lunedì 27 settembre 2010

Di un inchiesta della CGIL di Brescia

ESISTE ANCORA UNA «COSCIENZA DI CLASSE»?
di Vittorio Rieser*

Vittorio Rieser è uno dei pochi sociologi seri che insistano ad indagare sulla composita e controversa "realtà operaia", cosa essa sia diventata dopo tre decenni di profondi mutamenti sociali e politici. Di particolare interesse l'ultima parte del saggio, l'inchiesta, commissionata dalla CGIL di Brescia, su cosa pensano (della politica, del sindacato, della loro qualità della vita, del sistema capitaistico, dell'eventuale alternativa)  gli operai in quello che è  forse il distretto industriale più significativo della penisola.
1. Il problema e alcune risposte ideologiche

Che in questo momento la coscienza di classe del proletariato non sia particolarmente brillante ed antagonistica, è un dato del senso comune. Il problema è: per quali ragioni? Dalla risposta a questo interrogativo derivano anche previsioni e possibili indicazioni di azione.

Partiamo, estremizzandoli, da due possibili (e “classici”, perchè si sono periodicamente riproposti) “poli di risposta”:
- l’offuscamento della coscienza di classe è dovuto al fatto che le organizzazioni del movimento operaio hanno abbandonato una prospettiva di classe (è la classica ipotesi del complotto-tradimento);

- l’offuscamento della coscienza di classe è la conseguenza inevitabile dei mutamenti strutturali (e non solo strutturali) del capitalismo: che fan sì (a seconda delle interpretazioni) che “la classe non c’è più” o “si è integrata nel sistema” o “si è atomizzata” (e via sproloquiando).

Come ho detto, sono due modelli estremizzati; ma si presentano anche in versioni più articolate ed aggiornate, non prive di fondamento nella realtà.

L’”ipotesi del tradimento” si è ripresentata con forza fin dalla sconfitta della lotta alla Fiat nell’80.

E, anche quando non veniva utilizzata la terminologia “staliniana”, lo schema di ragionamento era sempre quello di vedere nella capitolazione dei gruppi dirigenti l’unica vera causa del declino della lotta e della coscienza di classe: la linea dell’Eur, il cedimento delle confederazioni di fronte alla Fiat nell’80, l’accordo del 23 luglio 93, ecc. ecc., erano via via gli elementi di spiegazione auto sufficienti dell’arretramento complessivo della classe operaia e della sua coscienza. E, ovviamente, questo criterio interpretativo si è ripresentato con ulteriore forza di fronte allo scioglimento del PCI e ai successivi processi a cui ha dato luogo.

Intendiamoci: non che le critiche a queste successive scelte dei gruppi dirigenti del movimento operaio manchino di fondamento! Ma 1° esse non spiegano tutto; 2° le conseguenze pratiche che se ne traggono sono spesso sterili, perché si limitano alla denuncia di tali scelte.

I tentativi di interpretazione “strutturale” dell’offuscamento della coscienza di classe hanno registrato, “da sinistra”, versioni più articolate ed argomentate, centrate sulla questione della composizione di classe. Ma, spesso, dietro a queste c’era una visione semplificata e meccanicistica, che collegava i “momenti alti” della coscienza di classe alla concentrazione produttiva fordista e alla figura dell’”operaio-massa”. Con questo si dimenticava che momenti anche più alti della lotta e della coscienza di classe erano avvenuti in fasi precedenti e diverse, e avevano al centro la figura dell’operaio professionale; e si trascurava un’analisi critica dei limiti politici della “coscienza dell’operaio-massa” rispetto, ad es., all’operaio professionalizzato e politicizzato. Di fronte all’attuale, crescente frammentazione delle figure lavorative e del tipo di rapporti di lavoro, ci si limita a invocare una “ricomposizione di classe”.

