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venerdì 22 gennaio 2010

L’ultima ora del capitalismo

Una lettura tradizionalista della crisi globale

di Luca Leonello Rimbotti 

È un po’ tardi per accorgersi che il capitalismo globale è una sventura. È l’ora in cui il liberale, rimasto da solo sul campo, si guarda in giro e viene assalito da un vago e inatteso senso di paura. Vede la propria creatura – anzi, il proprio creatore – gonfiarsi a dismisura e solo adesso comincia a capire che non riuscirà più a fermarlo. Il mercato, questo mostriciattolo lasciato a se stesso e diventato un golem automatico, liberato da ogni laccio, coccolato nelle sue turbe, assistito nei suoi vizi, sta gonfiando a dismisura, dilagando oltre il comprensibile. Già adesso è completamente fuori controllo. Anche perché mancano i controllori. Ma il capitalismo liberista è questo: nel suo gene ha inscritta la propria morte, poiché vive di espansione. Espansione è la parola-chiave, che per l’imprenditore e il mercante significa fortuna in crescita e profitto in aumento, per il manager finanziario nuovo arricchimento…mettere paletti all’espansione, misurarla ai contesti e ai bisogni, è cosa inconcepibile per il capitalista. Lo spazio aperto e senza fine è il luogo del mercato libero. Difatti, un capitalismo non espansivo, non legato come il cancro a un destino di invasività perpetua e crescente, viene secondo logica deplorato, gli manca l’essenziale, non è più lui: ma allora è recessione, si dicono allarmati,…è impoverimento, è regresso…scambiano il tetto dei dividendi per la fortuna dei popoli…il liberale identifica le cifre della produzione con quelle del benessere…e non capisce. Non capisce che l’espansione – questo dogma febbrile che contiene in sé un principio di necrosi, una promessa certa di disfacimento – raggiungerà prima o poi un tetto e che sfondato il tetto precipiterà nella catastrofe.

Nel momento in cui la liberaldemocrazia, anche in Italia, si libera a destra e a sinistra dei suoi ultimi antagonisti veri o più spesso presunti, potrebbe sembrare temerario il pronostico di un prossimo tracollo del capitalismo. Eppure è nei fatti. Persino i liberali annusano l’aria di tempesta che si sta addensando qua e là. Ed eccoli sciorinare i primi distinguo, i primi allarmi a mezza bocca…le prime avvisaglie di sudore freddo di fronte ai segni del misfatto che sta per compiersi. Rovinano metodicamente i popoli e poi, d’un tratto, iniziano a pentirsi di questo… a lamentarsi di quello…qualcuno di loro, più furbo degli altri, già comincia a dire “l’avevo detto”…e così nuove e tardive verginità vanno ricomponendosi. Tira aria di resa dei conti e i più svelti – come sempre – si preparano ad altri scenari.

Bisogna sempre stare molto attenti a non considerare il liberalismo e il capitalismo finanziario due soggetti autonomi tra loro. L’uno non esiste, e non ha ragione di esistere, senza l’altro. L’uno giustifica e nutre l’altro. Un capitalismo svincolato dalla tirannia del profitto – come qualcuno tenterebbe di prefigurare – non è neppure pensabile. Ma il liberalismo contiene anche tutti quei movimenti della Sinistra internazionale – dal marxismo ai libertari – che per decenni hanno dato agli ingenui la sensazione di essere alternativi. Il vero avvento del bolscevismo come individualismo di massa mondialista si è avuto con l’affermazione planetaria del liberalismo. Del resto, è risaputo che la finanza snazionalizzata ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con le sinistre marxiste: dai Warburg e Parvus che finanziarono Lenin, fino agli attuali fenomeni di cointeressenza usuraria tra il capitale americano e il liberismo cinese. Si tratta di due facce della stessa medaglia, di due gemelli incubati dal medesimo uovo universalista. I fatti ci mostrano che la migliore sintesi del bolscevismo è il liberalismo.

