincenti e dimensione di gruppo insufficiente. Stretta tra il predominio tedesco-giapponese nei segmenti “di qualità” e l’aggressività crescente degli emergenti asiatici nel segmento a “basso costo”. Per di più, con il suo principale azionista che ha da tempo deciso di non investire un euro nell’auto, non può neppure contare (come avviene invece per francesi e tedeschi) su una presenza importante di un “socio pubblico”. E’ quindi costretta a preferire perciò gli Stati che regalano stabilimenti, soldi e condizioni di lavoro particolarmente favorevoli. Come Serbia e Polonia. Questa è la ragione vera delle sue scelte. Le altre sono solo chiacchiere.  

L’altra grande questione, tra quelle sollevate da Marchionne, che merita una chiosa è  il riferimento alla globalizzazione ed alla esigenza di un nuovo “patto sociale”. Patto sociale che non dovrebbe eludere il tema delle disuguaglianze sul quale invece l’amministratore delegato della Fiat ha volutamente taciuto. A proposito di globalizzazione dell’economia non si può non riconoscere che essa comporta un trasferimento di risorse e di benessere dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo ed in prospettiva (per ragioni che hanno a che fare non solo con l’economia) anche ai paesi poveri. Naturalmente il trasferimento può avvenire in vari modi. Il primo è l’immigrazione dalle aree più povere del mondo a quelle più ricche. Il secondo è la delocalizzazione delle attività produttive. Il terzo è connesso alla dinamica sociale che inizia a manifestarsi anche nei paesi di nuovo sviluppo con la rivendicazione di un maggiore riconoscimento dei diritti del lavoro ed un accorciamento delle distanze dalle tutele sociali dei paesi ricchi. Infatti persino in Cina, malgrado l’insufficiente rispetto per le libertà ed i diritti umani, l’operaio incomincia finalmente ad alzare la testa.  

Si è quindi messo in moto un processo che comporta e comporterà sempre di più un riassetto del benessere e delle condizioni sociali a livello mondiale. Questo riassetto dovrebbe però essere accompagnato (se si vogliono scongiurare intollerabili squilibri ed una incontrollata esplosione di conflitti) dal proposito di tenere fermo il riferimento all’eguaglianza ed alla libertà. Infatti il riassetto sociale con cui siamo già alle prese è di proporzioni tali da mettere a rischio (anche nei nostri paesi) questi due diritti su cui, bene o male, si è costruita la civiltà occidentale. Perché può dare luogo a tentazioni (sia a livello politico che di impresa) di scorciatoie autoritarie nell’illusione che solo in questo modo sia possibile governare processi sociali facendo pagare i costi dell’aggiustamento economico a chi sta in basso nella scala sociale.  

I due rischi sono particolarmente evidenti in Italia. Per quanto riguarda la libertà, basterà infatti ricordare solo il proposito del governo e della maggioranza (finito ora sul binario morto, ma non ancora in disarmo) di introdurre una “legge bavaglio” per la stampa. Mentre per quanto riguarda il peggioramento delle diseguaglianze una ulteriore conferma è arrivata anche con la recente manovra correttiva del bilancio pubblico. Manovra con cui si è deciso di fare pagare molto a chi ha poco ed in compenso nulla a chi invece ha tanto.  

In queste condizioni un “nuovo patto sociale” non può prescindere da due cardini essenziali. Il primo attiene al fatto che il lavoro e quindi i lavoratori dipendenti non possono essere oggetto del riassetto sociale che la nuova situazione esige senza esserne al tempo stesso il principale soggetto. Il secondo comporta un riequilibrio nella distribuzione del reddito. Negli ultimi quindici anni la quota di reddito destinata a salari e pensioni è diminuita di dieci punti a vantaggio dei profitti e delle rendite. I modi per affrontarlo possono essere diversi. Quel che appare certo invece è che risulta assai improbabile immaginare un riassetto sociale relegando questo tema tra le varie ed eventuali. Il resto è solo diversivo, chiacchiera estiva, che non modifica di una virgola la situazione italiana e le sue prospettive. E, per quel che è dato di capire, nemmeno della Fiat.

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