Spesso, al limite, si registra una paradossale convergenza dei due filoni interpretativi nell’arrivare a proporre forme minoritarie di “organizzazione dura e pura”: che ripropongano la “corretta linea comunista” abbandonata dai partiti “istituzionali”, o che richiamino i lavoratori all’unità di classe – in una sorta di versione caricaturale della leniniana “coscienza politica portata dall’esterno”, dimenticando che questa si riferiva a un robusto terreno di lotta (e di corrispettiva coscienza) sia pure limitato al terreno della lotta economica tra operaio e padrone.

E però, dietro a queste posizioni ideologiche, stanno due importanti “nuclei di verità”, su cui sarà opportuno tornare:

-il fatto che oggi nessuna organizzazione “di massa” (politica o sindacale che sia) proponga una tangibile “alternativa di società” (“riformista” o “rivoluzionaria” che sia) ha un innegabile impatto sulla stessa coscienza di classe;

-i mutamenti nella composizione di classe non sono riducibili a mutamenti nella composizione professionale (al declino di alcune figure e all’emergere di altre) o nella composizione settoriale (più lavoratori nel terziario e meno nell’industria), ma, attraverso la deregolazione dei rapporti di lavoro, introducono elementi di divisione più profonda e di “distorsione” nella stratificazione di classe (come ho detto in altre occasioni, “l’esercito industriale di riserva entra in fabbrica”: ogni strato di lavoratori diventa “esercito di riserva” rispetto ad altri).



2. Una digressione storico-teorica


Nell’Ideologia tedesca Marx, grosso modo, dice che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti. Ma, quando sviluppa le sue ipotesi rivoluzionarie, ovviamente presuppone che il proletariato si liberi dalle idee delle classi dominanti e acquisisca una sua coscienza di classe.

Non si tratta, ovviamente, di una “evoluzione” del pensiero marxiano da una fase “pre-rivoluzionaria” a una fase rivoluzionaria, e non si tratta di una contraddizione. Ambedue le cose sono vere. Si tratta di vedere in quali condizioni il proletariato si libera dalle idee delle classi dominanti per sviluppare una sua coscienza di classe. Ma ciò significa, implicitamente, che la coscienza di classe non è data una volta per tutte; e neanche (su questo tornerò più oltre) che il cammino della coscienza di classe sia un’evoluzione progressiva, da livelli “più bassi” via via verso livelli più elevati.

Pensiamo un momento agli esempi storici più noti, in cui il proletariato ha sviluppato (e tradotto in pratica! anzi: ha sviluppato attraverso la pratica) una coscienza di classe “antagonistica”. Non entro qui in discussioni filologiche-ideologiche di questo termine, e lo uso in senso molto “lasco” e “di buon senso”. Per usare un linguaggio marxiano, possiamo parlare di coscienza di classe antagonistica quando il proletariato si oppone alle classi dominanti per cambiare lo stato di cose presente.

Ma è subito chiaro che ciò comprende situazioni molto diverse tra loro, in termini di obiettivi, di forme di lotta e di correlate forme di coscienza di classe. Comprende processi “rivoluzionari” e processi “riformisti”, scontri di classe che coinvolgono essenzialmente la classe degli sfruttatori diretti o coinvolgono anche le sue “espressioni politiche” e le istituzioni dello stato borghese.

Gli obiettivi – e gli esiti (quando questi processi sono vittoriosi) – possono essere la rivoluzione socialista o la difesa/ristabilimento della democrazia, possono essere l’affermarsi e il riconoscimento istituzionale del sindacato o lo sconvolgimento/ridefinizione dell’assetto di relazioni sindacali, possono essere la conquista di forme di Welfare State o comunque di riforme sociali “egualitarie”, e così via. Le forme di lotta possono imperniarsi su scioperi e altre azioni di massa (con mix molto diversi tra loro) o arrivare all’insurrezione armata; possono o meno comportare riflessi istituzionali in termini di elezioni e di governo. Eccetera eccetera. Se vogliamo comprendere l’intero, ricchissimo arco dell’esperienza di lotta del proletariato nel xx secolo, dobbiamo includervi tutti questi esempi (e se uscissimo dai confini europei e del capitalismo occidentale la casistica sarebbe ancora più variegata), e non certo selezionare in modo “aristocratico” solo quelli che corrispondono a questo o quello schemino dottrinario.