Ma perché il capitalismo dovrebbe implodere come ha fatto suo fratello? E proprio ora, poi? Non per le motivazioni addotte da Tremonti o da quanti, da liberali, non hanno ancora capito che non può esistere liberalismo senza globalizzazione né capitalismo senza profitto. Il capitalismo non è redimibile. Il capitalismo mondialista non può non implodere perché non è legato a un valore reale, ma a un gioco di prestigio. Il capitale odierno non è più quello dell’Ottocento, legato alla fabbrica, al lavoro materiale e alla produzione di merce. Oggi si è evoluto secondo la sua naturale inclinazione, che è quella di crescere e invadere sempre nuovi spazi prescindendo dai bisogni reali e anzi creandone di fittizi dal nulla. Il capitalismo di oggi è finanza. Professori potrebbero sbizzarrirsi nell'illustrare e confermare questo fenomeno in numerosi corsi di strategie industriali. È speculazione su masse di denaro inesistenti e create artificialmente. I depositi bancari non fruttano più alcun interesse al risparmiatore, sempre più irretito dalla forbice del debito, ma fruttano invece sempre nuovi e crescenti crediti alla banca, attraverso il sistema dei fidi, che crea il tremendo circuito dell’indebitamento perpetuo di tutti coloro a cui vengono offerti prestiti, mutui, leasing o altri sistemi di adescamento finanziario e di irretimento usurario.
 La banca, che vive di denaro inventato telematicamente, semplicemente moltiplicando i suoi tassi e stringendo il cappio del debito, si trova ad essere titolare di interessi giganteschi, crescenti in misura esponenziale, frutto di semplici addizionali di conto. È stato scritto giustamente che questa massa di denaro non proviene da nessuna parte: semplici «scritture contabili». Infatti, «tra l’85 e il 95 per cento del denaro circolante è creato dalle banche attraverso l’apertura del credito». Questa falsa moneta, la moneta-credito, che è estranea al lavoro quanto alla produzione, che non sa nulla del costo reale dei beni, ma che cionondimeno stabilisce a suo talento prezzi e tariffe, è il pilone che regge tutta quanta l’economia mondiale che tiene in vita il capitalismo. Una semplice truffa, attorno a cui ruota un intero sistema planetario.

Come si fa a non dare ragione a Pound, quando indicava, già sessanta-settanta anni fa, il segreto dell’espansione capitalistica? «La banca lucra gli interessi dal denaro che crea dal nulla», scriveva. Oggi noi vediamo nitidamente quello che un poeta cocciuto profetizzava col semplice buon senso. La banca paga gli zero virgola per i depositi, che diventano anch’essi interesse attivo grazie alle spese di gestione di conto…ma poi si fa pagare il 7, l’8, il 10 per i crediti che elargisce a piene mani, usufruendo anche della sponda delle società finanziarie: ed ecco creato l’enorme bottino impinguato dalla speculazione. Senza contare tutto il resto: del tipo dei recenti e recentissimi fenomeni di accaparramento di beni e fonti d’energia da parte delle corporations transnazionali, che sono il vero motore della governance globale, come nel caso del petrolio o del frumento, incettati e tolti dai mercati per falsare i prezzi e farli salire a dismisura. Come sta avvenendo da anni sotto gli occhi impotenti o complici dei governi nazionali. Infatti, chi vigila sui comportamenti delle banche e delle agenzie di credito? Forse gli Stati? Certamente no: a “vigilare” sulle scelte criminali delle banche sono altre banche, come la Banca Centrale Europea, completamente fuori controllo del potere politico, e che risponde unicamente ai suoi referenti internazionali. Come si sa, la presente dittatura finanziaria snazionalizzata è alla continua ricerca di lavoro a basso costo. Il capitalismo retto dai finanzieri paga poco il lavoratore e nulla il risparmiatore. In compenso, lucra sui salari e sugli interessi. I politici democratici, sempre meglio inseriti nel loro ruolo storico di servitori dei banchieri, non mancano di sottoscrivere queste politiche di rapina istituzionalizzata. Ogni gruppo di potere politico – come vediamo chiaramente anche in Italia – ha alle sue spalle un solido padronato bancario che ne guida gli atti e le decisioni. La politica, e tantomeno l’ideologia, non presentano alcun interesse per il signoraggio della speculazione finanziaria. Si tratta di essere presenti ovunque, di avere la propria mano sulla testa dei governi come su quella delle opposizioni. Per il capitalismo finanziario chi vince alle elezioni è un dettaglio del tutto ininfluente…basta osservare le varie confindustrie europee…esse dispongono senza il minimo imbarazzo tanto delle Destre quanto delle Sinistre, trovando in queste e in quelle degli esecutori egualmente solerti.

Il cuore del nichilismo distruttivo rappresentato dal potere del capitalismo finanziario è il suo perenne gioco al rialzo: nella tecnica, nella produzione, nell’espansionismo mercantile, nell’usura dei tassi. Fuori da questa sindrome di accrescimento forzato del profitto, il capitalismo non può esistere. Bernard Charbonneau – uno dei primi ecologisti e regionalisti europei – molti anni fa scriveva che il capitalismo moderno si stava avvitando intorno a un procedimento di catastrofico squilibrio: «Quando non c’è sovraoccupazione c’è sottoccupazione; mai lavoro, perché questo presuppone equilibrio…L’attuale società deve moltiplicare incessantemente la sua produzione, come un giocatore raddoppia indefinitamente la sua posta. Il gioco può andare avanti per un certo tempo, ma a questo lascia o raddoppia prima o poi la sconfitta è certa». Questo gioco è portato al parossismo dalle pratiche della speculazione finanziaria, che alza ossessivamente la posta ingigantendo sempre più un capitale che non esiste, che non ha né origine né fine. Il problema è che, probabilmente, l’esplosione fragorosa di questo macchina, ciclopica ma fragilissima, potrebbe coincidere con la fine stessa di un certo tipo di convivenza umana, quale siamo abituati a concepire. La Terra e l’uomo potrebbero essere trascinati in un rovinoso tracollo generale, in cui l’imbuto delle emergenze planetarie – economica, demografica, ecologica, energetica – potrebbe restringersi fino a far coincidere tutti i problemi in un’unica catastrofe. Come preconizzava anni fa Guillaume Faye.