Questo significa, in primo luogo, che la “coscienza di classe antagonistica” del proletariato può assumere forme/contenuti diversi e dar luogo a processi e movimenti diversi.

Ma, in secondo luogo, questi movimenti e questi processi hanno avuto esiti diversi, nel senso che possono essere stati vittoriosi o sconfitti. La sconfitta può esser consistita in una mancata realizzazione degli obiettivi, che ha lasciato in piedi il movimento, o in una repressione-distruzione (più o meno violenta) del movimento stesso. Ma anche la vittoria può avere sbocchi e sviluppi diversi, rispetto agli obiettivi iniziali:

La coscienza di classe non rimane inalterata rispetto a queste vicende, ma – nel bene e nel male – ne subisce i contraccolpi. Ciò è particolarmente evidente nel caso delle sconfitte. 
Ma, anche nel caso di vittorie, non è detto che la coscienza di classe sia “all’altezza” dei nuovi problemi e compiti aperti dalla vittoria stessa: la storia delle società socialiste dopo la presa del potere ne fornisce significativi esempi.

Di qui un’ulteriore indicazione: la coscienza di classe è sempre reversibile, cioè può “regredire” dai livelli precedentemente raggiunti. Ma dove approdi questo regresso non è determinato meccanicisticamente. Non è necessariamente un semplice “ritorno al punto di partenza”; può essere un approdo “al di sopra” ma anche “al di sotto” del punto di partenza, o può anche essere una modifica che determina una coscienza di classe “diversa”, con punti di riferimento nuovo, che non può immediatamente essere classificata come “al di sopra” o “al di sotto” di livelli precedenti.

Si può anche dire, in base a queste considerazioni, che i livelli più alti raggiunti dalla coscienza di classe sono per loro natura relativamente instabili, cioè propri di fasi specifiche e di particolari costellazioni di circostanze – e non possono quindi essere presupposti come dati in progetti politici di lungo periodo: questi devono assumere come probabile una qualche forma di “arretramento”, e “fare i conti” con questo.

Non possiamo cioè, nei nostri progetti strategici, presupporre una classe lavoratrice sempre ugualmente tesa a realizzare i suoi obiettivi di classe, contro i padroni o nell’ambito di un regime socialista (cioè contro le nuove forme dei suoi “nemici di classe”), astraendo dalle “spinte fisiologiche al riflusso”, legate all’esigenza di poter lavorare e vivere tranquillamente. 

Così come nel lavoro, anche nella coscienza e nella lotta di classe il proletariato ha il bisogno di “pori”, che gli diano qualche margine di respiro – e, se non ci sono, se li costruisce in un modo o nell’altro (non dimentichiamo che il proletariato non fa la lotta di classe come “mestiere” – diversamente da altri, magari nelle sue stesse fila – ma perché ci è costretto dalla sua condizione: e quindi non pensiamo che “la lotta di classe come mestiere” sia il modello di riferimento della coscienza di classe



3. Qualche definizione di riferimento


A questo punto, sarà bene scendere dal livello general-generico alla realtà di oggi. Per farlo, però, è opportuno definire un po’ meglio i termini che usiamo.

Penso si chiaro da quanto detto finora che qui non ci si muove sul terreno dell’”ontologia” della coscienza di classe, ma su un terreno molto più empirico, in quanto pragmatico, cioè orientato alla pratica politica. Le definizioni a cui faremo riferimento saranno quindi “ontologicamente impoverite” rispetto alla tradizione marxista – ma non si tratta di un “marxismo debole”, in quanto non è attenuato il suo contenuto conflittuale.

Anzitutto: con “classe” ci riferiamo al proletariato del capitalismo d’oggi, cioè a tutti quei lavoratori che vendono la loro forza-lavoro al capitale, sia pure in forme diverse e più varie rispetto al recente passato. (Vale sempre la pena di notare che sul piano mondiale, ma anche nei nostri paesi “capitalistici avanzati”, Italia compresa, la loro incidenza è enormemente aumentata). Assumiamo cioè come riferimento la condizione sociale oggettiva, indipendentemente dal tipo di coscienza che vi si associa.

Per parlare “in modo non ontologico” di coscienza di classe, userò l’impianto concettuale di Erik Olin Wright – che è, appunto, uno di quei marxisti che cercano di elaborare una sociologia marxista “coi piedi per terra” senza perderne la portata antagonistica.

Egli propone di scomporre il concetto in tre elementi – la cosa migliore è citarlo letteralmente:

1. percezione delle alternative. Scegliere significa fare una selezione tra le linee alternative di azione che vengono percepite. Un elemento importante della coscienza è, quindi, la percezione soggettiva di quali possibilità esistono. ‘Coscienza di classe’, in questo senso, implica i modi in cui le percezioni delle alternative hanno un contenuto di classe, e le relative conseguenze per i comportamenti di classe.



2. teorie sulle conseguenze. Le percezioni sulle possibilità alternative sono, da sole, insufficienti per fare delle scelte; le persone devono avere anche qualche idea sulle conseguenze previste di una data scelta di azione. Questo significa che le scelte, in qualche modo, implicano delle teorie. Queste possono essere teorie ‘pratiche’ più che teorie astrattamente formalizzate, possono avere il carattere di ‘rules of thumb’ (traduzione piemontese: truc e branca – n.d.r.) più che di principi esplicativi. In questi termini, la coscienza di classe ha a che fare cin i modi in cui queste ‘teorie’ contribuiscono a formare le scelte che le persone fanno sulle loro ‘pratiche di classe’,



3. preferenze. Sapere come una persona percepisce le alternative e le sue teorie sulle conseguenze di ogni alternative non basta, tuttavia, per spiegare una determinata scelta cosciente; è necessario, ovviamente, conoscere le sue preferenze, cioè, le sue valutazioni sulla desiderabilità di tali conseguenze. … ‘Coscienza di classe’, in questo senso, riguarda la specificazione soggettiva degli interessi di classe”.


(Va ricordato, a questo proposito, che Wright ancora il concetto marxiano di classe al concetto di sfruttamento, cioè alla base oggettiva del conflitto di interessi tra proletario e capitalista; in questa luce va visto il concetto di “interessi di classe” – e si può perfino rileggere il concetto di “falsa coscienza”… per questo, il marxismo di Wright può essere definito “empirico”, ma non “debole”, in quanto mantiene la base antagonistica del modello originario).

Muniti di questa elementare “attrezzatura concettuale” proveremo ora a muoverci in frammenti della realtà italiana di oggi – per poi ritornare a questi riferimenti concettuali quando tenteremo di trarne alcuni spunti interpretativi e politici.



4. Alcuni spunti da un’inchiesta tra i lavoratori bresciani


Nota. – Questi spunti sono liberamente tratti da un manoscritto, intitolato Geschichte und Brixianer-bewusstsein, ritrovato nascosto nei giacimenti archeologici della Val Camonica. Il manoscritto sembra essere redatto da un anonimo ed oscuro seguace locale di Lukacs, e forse era destinato a una rivista, Komunismus, che ebbe breve vita ed è oggi introvabile, probabilmente a causa di una susseguente ondata repressiva.


Non credo (ma forse ciò dipende dalla mia ignoranza bibliografica) che ci siano in Italia ricerche specificamente mirate ad analizzare la coscienza di classe del lavoratore precario/globalizzato della fase attuale, anche se esiste una documentazione giornalistica da cui è possibile ricavare spunti in proposito.