Secondo il filosofo Emanuele Severino, ad esempio, l’abbinamento di tecnica e finanza, unite nel dar vita alla valanga nichilista, condurrà quanto prima a una generalizzata distruzione delle risorse planetarie e delle società umane. Catastrofismi? Allarmismi accademici? Noi, alla maniera di uno Spengler, non siamo alieni dal credere che dietro il sorgere e l’inabissarsi delle civiltà agiscano per l’appunto mutazionismi drammatici che si fanno largo dall’interno, e di cui la catastrofe epocale – come nell’antichità – è in grado di decidere la sorte di interi cicli storici, portando alle estreme conseguenze le contraddizioni di un sistema mondiale. Quello in cui viviamo è un sistema mondiale fondato su basi fragilissime, addirittura invisibili, di cui il profitto artificiale creato dal capitale virtuale non è che l’aspetto esemplare più demoniaco e grottesco. Severino ha affermato che il capitalismo è a un bivio. Ma qualunque strada prenda non potrà sfuggire all’autodistruzione: «O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso; oppure si dà un fine diverso per il quale esso è quello che è, e anche in questo caso distrugge se stesso». Il destino autodistruttivo del capitalismo sarebbe cosa buona e santa per i popoli, se non fosse che la rovina dell’uno, almeno per una prima fase, significherebbe anche la rovina degli altri. Si tratta per altro di un metodo mondialista che è rodato da decenni. È dagli accordi di Bretton Woods del 1944 che gli Stati Uniti – attraverso finzioni internazionali del tipo delle Nazioni Unite – dominano sull’ordine monetario, sul commercio e sulla finanza, in qualità di teste di turco di Agenzie ben più potenti della Casa Bianca, come la Banca Mondiale, il GATT o il WTO. Nel 1944, quando i cannoni sparavano ancora, le multinazionali che agivano sotto la sigla USA avevano già apparecchiato lo scenario per il dopoguerra, in cui far agire liberamente il regime di monopolio. La guerra del 1939-45 – inventata di sana pianta dai circoli rooseveltiani per salvare il capitalismo e rilanciarlo su scala mondiale – non è stata che il dissodamento del terreno in preparazione della semina, il boom produttivo degli anni ’60, e del raccolto, il boom finanziario ottenuto grazie alla globalizzazione. E mai come oggi è giusto dire che il mondo è dominato da una plutocrazia. Una setta apolide e criminale, che oggi come sessant’anni fa dispone dei popoli come fossero titoli azionari. Essendosi da un pezzo garantita la più grande polizza assicurativa del mondo, cioè l’appoggio del sionismo con annessi e connessi, questa plutocrazia può trovare la fine sua e del suo sistema unicamente per l’innesco finale di tutte le sue stesse contraddizioni. Già oggi gli USA, debitori della Cina e costretti a rincorrere la tigre asiatica risvegliata dalla gara tecnologica, sono sopra un ciglio; un giorno potrebbero anche venir scaricati dal potere finanziario mondiale a favore di qualche altro partner politico emergente. Non sarà la crescita del sottosviluppo, pianificata dai gestori finanziari, a condurre a morte il Sistema. L’occulta e illegale formazione del capitale, i metodi spesso semplicemente criminali con cui vengono occupati i mercati, i rapporti loschi tra istituzioni politiche e concentrazioni private, la gestione del mercato illegale della droga o delle armi, la composizione “esoterica” di consigli di amministrazione anonimi e ubiqui; infine, il ruolo che le università, i centri-studio, le fondazioni private ricoprono nel pianificare e imporre il pensiero unico di massa: queste sono alcune delle realtà che potrebbero nascondere la disfunzione, l’inefficienza, dunque il fallimento a catena della grande macchina.

Le interpretazioni romantiche circa un capitalismo popolare, bacino di ricchezza per il lavoro nazionale, luogo della competenza e dell’iniziativa, sono ormai alle nostre spall

Tratto da Italicum di marzo-aprile 20
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1 commenti:

  • Anonimo scrive:
    31 gennaio 2011 15:03

    Grande analisi. Grazie

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