Per questo partirò da un’inchiesta che ho curato personalmente per la CGIL di Brescia, che è stata impostata anche per fornire spunti su questo tema.

Per una serie di ragioni, anche “pratiche”, che non sto ad elencare, la composizione delle 62 interviste (più un focus group) di questa inchiesta è “sbilanciata sui giovani”: 37 su 62 intervistati (più tutti i partecipanti al focus group) non superano i 30 anni. Corrispondentemente, solo 30, cioè meno della metà, hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Infine, la composizione per titolo di studio è medio-alta. Insomma, in questo “campione”, ricavato in buona parte dalle relazioni dei giovani intervistatori, il peso dei “giovani lavoratori”, con i pesi che si portano appresso e le (eventuali) aspirazioni, è preponderante.

Partiamo ricapitolando brevemente i percorsi di questi lavoratori, dalla scuola ai lavori svolti, fino al lavoro attuale.

Un primo percorso, numeroso ma minoritario nel campione di Brescia (per ovvie ragioni) è il tipico “percorso operaio” tradizionale: bassa scolarità, lavori operai iniziali che portano all’attuale lavoro, sempre operaio ma stabile, all’interno del quale si verifica un qualche “progresso professionale” (reale o determinato dagli effetti dell’anzianità).

Ma altri due percorsi, che partono da livelli di scolarità medi (diploma) o alti (laurea ed oltre) sono ben più numerosi, in quanto assai più frequenti tra i giovani. Tutti iniziano con lavori precari o in nero, dai contenuti più vari, svolti durante gli studi: ma questo è un dato “fisiologico”, comune anche ad altre fasi precedenti. Le novità compaiono una volta concluso il ciclo principale di studi.

Tra i due tipi di percorso, quello relativamente più rappresentato è un percorso relativamente coerente dal punto di vista professionale, in cui il soggetto cerca lavori in qualche modo corrispondenti agli studi svolti, perchè questi corrispondevano abbastanza a una sua “vocazione professionale”. Ma in genere sono percorsi “accidentati”, tra lavori precari spesso di breve durata, e – soprattutto – non portano quasi mai a un approdo stabile: anche il lavoro attuale (più o meno corrispondente alla “vocazione professionale”) è in varie forme precario.
Il secondo tipo di percorso, quasi altrettanto numeroso, è ancora più “accidentato”, perchè le tappe attraverso cui si muove – e lo sbocco a cui è arrivato ora – non solo sono precarie, ma eterogenee rispetto al curriculum di studi (talvolta perchè questo non corrispondeva alle esigenze del soggetto, ma spesso perchè “non c’erano altre possibilità”). Lo sbocco attuale quindi, spesso, è precario non solo “oggettivamente” ma “soggettivamente”.

Ora, solo una piccola minoranza è soddisfatta dei percorsi e degli sbocchi di lavoro. Quelli del “primo percorso” sono più che altro “rassegnati”: hanno spesso una certa età, hanno un lavoro stabile ed aspettano la pensione. Quelli del “secondo percorso”, i più motivati professionalmente perchè hanno cercato una coerenza professionale attraverso passaggi accidentati, spesso non hanno raggiunto un lavoro corrispondente ai loro livelli di formazione, ma molte volte si accontenterebbero di questo, purchè fosse stabile – ma alcuni sono scettici anche su questa possibilità. Più “sparpagliate” le attese/aspirazioni di quelli del “terzo percorso”: qualcuno vorrebbe trovare un lavoro più corrispondente alla propria formazione, ma altri danno una valutazione negativa sul proprio percorso formativo (o perchè subìto/imposto, o perchè si è rivelato diverso dalle attese): quindi, a volte, l’unico obiettivo è la stabilizzazione in un lavoro purchessia (legato alla realizzazione di obiettivi extra-lavoro, ad es. metter su famiglia); altre volte, ci sono progetti di cambiamento fantasiosi e probabilmente velleitari, in campi del tutto lontani dal lavoro attuale.

Proviamo ad approfondire questi aspetti, ragionando ulteriormente su questi e su altri elementi che emergono dalle interviste.

Anzitutto, nessuno degli intervistati vive i suoi “percorsi in un mondo flessibile” nei termini in cui talvolta li presentano le ideologie-apologie liberiste. Nessuno li vive come un’entusiasmante avventura di “imprenditore di se stesso” (anche se, in qualche modo, l’imprenditore di se stesso è spesso costretto a farlo…). Tutti, o quasi, li vivono come condizione non solo negativa, ma “alienata”, cioè determinata da altri. Le cause di questa condizione alienata sono in genere appena accennate: qualche volta si fanno riferimenti specifici al governo, ai padroni, alle norme vigenti, ma l’elemento comune di riferimento è a com’è fatta la società e l’economia nella fase attuale.

Il fatto è, però, che queste condizioni “alienate” (le cui radici sono individuate correttamente, anche se genericamente) sono assunte come date; sono il “contesto obbligato” in cui ci si deve muovere.

E allora i margini di autonomia progettuale, tutti strettamente individuali, consistono nel definire mix personali tra mutamento e adattamento, tra miglioramento e rassegnazione: sono modi di “arrangiarsi” all’interno di un pesante contesto considerato implicitamente immodificabile.

Le risposte su altri due aspetti chiariscono ulteriormente il quadro. Sono le risposte che riguardano la politica e il sindacato, cioè i due strumenti che, in teoria, potrebbero modificare la situazione.

Sulla politica, l’estraneità (o spesso il rifiuto esplicito) è prevalente in misura schiacciante, con pochissime eccezioni. A volte l’estraneità assume l’aspetto di un rifiuto, spesso motivato da argomentazioni “qualunquistiche” (ma non prive di fondamento empirico…): i partiti sono tutti uguali, pensano solo ai propri interessi, ecc. Ma più spesso è un’estraneità pura e semplice: non mi interesso della politica, anche perchè non penso che possa cambiare le cose.

Diverso è l’atteggiamento verso i sindacati. Prescindiamo qui da quella minoranza (in genere di operai) impegnata nelle strutture sindacali sul luogo di lavoro – che è quindi più attivamente coinvolta, ma anche, spesso, più critica, in modo argomentato, verso i sindacati o verso alcuni di essi. Ci riferiamo qui ai giudizi più generici, prevalenti nella maggioranza. Sono giudizi che in genere riconoscono al sindacato una funzione utile o anche indispensabile; ma è, per così dire, una funzione di aiuto, di “supporto” a quelle strategie di difesa/arrangiamento individuale che abbiamo visto prima. A parte la funzione di erogatore di servizi, il sindacato viene visto come utile strumento di tutela, in una gamma che va dal far rispettare certe norme contrattuali fino, nei casi più “avanzati”, all’ottenere attraverso la contrattazione la stabilizzazione del posto di lavoro. Ma non viene visto come strumento di un possibile “cambiamento del contesto.



5. Qualche considerazione ulteriore


Proviamo a “mettere in ordine” gli spunti emersi dall’inchiesta bresciana, utilizzando il quadro di riferimento di Erik Olin Wright, che abbiamo esposto sinteticamente prima.

La gamma di alternative oggi “percepibili” da un lavoratore è drasticamente limitata, anche rispetto a un passato non molto lontano: soprattutto, da questa gamma sono assenti ipotesi alternative complessive sull’economia e la società. In primo luogo, oggi le organizzazioni del movimento operaio (ci riferiamo sempre all’occidente capitalistico, e in primo luogo all’Italia) non propongono più alternative del genere. (Non ci riferiamo, ovviamente, ad alternative “rivoluzionarie classiche”, ma ai “nuovi modelli di sviluppo” o di democrazia proposti ad es. dai sindacati o dal PCI in Italia negli anni 60-70). Su questo si innesta l’efficacia (parziale) dei grandi mezzi di comunicazione di massa: parziale perchè questi non riescono a far passare un’adesione e un consenso al modello di società da essi divulgato, ma riescono a farlo passare per l’unico possibile, in sostanza come “male inevitabile” (la crisi erode ulteriormente gli elementi di consenso, ma rafforza l’idea di inevitabilità).

Infine, un terzo aspetto, cioè la frammentazione dei cicli produttivi e la scomposizione delle figure lavorative, rende difficile l’emergere di idee alternative “spontanee” e l’organizzazione di lotte a partire da esse.

E’ ovvio che tutto ciò incida sulla percezione delle conseguenze prevedibili dei comportamenti, e in particolare dei comportamenti di lotta. Quand’anche si abbia un’idea, se pur vaga, di alternative desiderabili all’attuale assetto economico-sociale, le previsioni sul loro esito tendono ad essere pessimistiche.

Tutto ciò “retroagisce” sulle stesse preferenze: si selezionano cioè quegli obiettivi che si pensa abbiano, nel contesto sopra descritto, una qualche possibilità di realizzazione. Di qui le strategie individuali di “arrangiamento”, di miglioramento parziale che abbiamo visto prevalere negli intervistati di Brescia.

Dopo questo primo “sguardo analitico”, proviamo a rivedere il problema in termini storici, riferendoci specificamente alla situazione italiana.

Un elemento cruciale è quello che potremmo chiamare la “svolta liberista” del movimento operaio italiano – che si svolge tra due date cruciali: il 1980, anno della sconfitta alla Fiat, e il 1989, anno “simbolico” del crollo del socialismo reale. Sullo sfondo, c’è la crisi del fordismo, già avviata negli anni 70.

In ultima analisi, il movimento operaio (in Italia come altrove) risponde alla parallela crisi del fordismo e del socialismo reale “introiettando” la visione liberista.

Naturalmente, i tempi e i modi variano a seconda delle organizzazioni. Il PCI “resiste” finchè c’è Berlinguer (che però è già abbastanza isolato), e la sua deriva liberista subisce una accelerazione dalla svolta di Occhetto in poi (non a caso, quindi, dall’89). Più complessa è l’evoluzione dei sindacati. La CISL è la prima a “fare i conti” con la sconfitta dell’89, con una netta svolta a destra. La CGIL evita di fare esplicitamente un bilancio critico, e mantiene elementi di debole continuità con la fase precedente. Di fatto, i sindacati non possono assumere organicamente uno schema liberista che è in contraddizione con la loro stessa natura e funzione: approdano quindi a un’impostazione “concertativa”, che è la riproposta di un modello di relazioni industriali a suo tempo chiamato “neo-corporativo”, maturato nell’ultima fase del fordismo. Ma, se allora era un mix di concessioni e di contropartite, ora – nella situazione mutata – si ripresenta in una versione “debole”, in cui le concessioni e i vincoli superano nettamente le contropartite e i margini di iniziativa contrattuale autonoma. La CISL innesta su questo una sua ideologia della “partecipazione”, mentre la CGIL rilancia tardivamente un modello di “co-determinazione” (dove l’analisi “di classe” non scompare) quando non ci sono più le condizioni per realizzarlo, per cui rimane sulla carta. La conseguenza pratica di tutto questo è che i sindacati “gestiscono il riflusso”, in un’impostazione puramente difensiva anche quando le condizioni oggettive riaprirebbero possibilità di controffensiva.

L’impatto di tutto ciò sulla coscienza di classe è profondo, contribuendo alla visione dello “stato di cose presente” come inevitabile; tanto più profondo sulle nuove generazioni di lavoratori, che non hanno vissuto le lotte degli anni ’70 e quindi non hanno sperimentato una situazione di cambiamento sociale determinato dalla classe lavoratrice (le “avanguardie superstiti” di quegli anni non vengono coinvolte in un serio bilancio critico delle sconfitte, e spesso quindi si rifugiano nello schema semplificato del “tradimento”).

Ci sono stati e ci sono, nel movimento operaio, elementi di contro-tendenza a questa sorta di “circolo vizioso” tra posizioni delle organizzazioni, situazione di lotta e coscienza di classe.

Sul piano politico, un elemento di contro-tendenza (trascuriamo per ovvie ragioni posizioni “di classe” formalmente corrette sostenute da gruppi minoritari senza influenza di massa) è stato rappresentato, in anni passati, da Rifondazione Comunista: non mi ripeto sui modi in cui l’ha sprecato, e sul fatto che, oggi, la sua “influenza di massa” non è molto maggiore di quella di un gruppetto minoritario.

Dal lato sindacale, a un certo momento la CGIL si è “chiamata fuori” dalla “concertazione a perdere”, sia pure con oscillazioni e contraddizioni. Ma, oggi, la “capacità propulsiva” di questa posizione è fortemente limitata dalle condizioni sfavorevoli create dalla crisi e dalla divisione sindacale (che vede la CISL “sciogliere verso destra” tutte le residue ambiguità).
Facciamo un salto indietro nel tempo.

Alla fine degli anni 50-inizio anni 60, chi avesse fatto un’inchiesta sulla coscienza di classe si sarebbe trovato di fronte a “brandelli di coscienza” non dissimili da quelli riscontrati nell’inchiesta di Brescia: una lucida valutazione negativa della propria condizione e delle sue cause, accompagnate da una sfiducia nelle possibilità di cambiamento generale, e – quindi – da ricerca di soluzioni individuali, talvolta “opportunistiche”.

E’ questo il materiale su cui hanno “lavorato” le organizzazioni che, negli anni successivi, hanno costruito una grande stagione di lotta e coscienza di classe.

Ma vi erano due profondi elementi di differenza con la situazione attuale:
- esistevano organizzazioni o parti di esse (mi riferisco in particolare alla CGIL) che perseguivano lucidamente un disegno di “ricostruzione di classe” nella prospettiva di un cambiamento sociale;
- le condizioni dello sviluppo capitalistico (pensiamo ad es. agli anni del “miracolo economico”) favorivano lo sviluppo delle lotte operaie.

Tutto ciò ha permesso di innescare un “circolo virtuoso” tra comportamenti delle organizzazioni (via via estesi a organizzazioni prima più “arretrate”), esperienze di lotta, sviluppo di coscienza, che ha portato al grande decennio tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 70.

Oggi, come abbiamo visto, tali condizioni al momento non sussistono. E non ci sono le condizioni per una “scorciatoia” che, in tempi brevi, inverta il “circolo vizioso” oggi imperante. La domanda è: è possibile lavorarci per spezzarlo? questo lavoro è possibile nel puro ambito nazionale? chi (ovviamente non ci riferiamo a persone, ma ad organizzazioni) ha la volontà e la capacità di impegnarsi in questo lavoro?



Note

1. per i compagni filologi: le citazioni di Erik Olin Wright sono tratte da Classes, London. Verso, 1985.

2. Sarebbe da esplorare in che misura le nuove possibilità di comunicazione e collegamento aperte da Internet possono controbilanciare gli elementi di frammentazione dei cicli produttivi. Sia chiaro: così come la concentrazione produttiva fordista non era una causa di lotta/coscienza di classe, ma solo una “condizione favorente”, lo stesso vale per Internet, che non può annullare i fenomeni di frammentazione di classe, ma può aiutare un’azione volta a controbatterli. Bisognerebbe studiare le esperienze concrete di collegamento su questo terreno (es. Chainworkers) per vedere in che misura sono elemento effettivo di organizzazione o invece coltivano l’illusione (spesso ricorrente anche in passato) che la comunicazione sia di per sé organizzazione, anzi sia l’unica forma democratica di auto-organizzazione.

* Fonte: controlacrisi.org 
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